Don Ottavio, attraversando l'anticamera, dà un'occhiataccia di malumore
ad un cappello e a un soprabito da uomo, appesi all'attaccapanni.
— Ah! Ah! Lelio non è venuto al pranzo della barcaccia per poter essere
più presto da mia moglie e trovarla sola!
Egli è geloso, come tutti i mariti, che hanno una moglie che piace
moltissimo agli amici di casa; ma per boria e per seguire la moda, più
si sente rodere e più si fa forza, ostentando una olimpica indifferenza.
— Ah! Ah! Mia moglie che doveva andare da sua zia! Brava! E non fa altro
che vantare la sua straordinaria sincerità!
Don Ottavio sta per entrare nel salotto, ma poi si ferma un istante,
chinandosi e sbuffando. Egli allenta la cinghia del panciotto: ha
mangiato troppo; si sente oppresso.
— Che seccatura aver moglie! È il fastidio più grande e più inutile!...
Però l'amico, questa volta, ha preso fuoco davvero! Mattina, giorno e
sera! Ormai, io non lo vedo più!... E mia moglie, così piena di
affettazioni e di scrupoli, comincia a slanciarsi! Brava! Ma che peso,
dev'essere mia moglie innamorata! Povero Lelio, ti compiango! — Ottavio
si sbottona un occhiello del panciotto. Il peso di sua moglie gli fa
sentir maggiormente quello del pranzo.
— Chi sa quante smorfie, quante esagerazioni e quante contradizioni! Con
quegli occhi, con quella faccia sempre incantata! Dev'essere
insopportabile! Maledetti gli _escargots_! — Si ferma di nuovo, dà
un'alzata di spalle, e torna indietro.
— Da mia moglie... A far che?
Invece di andare da Rosana, entra nelle sue stanze.
— Non sono tornato a casa altro che per mettere la falda e prendere le
sigarette!
Non è vero. Ottavio ha fatto quella corsa per levarsi una curiosità, che
gli era venuta subito, appena si era messo a tavola e che, alla frutta,
era diventata assai stimolante: sapere se Lelio, quel dopo pranzo,
sarebbe andato da sua moglie e sapere se sua moglie, con tutta la sua
«sincerità» sarebbe rimasta in casa invece di andare dalla zia, come
aveva annunziato. — Nient'altro che questo.
Appena in camera, egli cerca le sigarette, le sue solite sigarette
«_Sossidi frères_» marca violetta: le scatole sono tutte vuote.
— Rosana, di là, ne deve avere; ne ha sicuramente! Come si fa? Eppure..
Mi spiace interrompere i dolci colloqui, ma perchè Lelio fa la corte a
mia moglie io non devo restare anche senza sigarette... Ah no!
Non pensa più ad altro, nemmeno a mettersi la falda. Va difilato da
Rosana, continuando a brontolare ad alta voce contro il caldo esagerato.
— Un marito di spirito deve sempre annunziare il proprio arrivo, — pensa
sogghignando, mentre alza la portiera del salottino. — Disturbo?...
Prendo soltanto un po' di sigarette e me ne vado!
— Lì, nel mio cestino! — indica Rosana che ripiglia subito con Lelio a
parlare di musica.
Ottavio, imbronciato, riempie il proprio astuccio di sigarette: la voce
di sua moglie, il suo entusiasmo pel teatro di Wagner, gli urtano i
nervi terribilmente.
— Wagner! Ma che Wagner! — barbotta fra sè. — Questa è una commedia! Un
improvviso cambiamento di scena in mio onore! Ah! Ah! Benissimo! La
donna perfetta! La donna sincera!
E sempre più si sente rodere dalla bile; tutta bile contro sua moglie,
non già contro Lelio. È sua moglie, la civetta! Sua moglie, con quegli
occhi di fuoco... spento, che sembrano due pallottole di vetro nero
infisse in una faccia scialba, di midolla di pane! È sua moglie la
colpevole! Lelio è nel suo pieno diritto. Lui, se si fosse trovato nei
panni di Lelio, sente che avrebbe fatto altrettanto. E come, vivaddio!
— Oh! Oh! Che salti acrobatici! — esclama dopo un momento ridendo forte,
ma rivolgendosi a Lelio, senza guardare Rosana. — L'anno scorso, quando
mia moglie si faceva far la corte dal Tosti, altro che _Maestri
Cantori_! Andava in estasi per l'_Ideale_!
