XCI.

_Ove si comincia a credere che alla fine Porthos sarà barone e

d’Artagnan capitano._

A capo a dieci minuti arrivò Aramis, accompagnato da Grimaud e da otto

o dieci gentiluomini. Era esultante, e si gittò al collo agli antichi

colleghi.

«Fratelli! dunque siete liberi? liberi senza mio ajuto! e nulla avrò

potuto io fare a pro vostro, non ostante i miei sforzi?

«Non vi disperate, mio caro: il differito non è perduto; ciò che non

poteste fare, lo farete.

«Eppure avevo prese bene le mie misure, rispose Aramis, ho ottenuto dal

Coadjutore sessanta uomini: venti custodiscono le mura del parco, venti

la strada da Rueil a San Germano, venti sono sparsi per la macchia;

così, e mediante queste disposizioni di strategia, ho intercettato due

corrieri di Mazzarino per la regina».

Mazzarino drizzò le orecchie.

«Ma, disse d’Artagnan, mi figuro che gli avrete garbatamente rimandati

al signor ministro?

«Oh sì! con lui, giusto, mi picchierò di simili delicatezze! In uno

di quei dispacci Mazzarino dichiara alla sovrana che i forzieri sono

vuoti e che Sua Maestà non ha più danari; nell’altro annunzia che farà

trasportare i suoi prigionieri a Melun, non sembrandogli Rueil assai

sicuro. Capite che quest’ultima lettera mi ha date delle speranze;

mi sono imboscato co’ miei sessanta, ho attorniato il castello, ho

fatto preparare dei cavalli scossi, e li ho affidati all’intelligente

Grimaud, ed ho aspettato che usciste; non me ne lusingavo sino a

domattina, e non speravo di liberarvi senza una scaramuccia. Siete

liberi questa sera, liberi, senza battaglia, meglio così! Come avete

fatto per isfuggire a quel gaglioffo di Mazzarino? dovete aver avuto da

lagnarvene di molto!

«Non troppo, fece d’Artagnan.

«Davvero?

«Dirò anzi di più: abbiamo avuto da lodarcene.

«È impossibile!

«Sì; in verità: per grazia sua siamo liberi.

«Per grazia sua!

«Certo: ci ha fatti condurre nel locale degli agrumi dal signor

Bernouin suo cameriere, e di là lo abbiamo seguitato fino dal conte

di la Fère. Allora ci ha offerto di renderci la libertà; abbiamo

accettato, ed egli ha portata la compiacenza sino a insegnarci la

strada e guidarci alla muraglia del parco, la quale avevamo scalata con

buonissimo esito quando abbiamo incontrato Grimaud.

«Oh bene! continuò Aramis, questo mi rappattuma con lui, e vorrei che

fosse qui per dirgli che non lo supponevo capace di una azione tanto

bella.

«Monsignore, disse d’Artagnan che non poteva più frenarsi, permettetemi

di presentarvi il signor cavaliere d’Herblay, che desidera fare,

secondo avrete udito, le sue rispettose congratulazioni a Vostra

Eccellenza».

E si ritirò discuoprendo Mazzarino confuso agli sguardi sbigottiti di

Aramis.

«Ah ah! gridò questi, il ministro! bella presa! olà, amici! presto! i

cavalli!»

Accorsero parecchi cavalieri.

«Cospetto! ei continuò, sarò stato utile a qualcosa. Monsignore,

l’Eccellenza Vostra si degni di ricevere il mio omaggio!.... scommetto

che è quel Porthos che ha fatto questo buon colpo!.... a proposito, mi

scordavo....»

E diede sotto voce qualche ordine ad uno de’ suoi.

«Mi pare che sarebbe prudenza andarcene, osservò d’Artagnan.

«Sì, ma io attendo uno.... un amico di Athos....

«Un amico? domandò il conte.

«Ah! eccolo, che viene di galoppo fra i cespugli.

«Signor conte! signor conte! gridò una voce giovanile che fece

palpitare Athos.

«Raolo! Raolo! esclamò il signor di la Fère».

Per un momento il giovanetto dimenticò il rispetto suo consueto, e si

gittò al collo a suo padre.

«Vedete, signor ministro, non sarebbe stato peccato di separare persone

che si amano come noi?.... Signori (disse poscia Aramis ai cavalieri

che giungevano in numero sempre maggiore), circondate Sua Eccellenza

onde farle onore; si compiace accordarci il favore della sua compagnia,

e non dubito che voi gliene sarete grati. Porthos, non perdete di vista

monsignore».

