LA MIA PADRONA DI CASA.

Non posso pensare a Firenze, senza ricordarmi della mia buona padrona di

casa di via dei ----, la quale m'insegnò in sei mesi più lingua italiana

di quanto io n'abbia imparata in dieci anni da tutti i miei professori

di letteratura, nati, come diceva l'Alfieri,[XV.1] _là dove Italia

boreal diventa_.

Era una vecchietta simpatica, vedova d'un interprete di albergo, buona

come il pane, fiorentina fin nel bianco degli occhi, operosa, assestata

e pulita come un'Olandese. Viveva d'una piccola rendita e di quel po'

che guadagnava tenendo dozzina.[XV.2] Leggicchiava, giocava al lotto,

faceva qualche visita, e passava quasi sempre la sera, sola come uno

sparago, in un cantuccio della sua piccola camera ingombra di mobili

vecchi, vicino a una finestra, dalla quale si vedeva, di là dai tetti di

molte case, la cima del campanile di Giotto.[XV.3]

Che cos'è questo benedetto parlare toscano! Era una povera donna, non

aveva cultura, sapeva appena leggere e scrivere; ma parlava da far

rimanere a bocca aperta. E non il fiorentino volgare, perchè non ho mai

inteso dalla sua bocca una parola o una frase che una signora non

potesse ripetere in conversazione. Il suo parlare era tutto frasi

efficacissime, immagini, proverbi, diminutivi graziosi, vezzi e fiori di

lingua, che venivan via facili e fitti ad ogni proposito, come nei

novellieri trecentisti, senza che le sfuggisse mai neppure un lampo di

quel sorriso leggerissimo che per il solito tradisce la compiacenza

intima di chi sa di parlar bene.

Ogni momento gliene sentivo dire una nuova.

Stentavo un po' a infilare il soprabito: essa mi diceva: Ma perchè non

se lo fa allargare che le è stretto assaettato?

Entravo nella sua camera:--Badi,--mi diceva,--di non inciampare, perchè

è buio come in gola.

Veniva un amico a chiedermi dei denari; essa capiva, e mi domandava:--Le

è venuto a dare una frecciata, non è vero?

Diceva che il suo predicatore aveva la _parola facile e ornata_; che il

lattaio aveva la voce _come uno di questi cani incimurriti e fiochi_ che

non posson più abbaiare; che erano tre giorni che non vedeva più

l'_effige_ dello spazzaturaio che pure le aveva promesso di venire; che

il bambino della vicina aveva rotto un vetro, e suo padre non se ne era

anche accorto, ma il poverino stava già rannicchiato dietro l'uscio ad

_aspettare il lampo e la saetta_; che il mio maestro di spagnuolo aveva

_un vestito che gli piangeva addosso_; che con tutte queste guerre che

si fanno dopo che Pio IX[XV.4] _ha date le su' riforme_ bisogna sempre

_stare palpitando per i nostri cari_; che un tale ch'era caduto dal

secondo piano, e non era morto, aveva il _sopravvivolo come i gatti_;

che un certo quadro pareva _fatto coll'alito_; che a una certa sua

amica, in una certa congiuntura, _essa aveva parlato come al cospetto di

Dio, da cuore a cuore_; e altre espressioni gentili ed argute, che a

scriverle tutte, ci sarebbe da fare un vocabolario.

Però, quando s'accorgeva ch'io mi divertiva a farla parlare, taceva

tutt'a un tratto e mi guardava con aria di diffidenza. Temeva che io la

volessi canzonare. Anzi, qualche volta, quando mi lasciavo sfuggire

un'esclamazione di meraviglia, quasi s'indispettiva.

--Oh insomma,--mi disse un giorno,--io parlo come so. Se dico degli

spropositi, m'insegni lei a parlar meglio. Io non ho mai preteso di

parlar bene.

--Ma no, cara signora,--le risposi coll'accento della più profonda

sincerità.--Le giuro che ammiro davvero la sua maniera di parlare, che

vorrei parlare io come lei, che vorrei saper scrivere come lei parla.

Che c'è da stupirsi? Non lo sa che i fiorentini parlano meglio degli

italiani delle altre provincie? Non l'ha mai inteso dire? Mi piace

sentir parlare l'italiano da lei come mi piacerebbe sentir parlare il

francese da un parigino. Mi piace perchè lei parla con naturalezza,

perchè pronunzia bene, perchè io imparo. Ne vuole una prova? Guardi

questi fogli.

E le misi sott'occhio alcuni fogli sui quali avevo notato una lunga

filza dei suoi modi di dire.

Guardò, sorrise, poi sospettò daccapo e mi disse che non sapeva capire

che cosa io trovassi di _particolare_ in quelle parole.--Qualunque

mercatino,--soggiunse,--è in caso di dirgliele tali e quali.

Nondimeno, a poco a poco, finì per persuadersi che mi divertivo davvero

a sentirla parlare perchè parlava bene.

