Invece delle cose di Dio, il padre cappellano pensava a insegnargli
ad arrostire le costole di maiale; a fare lo stufato pei maccheroni;
il brodo coi galletti che le monache allevavano nell'orto per lui;
certi intingoli ghiotti e un po' complicati che richiedevano grande
attenzione; e una frittata delicatissima, per la quale bisognava
sbattere prima le chiare delle uova a parte e poi i torli, anch'essi a
parte.
--Le chiare si sbattono finchè si riducono tutt'una spuma; vi si
mescolano i torli, aggiungendo poche stille d'acqua, e giù nella
padella con l'olio che frigge. Così... osserva bene. Ora puoi
servire in tavola.
Le ore passate in cucina erano uno svago per Cardello. Ma che noia
le altre, lunghe, passate ad attendere nella sagrestia del monastero
il cappellano che confessava, o in quella della Matrice mentre quegli
recitava l'uffizio al coro, con gli altri canonici! E che noia, in
casa, quando avea finito di lustrare scarpe e stivali, di spazzare, di
spolverare, di rifare i letti!
Il signor Decano preparava nella stanza da studio le prediche e i
sermoni da fare tutte le domeniche alle monache di Santa Chiara; e
lui, nell'anticamera, per ingannare l'ozio, si metteva a ripetere
sottovoce le parti di Peppe-Nappa, di Tartaglia, di
Pulcinella, di Colombina, facendo da burattino, gesticolando,
sgambettando, dimenticando talvolta che il padrone poteva udirlo, e
sgridarlo se lo sorprendeva in quel giuoco.
Un giorno, infatti, egli si era talmente entusiasmato nella
recitazione delle parti, che il signor Decano, intrigato di sentir
parlare di là, come credeva, parecchie persone, aveva aperto
delicatamente l'uscio a fessura ed era rimasto un pezzo a divertirsi
dell'inattesa rappresentazione.
--Bravo, bravo, don Calogero!--
Il signor Decano non lo chiamava Cardello, ma col nome di battesimo
a cui aveva appiccicato il don, perchè i suoi servitori avevano
avuto tutti il don.
Cardello si aspettava una lavata di capo; invece il signor Decano
rideva, rideva, e volle che proseguisse.
--Domani, dovrai ripetere la rappresentazione nel parlatorio delle
monache; sarà un gran divertimento per loro!
--Ma la madre Abadessa dice che l'opera è invenzione del demonio--fece
Cardello, che all'idea di dover rifare le buffonate di
Peppe-Nappa e di Tartaglia davanti a quell'uditorio temeva
d'impappinarsi e di sentirsi morire le parole in gola.
--L'Abadessa chi sa che cosa s'immagina! Quel che fa ridere non è
peccato.
* * *
Fu un gran trionfo per Cardello. Da principio le molte teste di
monache e di educande affollate dietro le cinque grate del parlatorio,
e che ridevano anticipatamente soltanto a vederlo in mezzo al grande
stanzone, infagottato in quell'abito che gli scendeva fin sotto le
ginocchia, ritto, in attesa di cominciare la rappresentazione, lo
avevano intimidito. Ma la vanità di far mostra della sua arte gli rese
quasi sùbito una gran padronanza di spirito. Egli era Tartaglia,
Pulcinella, Colombina, Peppe-Nappa, il Bravo mafioso con la parlata
strascicante alla palermitana, uno alla volta, ma dava l'illusione che
parlassero più personaggi, ingrossando e affinando la voce, secondo le
diverse parti. Dietro le cinque grate era un continuo scoppio di
risate, di esclamazioni, di strilli allegri, e il Decano seduto in un
angolo davanti al gran tavolino di noce, vicino alla grata accanto al
finestrone, rideva lietamente anche lui quando Pulcinella fingeva di
prendere a calci e a pugni Peppe-Nappa, o faceva le viste di
ricevere una fitta di legnate dal Bravo mafioso, che poi scappava,
appena Pulcinella, rimessosi dal primo sbalordimento, gli levava di
mano il bastone e lo tempestava di colpi.... Sembrava di vederli!...
