Il piccolo villaggio di ---- nell'alta Lombardia era tutto
scombussolato. Avete mai provato a battere le nocche sulle pareti d'un
alveare?... Le api fanno un sussurrio che indica la loro agitazione pel
rumore straordinario che interrompe le occupazioni laboriose della loro
vita. Così in quell'angolo tranquillo del mondo, in quel paesello di
semplici coltivatori si vedeva un movimento inusitato, un va e vieni di
gente frettolosa e di curiosi, che arrestavano per via i vicini
interrogandoli e facendo le meraviglie.
Tutto questo movimento era stato prodotto da una semplice lettera
privata d'un ministro a suo fratello.
Ecco la lettera:
"Carissimo fratello, ti scrivo con la massima segretezza (un'ora dopo
tutto il villaggio sapeva a memoria la lettera), desiderando di passare
in pace due giorni in seno della famiglia, che non rivedo da tanti anni,
e respirare un po' d'aria paesana nel mio caro villaggio nativo. Stanco
d'una vita irrequieta e tumultuosa, stomacato delle umane passioni che
amareggiano la vita pubblica, vengo a ritemperarmi al paterno focolare,
che mi rammenta gli anni felici della prima gioventù. Dopo le Cinque
giornate di Milano[XIV.1] sono entrato nell'esercito, ho fatto, come
sai, una lunga e faticosa carriera nella milizia, poi essendo passato
nel corpo diplomatico ho soggiornato in lontani paesi, fino che il voto
dei miei elettori mandandomi in Parlamento, un bel giorno, o per meglio
dire, un brutto giorno, mi sono trovato non so come ministro! E in tanta
baraonda d'affari sono diventato vecchio senza ritornare al paese a
respirare un po' d'aria sana e vitale, della quale ho tanto bisogno.
Appena finita la mia corsa turbinosa attraverso i congressi, le feste
centenarie, le inaugurazioni di monumenti, le esposizioni e i concorsi
agrari, spero di poter sottrarmi un paio di giorni agli affari pubblici,
prendere un poco di riposo, rivedere finalmente la casa paterna, e
stringervi tutti al mio seno. Come puoi immaginarti, sono ristucco di
folle plaudenti, di bandiere spiegate, di musiche tonanti l'inno
nazionale, e specialmente di discorsi dei sindaci. Ne ho una vera
indigestione. Mi farai dunque il sommo favore di tener segreto il mio
arrivo per evitarmi ogni specie di dimostrazione paesana. Vi raccomando!
"Dalla tua ultima lettera ho veduto con piacere che Sandrino ha compiuto
lodevolmente il corso degli studi legali, e, per soddisfare il tuo
desiderio, acconsento a condurlo a Roma con me, per collocarlo in un
posto che gli possa convenire. Frattanto salutami la cognata Giulia e
gli amici, e a rivederci presto. Ti avvertirò con un telegramma del
giorno preciso del mio arrivo. Addio.
"Tuo affezionato fratello."
I ministri si perdono sempre colle ultime parole! "Salutami tanto la
cognata Giulia e gli amici!" Il ministro lasciandosi sfuggire queste
parole imprudenti aveva distrutto l'effetto delle prime raccomandazioni
di segretezza; egli forse ignorava che sua cognata Giulia era la
gazzetta del villaggio, e che nel suo piccolo nido tutti gli abitanti
gli erano amici. Eseguendo quest'ultimo incarico, il fratello aveva
fatta la più estesa pubblicità del suo prossimo arrivo.
C'era dunque una grande aspettativa, tutti si promettevano di avvicinare
il proprio compatriota salito al potere, ciascheduno pensava di
approfittare delle antiche relazioni per raccomandargli qualche cosa o
qualche persona. I più ambiziosi speravano mettersi in vista per
ottenere una croce o almeno una medaglia. Il sindaco si proponeva di
chiedergli dei sussidii pel Comune, il maestro sperava un avanzamento,
il segretario una gratificazione, il medico un aumento di stipendio, il
parroco voleva invocare il concorso del Governo nella erezione del nuovo
campanile. Le donne apparecchiavano bandiere e tappeti da fornire i
balconi, e i candelieri per l'illuminazione, e si sentiva qua e là
uscire dalle case qualche nota isolata di tromba e clarinetto, che
minacciava il frastuono della musica paesana.
