--Ci si provò anche lei, eh,[X.1] professore?
--Se mi provai?! E come... e come!
--Ottenne?--
Rise il professor Gianlucardi scotendo la testa: poi soggiunse:--Non me
ne volevo mescolare, perchè sono faccende troppo delicate; ma quella
povera madre così afflitta mi faceva compassione, e pregato e ripregato
mi provai... ma... tanto è inutile, son cervellini, quelli, che non si
raddirizzano.
--Crede lei, professore,--gli dissi,--che una seria educazione non
possa....
--L'educazione...--interruppe con voce tonante il professor Gianlucardi
che aveva il difetto d'interrompere sempre e quello di stemperare
un'idea in un lago di parole:--l'educazione...--e continuò così a lungo
che io credei volesse affogarmi in uno di quei trattati di educazione a
regole stabilite, applicabili in tutti i casi, come le medicine delle
quarte pagine dei giornali. Quando il professor Gianlucardi, pensai,
sarà deputato, non starà in parlamento per alzarsi e rimettersi a
sedere; ma chiederà spesso la parola, e se l'ottiene non la vorrà
lasciare tanto per fretta; sarà più facile che i suoi colleghi lascino
lui. Toltone, però, quei due difetti, il professor Gianlucardi è un fior
di galantuomo e la perla degli insegnanti.
Esaurita la digressione sui vari modi pratici di educare, più o meno
efficaci, si venne al fatto, il quale, in verità, è così meschinuccio
per sè stesso che non merita le circonlocuzioni verbose del professor
Gianlucardi, e si racconta in quattro parole. Ecco la cosa come sta.
Si trattava di convertire alla religione del dovere, e in conseguenza
del buon senso, una scapatella di marchesina, sposa da poco tempo, che
minacciava di abiurare e l'uno e l'altro. La madre si disperava: madre
ottima, o meglio ottima donna, che aspettava sempre dall'alto un
consiglio, un aiuto, e spesso anche il miracolo: era come quelli che a
forza di guardare in su non guardano mai dove mettono i piedi. Rimase
vedova presto la contessa Cecilia con quell'unica figlia, che fino dai
primi anni prometteva molto per avvenenza, per astuzia, per vanità; e
veniva su un maligno serpentello che dava da fare per quattro, e avrebbe
dovuto anche dar pensiero per l'avvenire.
--Coi bambini non si ragiona,--diceva la contessa Cecilia;--quando la
mia Albertina avrà qualche anno di più, avrà anche un diverso
contegno.--E gli anni passavano e il contegno era diverso, ma in peggio;
tantochè alcuni amici consigliarono la contessa Cecilia a mettere la
figlia in convento: ma lei dichiarò che in convento non l'avrebbe messa
mai, perchè non voleva, non poteva separarsi dalla figliuola.
--Quando prenderà marito diventerà più assennata,--concludeva la
contessa Cecilia;--sì, bisogna maritarla presto:--e si consolava con
quella speranza, e con incessanti preghiere a Dio e ai Santi che
avrebbero mutata in meglio l'indole ribelle della sua Albertina.
Infatti, presto fu sposa di un giovine elegante, un marchesino, a cui
pareva mill'anni di prender moglie per uscir di pastoie,[X.2] per aver
più denari e potere scorrazzare per il mondo a suo talento, e darsi bel
tempo.[X.3]
Da prima viaggiarono insieme: poi, nato che fu[X.4] un bambino, si
vedevano poco: lui faceva frequenti viaggi a Monte Carlo;[X.5] lei
faceva molto parlar di sè, tanto nelle feste di ballo e nei ritrovi del
carnevale, quanto nei mesi delle bagnature, sfoggiando sempre gran copia
di eleganti e ricchi abbigliamenti.
La contessa Cecilia era impensierita: andando di questo passo, quel
povero bambino sarebbe diventato poco meno di un pezzente. Poi
s'impensierì sempre più, perchè la sua Albertina aveva stretto amicizia
con alcune giovani signore frivole, ch'ella non avrebbe mai creduto
conducessero una vita sì scioperata. Eppure andavano alla messa tutte le
feste e mezze feste! Chi se lo sarebbe mai aspettato? V'era poi una
certa baronessa che si vantava di essere emancipata, si vestiva da uomo,
andava a caccia, andava a cavallo, fumava, e si prendeva gran
spasso,[X.6] ogni anno d'autunno, in una sua villa, dove invitava per
settimane intere le sue amiche intrinseche a darsi bel tempo con lei. Si
parlava molto di queste villeggiature, e se ne parlava in cento modi:
chi a mezz'aria[X.7] scotendo la testa: chi sbraitando scandalizzato; e
v'era pure chi sghignazzava: ma la contessa Cecilia non rideva davvero.
Era uno scandalo, via: il decoro della famiglia ne pativa. Mille volte
aveva consigliato la sua Albertina a ricusare gl'inviti della baronessa;
mille volte l'aveva ammonita di sfuggire quell'intrinsichezza che non le
faceva onore e che le sarebbe dannosa, ma era stato come predicare nel
deserto.
Vedendo che nè consigli, nè ammonizioni o preghiere valevano, le venne
in mente di ricorrere al professor Gianlucardi, al quale confidato che
ebbe l'animo suo e sfogato le sue angustie, finì col dire:--bisogna
addirittura che lei, professore, faccia di tutto perchè la mia Albertina
non vada quest'anno a villeggiare dalla baronessa... non c'è che lei che
possa persuaderla... e forse lei ci riuscirà... è stato suo
maestro....--Benchè il professor Gianlucardi fosse stato il maestro di
letteratura dell'Albertina, e anche ne avesse cantato gli sponsali in
terza rima, pure non la vedeva spesso: la vedeva qualche volta in casa
della contessa Cecilia, perchè, uomo alla buona com'era, nemico delle
cerimonie, visite non le ne faceva. Ma ora non potendo esimersi
dall'incombenza della contessa Cecilia, vinto dalle sue preghiere,
impietosito dal suo rammarico, dovè promettere di andare sollecitamente
dalla sua alunna di una volta.
