Com'era vertiginosa quella discesa! Il Parvis era preso da un senso di
sconforto, di oppressione, di tedio.
Quando si trovò di nuovo, improvvisamente, alla stazione di Pracchia,
senza mai aver detto una sillaba al vetturino, gli parve di essersi
destato da un sogno. Il solito rumore, il solito frastuono, il solito
caldo, la solita polvere, il sudiciume, i saluti ossequiosi del
capo-stazione, degli impiegati: il correre affaccendato dei facchini.
Come ormai erano già lontani l'Abetone, il bosco, il viale Elena! Quanto
tempo era passato... un'ora sola!
Rincantucciato nell'angolo del suo scompartimento, non si muove più. Non
scrive, non legge, non apre, non tocca nemmeno la valigia.
A Civitavecchia, il conduttore spalanca lo sportello:
— Desidera i giornali del mattino, Eccellenza?
— No.
Il Parvis, sempre immobile, sempre rincantucciato, richiude le palpebre,
ma non può chiudere gli occhi. Il treno corre velocemente lungo la bigia
e desolata campagna romana, così brulla ed arida, qua e là disseminata
di ruderi, di avanzi, e di castelli diroccati: un grande cimitero di cui
il vento secolare ha portato via i cippi, le statue e le croci. Ma
Gerardo non vede che boschi e prati... uno spazio infinito di verde, e
in fondo in fondo e poi vicino, più vicino... il cappellone... il grande
cappellone tutto bianco e tutto rosa!
Lei, sempre lei, lei!... _Amoore!_ _Tesooro!_ _Je t'adoore!_...
— Sarà sempre così? Dovrò vederla sempre, così? Non potrò mai chiudere
gli occhi della memoria, gli occhi dell'anima, e non vederla più, e
ritornare calmo, tranquillo, felice?... — Oh Flaviana, povera la mia
Flaviana cara, amata, adorata! Tu sì, tu sì, che mi volevi bene!
A Roma, l'onorevole Parvis grida con tutti, strapazza tutti: appena
sceso all'albergo per le camere; poi al ristorante per la colazione, poi
da Aragno per un articolo della _Tribuna_. Il Governo ormai è una
baracca, i partiti sono una commedia: il paese è in rovina, la società
in dissoluzione. È nervoso, aggressivo, violento.
— Che ha l'onorevole Parvis?
— Nevrastenia.