Ma trovavo sempre mille difficoltà a farmi capire quando volevo saper

qualche cosa di preciso in fatto di lingua.--Come direbbe lei,--le

domandavo,--per dire che piove forte?--Gua!--mi rispondeva,--direi che

piove forte.--Io ripetevo la domanda in un'altra forma.--Ah! ho

capito!--esclamava.--Chi si volesse spiegare in un'altra maniera

potrebbe anco dire che piove a rovescio, a catinelle; a orciuoli, a ciel

rotto; ognuno può dire come gli piace, _non c'è regola fissa_.

Un giorno le diedi un mio libro.--L'ha scritto lei?--mi

domandò.--Sì,--risposi.--Tutto di suo pugno?--Tutto di mio pugno.--Lo

tenne due o tre giorni e vidi che lo leggeva. Quando me lo restituì, mi

disse:--Bravo! mi son divertita; si vede che è un buon figliuolo. _E poi

mi piacque anche lo stile._

A poco a poco mi prese a voler bene, mi parlava lungamente della

buon'anima di suo marito, delle sue amiche, del caro dei viveri, delle

tasse, del lotto, dei suoi malanni, della religione, sempre colla stessa

grazia e colla stessa dolcezza. Ma specialmente quando parlava della sua

disgrazia d'esser rimasta sola al mondo e diceva che la notte, non

potendo dormire, pensava, pensava, fin che si metteva a piangere, aveva

parole così dolci, così schiette, così poetiche, che mi stringeva il

cuore, e nello stesso tempo provavo una specie di voluttà artistica a

sentirla. Mentre essa parlava la sua bella lingua, io, appoggiato alla

finestra della sua cameretta guardavo il campanile di Giotto dorato

dalla luce del tramonto, e provavo uno struggimento d'amore per Firenze.

Una sera, ch'ero già a letto, s'affacciò alla porta e disse con voce

commossa:--Ah! figliuol mio! bisogna proprio credere, sa, che c'è un

Dio! Questa sera il predicatore ha detto che tutti i grandi uomini ci

hanno creduto,--e Dante e Galileo e Colombo,--ne avrà citati più di

cinquanta. E ha conciato per le feste[XV.5] quelli che dicono che il

mondo l'ha fatto il caso! Il caso! E dire che son gente che ha studiato!

Io che sono una povera donna capisco che è una corbelleria. Se lo studio

non dovesse portare altri frutti! Ma lei, benchè studi, non le pensa

queste cose, non è vero, figliuolo? Dica un po': ci crede lei al caso?

--No, cara padrona,--le risposi;--io credo in Dio.

--Oh lei non può immaginare la consolazione che mi dà con codeste

parole,--rispose la buona donna.

La notte, mentre lavoravo a tavolino, a una cert'ora sentivo picchiare

nel muro e poi una voce insonnita che diceva:

--Non lavori più, figliuolo; s'abbia riguardo agli occhi.

Ed io:--Ancora una pagina.

--Nemmeno una pagina. Si ricordi del proverbio: È meglio un... cavallino

vivo che un dottore morto.

Passava un altro quarto d'ora e lei daccapo:

--A letto, a letto, figliuolo.

--Padrona,--domandavo io,--com'è quel proverbio di Berto, che m'ha detto

stamani? Ne ho bisogno per scriverlo.

--Berto,--rispondeva,--che dava a mangiare le pesche per vendere i

noccioli. Vada a letto.

--Ancora una cosa. Come si chiama il bastone d'Arlecchino?

--Non mi cava più una parola, nemmeno se mi fa regina di Spagna.

E non diceva più una parola davvero e io andavo a dormire.

La mattina per tempo, appena svegliato, risentivo la sua voce:--Su, su!

È un sereno che smaglia. Vada a fare un giro alle Cascine![XV.6]

Una sera tornai a casa pieno di malinconia e mi buttai sul sofà senza

dire una parola. Essa mi venne accanto. Duravo fatica a trattenere le

lagrime. Mi domandò che cos'avessi. Non volevo rispondere. Insistette, e

allora le apersi il mio cuore come a un amico.

--Ho avuto un dispiacere,--le dissi.--Ho saputo che l'altro giorno, in

una casa, hanno detto che i miei scritti sono noiosi e che non farò mai

nulla di buono. Io ne sono persuaso e non ho più voglia di studiare.

Voglio buttar nel fuoco tutti i miei libri e tornare a fare il soldato.

Sono triste, scoraggito e annoiato della vita. Non m'importerebbe nulla

di morire.

