C'era una volta un gentiluomo, il quale aveva sposata in seconde nozze
una donna così piena di albagia e d'arroganza, da non darsi l'eguale.
Ella aveva due figlie dello stesso carattere del suo,[II.1] e che la
somigliavano come due gocce d'acqua.
Anche il marito aveva una figlia, ma di una dolcezza e di una bontà, da
non farsene un'idea; e in questo tirava dalla sua mamma, la quale era
stata la più buona donna del mondo.
Le nozze erano appena fatte, che la matrigna dette subito a divedere la
sua cattiveria. Ella non poteva patire le buone qualità della
giovinetta, perchè, a quel confronto, le sue figliuole diventavano più
antipatiche che mai.
Ella la destinò alle faccende più triviali della casa: era lei che
rigovernava in cucina, lei che spazzava le scale e rifaceva le camere
della signora e delle signorine; lei che dormiva a tetto, proprio in un
granaio, sopra una cattiva materassa di paglia, mentre le sorelle
stavano in camere coll'impiantito di legno, dov'erano letti d'ultimo
gusto, e specchi da potervisi mirare dalla testa fino ai piedi.
La povera figliuola tollerava ogni cosa con pazienza, e non aveva cuore
di rammaricarsene con suo padre, il quale l'avrebbe sgridata, perchè era
un uomo che si faceva menare per il naso in tutto e per tutto dalla
moglie.
Quando aveva finito le sue faccende, andava a rincantucciarsi in un
angolo del focolare, dove si metteva a sedere nella cenere; motivo per
cui la chiamavano comunemente la _Culincenere_.[II.2]
Ma la seconda delle sorelle, che non era così sboccata come la maggiore,
la chiamava _Cenerentola_.
Eppure Cenerentola, con tutti i suoi cenci, era cento volte più bella
delle sue sorelle, quantunque fossero vestite in ghingheri e da grandi
signore.
Ora accadde che il figlio del Re diede una festa di ballo, alla quale
furono invitate tutte le persone di grand'importanza e anche le nostre
due signorine furono del numero, perchè erano di quelle che facevano
grande spicco in paese. Eccole tutte contente e tutte affaccendate a
scegliersi gli abiti e le pettinature, che tornassero loro meglio a
viso.[II.3] E questa fu un'altra seccatura per la povera Cenerentola,
perchè toccava a lei a stirare le sottane e a dare l'amido ai manichini.
Non si parlava d'altro in casa, che del come si sarebbero vestite in
quella sera.
--Io,--disse la maggiore,--mi metterò il vestito di velluto rosso e le
mie trine d'Inghilterra.
--E io,--disse l'altra,--non avrò che il mio solito vestito: ma, in
compenso, mi metterò il mantello a fiori d'oro e la mia collana di
diamanti, che non è dicerto di quelle che si vedono tutti i giorni.--
Mandarono a chiamare la pettinatora di gala, per farsi fare i riccioli
su due righe, e comprarono dei nei dalla fabbricante più in voga della
città.
Quindi chiamarono Cenerentola, perchè dicesse il suo parere, come quella
che aveva moltissimo gusto; e Cenerentola diè loro i migliori consigli:
e per giunta si offrì di vestirle: la qual cosa fu accettata senza
bisogno di dirla due volte.
Mentre le vestiva e le pettinava, esse le dicevano:
--Di', Cenerentola, avresti caro di venire al ballo?...
--Ah! signorine! voi mi canzonate: questi non son divertimenti per me!
--Hai ragione: ci sarebbe proprio da ridere,[II.4] a vedere una
Cenerentola, pari tua, ad una festa da ballo.--
Un'altra ragazza, nel posto di Cenerentola, avrebbe fatto di tutto per
vestirle male; ma essa era una buonissima figliuola, e le vestì e le
accomodò come meglio non si poteva.