--La signora è sempre in letto,--diceva un servo, quando il professor
Gianlucardi, in un'ora che gli parve adattata alle visite, si presentò
al palazzo della marchesa Albertina. Due giorni dopo vi tornò ed era
uscita, un'altra volta non si sentiva bene e perciò non riceveva
nessuno: e allora il professor Gianlucardi le scrisse due righe
pregandola a indicargli in qual giorno e in quale ora avrebbe potuto
parlarle.
Nell'ora e nel giorno indicati dall'Albertina, ecco che il professor
Gianlucardi entra nel portone del palazzo; e salita l'ampia scala, trova
un servo che gli fa strada[X.8] per quattro salotti e poi lo fa passare
in una gran sala, più che ammobiliata, ingombra di mobili, com'ei
diceva, e posti così alla rinfusa e per tutti i versi, che a lui, poco
pratico di salotti sul gusto moderno, parve di entrare nel magazzino ben
fornito di un mercante di mobilia: e forse, in quel momento, pensò al
suo salotto con quelle sei seggiole allineate alla parete, col canapè
verde e accosto accosto il tavolino di ciliegio lucido come uno
specchio. Il professor Gianlucardi, che è un omaccione alto e massiccio,
non sapeva come rigirarsi tra tanta farragine di mobili, e per scansare
una _giardiniera_ inciampò in una _causeuse_ e capovolse un _pouff_;
molto più che le pesanti, ampie soprattende di stoffa damascata delle
due finestre attenuavano anche troppo la luce in quella sala.
Una vocina garrula con delle note di riso frenato a stento, diede il ben
arrivato al professor Gianlucardi, che aguzzando gli occhi vide laggiù
all'estremo lato della sala, seduta sopra una poltroncina bassa, la sua
antica scolara. L'Albertina gli fece festa[X.9] e cominciò subito a
discorrere fitto fitto, senza mai aspettar risposta, rammentando il
tempo in cui era stato suo maestro.--Povero professore, quanta pazienza
aveva con me! Si rammenta di quel giorno che mi sgridò tanto, e io mi
provai a sgridare lei? Oh! ero proprio cattivuccia! E lei mi chiamava
la sua alunna ribelle....--
E continuava a parlare sempre lei, e con tutte queste reminiscenze non
riusciva al professor Gianlucardi, gran parlatore assuefatto a essere
ascoltato, nè di manifestare lo scopo della sua visita, e nemmeno di
deviare con qualche parola quel rapido fiumiciattolo di ciarla
femminina. Finalmente potè accennare così alla spezzata quello che
doveva dirle, e lei interrompendolo:
--Ho capito,--disse,--lei parla in nome della mamma che non vorrebbe che
io andassi in villa dalla baronessa. Ma come si fa a ricusare? E che
male c'è? Si sta così allegri, ci si diverte tanto! E poi la baronessa è
così carina, così gentile con me che non potrei farle uno sgarbo. È
un'idea storta della mamma, questa....--
Qui il professor Gianlucardi la interruppe coraggiosamente, e cominciava
col suo vocione sonoro a entrare a vele spiegate nel _mare magnum_[X.10]
dell'eloquenza, quando ecco arrivare una signora a far visita; poi
un'altra; poi due giovani eleganti, e finalmente due signore madre e
figlia; e allora un ricambio di saluti, di baci, di strette di mano, di
motteggi, di risa, e poi una conversazione ben nutrita sui fatti del
giorno, sulle mode, sui teatri, e su cento scandalucci saporosi,
indovinati più che detti.
Il professore Gianlucardi era sulle spine: non v'era rimedio: capiva che
bisognava andarsene. Nell'atto di stringere la mano alla marchesina per
accomiatarsi, le disse piano:--Posso portare alla contessa Cecilia la
sua promessa che....
--No no; venga domattina alle dieci da me a far colazione, e riparleremo
insieme di quello che vorrebbe la mamma... badi, professore, non
manchi,... l'aspetto:--gli rispose con una grazietta che innamorava; e
il professore se ne andò consolato, sperando bene.
Quando la mattina dopo alle dieci arrivò al palazzo, gli parve di udire
nell'interno un certo via vai di servi, e nel cortile quel leggero
scalpitio prolungato di cavalli che aspettano impazienti di moversi: poi
udì varie voci allegre, e quando entrò nel cortile vide una lieta
comitiva di signore e di signori a cavallo sul punto di partire, e tra
questi primeggiavano, accanto, una bella donna ch'era la baronessa, e
quella figuretta aggraziata dell'Albertina; la quale appena vide il
professor Gianlucardi con quella cera stupefatta, spronò il cavallo, e
seguìta dagli altri, partì di galoppo dando in uno scroscio squillante
di risa.
--Dove vanno?--domandò il professore a un servo.
--Vanno tutti in villeggiatura con la signora baronessa:--rispose il
servo.
--Non v'era da aspettarsi altro;--diceva a me il professore chiudendo il
suo racconto;--ma confesso il vero, quella risata mi passò
l'anima![X.11] Perciò affermo che l'educazione....
--Dica la verità, professore:--gli dissi (mi premeva di troncare il tèma
solito)--lei credeva di fare come Cesare, _veni_, _vidi_...
--Pur troppo...--interruppe con un sospiro:--veni, vidi... _non vici_!--