Ed Aramis, riunitosi a d’Artagnan ed Athos che parlavano, conferì

insieme con essi.

«Animo, in cammino! fece quindi d’Artagnan.

«E dove si va? chiese Porthos.

«Da voi, mio caro, a Pierrefonds; la vostra bella villa è degna

di offrire la sua signorile ospitalità a Sua Eccellenza; e di più

benissimo situata, nè troppo vicina, nè troppo lontana da Parigi; di

là si potranno stabilire facili comunicazioni colla capitale. Venite,

monsignore, ci starete da principe come siete.

«Principe decaduto, ribattè in tuono dolente Mazzarino.

«La guerra ha le sue eventualità, replicò Athos, ma siate certo che non

ne faremo abuso.

«No, ma ne faremo uso», terminò d’Artagnan.

In tutto il resto della nottata, i rapitori corsero con la instancabile

rapidità dei tempi passati; Mazzarino, cupo e pensoso, si lasciava

trascinare in mezzo a quel cammino da fantasme.

All’alba avevano fatte dodici leghe in una tirata; la metà della scorta

era spossata, caddero varj cavalli.

«I cavalli d’oggidì, disse Porthos, non sono come quelli che si avevano

in addietro; tutto va degenerando.

«Ho mandato Grimaud a Dammatin, rispose Aramis, deve portarci

cinque palafreni riposati, uno per Sua Eccellenza e quattro per noi.

L’essenziale si è di non abbandonare monsignore; il rimanente della

scorta ci seguirà più tardi: una volta che siasi oltrepassato San

Dionigi, di nulla abbiamo più da temere».

Realmente Grimaud condusse cinque corsieri; il signore, a cui si

era egli rivolto, essendo amico di Porthos, erasi affrettato, non a

venderli, conforme gli si proponeva, ma bensì a regalarli. Dopo dieci

minuti la scorta si fermava ad Ermenonville, ma i quattro camerati

trottavano con maggiore impegno, facendo guardia al signor ministro.

E a mezzogiorno succedeva l’ingresso nel viale della villa di Porthos.

«Ah! fece Mousqueton, che era accanto a d’Artagnan e non aveva cacciata

fuori una parola in tutto il tragitto; mi avete a credere se vi pare,

signor mio, ma questa è la prima volta che respiro da dopo che sono

partito da Pierrefonds».

E spronò al galoppo per annunziare agli altri servi l’arrivo di du

Vallon e de’ suoi amici.

«Siamo quattro, disse d’Artagnan ai colleghi, faremo la muta per essere

di guardia a monsignore, e ciascuno di noi veglierà per tre ore. Athos

va a visitare il palazzo, che convien rendere inespugnabile in caso di

assedio; Porthos baderà alle vettovaglie, ed Aramis all’entrata delle

guarnigioni, lo che vuol dire che Athos sarà ingegnere principale,

Porthos generale provveditore, ed Aramis governatore della piazza».

Frattanto misero il Mazzarino nel più bell’appartamento.

«Signori, ei disse quando fu ivi stabilito, m’immagino che non abbiate

idea di tenermi qui gran tempo incognito?

«No, monsignore, rispose d’Artagnan, al contrario, divisiamo annunziare

prestissimo che vi abbiamo nelle mani.

«E sarete assediati!

«L’abbiam per sicuro.

«E che farete?

«Ci difenderemo. Se fosse vivo il fu ministro signor di Richelieu,

vi racconterebbe una storia di sul bastione San Gervasio, dove noi

quattro, con altrettanti nostri lacchè e dodici morti, reggemmo forte

contro un’intera armata.

«Codeste prodezze si fanno una volta, e non si rinovano.

«E perciò, in quest’oggi non avremo bisogno di tanto eroismo. Domani

l’armata parigina sarà prevenuta: posdomani la sarà qui. La battaglia,

anzichè darsi a San Dionigi o a Charenton, si darà dunque verso

Compiegne o Villers-Cotterets.

«Il signor principe vi batterà come ha fatto sempre.

«Può essere; ma prima del combattimento faremo sgambettare Vostra

Eccellenza in un’altra tenuta del nostro du Vallon, ed esso ne ha tre

simili a questa. Non vogliamo esporre l’Eccellenza Vostra ai cimenti

della guerra.

«Orsù, disse Mazzarino, vedo che converrà capitolare.

«Avanti l’assedio?

«Sì; forse saranno migliori le condizioni.

