_Gli operaj._
Verso la metà della notte Carlo udì grande strepito sotto la finestra:
erano colpi di martello e di piccozza, puntate di palo, e stridere di
sega.
Essendosi egli coricato tutto vestito, e cominciando appunto ad
addormentarsi, si destò trasalito a tal fracasso, e perchè questo oltre
al suono materiale aveva anche un eco morale e terribile nell’animo
suo, tornarono ad assalirlo gli orribili pensieri della sera. Solo,
nell’isolamento e fra le tenebre, non ebbe forza di reggere a quella
nuova tortura non compresa nel programma del suo supplizio, e mandò
Parry a dire alla sentinella che pregasse gli operaj di picchiar meno
forte e aver pietà dell’ultimo sonno di lui ch’era stato loro re.
La sentinella non volle abbandonare il suo posto, ma lasciò passare
Parry.
Il quale, giunto vicino alla finestra, dopo fatto il giro del palazzo,
vide a livello col davanzale del quale si era staccata l’inferriata un
largo palco non peranco terminato, ma su cui cominciavasi ad inchiodare
un parato di serge nera.
Il palco, a pari altezza della finestra, cioè di circa venti piedi,
aveva due piani interni.
Parry, per quanto odiosa gli fosse quella vista, cercò in fra otto
o dieci lavoranti che costruivano la trista macchina, coloro che
col rumore che facevano doveano dare al re maggior molestia, e sul
secondo intavolato scôrse due uomini che con un palo staccavano le
ultime aste del balcone di ferro; uno di essi, vero colosso, faceva
l’uffizio dell’ariete antico incaricato di atterrare le muraglie; ad
ogni botta del suo arnese volava in pezzi la pietra; l’altro, stando
inginocchiato, traeva a sè le pietre rimosse.
Era evidente esser quelli che facevano lo strepito di cui lagnavasi
Carlo.
Parry salì su la scala di legno e venne da loro.
«Amici, disse, vorreste lavorare un poco più piano? ve ne prego: il re
dorme, e ha bisogno di sonno».
L’individuo che batteva col palo si fermò e si volse alquanto; però,
siccome stava in piedi, Parry non potè distinguere il suo viso perduto
nelle tenebre che si rendevano sempre più dense. Quello ginocchioni,
si girò esso pure, e perchè essendo più basso che il compagno, il
lanternino gli rischiarava la faccia, Parry potè vederlo.
Quegli guardò lui molto fisso e si portò un dito alla bocca.
Parry retrocedè stupefatto.
«Va bene, disse l’operajo in ottimo inglese, torna a dire al re che se
dorme male questa notte dormirà meglio la notte prossima».
Queste acerbe parole, che, prese alla lettera, avevano un senso sì
terribile, furono accolte dagli artigiani che travagliavano dalle parti
ed al palco inferiore con atti di atroce gioia.
Parry si ritirò credendo di sognare.
Carlo lo attendeva impaziente.
Nel momento ch’ei tornò dentro, la sentinella della porta passò con
curiosità la testa dall’apertura onde vedere che cosa facesse il re.
Il re stava con le gomita posate sul letto.
Parry chiuse l’uscio, ed appressandosi a Carlo con la cera più allegra
del mondo gli disse sommessamente:
«Sire, sapete che operaj sono quelli che fanno tanto chiasso?
«No, rispose il sovrano scuotendo mestamente il capo, come vuol tu
ch’io lo sappia? conosco io forse coloro?
«Sire, soggiunse Parry anche più sottovoce e chinandosi verso il suo
padrone; è il conte di La Fère e il suo compagno.
«Che mi costruiscono il patibolo! disse attonito il re.
«Sì, e costruendolo fanno un foro al muro.
«Zitto! fece Carlo guardandosi attorno atterrito, gli hai veduti?
«Ho loro parlato».
Il re, a mani giunte, alzò gli occhi al cielo; indi, dopo breve ma
fervida preghiera, balzò dal letto, andò alla finestra, e scostò
le portiere; v’erano sempre le sentinelle, e più là del balcone
estendevasi un’oscura piattaforma su cui passavano come specie di
ombre.
Carlo non potè discernere cosa alcuna, ma si sentì sotto i piedi la
scossa dei colpi che menavano i suoi amici; e ognuno di quei colpi
ormai corrispondeva a lui nel cuore.
Parry non si era ingannato credendo di ravvisare Athos: questo
realmente, ajutato da Porthos, faceva una buca su cui doveva posare una
delle assi trasversali.