Per la gran contentezza di questa festa, stettero quasi due giorni senza
ricordarsi di mangiare: strapparono più di dodici aghetti, per serrarsi
ai fianchi e far la vita striminzita; e passavano tutt'intera la santa
giornata[II.5] a guardarsi nello specchio.
Venne finalmente il giorno sospirato. Partirono di casa e Cenerentola le
accompagnò cogli occhi più lontano che potè:[II.6] quando non le scorse
più, si mise a piangere.
La sua Comare, che la trovò cogli occhi rossi e pieni di pianto, le
domandò che cosa avesse.[II.7]
--Vorrei[II.8]... vorrei....--E piangeva così forte, che non poteva
finir la parola.
La Comare, che era una fata, le disse:
--Vorresti anche tu andare al ballo, non è vero?
--Anch'io, sì,--disse Cenerentola,--con un gran sospirone.
--Ebbene: prometti tu d'esser buona?--disse la Comare.--Allora ti ci
farò andare.--
E menatala in camera, le disse:--Vai nel giardino e portami un
cetriolo.--
Cenerentola scappò subito a cogliere il più bello che potè trovare e lo
portò alla Comare, non sapendo figurarsi alle mille miglia[II.9] come
mai questo cetriolo l'avrebbe fatta andare alla festa di ballo.
La Comare lo vuotò per bene, e rimasta la buccia sola, ci battè sopra
colla bacchetta fatata, e in un attimo il cetriolo si mutò in una bella
carrozza tutta dorata.
Dopo, andò a guardare nella trappola, dove trovò sei sorci, tutti vivi.
Ella disse a Cenerentola di tenere alzato un pochino lo sportello della
trappola, e a ciascun sorcio che usciva fuori, gli dava un colpo di
bacchetta, e il sorcio diventava subito un bel cavallo: e così messe
insieme un magnifico tiro a sei, con tutti i cavalli di un bel pelame
grigio-topo-rasato.
E siccome essa non sapeva di che pasta fabbricare un cocchiere:
--Aspettate un poco,--disse Cenerentola,--voglio andare a vedere se per
caso nella topajola ci fosse un topo; che così ne faremo un cocchiere.
--Brava!--disse la Comare,--va' un po' a vedere.--
Cenerentola ritornò colla topajola, dove c'erano tre grossi topi.
La fata, fra i tre, scelse quello che aveva la barba più lunga; il quale
appena l'ebbe toccato, diventò un bel pezzo di cocchiere, e con certi
baffi, i più belli che si fossero mai veduti.
Fatto questo, le disse:
--Ora vai nel giardino: e dietro l'annaffiatoio, troverai sei lucertole.
Portamele qui.--
Appena l'ebbe portate, la Comare le convertì in sei lacchè, i quali
salirono subito dietro la carrozza, colle loro livree gallonate, e vi si
tenevano attaccati, come se in vita loro non avessero fatto altro
mestiere.
Allora la fata disse a Cenerentola:
--Eccoti qui tutto l'occorrente per andare al ballo: sei contenta?
--Sì, ma che[II.10] ci devo andare in questo modo, e con questi
vestitacci che ho addosso?--
La fata non fece altro che toccarla colla sua bacchetta, e i suoi poveri
panni si cambiarono in vestiti di broccato d'oro e di argento, e tutti
tempestati di pietre preziose: quindi le diede un pajo di scarpine di
vetro, che erano una maraviglia.
Quand'ella ebbe finito di accomodarsi, montò in carrozza; ma la Comare
le raccomandò sopra ogni altra cosa, di non far più tardi della
mezzanotte, ammonendola che se ella si fosse trattenuta al ballo un
minuto di più, la sua carrozza sarebbe ridiventata un cetriolo, i suoi
cavalli dei sorci, i suoi lacchè delle lucertole, ed i suoi vestiti
avrebbero ripreso la forma e l'aspetto cencioso di prima.
Ella dette alla Comare la sua parola d'onore che sarebbe venuta via dal
ballo avanti la mezzanotte.