LA FORTUNA DI CARDELLO.

Il giorno in cui fu inaugurata la condotta dell'acqua, Cardello non

stava nei panni.

Migliaia di persone attorno alla fonte in attesa di veder funzionare i

sette rubinetti di rame che, ripuliti il giorno avanti da lui,

luccicavano al sole quasi fossero di oro. Tutto il Municipio in gran

gala, la banda con la nuova divisa, impennacchiata, che si sfiatava a

suonare... E, al momento decisivo, marcia reale, appena l'acqua

schizzò con violenza, limpida come cristallo, tra un gran urlo di:

Viva! Viva! e infiniti bàttiti di mano. Era stato lui, Cardello,

che aveva aperto l'ultima valvola, distante un centinaio di passi

dalla fonte. E compiuta l'operazione, era corso a gridare: Viva!

Viva! anch'esso e ad applaudire, pallido dalla gran commozione, a

lato del Piemontese che riceveva congratulazioni da ogni parte. I

carabinieri stentavano a trattenere la folla che si pigiava per tuffar

le mani nella vasca, e i ragazzi che si davano spinte ed urtoni per

essere tra i primi a riempire le quartare e portar a casa l'acqua

nuova! Festa, delizia di paese assetato, e che pareva di essersi ora

ubbriacato con la sola vista dell'acqua sospirata da tanti anni!

La gioia di tutta quella gente era stata però niente a confronto di

quella di Cardello, a cui importava poco della sete altrui e che

avea gridato Viva! Viva! e avea battuto furiosamente le mani

unicamente pensando: "Ora daremo mano alla fabbrica!"

Egli aveva tale illimitata fiducia nell'abilità del Piemontese, da

figurarsi che le pratiche per la compra del terreno avrebbero potuto

condursi a termine in un paio di giorni. E quando vide che andavano

per le lunghe, e quando apprese che per lo fornaci occorreva l'opera

di un ingegnere pratico di quel genere di costruzioni, sentì uno

scoraggiamento grande. Aveva avuto la fabbrica davanti agli occhi,

come un miraggio, e così vicino che quasi gli sembrava di toccarla con

le mani, e ora la vedeva indietreggiare e allontanarsi in fondo in

fondo e dileguare, come al destarsi da un sogno.

Meno male che il Piemontese riprendeva intanto a fare nuovi saggi

d'impasto della creta, e di stagno, e di altri colori.

Cardello questa volta spalancava bene gli occhi, mentre il padrone

pesava i preparati, notando tutto in un quadernetto che si era cucito

per tale scopo. Il Piemontese gli diceva scherzando:

--Vuoi rubarmi l'arte?

--Sono ignorante; non posso rubarle niente.

--Fai bene a prender nota di ogni cosa; dicevo per celia.--

Ma il Piemontese non era mai contento, quantunque i vasetti

uscissero dal forno con lo stagno ben cristallizzato, e con vividi

colori di verde macchiettato di nero e di giallo. Cardello se

n'angustiava.

Finalmente arrivò il giorno in cui fu firmato il contratto di compera

del fondo. L'ingegnere però non arrivava! Cardello passava le

giornate a sorvegliare i carrettieri che portavano dalla cava le

pietre di arenaria e i manovali che le rizzavano in mucchi quadrati. E

il miraggio della fabbrica tornava a riapparirgli davanti agli occhi

vicinissimo, con gli stanzoni rustici per la manipolazione della

creta, con quelli destinati agli operai che dovevano lavorare a le

ruote, coi forni là accanto, rotondi, come il Piemontese glieli

aveva fatto osservare nel disegno del libro.

L'ingegnere intanto non arrivava!

A Cardello sembrava quasi impossibile che il suo padrone avesse

bisogno dell'opera di mi ingegnere, lui che aveva murato da sè il

piccolo forno riuscito a meraviglia.

--Ma che bisogno ne ha lei che sa far tutto?--gli disse una volta.

--L'ingegnere arriverà domani,--rispose il Piemontese.

E fu come se gli avesse detto:--Domani la fabbrica sarà allestita di

tutto punto.

Sì, l'ingegnere stette là otto giorni a prender misure, a tracciar

disegni, e andò via senza far murare una sola pietra.

Il Piemontese era di malumore. Contava su le dieci mila lire del

premio che il Municipio avrebbe dovuto dargli; ma il Sindaco lo

rimandava da un giorno all'altro, da un mese all'altro, e gli toccava

di leticare coi carrettieri e coi manovali che volevano essere pagati

e che egli, a corto di quattrini, non poteva pagare, Tutto era di

nuovo sospeso, anche i saggi di terracotta, perchè il Piemontese

perdeva le giornate a sollecitare il Sindaco, e anche a trovar

quattrini in prestito da qualche strozzino.

