I fratelli hanno ucciso i fratelli.

--Non c'è giovane di negozio--osservava don Luigi con aria di

sprezzo--che non sappia dire una roba simile.

Anch'egli, l'ex precettore del contino Leonardo, si credette in dovere

di pubblicare qualche cosa per la ricuperata salute del suo allievo e

stampò con una prefazioncella di circostanza una sua memoria letta

all'Ateneo col titolo: _Alcuni pensieri sul migliore uso della

congiunzione separativa O_. Non era che il frammento d'un'opera

linguistica di gran mole alla quale don Luigi attendeva da un pezzo in

silenzio, e che, quando fosse venuta alla luce, avrebbe polverizzato

certe riputazioni!...

Del resto, in questa fausta occasione, la casa Bollati riebbe per un

momento tutto l'antico splendore, e il giorno in cui Leonardo sentì la

messa nella cappellina domestica il signor Oreste, aiutato da tre

sottocuochi, dovette allestire un pranzo per cinquanta persone. E tale

fu l'abbondanza dei cibi e dei vini che i rilievi della mensa bastarono

non solo a riempire l'epa dei servi e delle famiglie dei servi, ma

consentirono anche al signor Oreste di stipulare alcuni contratti

vantaggiosi con tre o quattro _restaurants_ di second'ordine.

Inoltre, sempre per festeggiare il lietissimo avvenimento, il conte

Zaccaria elargì somme cospicue ai poveri della parrocchia, alla

Commissione di pubblica beneficenza, agli Asili d'infanzia, alla Casa

degli esposti e ad altri istituti pii. E per più giorni la _Gazzetta

privilegiata di Venezia_ ebbe da registrare con parole di sentito

encomio gli atti munifici di S. E. il conte Zaccaria Bollati, degno

erede di un nome illustre. Il conte Zaccaria si fregava le mani

sentenziando:--I Bollati sono sempre i Bollati.--Alla quale affermazione

_sior_ Bortolo sorrideva, ma meno seraficamente di una volta.

Quando il contino Leonardo cominciò ad uscir di camera era circa la metà

di aprile; i medici però gli prescrissero di rimanere in casa ancora un

mesetto; a primavera avanzata sarebbe andato a ritemprarsi in campagna,

ove non c'era più da temere della Rosa, maritata e fuori di paese. Forse

tali disposizioni non erano tutte suggerite da motivi igienici; forse

differendo a rendergli la libertà si sperava distoglierlo affatto delle

vecchie abitudini e dalle vecchie conoscenze. E invero sotto

l'impressione di sgomento lasciatagli dalla sua malattia, egli non

mostrava alcun desiderio di rivedere i suoi compagni di libertinaggio.

Questi dal canto loro non gli avevan dato prove di sviscerato affetto.

Appena due o tre eran comparsi a grandi intervalli al portone del

palazzo a domandar sue notizie; poi non s'eran più fatti vivi. E siccome

d'altra parte egli non aveva stretto amicizia con nessun giovane per

bene e nessuno quindi veniva a fargli visita, la sua lunga convalescenza

gli sarebbe stata noiosissima se Fortunata non fosse rimasta quasi

sempre con lui, pronta ad ogni suo cenno, docile, amorosa come negli

anni dell'infanzia. Povera Fortunata! Ella si sentiva tanto felice nel

poter essere qualche cosa per Leonardo, nel poter scemargli l'uggia di

quell'eterne giornate. Si sentiva tanto felice che avrebbe voluto che la

vita le corresse sempre a quel modo, e poichè lo sperarlo era follia,

invocava dal cielo il favore supremo d'addormentarsi in quel sogno e di

non riaprire gli occhi mai più.

Intanto Leonardo, sia che notasse davvero nella cugina qualche pregio

fisico non avvertito per l'addietro, sia che il non trovarsi in mezzo

alle crestaie e alle ballerine, oggetto ordinario dei suoi pensieri, lo

rendesse di men difficile contentatura, sia infine che col tornar della

salute e delle forze si risvegliassero in lui i bollori del sangue,

considerava con più attenzione e sotto un aspetto diverso dal solito

questa giovinetta dal viso slavato e dal corpicino esile, la quale sino

allora, diciamolo schietto, non gli era neanche parsa una donna. Di che

natura poi fosse il nuovo sentimento sorto nell'animo suo ci vuol poco a

immaginarselo. Incapace di affetti gentili e profondi, non frenato da

scrupoli, insofferente d'altre catene che di quelle che s'annodano e

sciolgono in un giorno, egli intendeva l'amore in un'unica maniera... la

maniera del resto in cui la intendono i dissoluti di professione.