Invano il fratello del ministro raccomandava a tutti il silenzio e
l'astensione d'ogni concorso; dalla stessa sua casa partiva il
movimento. Donna Giulia faceva lustrare i mobili delle camere e i rami
della cucina, spazzare i pavimenti, lavare le scale, metteva al bucato
le cortine, rinnovava le provvisioni.
E intanto che cosa faceva Sandrino per apparecchiarsi alla prossima
partenza per Roma?
* * * * *
Sandrino erborizzava sulla collina, specialmente in vicinanza d'una casa
bianca, che sorgeva in sito aprico davanti d'un bosco. Egli assaporava
con delizia la pace e la solitudine dei campi, ascoltava il ronzio degli
insetti, lo stormire delle fronde, il canto degli uccelli, osservava
attentamente l'aspetto vario e pittoresco dei monti e della sottostante
pianura, che si perdeva da lontano nei vapori d'autunno.
Suo padre gli aveva fatto percorrere gli studi legali per farne un
avvocato, un procuratore del Re od un prefetto, forse anche un deputato
e un ministro come lo zio. Sandrino, ubbidiente ai paterni voleri, era
diventato dottore, malgrado la sua antipatia pei codici e le pandette;
ma le sue inclinazioni lo portavano all'amore della natura.
Aveva passata l'infanzia in mezzo a quelle colline, correndo dietro alle
farfalle con sua cugina, e quelle corse vagabonde gli lasciarono
nell'animo una soave memoria. La necessità degli studi lo aveva diviso
dall'Annina; essa era entrata in un istituto d'educazione, egli era
partito pel collegio. Finito il corso legale all'università di Pavia e
ritornato a casa colla laurea, aveva ritrovato la cuginetta divenuta
grande, bella e modesta, come lui memore del passato, desiderosa di
riprendere le corse d'una volta, ritenuta soltanto dalle convenienze
sociali, che li obbligava entrambi a trattarsi con cerimonia.
Appena giunta la lettera dello zio ministro, che annunziava la notizia
della prossima sua partenza per Roma, Sandrino sentì un desiderio
irresistibile di erborizzare intorno al muro di cinta della casa bianca,
e salì sulla collina del bosco. Raccolse per via alcuni fiori, ma giunto
al solito sito, abbandonò la ricerca dei semplici, e incominciò a
guardare in aria. Certo non pareva più un erborista, ma rassomigliava
piuttosto ad un astronomo che cerca il suo astro. Vedendo che l'astro
non compariva all'orizzonte... d'una finestra, si decise di tirare il
campanello. Poco dopo la mamma d'Annina gli aperse l'uscio, e lo accolse
lietamente, dicendogli:
--Venite avanti, Sandrino; che nuove ci recate?
--Brutte nuove!...
--Oh, come?...
--Vengo a darvi l'addio della partenza, rispose il giovane con voce
commossa.
La signora Matilde sentì una stretta al cuore che le impedì di fare
nuove domande, lo fece entrare nel salottino a pian terreno, ove si
trovava l'Annina col suo lavoro, lo fece sedere, riprese il suo posto, e
potè finalmente annunziare la triste novella a sua figlia.
La fanciulla divenne pallida, pallida come un pannolino lavato.
Dopo breve sosta la signora Matilde riprese ad interrogarlo:
--Volete dunque lasciarci?... e dove andate?...
--Vado a Roma con mio zio....
--Col ministro?
--Col ministro. Lo attendiamo fra pochi giorni al villaggio.
A questa nuova rivelazione fu la signora Matilde che divenne pallida...
e poi rossa come la porpora.
Succedette un lungo silenzio, durante il quale ciascheduno pensando a'
casi suoi, non aveva più nulla da dire agli altri.
Sandrino guardava l'Annina con un lungo e languido sguardo, che pareva
significare: siamo troppo infelici! la natura ci vorrebbe uniti, la
società ci divide! Essa non potendo frenare una lagrima, cercava invano
di nasconderla colla mano; soffocava un sospiro, ma il seno agitato
svelava la sua ambascia. La signora Matilde era assorta nell'amara
rimembranza di speranze svanite. Nella sua gioventù essa aveva amato lo
zio di Sandrino, rapitole dalle vicende del quarantotto. Dopo
quell'epoca non lo aveva più riveduto. Sapendolo arruolato
nell'esercito, si fece sposa al notaio del paese, che, appena divenuto
padre d'Annina, la lasciò vedova. La madre perspicace aveva indovinata
la reciproca simpatia dei due giovani, e n'era contenta; ma ora la
vedeva troncarsi d'un tratto, rinnovandosi nella figlia la dolorosa
istoria della sua gioventù: il primo amore perduto!
