In un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti
dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di
letteratura. La cosidetta _sorveglianza_ era affidata al signor Antonino
Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la
scuola ed andare in pensione.[XIII.1] Sorveglianza alla prova scritta
vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si
fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila
affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non
si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per
l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba
al[XIII.2] signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il
sorvegliante è il professore Bottaro, vittima della scolaresca a due
titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è
un pan di zucchero.[XIII.3] Nei trent'anni dacchè egli insegnava le
leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali
applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate
d'ogni maniera.[XIII.4] Non passava giorno senza che un monello di
scolare gli appiccicasse un codino di carta al bavero del vestito, o
segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si
erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo
coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di
pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere
gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che
rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno
studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di
gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir
dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo acuto di gallo
mattiniero: _Chichirichì_. Il professore rosso come un gambero correva
allora verso la cattedra gridando: _Or ora faccio una nota a tutti_--ed
ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e
che cominciava lieve lieve per diventar poi gagliardo e impetuoso e
perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di
Beethoven.
Il signor Antonino _faceva la nota a tutti_, ma prima del termine della
lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la
lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.
Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare
deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei
conti,[XIII.5] al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle
conferenze, il Preside, il professore di matematica, il professore di
belle lettere, il professore di fisica discorrevano tutti con grande
prosopopea; anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il
professore Antonino o[XIII.6] poteva egli avere un'opinione? E quando si
trattava di dar le classificazioni finali, se il signor Antonino si
lagnava di qualche studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se
diceva che il tale non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli
altri scrollavano le spalle con impazienza, come a dire: seccatore!
smetta! Terminato l'anno scolastico molti professori ricevevano visite
dagli alunni, complimenti dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto;
e ora a questo, ora a quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a
lui, al calligrafo, chi lo prendeva sul serio? Non era forse celebre la
sua soprascritta a una lettera, che cominciava: _All'pregiatissimo?_
Appena due o tre giovinetti di cuor più tenero degli altri,
rammentandosi del grave travaglio che gli avevan dato durante l'anno,
gli movevano incontro con viso tra compunto e faceto e dicevano:--Scusi,
sa,[XIII.7] signor professore, se non fummo sempre tranquilli come
avremmo dovuto essere. Egli s'inteneriva subito e diceva:--Ohibò...
ohibò!... Loro[XIII.8]... voi altri siete stati buoni,... lo so io
quelli che erano i cattivi soggetti... basta... basta... adesso si va in
vacanza... a far provvista di giudizio, non è vero... eh?
E dava loro un pizzicotto alla guancia.
L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.
Eppure, malgrado tutto, il professore Antonino non sapeva viver lontano
dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua
famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e
bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua
pensione.--Ma--soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila--ma
devi volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la
pensione di cinque sesti come dànno adesso. Tu sei entrato col sistema
vecchio e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?
Che sua sorella gli desse del[XIII.9] babbuino non era alla fin dei
conti una cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e
tanto un po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva
perdonare alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a
campane doppie contro[XIII.10] la scolaresca. E questo livore non era
nemmeno cagionato dagli sgarbi che usavano a suo fratello, ma perchè un
giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento che
gli studenti ne uscivano, la _ragazzaglia_, com'ella la chiamava, s'era
messa a gridare dietro a squarciagola: _bella! bella! bella!_
La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo
affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva
accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa! Ella
che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la paura
di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!
--Già--brontolava la bisbetica donna--quando si ha la disgrazia di non
aver uomini in casa ma _pecore_ (ho detto pecore), non si può nemmeno
arrischiarsi di uscire. C'è da far le maraviglie[XIII.11] davvero se
sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu
lascierai quella maledetta scuola, beninteso con la tua pensione
intiera, potrai pensare un poco a tua sorella.
Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea di
condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso.[XIII.12]
Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo
soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di
pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello
cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto
interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze,
egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più
spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente di
_madamigella_ Bettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi,
egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15 ottobre
d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a breve
distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi facendo
un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore a lei per
educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio arricchito; a ogni
modo ci andava in vista dell'aria che serviva a calmare i suoi nervi.
Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.
Intanto il professore passava la giornata a desiderare la riapertura
della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva
temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti i
progressi della scrittura gotica e rotonda (pel _corsivo_ aveva
accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di quello
d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia del signor
Bartolommeo, il vecchio bidello. Il signor Bartolommeo era anch'egli un
po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del Governo, del
Consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei professori, del
cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava della signora
Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere di povera
gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta, e che ora
aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il professore
Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolommeo; anch'egli
soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello, anch'egli
aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli una grazia
a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini, ma d'altra
parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare al signor
Bartolommeo la calma, la pazienza; col ripetere l'antico adagio--Chi ha
più giudizio lo adoperi.... Anch'io se volessi badare a tutto... non
solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna di mia
sorella... buonissima creatura del resto... ah! insomma tutti abbiamo le
nostre.[XIII.13]
E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolommeo una
presa di tabacco.
Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E
pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare
dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario, e
pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.
Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille cose che
lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze della sorella,
egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel collocamento a
riposo,[XIII.14] pregandolo che la facesse pervenire al Governo. Nè la
pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli per
ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in quella
pretesa dalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che egli
esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della quale
oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo ufficio.
Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione del
professore Antonino, gli aveva detto con una gentilezza insolita:--Senza
complimenti, professore, se egli non ha voglia di stare in classe
tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi giorni
abbastanza.
--Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di essere
utile alla scuola... anche dopo... oh per me già ho sempre voluto un
gran bene a quest'Istituto.
--Lo so, lo so, professore.
--Troppo buono, cavaliere.... E se ho mancato... non fu per cattiva
volontà.
--Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero[XIII.15] tutti.
E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.
Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.
--Ho mal giudicato anche il Preside,--egli diceva fra sè,--degnissima
persona.... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!
Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!
E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si
raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti
per l'idea dell'esame, con queste disposizioni aveva inteso dal Preside
dettare il tema della prova in iscritto, un tema così difficile, così
difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per
tutti! Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere
asini!
Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito
così gai si mettevano a guardare in alto, come chiedendo l'ispirazione
alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente
disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani
avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.
A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo stato
contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere,
consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente
si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono uniforme
delle penne di ferro che correvano sulla carta.
--Sia ringraziato il cielo--disse fra sè il buon calligrafo come
sollevato da un gran peso.--Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno preso
l'aire[XIII.16] tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi
ragazzi.
Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere,
l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco
importava.
Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si
mise a passeggiar su e giù per la classe.
Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del resto
naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo corso
e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.
Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e
con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo
dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima
davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle
mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio
sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca
all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.
Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei
disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovato meglio che nelle
poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona? Senza
dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando,
interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo, ed
egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto con
voluttà crudele disegnò una bella croce nella colonna delle
classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in
fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso
signor professore--_Benissimo, scriverò alla famiglia_--oh allora il
nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della
scuola! E ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e
abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar
divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più
delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo
così bene! Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella
voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva di
esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i nostri
cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria, era
bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati
lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura in
legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della scuola.
Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano, tentativi
di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di storia
naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature del legno,
in parte tengono una direzione opposta e formano una linea tremula come
corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose, come se lo studente
avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un guazzabuglio insomma
quale può uscire da cento testoline bizzarre e da cento mani l'una più
inquieta dell'altra.
Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con la scolaresca, come
gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a fianco
ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi caratteri,
il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui nome si perderà
nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la sua fama. E furono,
qual più qual meno, amici tutti, o alla peggio le inimicizie loro
durarono poco; chi sa invece che saranno nel mondo? Forse non
s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno soltanto per osteggiarsi,
forse uno finirà col calcare il piede sul collo dell'altro.
Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e
anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non
aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.
Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli
bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e
moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento volti dimenticati
ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa
insieme.
Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli occhi
un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci o
quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai[XIII.17] capelli
ricciuti, dagli occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio
lui. Anch'egli indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai?
Vicino a lui c'era... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci.... Ah sì!...
Da una parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava
mai, altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto
lui per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche.
A sinistra poi,... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino non
poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca
successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti
gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demoni! Bisogna però
eccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano
ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli,
poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo,
d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli lo
chiamavano _agnello_ e gli amministravano una dose straordinaria di
scappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno, e
diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È morto.
Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro, nelle vacanze
d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme a sua madre,
una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca come suo
figlio.
Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.
Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava
in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso:--Caro
Angelo... stimatissima signora... prego, si accomodino....--Poi, senza
nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e indossato
un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una fanciulla a cui
si parli la prima volta d'amore.
--Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto in
disordine.... Non c'è mia sorella.... (Ci mancherebbe altro che ella ci
fosse[XIII.18]--egli soggiunse in cuor suo.)
--Per carità, professore, non si dia pena per noi,--disse la
signora.--Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore....
Angelo fu malato alcuni giorni.... Ora sta meglio, ma non si è ancora
liberato dalla tosse....
E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.
--Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui,--continuò la
signora con un tremito nella voce.--Non voglio sforzarlo.... Siamo stati
tanto disgraziati. Veda, vesto ancora il bruno per una figliuola.... E
prima di lei ne ho perduti altri due... e mio marito anche lui... sempre
dello stesso male.... Ma questo qui bisogna che mi resti,--continuò la
madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un braccio il collo del suo
Angelo come se volesse difenderlo.
--Si calmi, signora, si calmi,--rispose il buon professore,--posso
offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più a
scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.