La buona donna si sforzò di ridere; ma era intenerita. Cercò di

consolarmi e di rimettermi di buon umore; chiamò a raccolta tutti i suoi

frizzi, le sue frasi e i suoi proverbi; mi assicurò che i miei libri

erano pieni di _bei concetti_ e che _avrebbe voluto saperli scrivere

lei_; mi promise che sarei riuscito un bravissimo _scienziato_ a

dispetto dei maligni; mi disse che avrebbe voluto trovarsi faccia a

faccia con chi aveva sparlato di me, _per fargli una risciaquata che non

trovasse più la via di tornarsene a casa_; mi fece bere un dito di vin

Santo, mi diede del ragazzo, mi picchiò sotto il mento e gridò:--Su la

testa!--Infine mi lasciò rasserenato, dicendo che se le facevo un'altra

volta una di quelle scene, il pezzo più grosso che sarebbe rimasto di

me, aveva da essere un orecchio, com'è vero che c'è tanto di Biancone in

piazza della Signoria.[XV.7]

Qualche volta però ci bisticciavamo, per cose da nulla, si intende; per

esempio perchè tornavo a casa tardi, e lei mi trovava a ridire, ed io le

rispondevo di mala grazia. Allora stavamo una mezza giornata senza

scambiare una parola. La sera poi, pensando ch'essa era là in un

cantuccio della sua camera, sola, malinconica, al buio, mi pigliava il

rimorso, correvo all'uscio e le domandavo per il buco della

serratura:--Padrona, come è quel detto di Cimabue che mi disse ier

l'altro?

--Cimabue che conosceva l'ortica al tasto,--rispondeva con una voce in

cui si sentiva un'improvvisa contentezza.

--Mi perdona?--le domandavo.

--Oh buon figliuolo!--rispondeva;--perdoni lei a me, che sono una

brontolona e una zotica. Ma veda: glielo dico per il su' bene che non

venga a casa tardi perchè... io non ho mica il diritto di impicciarmi

nella sua condotta... si capisce... ma ho notato che tutte le sere che

viene a casa tardi, e non studia più, la mattina dopo è di malumore.

--Ha ragione, padrona, ha ragione! Apra la porta, e facciamo pace.

Essa apriva la porta e non faceva mai in tempo a levarsi il fazzoletto

dagli occhi.

Così passarono sei mesi.

Un giorno, dopo una settimana intera di preparativi e di esitazioni, mi

feci forza e le dissi, guardandola fisso negli occhi:

--Padrona, io debbo partire da Firenze.

--Dove va?

--A casa mia.

--Va bene. Io terrò le sue camere libere per quando tornerà. Può lasciar

qui libri, quadri, carte, come le lascerebbe alla sua famiglia. Prima

che ritorni farò mettere la stufa, compererò un altro seggiolone e se mi

salta il ticchio farò cambiare la tappezzeria al salotto. E passeremo il

nostro invernetto insieme d'amore e d'accordo, lei a studiare ed io a

fare le mie faccenduole. Ah! vedo che almeno negli ultimi anni della mia

vita avrò qualche consolazione. Quando tornerà?

--Cara padrona... non glielo posso dire.

--Che forse non tornerebbe più?--domandò col viso alterato.

--Forse non tornerò più!

Stette qualche momento senza parlare e poi esclamò con voce

tremante:--Ma dunque io resterò sola!...

E tacque di nuovo come per sentir l'eco di quella triste parola.

Poi nascose il viso nel grembiale e diede in uno scoppio di pianto.

M'aiutò a fare i miei bauli, volle riporre tutti i libri colle sue mani,

non mi lasciò più un momento fino all'ora della partenza. L'ultima

notte, verso le undici, mentre scrivevo, picchiò ancora una volta nella

parete e mi pregò di avermi riguardo agli occhi. La mattina seguente,

quando partii, mi accompagnò fin sul pianerottolo e mi disse colla

solita dolcezza:--Lei se ne torna colla sua famiglia; io, povera

vecchia, rimango sola. Si ricordi qualche volta di me che le volevo bene

come a un figliuolo. Abbia giudizio; continui a studiare e sarà

contento. Mentre viaggerà in Spagna e in Francia, io guarderò il suo

ritratto, leggerò i suoi libri e pregherò il Signore per lei. Quando

morirò, lei si ricorderà che le ho voluto bene e piangerà, non è vero?

Ed ora vada, figliuolo, che è tardi; e Dio l'accompagni!

Le diedi un bacio e discesi per le scale. La povera donna mi mandò

ancora un addio rotto da un singhiozzo e poi rientrò nella sua casa

vuota e triste.

Oh buona e cara vecchia! se mi son ricordato di te! In viaggio, ogni

volta che ho passata la notte a scrivere in una camera d'albergo, allo

scoccare delle undici ho detto tra me, con tristezza:--Oh! se sentissi

picchiare nel muro, quanto lavorerei più volentieri!--Ogni volta che

scrivo, e rileggendo la mia prosa, la trovo scolorita e senza grazia,

dico con rammarico:--Ah! quanto ci corre da[XV.8] quest'italiano a

quello della mia padrona di casa!--La sera, quando la mia famiglia è

raccolta intorno al fuoco, e tutti ridono e lavorano, io penso col cuore

stretto che tu sei sola nella tua stanza, forse al freddo e al buio,

perchè la legna e l'olio sono rincarati. E non mi si presenta mai

l'immagine della mia cara Firenze, senza ch'io goda in fondo all'anima

pensando che un giorno forse vi tornerò, che andrò a cercarti, che ti

troverò ancora, che mi rimetterò a imparare da te la lingua armoniosa e

gentile con cui mi rallegravi e mi davi coraggio.

First Italian Readings · 第 57 / 101 题