* * *

Come vedeva sorgere da terra i muri per gli stanzoni rustici,

Cardello si sentiva crescere, su su, anche lui. Per ora, una sola

fornace e non molto grande; le altre due rimanevano in progetto, ma

erano segnate sul terreno con cerchi di grosse pietre.

--Tra sei mesi!--aveva detto il Piemontese.

E sei mesi sarebbero passati presto.

Cardello però notava che il padrone era spesso preoccupato di

qualche cosa ch'egli non riusciva a indovinare. Difficoltà di denaro,

forse, dopo tanto che se n'era speso? Ma con quell'uomo le difficoltà

duravano poco! Cardello continuava sempre a crederlo una specie di

mago.

A un tratto, il Piemontese parve preso da una gran fretta di

inaugurare la fabbrica con quattro operai andati a cercare in un paese

vicino e tre ragazzi che aiutavano Cardello a manipolare la

creta. Degli stanzoni uno solo era stato coperto. Tutto alla meglio,

pur d'iniziare la produzione.

I vasi, gli orci già seccavano al sole nella spianata; oggetti piccoli

però, per saggiare la cottura nella fornace e poi saggiare la

stagnatura. E l'ansietà della prima prova era tale in Cardello che

non lo faceva dormire.

Quando i vasi e gli orci vennero tratti fuori, anche il Piemontese

perdè un po' della sua serietà davanti al bel resultato. La creta,

nella cottura, aveva preso un colore di rosa carnicina soavissimo;

anche per la leggerezza il resultato era stato eccellente; a confronto

di quelli degli stovigliai, quegli orci, quei vasi pesavano poco più

della metà. La creta avea potuto esser ridotta sottile senza nulla

perdere in resistenza.

Cardello, incontrato quel vecchio stovigliaio, gli disse

trionfalmente:

--Venite a vedere!--

E lo condusse con sè.

--Non c'è che dire; ma costeranno di più

--Possiamo darli allo stesso prezzo dei vostri.--

Il vecchio crollava la testa, incredulo.

--E poi, che può importare che siano più legger?

--Faremo roba fina. Quando vedrete lo stagno!... Tornate tra otto

giorni.--

In quei giorni nella fabbrica era un via vai di gente. I cinquanta

vasi disposti con bell'ordine sui rozzi tavolini coperti con fogli di

carta, attiravano una folla di visitatori che veniva parte a vedere se

era vero che il Piemontese fosse riuscito a dar lo stagno alle

stoviglie, parte a rallegrarsi che un'industria nuova sorgesse a dar

lustro alla città e pane agli operai.

Cardello, interrogato, dava qualche spiegazione; ma ordinariamente

stava zitto, mescolato tra la folla, ammirando anche lui e dandosi già

l'aria di capo-operaio e di qualcosa di più, di mezzo padrone.

Il Piemontese gli aveva detto due giorni avanti:

--Io dovrò assentarmi per qualche mese. Qui tutti hanno paura di

metter fuori quattrini e avventurarli in un'impresa; e senza

capitali, le industrie non vanno avanti: vado a cercarli lassù, in

Piemonte. Tu baderai a fare e a far fare quel che si potrà. Ti

lascerò istruzioni precise. Intanto in questi quindici giorni, ti

regolerai come se io non fossi qui. Voglio vedere se sei capace di

far riuscire un'infornata.... Altrimenti bisognerà attendere il

mio ritorno coi nuovi operai.

E così, dopo quattro giorni di esposizione, era stato ripreso il

lavoro, sotto la direzione di Cardello. Egli tremava per la

responsabilità assunta, e a ogni po' interrogava con lo sguardo il

padrone che fumava e andava su e giù, muto, serio, indifferente, quasi

niente di quel che si faceva colà lo interessasse, e non gli

rispondeva neppur con un cenno della testa.

La prima cottura era andata bene. Il difficile veniva ora, con la

manipolazione dello stagno; ma Cardello si era già infrancato, e

immergendo i vasi, chiuso nello standone a parte, ripeteva dentro di

sè la preghiera:

--Signore, aiutatemi! Fatemi riuscire un altro pezzo unico.... Così

il padrone andrebbe via contento!--

Il Signore non gli concesse la fortuna del pezzo unico, ma tutto

andò bene, come se quel mago del Piemontese ci avesse messo le

mani. E mentre questi gli diceva:--Bravo! Bravo! Bravo!--tre volte,

Cardello si sentiva quasi impazzire dalla gioia al pensiero che per

qualche mese il padrone della fabbrica sarebbe stato lui!...

E tornava a ripetere, pensando ai casi della sua vita:

--Quando si dice: "Il destino!" È proprio vero che ognuno ha il suo

destino!--

E il cuore gli si gonfiava di grandi speranze; e i suoi sogni a occhi

aperti arrivavano fino all'assurdità dei sogni veri, ed egli stesso

talvolta ne rideva.

