Libro, tu Roma nostra vedrai. Ti manda a la grande
Madre colui che molto l'ama, che sempre l'ama.
Recale tu il dolente amore e il desío che distrugge
l'esule, e il van rimpianto, ahi, del perduto bene.
Io non tentai nel verso esprimere l'alta bellezza.
Troppo ella è grande e troppo umile è il verso mio.
Sol chiusi in te, o Libro, de l'anima mia qualche parte.
Va senza gioja. Quasi cenere fredda rechi!
Va, dunque. Roma nostra vedrai. La vedrai da' suoi colli,
dal Quirinale fulgida al Gianicolo,
da l'Aventino al Pincio più fulgida ancor ne l'estremo
vespero, miracolo sommo, irraggiare i cieli.
Tal la vedrai qual gli occhi la videro miei, quale sempre
ne l'ansiosa notte l'anima mia la vede.
Nulla è più grande e sacro. Ha in sè la luce d'un astro.
Non i suoi cieli irraggia soli ma il mondo Roma.