La galleria era terminata. Mentre al di là di essa veniva continuato
lo scavo quasi a fior di terra per la conduttura, dal lato opposto,
s'iniziavano i lavori di collocamento dei tubi di ghisa, di saldatura
e copertura con piccole lastre di pietra. Il Piemontese e Cardello
erano sul posto da mattina a sera; uno da questa parte, perchè la
saldatura voleva farla da sè; e l'altro a sorvegliare lo scavo fino
alla sorgente. Cardello avrebbe voluto essere un mago e far trovare
allestita ogni cosa dalla sera al mattino per opera d'incanto.
Desinando, il Piemontese accennava qualche volta alla ripresa dei
saggi di terracotta. Tra giorni sarebbero arrivati da Torino i nuovi
preparati per lo stagno. Appena liberato dall'impresa della condotta
dell'acqua, egli avrebbe iniziato col Demanio le trattative per
l'acquisto del terreno dove dovea sorgere la fabbrica. Aveva in mente
anche un progetto di società tra lui e i cinque o sei stovigliai del
paese, che egli non voleva rovinare con una concorrenza contro cui non
avrebbero potuto difendersi. Ma, al solito, costoro erano diffidenti;
la novità li sbalordiva. Non capivano che uno potesse mettersi ad
esercitare il loro mestiere senza aver fatto prima una larga
pratica. Essi erano stovigliai da padre in figlio, e ascoltavano
sorridendo d'incredulità quella che stimavano spampanata del
Piemontese.
--Peggio per loro!--rispondeva Cardello.--Ma già sarà meglio far da
noi soli. Bisognerà diventare sin da principio abili operai.--
Il Piemontese avea loro mostrato i primi saggi di stagnatura, per
persuaderli con una prova di fatto; non gli avevano creduto.
Un giorno Cardello era stato avvicinato da un vecchio stovigliaio.
--Tu, che sei siciliano come me, dimmi la verità. Quei vasetti
stagnati....
--Li abbiamo fatto noi. Belli, eh.? E non avete visto il pezzo
unico?
--Che cosa è il pezzo unico?
--Un vasetto meraviglioso. A Torino ce lo pagheranno mille lire.
--Non spararle grosse! Te l'ha dato a intendere lui? E vuole dunque
metter su una fabbrica di quartare?
--Si capisce, e di altro. Abbiamo già comprato il terreno.--
Non era vero; ma Cardello non dubitava affatto delle parole del suo
padrone. Quando il Piemontese si metteva una cosa in testa!... Non
aveva detto: "Inizierò le pratiche col Demanio"? Per Cardello
significava: "Il terreno è comprato".
--E quei vasetti?--insisteva il vecchio non ancora persuaso.
--Ci ho messo le mani anche io.
--Sarà!... E le mille lire, le hai tu viste?
--Verranno.
--Aspèttale! Io sono vecchio,... Ma neppur tu che sei giovane vedrai
questa famosa fabbrica! A che scopo poi? Si campa a stento noialtri,
e fabbrichiamo cose di prima necessità, che costano pochi soldi. E
lui, il Piemontese, vuole arricchirsi con lo stagno?... Dice che
farà arricchire anche noi, e ci chiama in società! Lui è piemontese
e furbo. Ha imbrogliato il Municipio per la condotta dell'acqua; ma
noi, noi siamo assai più furbi di lui. Chi sa dove li ha comprati
quei vasetti stagnati, e vuoi darci a intendere, come l'ha dato a
intendere a te, che essi sono opera sua.
--Vi giuro...!
--Lascia andare! Mangi il suo pane; devi dire quel che vuole lui.
--Ebbene... Datemi un vasetto di terracotta fatto con le vostre
mani. Ve lo restituirò stagnato come quelli che il Piemontese vi
ha mostrato.
--Manderà a farselo stagnare al suo paese.
--Potrete assistere all'operazione; vedere coi vostri stessi occhi.
--Lascia andare! Mangi il suo pane, devi dire quel che vuol lui.
--Io sono bestia,--esclamò Cardello vedendo allontanare il
vecchio:--ma a questo mondo c'è gente più bestia di me!--
Ogni metro di conduttura messo a posto era per Cardello un
avvicinarsi alla realizzazione della fabbrica. Tra due mesi sette
rubinetti della fonte, ora muti, avrebbero schizzato fuori ridenti
getti di acqua, rumorosi, limpidi, da dissetare uomini e bestie, da
alimentare il lavatoio là dietro, e anche per annaffiare gli ortaggi
che potevano piantarsi nei terreni circostanti.