«Oh! per quanto alle condizioni, osserverete, monsignore, quanto siamo

ragionevoli.

«Animo, che condizioni sono le vostre?

«Prima, monsignore, riposatevi; e noi ci rifletteremo.

«Non ho necessità di riposo, ma di sapere se sono in mani amiche o

nemiche.

«Amiche, amiche, Eccellenza!

«Or dunque, ditemi subito ciò che volete, onde io conosca se è

possibile fra noi un aggiustamento. Parlate, signor conte di la Fère.

«Monsignore, replicò Athos, per me nulla ho da chiedere, e troppo

per la Francia; quindi mi astengo, e cedo la parola al cavaliere

d’Herblay».

Ed inchinatosi, mosse un passo all’indietro, e rimase in piedi

appoggiato al caminetto, come semplice spettatore.

«Dite su, riprese il ministro, che bramate? non vi siano ambiguità, non

finezze; siate breve, succinto e preciso.

«Io, monsignore, giuocherò a carte scoperte.

«Dunque, fuori il vostro giuoco!

«Ho in saccoccia, disse Aramis, il programma dei patti che venne ad

imporvi jeri l’altro a San Germano la deputazione nella quale facevo

parte ancor io. Rispettiamo in primo luogo i diritti antichi: le

domande inserite nel programma saranno concesse.

«Su quelle, rispose Mazzarino, eravamo quasi d’accordo: si passi perciò

ai patti particolari.

«Credete dunque che ve n’abbiano da essere? fece Aramis sogghignando.

«Credo che non tutti avrete un disinteresse eguale a quello del signor

di la Fère, ripicchiò Mazzarino volgendosi a salutare Athos.

«Ah! monsignore, avete ragione, disse Aramis, e sono lieto di scorgere

che finalmente rendete giustizia al conte: il signor di la Fère è

una mente superiore, che sorvola sui desiderj volgari e sulle umane

passioni, è un’anima all’antica ed altera. Il signor conte è un uomo

diverso dagli altri. Dite bene, monsignore, noi non siamo da suo pari,

e siamo i primi a confessarlo con voi.

«Aramis! domandò Athos, forse burlate?

«No, caro conte, no.... dico quel che pensiamo e noi e tutti coloro

che ci conoscono.... ma avete ragione: non si tratta di voi, e bensì di

monsignore, e dell’indegno suo servo cavaliere d’Herblay.

«Ebbene! che desiderate oltre i patti generali sui quali torneremo a

discorrere?

«Desidero, Eccellenza, che si dia la Normandia alla signora di

Longueville, con piena e intera assoluzione, e cinquecento mila lire;

che Sua Maestà il re si degni esser compare del figliuolo ch’ella ha

dato alla luce di recente; e che monsignore, dopo avere assistito al

battesimo, vada a presentare i suoi omaggi al sommo Pontefice.

«Cioè, volete ch’io mi dimetta dalle mie funzioni di ministro, che

abbandoni la Francia, che me ne vada esule? E voi, signorino? domandò

Mazzarino a d’Artagnan.

«Io, rispose il Guascone, sono precisamente dell’opinione del cavaliere

d’Herblay, eccetto che sull’ultimo punto; invece di bramare che

monsignore lasci la Francia, bramo che resti in Parigi, ed in sostanza

che rimanga primo ministro, perocchè egli è un gran politico. Procurerò

ancora, per quanto da me dipenda, ch’egli abbia la preponderanza su

tutta la _Fronda_, ma a patto che si rammenti alcun poco dei fidi

servitori del re, e dia la prima compagnia di moschettieri ad uno il

quale sarà da me accennato. E voi, du Vallon?

«Sì, tocca a voi, fece Mazzarino, parlate.

«Io, replicò Porthos, vorrei che il signor ministro, per onorare la mia

casa che gli ha dato asilo, in memoria di quest’avventura, favorisse

erigere le mia tenuta in baronia, con promessa dell’ordine per uno de’

miei amici alla prima promozione che farà Sua Maestà.

«Sapete pure, signor mio, che per ricever l’ordine bisogna fare delle

prove.

«E l’amico le farà. D’altronde, se occorresse assolutamente, monsignore

gli direbbe come si scansa questa formalità».

Mazzarino si morse le labbra; il colpo era diretto, ed egli riprese

aspramente:

«Tutte queste cose, a parer mio, si combinano malamente, poichè se

soddisfo alcuni, forzatamente disgusto gli altri. Se sto a Parigi, non

posso andare a Roma; se ci vado, non posso rimaner ministro, e se non

lo sono, non posso far capitano messer d’Artagnan e barone messer du

Vallon.