Rosana, trasalendo, diventa subito serissima: — Io non mi sono mai fatta
fare la corte nè dal Tosti, nè da nessuno; avverto!
— Tutto il santo giorno — continua Ottavio sempre sogghignando e sempre
rivolto a Lelio, — non avevo nelle orecchie altro che la sua voce,
languida e stonata:
«_Io ti seguii com'iride di pace_...»
E comincia lui stesso a cantare e a stonare davvero, maledettamente.
— Basta! Finiscila! — ribatte Rosana.
— Ma che! Finiscila tu, di darti l'aria di donna perfetta, così sarai,
se non altro... più divertente! — Ottavio fa un'altra risataccia. —
Sincerità! Sincerità! Tutti i tuoi cento cappellini, i tuoi
abbigliamenti, le tue acconciature, — certe volte sei bardata più di una
cavalla del Gondrand! — Per chi li metti?... Per me, no! Per piacere!
Per farti far la corte!
— Finiscila!
Ottavio nota il pallore di sua moglie, ma geloso e rabbioso, con la
testa accesa dal troppo caldo e dal vino rosso del _Falcone_ e con lo
stomaco gonfio degli _escargots_, continua a sfogarsi, diventando sempre
più sguaiato e più incivile.
— Non è per piacere a me, ma per far effetto in pubblico, per piacere
agli altri, per trovare chi ti faccia la corte, che stai chiusa ore e
ore a miniarti, e cincischiarti nel tuo gabinetto di _toilette_; a farti
i ricciolini, a stringerti da una parte, a gonfiarti dall'altra, a
strapazzar la sarta e far piangere la cameriera! — Non ho ragione,
Lelio? Gli inganni di questo genere non son per il marito; si sa che il
marito, in questo, non si può ingannare! Perchè fai quella faccia?...
Perchè ti arrabbi tanto?... Non sei tu la sola! Tutt'altro! Sei anche tu
come le altre! Come tutte le altre!
Dopo un'altra sghignazzata, ricomincia da capo con l'_Ideale_:
«_Io ti seguii com'iride di pace_...»
Questa volta non può continuare. Si sente troppo gonfio, troppo
oppresso: allarga altri due occhielli. Uff! che caldo!
Rosana, con gli occhi fissi, torvi, non dice più una parola: Lelio è
sulle spine.
— Buono il pranzo? — domanda dopo un momento, tanto per dire qualche
cosa.
— Squisito! — Ottavio slaccia, adagio, un altro bottoncino.
— E _les Escargots_?
— Ne ho mangiato quattro dozzine!
Soffia, brontola, poi, di colpo, corre a spalancare la finestra.
— È un inferno! Si soffoca!
— Diventi matto! — Il Vigodarzo balza in piedi, ma pur riceve con
piacere sulle gote ardenti quella folata improvvisa di aria diaccia e
frizzante.
— Vi prego, Lelio, chiudete! — esclama Rosana senza muoversi, senza
scomporsi. Tutta la sua arguta vendetta di donna è in quel nome «Lelio»
e in quel tono di affettuosa intimità.
Il giovinotto, preso così fra marito e moglie, sorride all'una e
all'altro per restar d'accordo con tutt'e due e va lentamente a chiudere
i vetri. Egli spera che il marito se ne vada; ma Ottavio, non si muove.
Cantarellando, con odiosa insistenza, la solita arietta dell'_Ideale_,
va prima a sedere sul canapè, accanto a Lelio, ci si trova incomodo; è
troppo basso; non può allungar le gambe. Prova allora a mettersi sopra
una seggiolina di faccia: ha la fiamma della lampada proprio negli
occhi! Finalmente, trova una poltrona mezzo al buio, dall'altra parte
del camino e vi si sdraia, sempre soffiando, brontolando e sbottonandosi
e riabbottonandosi la sottoveste.
— Uff! Maledetto pranzo!
Ha un cerchio alla testa; gli occhi pesanti... — Maledetto pranzo!
«_Io ti seguii com'iride di pa...ce_...»
A mano a mano canticchia più sottovoce, con uno sforzo visibile, con
riso stentato e melenso. Rosana rimane impassibile e muta mentre il
conte Vigodarzo pensa come potrebbe fare a salutare e svignarsela.