Il buco comunicava ad una sorta di tamburo formato sotto il pavimento
della camera regia; una volta pervenuti in quel tamburo, che somigliava
ad un mezzanino assai basso, si poteva con un ferro e buone spalle
(ed a ciò toccava a pensare a Porthos) far saltare una lastra del
pavimento; allora il re si calava giù da codesta apertura, insieme co’
suoi liberatori arrivava ad uno dei compartimenti del palco totalmente
coperto di panno nero, s’imbacuccava esso pure con un abito da operajo
già apparecchiatogli, e senza ostentazione nè timore scendeva coi
quattro compagni.
Le sentinelle, scevre d’ogni sospetto, mirando degli artieri che
avevano lavorato al palco li lasciavano passare.
E secondo noi dicemmo, la filuca era all’ordine.
Questo piano era grande, semplice e facile, come tutte le cose che
nascono da un’ardimentosa risoluzione.
Athos adunque si squarciava le belle mani tanto bianche e sottili
levando le pietre che Porthos aveva svelte dalla loro base; poteva
digià introdurre la testa sotto gli ornamenti di che era guarnito
il parapetto del balcone. Innanzi giorno il foro sarebbe finito e
sparirebbe alla vista mercè una tenda interna che porrebbe d’Artagnan.
D’Artagnan erasi spacciato per operajo francese e metteva i chiodi con
la regolarità del più abile tappezziere. Aramis tagliava l’eccedenza
della serge che pendeva sino a terra e dietro alla quale sorgeva
l’intavolato del patibolo.
Comparve la luce del giorno sulla cima delle case; gran fuoco di zolle
e di carbone aveva ajutato i lavoranti a passare la fredda nottata
dal 29 al 30 gennajo; ad ogni momento i più attenti alla lor bisogna
la sospendevano per andare a scaldarsi. Soltanto Athos e Porthos
non avevano lasciate le loro faccende. E quindi all’alba la buca era
terminata. Athos vi entrò, portando seco le vesti destinate pel re
avvolte in un ritaglio di saja nera; Porthos gli fece avere là dentro
il palo; e d’Artagnan (lusso grandissimo ma utile) inchiodò un parato
interno di lana da cui restarono celati e il foro e quello al quale
questo serviva di nascondiglio.
Ad Athos non mancavano più che un pajo d’ore di lavoro onde poter
comunicare col re, e secondo i calcoli dei quattro amici, essi
avrebbero per sè tutta la giornata, poichè non essendovi il carnefice
occorrerebbe andar a chiamare quello di Bristol.
D’Artagnan tornò a riprendere il suo abito color marrone, e Porthos il
giubbetto rosso; Aramis si trasferì da Juxon ad oggetto di penetrare se
pur fosse possibile insieme con esso presso a Carlo.
Tutti e tre si erano dati l’appuntamento pel mezzodì sulla piazza di
Whitehall per vedere ciò che ivi accaderebbe.
Avanti di muoversi dal palco, Aramis si era avvicinato all’apertura
dove stava Athos nascosto, onde annunziargli che andrebbe a procurare
di rivedere il re.
«Sicchè addio e coraggio! disse Athos, riferite al re a che punto
ormai sono le cose; ditegli che appena sarà solo picchi sul pavimento,
acciocchè io possa continuare con sicurezza le mie faccende. Se
Parry fosse in grado di giovarmi, staccando anticipatamente la lastra
inferiore del caminetto, che è senza dubbio di marmo, sarebbe un tanto
acquistato. Voi, Aramis, cercate di non lasciare il re. Parlate forte
e di molto, giacchè staranno alla porta ad ascoltarvi. Se v’è una
sentinella per dentro all’appartamento, uccidetela senza cerimonie; se
ve ne son due, Parry ne uccida una e voi l’altra; se son tre, fatevi
ammazzare, ma salvate il sovrano.
«Non dubitate, rispose Aramis, piglierò due pugnali per darne uno a
Parry. Basta così?
«Sì, andate. Ma raccomandate al re di non usare una inopportuna
generosità. Mentre voi vi batterete, ove ciò avvenga, egli fugga;
una volta rimessa a segno la lastra, e voi su questa o morto o vivo,
bisogneranno almeno dieci minuti a ritrovare il buco da cui egli sarà
scappato. In quei dieci minuti noi avremo fatto cammino, e Carlo sarà
libero.
«Sarà eseguito quanto accennate, Athos. Qua la mano, chè forse non ci
rivedremo più».
Athos abbracciò Aramis.
«Ecco per voi, egli disse; ora, se muojo, dite a d’Artagnan che lo amo
come mio figlio, ed abbracciatelo per me.... ed un amplesso ancora date
al buono e prode Porthos. Addio.