«È vero, confermò Aramis, e perciò, siccome io formo minorità, ritiro

la mia proposizione in quel che si spetta alla gita a Roma ed alla

dimissione di Sua Eccellenza.

«Dunque resto ministro? domandò Mazzarino.

«Ci s’intende! disse d’Artagnan, la Francia ha d’uopo di voi.

«Ed io desisto dalle mie pretese, e Sua Eccellenza rimarrà primo

ministro, ed anche favorito di Sua Maestà, se vuol concedere a me ed

agli amici miei ciò che chiediamo per la Francia e per noi.

«Badate a voi, signori, e lasciate che la Francia si accomodi meco come

intendo, brontolò Mazzarino.

«Signor no! signor no! gridò Aramis, abbisogna ai _Frondisti_ un

trattato, e l’Eccellenza Vostra si compiacerà redigerlo e firmarlo

davanti a noi, obbligandosi con quello ad ottenerne la ratifica dalla

regina.

«Non posso guarentire se non per me, non posso guarentire per la

regina: e se Sua Maestà ricusa....

«Oh! interruppe il Guascone, voi sapete, monsignore, che nulla può

ricusarvi la sovrana.

«Ecco, continuò Aramis, ecco il trattato proposto dalla deputazione dei

Frondisti: si degni Vostra Eccellenza leggerlo ed esaminarlo.

«Lo conosco, disse Mazzarino.

«Dunque sottoscrivetelo.

«Riflettete, signori, che una firma apposta nelle circostanze in cui

siamo potrebbe considerarsi come carpita con violenza!....

«E Vostra Eccellenza sarà là pronta a dichiarare di averla data

volontariamente.

«Ma, in conclusione, se io do un rifiuto?

«Ah! fece d’Artagnan, Vostra Eccellenza avrà a dolersi con sè sola

delle conseguenze del rifiuto.

«Osereste alzar la mano sul ministro!

«Osaste pure alzarla voi sui moschettieri di Sua Maestà.

«La regina mi vendicherà.

«Non lo credo.... benchè la reputi a ciò dispostissima; ma noi andremo

a Parigi con Vostra Eccellenza, e i Parigini sono gente da difenderci.

«In che inquietudine debbono essere in questo momento a Rueil e a San

Germano! disse Aramis, come devono domandare ove sia il ministro, ove

sia passato il favorito! come devono cercarlo da per tutto! quanti

commenti si debbono fare, e come deve trionfare la _Fronda_ se sa che

sia sparito monsignore!

«È terribile! mormorò Mazzarino.

«Dunque sottoscrivete il trattato, disse Aramis.

«Ma se io lo firmo, e Sua Maestà nega la sua ratifica?

«Mi assumo io di andare da Sua Maestà e di ottenerla, ribattè il

Guascone.

«Badate, fece Mazzarino, di non ricevere a San Germano l’accoglienza a

cui vi credete aver diritto.

«Eh via! mi regolerò in modo da esser colà benvenuto; so bene un mezzo.

«E quale?

«Recherò alla regina la lettera con cui Vostra Eccellenza le annunzia

totalmente esauste le finanze.

«E poi? disse il ministro fattosi più pallido.

«E poi quando vedrò Sua Maestà nel massimo imbarazzo, la ricondurrò

a Rueil, la farò entrare nel locale degli agrumi, e le indicherò una

certa molla che fa muovere una cassa.

«Basta, signore! basta! brontolò il ministro, dov’è il trattato?

«Eccolo, rispose Aramis.

«Vedete che siamo generosi, soggiunse d’Artagnan, poichè molte cose

potevamo fare con un simil segreto.

«Orsù, firmate, proseguì Aramis porgendo la penna».

Mazzarino si alzò, passeggiò un poco, più pensieroso che abbattuto;

indi fermatosi ad un tratto:

«Signori, e quando avrò sottoscritto, qual sarà la mia garanzia?

«La mia parola d’onore, proferì Athos».

Mazzarino si scosse, si volse verso il conte di la Fère, esaminò per un

istante quel volto leale e nobile, e presa la penna, disse:

«Questa mi basta, signor conte».

E firmò.

«Adesso, signor d’Artagnan, soggiunse poi, preparatevi a partire per

San Germano, ed a portare alla regina una mia lettera».

Venti anni dopo · 第 123 / 130 题