E, a pochi passi dalla fonte, sarebbe sorta la fabbrica delle
stoviglie, a dispetto degli stovigliai che la discreditavano
anticipatamente e avrebbero dovuto poi mordersi le mani per non aver
voluto entrare a far parte della Società.
Una mattina, andando a sorvegliare i lavori, Cardello non aveva
resistito al desiderio di dar un'occhiata al fondo. Le rovine del
vecchio convento erano ridotte a pochi muri, e a mezz'arco
crollante. Qua e là, pochi alberi di ulivi che crescevano stentati sul
terreno infecondo. Il fittaiolo, vedendolo guardare attorno, gli si
era avvicinato domandandogli che cosa cercasse.
--Niente. Questo fondo si vende?
--Ho l'affitto per nove anni.
--Non lo lascerete prima?
--Perchè dovrei lasciarlo? Pago una bazzecola.
--Ah!--fece Cardello, un po' deluso.
Chi vuole comprarlo?--domandò il contadino con aria di scoprir
terreno.
--Nessuno. Dicevo così per dire. E poi giacchè è affittato per nove
anni,--replicò Cardello misteriosamente:--Scusate il disturbo.
--Potremmo intenderci,--soggiunse il contadino, vedendo che colui se
n'andava.
Cardello non si volse addietro, non rispose. L'aver messo il piede
colà gli dava quasi il senso di una presa di possesso, non ostante i
nove anni di fitto vantati da quel contadino. E lungo la strada
sorrideva di sè stesso, per la sufficienza con cui aveva parlato, come
se il compratore avesse dovuto esser lui, e i quattrini li tenesse in
tasca o nella cassetta, o alla Banca!... Infine la fabbrica non
sarebbe stata un po' cosa sua?
* * *
Il Piemontese si era affaticato troppo in quegli ultimi giorni. Dopo
aver lavorato ginocchioni, curvo sui tubi da saldare, sotto la vampa
del sole che scottava, con appena qualche ora di riposo all'ombra di
un albero, la sera tornava a casa sfinito, e non aveva voglia neppur
di desinare. Beveva due tre bicchieri di vino sopra un boccone di
pane, e andava a letto. Si sarebbe buttato vestito su le materasse, se
Cardello non lo avesse aiutato a spogliarsi.
Quella notte Cardello, che dormiva nel camerino accanto, sentendolo
smaniare e voltarsi e rivoltarsi sul letto, stava per domandargli: "Ha
bisogno di qualche cosa?" Pel gran calore dormivano con gli usci
spalancati e con le due finestre della stanza vicina spalancate
anch'esse per godere il refrigerio dell'aria notturna.
Aperti gli occhi, si accorse che il padrone aveva acceso il lume.
Saltò giù dal letto. Il Piemontese era già in piedi.
--Si sente male?
--Ho una grande arsura, mi sembra di aver la febbre.
--Perchè non mi ha chiamato? Non sarà niente; è il troppo sole che ha
preso ieri....
--Volevo farmi una limonata.
--Si rimetta a letto; gliela faccio sùbito io. Avrebbe dovuto
chiamarmi.--
Il Piemontese tracannò avidamente la limonata. Era acceso in viso,
con la bocca arida, e non poteva star fermo sotto le lenzuola.
--Non si sventoli!--si raccomandava Cardello.
--Va' a letto; non mi occorre altro.
--Mi lasci star qui; tanto, non potrei più dormire.--
Cardello gli aveva detto: "Non sarà niente!" ma quella grande smania
e il viso un po' sconvolto del padrone gli mettevano in cuore uno
sgomento contro cui avrebbe voluto reagire.
Seduto a pie' del letto, con le mani su le ginocchia e gli occhi fissi
intenti sul padrone che smaniava, Cardello si perdeva a
fantasticare:
--E se si ammala ora, sul punto di terminare e consegnare il lavoro
della condotta dell'acqua? Ci voleva proprio questa
disgrazia!... Non si sventoli, per carità!--Gli passavano per la
testa presentimenti ancora più tristi.
"Siamo nelle mani di Dio! Da un giorno all'altro!... No! No!... Gli
faccio la iettatura, pensando queste brutte cose! Appena sarà giorno,
correrò da un medico... Potrò lasciarlo solo!... Manderò qualcuno del
vicinato."--Non si sventoli, fa peggio! Vuole un'altra limonata?
--Sì, sì! Vorrei anzi sentirmi scorrere in gola uno dei canali della
fontana!... Senti come scrosciano? Tutti e quattro!... E buttarmi
nella vasca!... Così!...--
Cardello dovè trattenerlo. La febbre lo faceva delirare.