Finalmente ruppe il silenzio dicendo a Sandrino:
--A Roma colla protezione di vostro zio farete un rapido cammino, e
travolto dalle ebbrezze della vita pubblica, al pari di lui, avrete ben
presto dimenticato il povero villaggio, che vi vide nascere!
Annina esalò un profondo sospiro, e il giovane rispose:
--A Roma, lontano dal mio paesello, sarò isolato e infelice: voi sapete
benissimo che non ho mai aspirato a grandezze: figlio unico, con una
sostanza sufficiente per vivere agiato, io non desiderava altro che
formare una famiglia tranquilla e contenta del paterno retaggio... ma
mio padre la pensa diversamente, e mi ripete ogni giorno:--Che cosa vuoi
fare in questo misero villaggio? Hai avuto una bella educazione, pensa a
trarne partito,[XIV.2] non devi sacrificarti al pari di me nell'aridità
dei piccoli affari domestici. Io basto a queste cure volgari, tu devi
cercare maggiori soddisfazioni, seguendo le pedate di tuo zio; guarda un
po' lui come è giunto in pochi anni al sommo del potere guadagnando
onori e denaro, mentre io ho passata la vita come un minchione a far
l'agente di campagna senza profitti che mi compensino delle noie.
Ascolta i consigli della mia esperienza, lasciati slanciare da tuo zio
nella vita pubblica, e un giorno sarai contento.... Ora, vi domando io
che cosa posso rispondere?
La conversazione venne interrotta dall'arrivo del padre di Sandrino, il
quale avendo ricevuto un telegramma dal fratello che ne annunziava per
l'indomani l'arrivo, era corso subito dalla signora Matilde per pregarla
di volersi recare con sua figlia a tener compagnia al ministro.
Ringraziandolo di tale onore, essa rifiutò dapprima recisamente
l'invito, ma quando venne assicurata che questo era un desiderio dello
stesso ministro, il quale nelle sue lettere chiedeva sempre di lei, non
seppe lungamente resistere al desiderio di rivederlo, e diede una
cortese adesione. Quantunque avesse oltrepassato i quarant'anni, era
ancora una bella donna, e poteva piacere a chiunque, e tanto
maggiormente al ministro, il quale, trovandola libera, poteva forse
risolversi a terminare lodevolmente un romanzo incominciato a vent'anni,
sospeso come l'appendice d'un giornale, per motivo della politica,
mentre probabilmente dopo l'ultima riga il desiderio aveva scritto la
solita frase: _sarà continuato_.
Così il villaggio si apparecchiava a ricevere Sua Eccellenza, che
pretendeva di giungere nel più stretto incognito, mentre a sua insaputa
tutti i giornali annunziavano il suo viaggio, che suscitava diverse
passioni, facendo sperare impieghi e onorificenze, risvegliando vecchi
amori assopiti, minacciando di rompere il filo di nuove affezioni,
germogliate sul ceppo delle antiche. Qualche corrispondente dei più
accreditati periodici, non avendo niente da raccontare agli ingenui
lettori, si era anche immaginato di attribuire un motivo politico al
viaggio del ministro; e l'opposizione faceva degli articoli di fondo, e
dava dei consigli al governo sull'argomento.
* * * * *
Intanto il ministro aveva presa una vettura chiusa, e per maggiore
precauzione aveva abbassate le tendine per giungere segretamente al
villaggio; e mentre i cavalli andavano al trotto, egli si era assopito e
sognava le delizie del riposo e della solitudine. Tutto a un tratto si
risveglia allo scoppio di alcuni mortaretti, che gli ricordarono la
macchina infernale di Fieschi[XIV.3] e le bombe d'Orsini.[XIV.4] Allo
scoppio succedette l'inno nazionale con trombe reboanti, striduli
clarinetti e il solito accompagnamento di gran cassa, e tamburi e
applausi iterati di popolo. Alzò le tendine, sporse la testa dallo
sportello della vettura, e vide, orribile aspetto! un arco trionfale
vestito di verdi fronde e sormontato da iscrizioni, fiancheggiato da
immensa folla e da un codazzo di veicoli paesani, che ambivano l'onore
di servirgli di scorta.