Cardello aveva accozzato alla meglio tutte le parti che gli erano
venute in mente; e all'ultimo, mentre Tartaglia benediceva gli
sponsali di Colombina con Pulcinella, tartagliando peggio di prima
e piangendo dalla consolazione di maritare la figlia, le risate furono
tali che Cardello si mise a ridere anche lui.
Gli era parso di esser tornato ai bei tempi, quando già cooperava con
don Carmelo alle rappresentazioni e fin l'Orso peloso gli diceva:
bravo!... E uscendo dal parlatorio, e seguendo a dieci passi di
distanza il padrone, con un fazzoletto pieno di dolci in una mano, e
l'ombrello di seta rossa sotto l'ascella, rivedeva la bambina morta,
la povera uccisa, e don Carmelo che avrebbe finito la sua vita nel
carcere a cui lo avevano condannato appunto in quei giorni, come se
n'era sparsa la notizia; e mai come in quel momento il vestito nero,
la tuba e i guanti color cioccolata gli erano pesati addosso peggio di
una ridicola mascheratura.
--Sei contento?--gli domandava talvolta il sagrestano che lo aveva
allogato presso il signor Decano.
--Contentissimo!--
Non osava di dire che si annoiava mortalmente, specie la sera quando
il signor Decano, fatto un giro d'ispezione assieme con lui per le
stanze e gli stanzini, si metteva a letto di buon'ora, e voleva che
andasse a letto anche Cardello.
Era venuto l'inverno; le nottate non finivano più. Cardello si
voltava e rivoltava nel lettuccio, senza poter chiuder occhio prima di
parecchie ore di veglia. Le rappresentazioni dei burattini finivano
appunto verso le undici ed egli si era ormai abituato a non andare a
letto prima dell'una dopo la mezzanotte. Ah! se avesse potuto trovare
un altro burattinaio come don Carmelo! Avrebbe abbandonato volentieri
anche quella cuccagna dove minacciava d'ingrassarsi peggio del
padrone, pur di fare una vita più attiva, più varia! Là sempre le
stesse cose: alzarsi, preparare il caffè col torlo d'uovo e i biscotti
pel signor Decano, spazzare le stanze, rifare i due letti, spolverare,
lustrare scarpe e stivali, accompagnare il padrone dal macellaio,
dall'erbaiuolo, dal pizzicagnolo e poi al monastero per la messa alle
monache, e alla Matrice pel coro e per la messa cantata, e tornare a
casa a preparare il desinare. Dopo un anno, in cucina poteva fare
tutto da sè, quantunque il signor Decano si affacciasse spesso colà
per dargli, e non occorreva, una mano di aiuto e insegnargli qualche
nuovo intingolo col Libro dei Cuochi sotto gli occhi. E andando al
mercato, o stando in cucina, il signor Decano non scordava mai di
fargli ripetere:
--Su, don Calogero; come diceva quel bestione?
O paglia o fieno,
Pur che il ventre sia pieno--
--Diteglielo anche voi: "Bestione!"
--Eccellenza, sì: Bestione!--
E la pancetta del signor Decano sobbalzava allegramente per la larga
risata che quel "Bestione!" provocava.
Il Decano aveva avuto la buona idea d'insegnargli a leggere e a
scrivere, meglio che non avesse fatto don Carmelo, che lo aveva
abbandonato quando cominciava a compitare, e d'insegnargli inoltre le
quattro regole dell'aritmetica. Cardello aveva appreso con
facilità. Ma dei libri del padrone che egli si era provato a leggere,
capiva soltanto alcune vite di santi e qualche volume di prediche. Non
erano divertenti, specialmente questi. Non dovevano divertire neppure
il padrone, se li lasciava mangiare dalla polvere nei vecchi scaffali,
in uno stanzone che serviva anche di riposto per tutti gli arnesi resi
inservibili dall'uso.