... — Che cos'è?... Anche i libri, sotto le sedie? — Ottavio, chinandosi
faticosamente e allungando il braccio afferra il volumetto delle poesie
di De Musset che era caduto dalla poltrona. — Vedi, Lelio? Tu sei un
ammiratore di mia moglie; ammira anche il bell'ordine col quale ella
tiene i libri! E si tratta, nientemeno, dell'autore favorito! Dimmi la
verità: quante volte non ha detto anche a te, «rapita in estasi» i bei
versi innamorati del suo poeta romantico... e alcoolizzato?
Rosana, gli strappa il volumetto di mano: ha gli occhi stravolti,
sfavillanti di collera.
— Mi hai graffiato! — Don Ottavio la guarda un po' inquieto e comincia a
succhiarsi un dito per metter la cosa in burletta.
— Per tua regola, — prorompe Rosana appena può parlare, — per tua
regola, io non tollero e non permetto in mia presenza nè questi tuoi
modi, nè questo tuo spirito troppo da..... da dopo pranzo!
— Oh! oh! Che furia!... Mi hai graffiato... a sangue!
— Assolutamente no! Sia detto una volta per sempre!
— Oh! oh! — ripete Ottavio continuando a succhiarsi il dito. Lancia
ancora qualche frizzo a mezza voce... finalmente allungandosi e
appoggiando la testa sulla poltrona, non dice più una parola.
Don Ottavio non ha paura di nessuno, ma di sua moglie, qualche volta,
quando va molto in collera... sì!
Eppure, quella sera, in quel momento, egli non è soltanto intimidito:
dinanzi alla rivolta di Rosana prova un senso di sollievo, di benessere,
un moto vivissimo di contentezza e di tenerezza. Egli, in fatti, pensa
così: — Mia moglie si è arrabbiata; è fiera con me, più del solito: ciò
vuol dire che con Lelio... non c'è niente di nuovo!
— Povero Lelio! — Don Ottavio, lo guarda fra le palpebre socchiuse: —
Eh! eh! il tuo naso con la mia Rosana, deve diventar più lungo di quello
di Cyrano! — Intanto, stirandosi e adagiandosi più comodamente continua
a pensare:
— La mia Rosana! — Quanto tempo che non l'ho più abbracciata, che non le
ho più susurrato all'orecchio queste semplici parole «la mia Rosana» che
la fanno tremare e diventar più bianca... ancora più bianca, più pallida
e più bella! Non le dico più «La mia Rosana cara» soltanto perchè le fa
piacere. Niente di ciò che le fa piacere! Invece... tutto ciò che le fa
dispetto! Sono geloso, non voglio mostrarmi geloso e mi vendico a furia
di dispetti! Com'è bella anche in collera! E dire che se io voglio,
quando voglio, una parola sola, e si getta fra le mie braccia sempre più
innamorata, appassionata, cara... Io le dico «cara» e i suoi occhi si
riempiono di lacrime e perdonano. È una sensitiva innamorata. E anche io
sono innamorato... Sono geloso e soffro... perchè... perchè... vorrei
essere solo persino a guardarla! Dirle «cara... perdono» e portarmela
via! Portarla via a Lelio, portarla via a tutti!
.... Donna Rosana rimane immobile e muta con le ciglia aggrottate: la
ferita è stata troppo profonda! E in faccia a Lelio? Proprio quella
sera, proprio in quel momento! — Basta, adesso basta! — Ha sempre
perdonato a suo marito finchè è stato cattivo e ineducato, ma da solo a
sola, con lei! Adesso basta! Poteva farla piangere, farla soffrire, ma
renderla ridicola no; ridicola anche in faccia agli altri, in faccia a
Lelio, no!
Senza muoversi, senza voltarsi, senza guardarlo, ella sente sopra di sè
gli occhi umidi, amorosamente devoti del povero innamorato e soffre
atrocemente nel suo cuore e nel suo orgoglio.
— Basta, adesso basta! Stupido e villano! Ma Lelio, Lelio? Che cosa
penserà di me? Chi sa come deve soffrire vedendomi trattata in questo
modo; messa in ridicolo in questo modo! Lui che mi ama, che parte, che
mi sacrifica tutta la sua vita! Ma che cosa penserà di me?... Crederà
che abbia voluto mentire con lui e che l'abbia fatto per vanità?... Chi
sa che cosa penserà di me!... Lelio adesso non mi crederà più! Ha
diritto di non credermi più! Mi giudicherà bugiarda e ridicola...
ridicola!...