Per merito di suo fratello gli venne risparmiato il discorso del
sindaco, e nella sventura questo gli parve un guadagno considerevole.
Entrando nel villaggio non riconobbe più il suo nido tranquillo; non
vedeva che tappeti e bandiere. I tre colori per quali aveva congiurato
in gioventù, si era battuto coraggiosamente contro gli austriaci; quei
colori tanto desiderati una volta come simbolo di libertà, erano
divenuti la sua persecuzione costante, dalla quale non giungeva a
liberarsi nemmeno in cima a' suoi monti. Due sogni avevano sorriso alla
sua gioventù, l'amore d'una fanciulla, e la speranza della libertà della
patria; il più facile era svanito, il più difficile si era mutato in
realtà, a tal punto da morirne sotto il peso della dimostrazione
continua.
Giunto a casa fra la polvere e il frastuono assordante degli applausi,
della musica, dei mortaretti e delle campane, dovette ricevere le
autorità, i maggiorenti ed il clero, stringere mille mani, sorridere,
interrogare, rispondere, mostrarsi lieto e soddisfattissimo di tanta
festa, onoratissimo e beato di tante dimostrazioni.
Poi strinse al seno i parenti, giovani e vecchi, salutò cordialmente i
domestici, i coloni, i loro bambini, le balie e i conoscenti, e
finalmente chiese la grazia di ritirarsi nella sua stanza, ove chiuse
l'uscio a doppio giro di chiave, cadde sul canapè, mandò un profondo
sospiro, e sentì il bisogno di stirarsi e di respirare in libertà, a
pieni polmoni.
Poi chiuse gli occhi, e cercò di dormire; ma l'eco dell'inno nazionale
gl'intronava sempre gli orecchi, le stonature del clarinetto gli avevano
urtati i nervi e gl'impedivano il sonno. Dopo d'aver preso alla meno
peggio[XIV.5] un qualche riposo, si decise finalmente di aprire la
finestra, e quello fu l'istante più beato del giorno. Sentì l'aria pura
e imbalsamata del paese nativo che gli sbatteva sul viso, ne riconobbe
il profumo, gli parve che quegli aliti montani dissipassero la nebbia
che gli offuscava la mente. Gli scomparvero come per incanto gli anni
trascorsi, perdette la memoria delle lotte sanguinose, dei tumulti del
parlamento, del febbrile lavoro del ministero, e li credette un sogno di
malato. Difatti le cime de' suoi monti, i casolari delle colline, le
brune chiome del bosco che gli stavano davanti, non avevano punto mutato
d'aspetto. Riconobbe la casa bianca sul poggio, respirò con voluttà
l'esalazione del fieno recentemente reciso, guardò con affetto l'orto
paterno e la vigna che portava ancora i suoi grappoli. Rimase lungamente
estatico a quella finestra, contemplando quel panorama così eloquente al
suo cuore.
Poi aperse l'uscio, accolse il fratello e il nipote... e chiese subito
della signora Matilde.
--È qui abbasso che ti aspetta,--gli disse il fratello,--l'ho pregata di
pranzare con noi.
--Ah! eccola anzi che ci viene incontro,--disse il ministro, correndo
verso l'Annina che saliva le scale, e che, sorpresa all'improvviso,
divenne rossa come una bragia.
Il fratello fu pronto a dargli una tirata ai lembi del vestito,
dicendogli all'orecchio:
--T'inganni... questa è sua figlia.
Il ministro si accorse subito dell'errore, e seppe dissimularlo colla
prontezza abituale degli alti magistrati quando s'avvedono d'aver detto
una corbelleria. La prese per le mani, la contemplò con emozione
dicendo:
--Tal quale sua madre... alla sua età....
Sbalordito al risvegliarsi di tante memorie, assorto nella
contemplazione d'una natura sempre fresca di perenne giovinezza, vedendo
che fuori dalla finestra, i monti, le colline, il bosco, le case,
l'aria, la luce, tutto era al suo posto, tutto conservava l'antico
carattere, egli si era dimenticato per un istante che gli uomini e le
donne non hanno la stessa fortuna, ed alla apparizione della fanciulla
gli parve di vedere la sua Matilde, quando aveva diciott'anni. Scese le
scale, la vide finalmente, e gli parve che, quantunque ancora bella, non
fosse più dessa. Con isquisita galanteria seppe dissimulare la sua
impressione, le prese la mano affettuosamente, gliela tenne stretta a
lungo, e guardandola teneramente le andava ripetendo:--Vi ricordate? vi
ricordate? Oh i begli anni che non tornano più!--e si passava la mano
sulla fronte, e sul capo divenuto calvo e brizzolato di capelli bianchi.