L'idea che Fortunata era una ragazza onesta non lo tratteneva, era anzi

uno stimolo di più, che gli pareva legittima curiosità il verificar co'

suoi occhi che differenza ci fosse tra una ragazza onesta e quelle che

non erano tali. Nè lo trattenevano i vincoli di parentela che lo

stringevano a lei, nè l'affezione sommessa ch'ella gli mostrava, nè la

gratitudine che, pur confusamente, egli riconosceva di doverle per

essere stata la sola a difenderlo quando tutti gli gridavano la croce

addosso. Bensì da queste varie ragioni sommate insieme gli veniva un

certo imbarazzo nel contegno, un certo fare da collegiale che, a sua

insaputa, gli giovava invece di nuocergli. Perchè s'egli fosse stato

sguaiato, brutale, ella avrebbe sentito svegliarsi in tempo la piena

coscienza del pericolo, avrebbe forse saputo difendersi. Ma egli era

così cauto, così riguardoso; il turbamento ch'ella provava vicino a lui

era misto di tanta dolcezza! Non che talvolta non l'assalisse una vana

inquietudine. Se Leonardo la guardava fisso, se la mano di lei toccava

la sua, se i loro gomiti, se le loro ginocchia s'urtavano, ell'arrossiva

fino alla punta dei capelli e con un rapido movimento volgeva altrove la

faccia o ritraeva la persona tutta tremante. Però non era salda

abbastanza ne' suoi propositi, e sembrava ricercar di lì a poco le

sensazioni ch'ella aveva prime sfuggite. Nessuno la proteggeva, nessuno

la consigliava. Sua madre era fuori di sè dalla gioia nel veder che

_quei due ragazzi_ se la intendevano, e tornando sempre con la mente al

sogno dorato del matrimonio, non si curava troppo dei rischi che

Fortunata correva. Ne aveva corsi anche lei dei rischi per diventar

contessa Rialdi, chè già, se le fanciulle senza dote non s'ingegnano,

guai. E se il conte Luca s'avventurava a dire:--Bisognerebbe badare di

più a Fortunata, mi spiego?--essa lo faceva tacere con un brusco:--State

zitto voi, e pensate al vostro ufficio e ai vostri scacchi.

In quanto al N. H. Zaccaria e alla sua illustrissima consorte, essi non

eran gente da scomodarsi per sì piccola cagione, e anzi la contessa

Chiaretta aveva detto a Leonardo e a Fortunata:--_Ohe tosi_, io non istò

mica a farvi la guardia; mettete pure a soqquadro la casa; a me basta

che non mi facciate il chiasso vicino.

I _tosi_ avevano ormai l'uno vent'anni passati, l'altra quasi diciotto,

e non era probabile che essi facessero un baccano così indiavolato. Ma

ci voleva tanto poco a eccitar i nervi della N. D. Chiaretta; e poi

ell'aveva tante gravi occupazioni. Aveva da apparecchiare la zuppa di

latte pel suo gatto Romeo, da prendere il caffè e i _baicoli_ col nobile

Canziani, da ascoltare i pettegolezzi della contessa Ficcanaso e delle

altre dame che venivano a visitarla, da giocare a _consina_ con don

Luigi, e da pisolare nella poltrona mentre lo stesso don Luigi le

recitava il breviario o le teneva ragionamenti spirituali. Tutto ciò

senza contar le visite che anche a lei toccava di fare. Come poteva

dunque restarle il tempo di custodir Leonardo o Fortunata?

Con quest'assoluta libertà lasciata a' due cugini, accadde quello ch'era

da prevedersi. Vi fu un giorno in cui Leonardo fu più audace e Fortunata

più debole.....

Dal primo piano alla soffitta · 第 28 / 57 题