A questo punto, trasalendo, si volta verso suo marito: dal cantuccio
buio del caminetto, ha sentito un sibilo, un fischietto, che a mano a
mano diventa il concertino sempre più rumoroso di una piccola orchestra:
suo marito russa.
— Che ne dite?... Lelio? — Rosana ha il viso contraffatto da un sorriso
amaro, sardonico.
Lelio rimane serissimo. Le rivolge uno sguardo appassionato, ma più che
mai rispettoso e devoto. Si mostra addolorato per Ottavio e cerca di
scusarlo:
— _Les escargots!_... Povero Ottavio! Quattro dozzine! — Si alza, si
avvicina in punta di piedi a donna Rosana e inchinandosi con la testa
bassa mestamente, fa per salutarla, e prender commiato.
— Addio! Addio! E adesso che voi non potete più fingere con me per
eroismo, per... virtù sublime, adesso con tutto il mio cuore vi auguro
ancora di poter essere felice, ma _veramente felice_!
Il dardo è tratto: Rosana ne riceve la punta in mezzo al cuore. Che cosa
fare? Non vuole, non può lasciarlo partire così, per la Cina! Senza
quasi salutarlo! Senza giustificarsi! impossibile!
— Andate subito a casa vostra, o andate al _Club_?... Dove andate?
— Passerò un momento al _Club_. Debbo combinare con Pippo Sardis e con
Castelsillia, per... domani.
— Vi accompagno io, con la carrozza. Devo passar di lì, andando da mia
zia. Aspettatemi: in un attimo sono pronta!
Così dicendo, ella se ne va, tirando la portiera, sbattendo l'uscio
senza alcun riguardo: ma Ottavio non si sveglia; cessa appena un momento
dal russare, poi l'orchestrina ricomincia l'andante misurato, con tutti
i vari strumenti.
Lelio, giubilante, non può più contenersi! Quando Rosana si è
allontanata, si pone diritto dinanzi al povero marito, e con
un'espressione di comica severità, alzando e scotendo la mano in segno
di rimprovero e di minaccia, ripete sottovoce quell'aria fastidiosa
dell'_Ideale_, che gli ronza ancora nelle orecchie, ma cambiandone le
parole:
_Les escargots, les escargots_, mio caro!
Ad un tratto sente un profumo delizioso; si volta: donna Rosana, alta,
sottile, vaporosa, tien sollevata la portiera: il suo viso non è stato
mai così pallido; i suoi occhi mai così neri.
— Andiamo? — mormora appena, sottovoce.
Lelio s'inchina senza parlare, e passo passo attraversa tutte le sale
seguendo l'ombra bianca e avvolto dall'onda profumata.
Don Ottavio non si sveglia; continua a fischiettare e a russare:
Fabrizio ha ricevuto l'ordine dalla padrona, di lasciarlo dormire.
— Che cos'hai, stasera?... Non ti senti bene — domanda più tardi la zia
a donna Rosana.
— Non è nulla. Un po' di emicrania; passerà! Ma l'emicrania ha durato un
pezzo, e donna Rosana ha proprio cominciato quella sera a soffrire, ad
essere infelice e a piangere tutte le lacrime che sgorgano calde come il
sangue da una ferita, da quella ferita atroce dell'anima che cambia la
vita in dolore e che non si rimargina più!
Lelio, in carrozza, l'ha baciata sugli occhi, sulla bocca e le ha detto
che non sarebbe più partito, che ormai non voleva partir più!
... Che cosa fare? Che cosa doveva fare? Ella si sente molto,
profondamente scontenta e infelice... Ma che cosa può fare?... Che cosa
doveva fare?... Anche Lelio è tanto infelice e infelice per lei, per
cagion sua!
Invece il conte Lelio di Vigodarzo, appena giunto al _Club_, offre lo
_Champagne_ agli amici e discutendo sulla virtù delle donne dichiara,
col fondamento della propria esperienza, e fra le più matte risate, che
tutte le donne sono conquistabili: per quelle facili, basta saper
ridere; per le difficili, — per le virtuose, — basta saper piangere!
A rovescio!...