Gli anni erano passati anche per lui!... e le rughe del volto gli
marcavano le passioni e le lotte del tempo.
La mensa, composta di pochi amici, fu lieta, espansiva, cordiale. Si
parlò dapprima del passato, dei compagni dell'infanzia, poi si passò a
ragionare degli avvenimenti politici, delle fortune d'Italia e della
grandezza di Roma, e tutti invidiavano la sorte di Sandrino che
coll'influenza dello zio avrebbe preso un bel posto nella vita pubblica.
A tali discorsi Annina abbassava gli occhi, e soffocava i sospiri.
Il ministro colla sua abitudine d'osservazione sorprese più volte lo
scambio degli sguardi fra Sandrino e l'Annina, e non tardò molto a
penetrare il mistero del loro amore.
Alla sera fu illuminato il villaggio, e vennero slanciati dei fuochi
d'artificio, che a giudizio dei più vecchi non s'erano mai veduti.
Finalmente, prima d'andare a letto, il ministro disse al fratello:
--Domani parleremo dell'avvenire di Sandrino: sono deciso di condurlo a
Roma, ma prima voglio intendermela[XIV.6] con lui. Domattina lo chiamerò
per tempo nella mia stanza, voglio dargli una buona lezione! La nostra
gioventù perde la bussola, io lo metterò sulla buona strada. Intanto
felice notte.
I circostanti risposero:--Felice notte, buon riposo,--e se ne andarono
a letto, tutti contenti e pieni di speranze per l'avvenire... meno
l'Annina.
* * * * *
All'indomani per tempo, il ministro, come aveva promesso, fece chiamare
Sandrino, e, fattoselo sedere dirimpetto, gli disse:
--Dimmi francamente, vieni a Roma volontieri?
--Io, sì, s'immagini!--rispose freddamente il giovane.
--E che cosa vuoi fare a Roma?--soggiunse lo zio.--Credi forse di venir
a fumare il sigaro tutto il giorno pel corso,[XIV.7] di fare all'amore
con tutte le belle, e di giuocare al bigliardo?
--Nemmeno per sogno,--saltò su a dire il ragazzo;--vengo per lavorare
sul serio, per farmi una posizione!
--Una posizione! ma che posizione vuoi farti? Tu non vuoi certamente che
ti dia un incarico che non meriti, tu non pretendi che io metta alla
porta uno de' miei impiegati per farti sedere al suo posto. Tu devi ben
sapere che queste cose non si fanno, nè si possono fare checchè ne
dicano i giornali d'opposizione. Ove diavolo[XIV.8] intendi dunque di
andarti a nicchiare?
--Ma!--rispose l'altro, restando colla bocca aperta, e guardando il
soffitto.
Suo zio lo esaminava attentamente, poi continuò:
--Facciamo una supposizione: supponi di entrare in un ministero come
applicato di terza classe, a che cosa speri di pervenire?
--Che so io!... non me ne intendo.
--Te lo dirò apertamente. In capo a vent'anni di lavori forzati tu non
guadagnerai tanto da mantenere la famiglia. Avrai passato i più begli
anni della vita nell'aria viziata d'una camera, seduto ad ore fisse
sopra un duro sedile, sotto la sorveglianza di un usciere. Oh, la bella
vita!
--E il babbo che s'immagina che con la vostra influenza io possa correre
una brillante carriera....
--Ebbene, egli ha torto; ma supponiamo per un momento che egli abbia
ragione, supponiamo pure che tu sia un ingegno superiore, di quelli che
si fanno largo dappertutto; che s'impongono al governo con un'attitudine
rara, con servigi esuberanti; supponiamo che la fortuna ti sorrida, e
che tu possa diventare Prefetto di Napoli, Senatore e Ministro! Ebbene,
sei contento? spero che non vorrai ambire un posto più alto! ebbene, mio
caro amico, io ti compiango in anticipazione, perchè tu sarai sempre
infelice!
"Ascoltami giovinotto, la vita pubblica è un aspro cammino, pieno di
rovi e di sterpi, è una lotta continua che consuma le forze, inaridisce
il cuore, distrugge le intime affezioni, condanna all'adulazione degli
ingrati, e ci procura l'odio e le maledizioni degli ambiziosi delusi,
degli avari disingannati, degl'imbroglioni smascherati ed offesi.