--Beva!... Questa le farà bene!
--Grazie! Va' a letto.
--Non vede! È l'alba.
--Alziamoci dunque... Al lavoro!...
Il Piemontese fece l'atto di saltar giù dal letto, ma ricadde
supino, con gli occhi chiusi, col respiro affannoso, quasi esaurito
dallo sforzo, Cardello gli mise una mano alla fronte. Dio! Come
scottava!
Approfittando di quel momento di tranquillità, egli si era affacciato
a un balconcino, e aveva pregato uno del vicinato perchè andasse a
chiamare, di urgenza, un dottore.
Quindici giorni di angoscia! Si era sviluppato il tifo; Cardello
sembrava una larva di uomo, dopo tante giornate e tante nottate
passate a far l'infermiere, aiutato un po' da due operai incaricati di
eseguire i servizi fuori di casa. Nei momenti in cui la febbre non gli
offuscava la mente, il Piemontese seguiva con sguardi pieni di
gratitudine Cardello che preparava la vescica di gomma col ghiaccio,
le lenzuola da ricambiare, e badava a fargli prendere le medicine o ad
apprestargli le limonate. Sorridendo, gli diceva:
--Povero Calogero! Povero Calogero!--
Da lì a poco, il delirio lo riprendeva:
--Come hai fatto?... Imbecille!... Dovevi notare le dosi!... Ma
rammèntati dunque!... Hai preso questo preparato qui?... O
quest'altro?--Non so! Non ci ho badato!--Lasciami vedere! Una
meraviglia!--Non so! Non ci ho badato!--
Egli tentava di calmarlo, quasi il delirante potesse intendere
ragione.
--Ah!... Rammenti dunque? Bravo! Bravo! La nostra fortuna è fatta! Non
si è mai visto uno smalto simile. Il forno è acceso!... Che caldo!
Soffoco! Tutti i rubinetti! Fatemeli schizzare addosso... Li ho
messi in opera io... Dite al Sindaco che voglio tutta l'acqua per
me... altrimenti... ecco... li schianto a uno a uno! Così! Così!
E agitava le braccia, facendo l'atto di schiantare i rubinetti,
buttando via il lenzuolo che Cardello era pronto a rimettere al
posto, tentando di rabbonirlo:
--Sissignore... Tutti e sette per lei... Il Sindaco ha dato il
permesso... Stia fermo!
Era uno strazio!
* * *
Finalmente, al quattordicesimo giorno la crisi era superata. Il malato
sembrava destarsi da lungo sonno.
Quando il dottore gli disse:--Avete avuto un infermiere
maraviglioso!--il Piemontese prese Cardello per una mano e gliela
strinse, esclamando commosso:
--Povero Calogero! Povero Calogero!--
E al povero Calogero venivano le lacrime agli occhi, non per quelle
parole affettuose e per la gioia della convalescenza in cui entrava il
padrone, ma, di nuovo, pel terrore che c'era mancato poco ch'egli non
perdesse quel suo secondo padre, come lo chiamava, a cui voleva bene
più del suo vero padre da lui appena conosciuto e del quale gli
rimaneva soltanto un ricordo molto sbiadito e che andava
affievolendosi ogni giorno più con l'andare degli anni.
Tutte le volte che, parlando del Piemontese o ragionandone da sè,
gli accadeva di chiamarlo suo secondo padre, Cardello si metteva a
ridere, pensando:
--Quanti secondi padri ho io avuti! Prima l'Orso peloso, poi il
signor Decano; ora questo!--
E soggiungeva:
--Non ne voglio altri!--
Questa volta però, sentendosi stringere la mano, e udendo le
affettuose parole: Povero Calogero!--pur provando il terrore del
pericolo corso dal terzo secondo padre, e la gioia di vederlo salvo,
Cardello non rise; ormai, per lui il Piemontese era l'unico e vero
suo secondo padre!
Il giorno che il convalescente potè lasciare il letto, Cardello non
riusciva a star fermo dalla contentezza. Saltava, come un bambino, per
le stanze, si affacciava ai balconi, comunicava alle persone che
passavano la lieta notizia.--Stavo per fartene una brutta assai!--gli
diceva il Piemontese:--povero Calogero!
--Dica: Povero Cardello!--egli rispose:--come mi chiamavano al mio
paese quando ero ragazzo.
--Perchè?
--Credo perchè ero vispo come un cardellino.
--Da ora in poi ti chiamerò Cardello anche io. Ti fa piacere?
--Certamente. Mi parrà di tornar ragazzo.