* * *

Sul punto di partire, il Piemontese lo aveva tratto da parte, e gli

aveva consegnato una busta sigillata, senza indirizzo.

--Senti: conserva bene questa busta. Se io tardassi molto a

scrivere--i casi son tanti--aprila; vi sono istruzioni che adempirai

minutamente.... Appena arrivato, spedirò un po' di denaro. Tu sei un

buon figliuolo, saprai regolarti.

--Torni presto! Torni presto! Mi parrà di essere una mosca senza capo

con la mancanza di lei.

--La testa non bisogna perderla mai, in qualunque circostanza.... Va',

tu sei un buon figliuolo!... Tornerò presto! E mi raccomando: ordine

e pulizia!

--Scriva sùbito.

--Appena arrivato.--

Cardello si accorgeva che il Piemontese serio, freddo, faceva in

quel momento grandi sforzi per non mostrarsi commosso; ed egli lo

imitava, trattenendo i singhiozzi nella gola e le lacrime tra le

ciglia, per non fargli il cattivo augurio.

E arrivò la prima lettera e poi la seconda e poi la terza; e

arrivarono anche mille lire! Cardello, che non aveva mai avuto, in

vita sua, tanti quattrini da spendere, non volle tenerli in casa e li

portò alla cassa postale; là erano sicuri!

Poi, con intervallo di quindici giorni, un'altra lettera affettuosa,

ma breve, che prometteva vicino il ritorno.... E poi niente più!

Cardello, non fidandosi delle sue scarse abilità epistolari, si

faceva scrivere lunghe lettere dal segretario comunale; ma rimanevano

tutte senza risposta. Un telegramma venne restituito con la

osservazione: "Irreperibile!"

Il Piemontese non era dunque più a Torino?

Che cosa doveva egli fare? Attendere ancora o aprire la busta e

adempire le istruzioni lasciategli?

Intanto le ruote lavoravano, la fornace ardeva, e la vendita degli

oggetti stagnati procedeva bene in città e nei paesi

vicini. Cardello, però, vedeva diminuire la provvista dei preparati

ch'egli si ostinava a chiamare medicamenti. Una lettera raccomandata

venne rimessa al mittente per irreperibilità del destinatario.

Allora l'idea d'una disgrazia, di qualche malattia grave--alla morte

non osava di pensare--riempì di terrore Cardello.

Se avesse saputo dove andare a rintracciarlo, sarebbe partito senza

indugio; gli rimanevano ancora cinquanta lire.

E andò a consultarsi col Segretario comunale, che dimostrava di

volergli bene, e gli diceva spesso, come il Piemontese:--Sei un buon

figliuolo!--cosa che a Cardello faceva tanto piacere perchè gli

sembrava di sentirlo dire dal padrone lontano.

--Ha scritto finalmente?--gli domandò il Segretario vedendolo.

--Ma che! Non so che pensare. Ho il cuore piccino piccino.... Mi

consigli lei che ne sa più di me. Sul punto di partire....--

E riferì sillaba per sillaba le parole che il Piemontese gli aveva

dette consegnandogli la busta sigillata.

--Che cosa devo fare? Attendere ancora? Aprire la busta ed eseguire le

istruzioni che contiene? Non so come regolarmi.

--Io, nel caso tuo, aprirei la busta.--

Cardello la trasse di tasca e gliela consegnò:

--L'apra lei.--

Il Segretario, spiegato il foglio, spalancò gli occhi dalla sorpresa.

Cardello non osava di domandargli:

--Che cosa dice?--

--È il suo testamento!--soggiunse il Segretario.--Lascia tutto a te,

la fabbrica e il resto del premio che il Municipio deve pagargli:

sei mila lire,

Cardello, interdetto, non respirava; temeva di avere inteso male.

--E sai come dice?--riprese il Segretario:--Istituisco mio erede

universale quel buon figliuolo del mio operaio Calogero Strano!--

Cardello diè in un gran scoppio di pianto!

--È dunque morto?... Non è possibile! Come? Dove?--Non se ne potrà

saper niente? Oh Dio!... Non è possibile! Voglio attenderlo!

Tornerà!

--Potrebbe anche darsi. Intanto è bene far registrare il testamento. È

una bella fortuna, sai? Sappi conservartela!

--Che farò, senza la sua guida?... No, non è morto: voglio

attenderlo.... Tornerà!--balbettava Cardello quasi soffocato dai

singhiozzi.

E, come compianto del suo padrone, gli sfuggì di bocca:--Quando si

dice: "Il destino!" È proprio vero: ognuno ha il suo!

--Il nostro destino--lo ammonì il Segretario--ordinariamente ce lo

facciamo con le nostre mani. Tu sei stato un buon figliuolo; la

fortuna che ti càpita oggi te la sei meritata! Sappi conservartela,

caro mio!

Cardello · 第 30 / 30 题