Bisogna camminare ogni giorno faticosamente nel fango delle umane
passioni, e calpestare dei serpenti!
"Ah, mi dirai che ci sono i gran giorni, i tripudi della gloria, le
soddisfazioni del potere, la fama che vola. Ah, amico mio, tutte queste
cose non valgono i beni perduti... la libertà... l'amore... la
scienza... la vita insomma colle sue burrasche, ma colle sue bonaccie,
colle sue gioie tranquille, serene, nel seno della famiglia!
"La mia generazione ha dovuto subir tutto per fare l'Italia; la nostra
vita era consacrata a questa idea: si voleva vincere o morire, e ne
valeva la pena, perchè un popolo schiavo non è che un vile branco
d'animali. Abbiamo vinto, coll'aiuto di Dio, e malgrado tutte le nostre
sciocchezze, ora l'Italia è fatta, e voi fortunati che non avete che a
conservarla e farla migliore! Ora non è nei banchi dei ministeri che si
farà prosperare l'Italia, ma bensì colle cure della vita privata,
migliorando l'agricoltura, le industrie, le arti, il commercio, creando
delle famiglie oneste, colte, operose, lavorando ciascheduno al proprio
posto, pel bene di tutti. Se il dovere ci chiama a servire pubblicamente
il paese, non è lecito rifiutarsi, bisogna concorrere in tutti a
sopportare certi incarichi noiosi ma indispensabili, ma bisogna
giudicare queste funzioni come un peso necessario, non come una scala
dell'ambizione o dell'interesse. Questo è lo scopo che devono
prefiggersi i galantuomini che non hanno bisogno del pane del governo, e
fortunati loro e la patria se vogliono intenderla. In quanto a te, mio
Sandrino, vuoi che ti dica francamente che cosa io farei, se fossi al
tuo posto? Vorrei sposare l'Annina, formare una buona famiglia,
migliorare i miei campi, e servire il paese raddoppiando i prodotti del
suolo. La vita sociale bene intesa, non deve contrariare gl'istinti, ma
secondarli. Nella scelta dello stato non dobbiamo consultare
l'ambizione, ma le nostre naturali inclinazioni, che, coltivate a
dovere, daranno utili risultati. Da tale condotta derivano la fortuna e
la felicità. Tu che le hai sulla porta, non andare a cercarle da
lontano. Ami l'Annina; è una buona e bella ragazza; devi sposarla, e
sarete felici."
--Ma chi le ha detto, caro zio, che amo l'Annina?
--Nessuno. Se me l'avessero detto, potrei dubitarne; ma l'ho veduto co'
miei occhi, e m'inganno di raro. Vuoi negare che l'ami?
--Non posso negarlo, ma che cosa direbbe mio padre, se rovesciassi tutto
il suo piano sul mio avvenire?
--Come tutti gli uomini semplici, tuo padre è felice senza saperlo;
tocca a me illuminarlo, e non mi sarà difficile di convincerlo che fu
sempre più felice di suo fratello ministro!
--Dunque non avete più l'intenzione di condurmi a Roma?
--Anzi domani partiamo. Anche coloro che servono il paese restando sotto
al tetto che li vide nascere, devono visitare l'Italia. È così bella, e
poi conoscere la patria è un dovere per chi può farlo, ed è una scuola
che può sempre servire. E poi vedrai quello che non conosci, avrai tempo
di meditare la grave questione della scelta dello stato, e fra un mese
potrai scegliere fra un impiego, o un bel regalo di nozze per la sposa.
Accetti la mia proposta?
Sandrino gettò le braccia al collo di suo zio... e all'indomani
partirono. Un mese dopo Sandrino ritornava al suo villaggio con un
magnifico presente dello zio ministro all'Annina, che col pieno consenso
paterno diventava sua sposa. Era beato d'aver veduto Roma... e d'essere
tornato a casa, e si mise sul serio ad utilizzare i suoi studi di
naturalista diventando un ottimo agricoltore.
Lo zio gli scrisse ultimamente da Roma una lunga lettera, che si può
compendiare in queste poche parole: "Apparecchiami l'appartamento verso
le colline. Finalmente posso anch'io ritirarmi dalla vita pubblica, e
voglio finire i miei giorni nella pace del mio villaggio, in seno d'una
famiglia felice."