--Ecco ciò che volevo chiederle,--ripigliò la signora poichè si fu
ricomposta alquanto,--scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho
quasi perduta la testa.... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto due
ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima... Due ore
sole per adesso... fin che Angelo sia divenuto più forte... gli
darebbero quindici lire al mese... pochine, ma tanto per cominciare....
Senonchè, c'è un guaio, vorrebbero che il ragazzo sapesse scrivere in
_rotondo_, e Angelo dice che non sa, che non lo ha studiato....
Pretesti, forse.
--No, no,--si affrettò a interrompere il professore Antonino,--il
_rotondo_ non l'ho insegnato nella sua classe.
--Ebbene, allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche
lezione, così per metterlo sulla strada.[XIII.19] Il resto lo farà egli
da sè....
--Ma sì, ma sì,--sclamò il Bottaro, beato di fare un piacere.
--Noi compenseremo secondo le nostre forze....
--Nemmen per idea[XIII.20]... non voglio neanche sentirne a
discorrere.... No, signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad
altri.... Angelo verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le
mattine se può, e vedrà che bel _rotondo_ egli imparerà a scrivere in
cinque o sei lezioni... Siamo intesi,[XIII.21] non è vero?
La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori la
questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del professore
e disse commossa:--Giacchè il professore è tanto gentile non so come
rispondere con un rifiuto. Angelo, che dici al professore?
--Grazie,--bisbigliò il ragazzo.
--Nulla, nulla, caro,--replicò il signor Antonino--Vuoi cominciar
domattina?
Angelo guardò sua madre, poi disse:--Sì, professore.
--Allora siamo intesi.
E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e la
madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.
Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel suo nuovo ufficio,
poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.
Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era
morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a
sedici anni.
E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali
scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide
ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi
all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera
madre, adesso morta anche lei, che diceva:--Ma questo qui bisogna che mi
resti.
* * * * *
Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in
siffatti pensieri se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente
sulla spalla!
--Che c'è?--proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.
--Signor professore, le consegno il mio elaborato,--rispose il ragazzo
guardandolo in aria di mezza canzonatura.
--Oh!... Ha ragione... hai ragione, caro.... Dunque hai finito? Va, va,
che andrà tutto benissimo.
Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo
un quarto e così via via fino all'ultimo.
--Ma bravi ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!
Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato mentr'egli
stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra cosa, quella
cioè che i giovanetti, non disturbati punto dalla sua sorveglianza,
s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a vicenda, onde i
varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti gemelli.
* * * * *
Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli
elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e
consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.
Grazie, professore,--disse questi con amabilità,--grazie. La pregherò
poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni.... Ma che
cos'ha che mi pare turbato?
--Scusi, cavaliere,--balbettò il calligrafo,--non so nemmen io che
cos'abbia.... Ha già inoltrato la mia istanza?
--No--rispose il Preside togliendo da un mucchio di carte il documento
che gli era stato consegnato nella mattina dal professore.--No, è ancora
qui.
--Potrebbe darmela un momento?
--Eccola.
--Se me la lasciasse fino a domani,--continuò timidamente il nostro
Antonino.--Vorrei pensarci su.
--Davvero?--disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un
tantino ironico.
--E posto il caso[XIII.22] ch'io sospendessi la domanda della pensione
fino all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?
--Oh si figuri,--rispose coi denti alquanto stretti l'interrogato.--È
dal suo punto di vista.... Mi pare che, poichè la legge le dà il diritto
al riposo.... Ah se fossi nel caso suo!--sospirò il Preside, guardando
macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se potesse
leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo servizio.
--Ah, per lei è un'altra cosa,--ripigliò il professore di calligrafia,
che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza.--Lei è una
brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi
studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche....
Il Preside scrollò le spalle quasi a significare:--Povero grullo! come
t'inganni!
--Ma io,--seguì a dire il nostro Antonino, senza badare ai gesti del suo
interlocutore;--io che devo fare? Occuparmi in esercizi di calligrafia
per mio conto?
--Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata....
--E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo
stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.
--Perchè,--incalzò il Preside,--mi pare che questi benedetti ragazzi non
si contengano con lei come dovrebbero.
--Si esagera, sa,--ripigliò un po' confuso il signor Antonino,--fanno
qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del
resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che
è necessario nelle altre materie.... Ma, in ogni maniera, quest'anno non
c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.
Il Preside non potè a meno di sorridere.[XIII.23] Indi soggiunse a modo
di conclusione:--Che vuol che le dica? Ci pensi.
* * * * *
Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la sua
dimissione all'anno successivo. Scorso il termine fu di nuovo in grandi
incertezze, e poi decise di aspettare.
Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ----. Gli
studenti continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi
non lo tengono in nessun conto; la signora Bettina lo strapazza senza
misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il
bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in
quiete,[XIII.24] ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno
in cui egli abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà
preparargli la necrologia.