«Addio, rispose Aramis. Io son adesso tanto sicuro che il re si
salverà, quanto lo sono di stringere in questo punto la mano più leale
ch’esista al mondo».
Aramis si divise da Athos, e andò all’albergo, fischiarellando l’aria
di una canzone in lode di Cromvello. Trovò i due amici a tavola,
accanto al fuoco, che bevevano una bottiglia di Porto-Porto e si
divoravano un pollo freddo; Porthos mangiava mandando mille ingiurie
contro gli infami parlamentari: d’Artagnan mangiava in silenzio, ma
formando nel suo cervello i più audaci pensieri.
Aramis gli raccontò tutto quel ch’era convenuto; d’Artagnan approvò col
capo, e Porthos con la voce.
«Bravo! disse questi; d’altronde noi saremo là al momento della fuga;
si è benissimo celati sotto quel palco, e noi possiamo rimanervi. Tra
d’Artagnan, me, Grimaud e Mousqueton, ne ammazzeremo bene otto; non
parlo di Blaisois, buono soltanto a badare ai cavalli. A due minuti per
uomo, sono quattro minuti; Mousqueton ne perderà uno e fanno cinque, ed
in quei cinque voi potete aver fatto un quarto di lega».
Aramis s’ingojò prestamente un boccone e un bicchier di vino, e cambiò
vestimento.
«Ora, ei disse, me ne vo da Sua Grandezza; voi, Porthos, incaricatevi
di preparar le armi; d’Artagnan, sorvegliate a modo il boja.
«State quieto; Grimaud è subentrato a Mousqueton, e tiene il piede
sopra.
«Non serve, raddoppiate la vigilanza, e non restate inoperoso un
momento.
«Inoperoso? mio caro, domandate a Porthos: non vivo, son sempre ritto e
in moto, fo la figura di un ballerino.... Caspita! come amo la Francia
in questo punto! e bella cosa ell’è pure l’avere una patria di suo,
quando si sta tanto male in quella degli altri!»
Aramis li lasciò come Athos, cioè abbracciandoli, e si recò dal
vescovo Juxon, al quale avanzò la sua richiesta. Juxon aderì tanto più
facilmente a condurre Aramis in quanto che aveva di già avvertito che
avrebbe d’uopo di un prete in caso che il re volesse aver la comunione,
e specialmente nel caso probabile che bramasse udire una messa.
Il vescovo, coi panni che il dì precedente indossava d’Herblay,
montò in carrozza; accanto ad esso salì Aramis più mascherato ancora
dalla sua pallidezza e dalla sua mestizia che dall’abbigliamento da
diacono. Il legno si fermò al portone di Whitehall. Erano circa nove
ore del mattino. Non si scorgeva verun cambiamento; le anticamere e le
gallerie come il giorno innanzi erano piene di guardie. Due sentinelle
si mantenevano alla porta del re, altre due passeggiavano davanti al
balcone sulla piattaforma del patibolo ov’era già posato il ceppo.
Il re era ricolmo di speranza: la speranza si convertì in allegrezza,
visto ch’egli ebbe Aramis. Strinse a questi la mano, ed abbracciò
Juxon. Il vescovo affettò di parlar forte a Carlo, e dinanzi a tutti,
del loro colloquio del giorno prima. Carlo gli rispose che le parole da
lui dettegli allora aveano avuto buon effetto, e ch’ei desiderava un
altro colloquio consimile. Juxon volgendosi agli astanti gli pregò di
lasciarlo solo col re.
Ognuno si ritirò. Chiuso l’uscio, Aramis disse con la massima prontezza:
«Sire, voi siete salvo! il carnefice di Londra è sparito; il suo ajuto
si ruppe jeri una coscia sotto le finestre di Vostra Maestà. Era suo il
grido che udimmo. Certamente a quest’ora sarà noto che l’esecutore non
v’è, ma non v’ha un boja che a Bristol, e vi vuol tempo per andare a
chiamarlo; talchè abbiamo per lo meno sino a domani.
«Ma il conte di la Fère? domandò Carlo.
«È distante da voi di un braccio al più: prendete il _poker_ del
braciere e date tre colpi, e lo sentirete rispondervi».
Il re con mano tremante eseguì quanto gli si accennava, tosto di sotto
al pavimento altri colpi dati con cautela risposero al segnale.
«Sicchè.... quegli che batte da basso?....
«È il conte di la Fère, o sire. Dispone la via per cui potrà fuggire
Vostra Maestà. Parry solleverà la lastra di marmo, e sarà aperto il
varco.
«Ma, disse Parry io non ho alcun arnese.