Leggeva e rileggeva il Libro dei Cuochi che il signor Decano teneva
sul tavolino, accanto ai quattro volumi del breviario rilegati in
pelle nera, e che egli dichiarava il primo libro del mondo. Ogni volta
che Cardello gli diceva:--Permette, voscenza?--il Decano gli
rispondeva:
--Anzi! Anzi! Dovreste impararlo a memoria!--
Se non che accadeva spesso che quando al signor Decano veniva il
capriccio di tentare un piatto nuovo, pareva che il primo libro del
mondo s'ingegnasse di far andar a male gl'ingredienti. Sissignore;
tante once di questo, tante di quello, tante di quell'altro... con le
bilance sul tavolino per pesare esattamente ogni cosa; e appena il
nuovo piatto veniva portato in tavola, il signor Decano affrettatosi
ad assaggiarlo, esclamava sempre:
--Ci siamo!--
Spessissimo si vedeva però che non c'erano affatto, perchè sùbito il
signor Decano diceva a Cardello:
Don Calogero, mangiatene pure quanto volete; io ho lo stomaco
ripieno. O serbatelo per domani; sarà buono lo stesso.--
Segno che il piatto era riuscito immangiabile.
E allora passavano mesi prima che la confezione di un altro piatto
nuovo venisse a tentare il signor Decano.
* * *
Dopo due anni di questa vita, Cardello aveva giornate e settimane di
cattivo umore, nelle quali sbrigava alla lesta le faccende di casa, e
non si curava che il signor Decano lo rimproverasse:
--Ah, don Calogero! Don Calogero! Così non va bene! Tutta questa
polvere qui!... E i vestiti spazzolati alla diavola! E le scarpe
lustrate alla peggio! E l'arrosto bruciato! E il pesce fritto
malissimo! Che vi prende da qualche tempo in qua?--
Che mi prende?--rispose un giorno Cardello:--Mi prende che io me ne
vado e le bacio le mani.
--Perchè, don Calogero? Perchè? Vi par poco il salario?
--Mi annoio, Eccellenza! Ecco la verità!
--Me ne dispiace più per voi che per me. Che vi manca qui?
--Eccellenza, non mi manca niente.
--O dunque?
--Me ne vado e le bacio le mani.
--Fate come vi piace. Ve ne pentirete presto.
E quindici giorni dopo, Cardello baciava le mani al signor Decano,
ringraziandolo del bene che gli aveva fatto; ma lietissimo di non più
dover indossare l'abito lungo e portare la tuba in testa e l'ombrello
rosso sotto l'ascella; di non più dover seguire il padrone a dieci
passi di distanza, e di non più star a sbadigliare nella sagrestia del
Monastero di Santa Chiara mentre il padrone confessava le monache, o
in quella della Matrice mentre recitava, nel coro, l'uffizio con gli
altri canonici. No; quella vita troppo monotona non era per lui. Un
mestiere libero, all'aria aperta, ecco quel che ci voleva. Avrebbe
sofferto, avrebbe lottato, ma voleva riuscire qualcosa di meglio di un
servitore.
Ai burattini non pensava più. Era impossibile incontrarsi in un altro
don Carmelo, davvero Re dei burattinai. Il gruzzoletto dei salarii,
accumulato in due anni, gli sarebbe bastato per vivere parecchi mesi,
caso mai non avesse potuto trovar sùbito dove impiegarsi. Avrebbe
fatto fin lo sterratore, il manovale, ora che davano mano ai lavori
per la conduttura dell'acqua, ed era arrivato l'impresario piemontese,
che, dicevano, pagava bene gli operai. Qualunque mestiere, ma il
servitore, no, non più! E pensando che per due anni si era dovuto
mascherare con l'abito nero fino alle ginocchia, la tuba e l'ombrello
rosso sotto il braccio, sentiva un grand'impeto di rabbia contro di
sè, e non riusciva a capire come si fosse potuto rassegnare tanto
tempo senza buttar ogni cosa per aria.