«Prendete questo pugnale; solamente badate di non ispuntarlo, perchè
può essere che ne abbiate bisogno per bucare tutt’altro che la pietra.
«O Juxon! disse Carlo premendo al vescovo ambe le mani, ritenetevi la
preghiera di quello che fu vostro re.
«Che lo è tuttora e lo sarà sempre, replicò Juxon baciando la destra al
principe.
«Pregate sin che avrete vita per questo gentiluomo che vedete, per
l’altro che udite qua sotto, e per altri due pure, che ovunque siano si
adoprano, ne son sicuro, per la mia salvezza.
«Sire, sarete obbedito: fin tanto ch’io viva vi sarà ogni giorno
un’orazione offerta a Dio per quei fidi amici della Maestà Vostra».
Fu continuato ancora, un poco di lavoro da abbasso, che via via
si sentiva più vicino. Ad un tratto s’intese un romore inaspettato
nella galleria. Aramis afferrando il _poker_ diede il segnale della
interruzione.
Il romore si faceva ognor più prossimo: era come, di un certo numero di
passi eguali e regolari. I quattro uomini rimasero immobili; fissarono
gli occhi sulla porta, la quale fu aperta lentamente e con una sorta di
solennità.
Erano schierate delle guardie nella stanza che precedeva quella del re.
Un commissario del Parlamento, vestito a nero e pieno di gravità di mal
augurio, entrò, salutò il sovrano, e spiegata una pergamena gli lesse
la sua sentenza secondo suol farsi ai condannati che denno andare al
patibolo.
«Che significa codesto? domando Aramis a Juxon».
Questo fe’ un cenno ch’esprimeva non saperne egli niente più di lui.
«Dunque è per oggi? chiese il re con emozione, ch’era visibile
unicamente a Juxon e ad Aramis.
«Sire, non eravate prevenuto ch’era per questa mattina? disse l’uomo
vestito di nero.
«E debbo io morire, seguitava Carlo, come un colpevole volgare, per
mano del carnefice di Londra?
«Il carnefice di Londra è sparito, sire; rispose il commissario del
Parlamento, ma si è esibito un tale in sua vece. E così l’esecuzione
non sarà ritardata se non del tempo che chiederete per dar sesto alle
cose vostre temporali e spirituali».
Un lieve sudore che apparve alla radici dei capelli di Carlo fu l’unico
indizio di emozione ch’egli desse all’udire tal notizia.
Aramis però diventò livido in volto; non gli batteva più il cuore;
chiuse gli occhi, ed appoggiò una mano sulla tavola. E Carlo
all’aspetto del suo duolo profondo parve obliasse quello che opprimeva
lui stesso.
Gli si accostò, gli prese la destra e lo abbracciò.
«Orsù, amico! disse con dolce eppur triste sorriso, coraggio!»
E voltosi al commissario:
«Signore, io sono pronto. Vedete, non bramo se non due cose, le quali
non vi recheranno grande indugio: la prima, la comunione; la seconda
un amplesso a’ miei figli dicendo ad essi addio per l’ultima volta. Mi
sarà ciò permesso?
«Sì, o Sire, fece l’uomo in abito nero».
Ed uscì.
Aramis tornato in sè, si cacciava le unghie nelle carni; dal petto gli
esciva un gemito continuo.
«Oh monsignore! esclamò afferrando le mani di Juxon. Dov’è Dio? dov’è
Dio?
«Figlio, rispose con fermezza il vescovo, voi nol vedete perchè lo
ascondono le passioni terrestri.
«Figliuol mio, disse il re ad Aramis, non disperarti in tal modo. Tu
domandi che fa Iddio? Iddio vede il tuo zelo e il mio martirio, e credi
a me, entrambi avranno il loro premio: sicchè di quanto avviene devi
dolertene contro gli uomini e non contro a Dio; gli uomini mi fanno
morire, gli uomini ti fanno piangere.
«Sì, avete ragione, replicò Aramis, dagli uomini debbo volerne ragione,
e da loro io la vorrò!
«Sedete, Juxon, proseguì Carlo inginocchiandosi, chè ancor rimane a voi
da udirmi, a me da confessarmi. Trattenetevi pure, disse ad Aramis che
si accingeva a ritirarsi, trattenetevi, Parry; nulla ho da dire, anche
nel segreto della penitenza, che dire non possa al cospetto di tutti;
trattenetevi, e soltanto mi dolgo che il mondo intero non possa udirmi
come voi e con voi».
Juxon si assise, ed il re genuflesso a lui dinanzi come il più umile
dei fedeli, incominciò la sua confessione.