_L’abate Scarron._
Nella via _des Tournelles_ v’era una casa nota a tutti i conduttori di
portantine e lacchè della capitale; eppure, essa non era nè di un gran
signore nè di un finanziere; non vi si mangiava, non vi si giuocava
mai, nè vi si ballava.
E contuttociò era il punto di riunione della gentil società, e v’andava
tutta Parigi.
Io parlo dell’abitazione dell’abate Scarron.
Dallo spiritosissimo abate si rideva tanto, si spacciavano
tante novità, e sì presto si commentavano, si sminuzzavano, e si
trasformavano o in novellette o in epigrammi, che ciascuno voleva
andare a passar un’ora col piccolo Scarron, udir ciò ch’ei diceva, e
questo riferir poi altrove. Molti ancora avevano smania di lanciarvi
le loro parolette, e se queste erano graziose, quei tali rimanevano ben
accolti ed accetti.
L’abate Scarron, il quale era abate soltanto perchè possedeva
un’abbazia, e non già perchè fosse negli ordini, era stato in addietro
uno dei più eleganti canonici della città del Mans ove dimorava. Un
giorno di carnevale gli saltò in capo di tenere allegra quella buona
città di cui egli era propriamente l’anima; si fece ungere tutto
di miele dal suo cameriere, e poi aperto un letto pien di piume e
rotolatosi dentro a questo, diventò il più ridicolo volatile che si
potesse vedere. Allora cominciò a far visite agli amici ed alle amiche
in codesto arnese grottesco. Si principiò col seguitarlo attoniti, indi
colle fischiate, poscia i facchini lo insultarono, dopo i ragazzi gli
tirarono dei sassi, ed alla fine fu costretto a scappare per iscansare
i projettili. Fuggito che fu, tutti gli corsero dietro, lo incalzarono,
lo circuirono. Egli non trovò altro mezzo ond’evitare la scorta che
di gettarsi nel fiume. Nuotava come un pesce, ma l’acqua era ghiaccia.
Scarron era sudante, lo prese il freddo, ed arrivato all’opposta riva
era attrappito.
Allora si procurò con ogni mezzo conosciuto di rendergli l’uso delle
membra. Tanto lo fecero soffrire nella cura, ch’ei licenziò tutti i
medici, dichiarando che preferiva starsene ammalato. Tornò a Parigi,
dov’era già fissata la sua fama d’uomo di grande spirito. Là si
fece fare una sedia o portantina di sua invenzione; ed una volta che
trascinato su quella andò a far visita alla regina Anna, questa che lo
teneva in gran pregio gli addimandò se desiderasse qualche titolo.
«Sì, Maestà, rispose Scarron, ne ambisco uno.
«E quale?
«Quello di vostro infermo» ei replicò.
E Scarron fu nominato _infermo della regina_, con mille cinquecento
lire di pensione.
Da quel momento, non più inquieto per lo avvenire, condusse
allegrissima vita, mangiandosi il capitale e la rendita.
Bensì un giorno un emissario del ministro gli fece capire che aveva
torto di ricever da lui il signor Coadjutore.
«E perchè? egli richiese, non è uomo di alta nascita?
«Sì, cospetto!
«Amabile?
«Senza dubbio.
«Spiritoso?
«Pur troppo!
«E allora, perchè volete ch’io cessi di frequentar un soggetto simile?
«Perchè pensa male.
«Davvero! e di chi?
«Del ministro.
«Come! continuò Scarron, io seguito a bazzicare il signor Gilles
Despréaux che pensa male di me, e pretendete che smetta di frequentare
il Coadjutore perchè pensa male di un altro? non è possibile!»
La conversazione finì là, e Scarron per picca si trovava più spesso che
mai col signor di Gondy.
Ora, la mattina appunto del giorno al quale noi siamo giunti, e ch’era
la scadenza del suo trimestre, Scarron secondo il solito mandò il suo
servitore con la ricevuta a riscuotere i tre mesi dalla Cassa delle
pensioni; ma gli fu risposto:
«Che lo Stato non aveva più danari pel signor abate Scarron».
Quando il lacchè recò a lui questa risposta egli aveva presso di sè
il duca di Longueville, che si offerse ad assegnargli una pensione del
doppio di quella toltagli dal Mazzarino; ma lo accortissimo gottoso non
l’accettò, e fece tanto che alle quattro ore pomeridiane tutta la città
era istrutta del rifiuto del ministro. Precisamente era giovedì, giorno
di ricevimento in casa dell’abate; la gente v’intervenne in folla, e
per tutta Parigi fu uno sparlare e un susurro indiavolato.
Nella contrada di Sant’Onorato, Athos incontrò due gentiluomini a lui
ignoti, a cavallo come era egli pure, seguiti anch’essi da un lacchè,
e che seco facevano il medesimo cammino. Un di coloro togliendosi il
cappello, gli disse:
«Crederete, signore, che quel furfante di Mazzarino ha soppressa la
pensione al povero Scarron?
«È stravagante! replicò Athos salutando i cavalieri.
«Si vede che voi siete un onest’uomo, soggiunse lo stesso che aveva già
parlato, e che il Mazzarino è propriamente un flagello.
«Ohimè! fece Athos, e a chi lo dite!»
E si separarono dopo molti scambievoli atti di cortesia.
«Cade bene in acconcio, disse poi Athos al visconte, giacchè dovevamo
andarci, presenteremo le nostre condoglianze a quel povero uomo.
«E chi è quello Scarron, che così mette a soqquadro Parigi? domandò
Raolo, forse qualche ministro in disgrazia?
«Oh! no, mio caro, è semplicemente un piccolo gentiluomo, di grande
spirito, che sarà in disgrazia del ministro per aver fatta qualche
quartina contra di lui.
«I gentiluomini compongono versi? richiese Raolo ingenuamente; credevo
che questo fosse un derogare.
«Sì, visconte, replicò Athos ridendo, così è quando e’ si fanno
cattivi, ma se si fan buoni illustrano anche di più. Vi sia d’esempio
il signor di Rotrou. Ciò non ostante (continuò col tuono in cui uno
darebbe un buon consiglio) io penso che sia meglio il non farne.
«Sicchè quel signore Scarron è poeta?
«Sì; ormai siete avvertito, e in quella casa state guardingo, non
parlate che a gesti, o piuttosto ascoltate soltanto.
«Sì signore.
«Mi vedrete a discorrere molto con un mio amico: sarà l’abate
d’Herblay, del quale spesso mi udiste a ragionare.
«Me ne rammento.
«Avvicinatevi a noi qualche volta come per parlarci, ma non dite nulla;
non ascoltate tampoco: codesto lavorìo gioverà perchè gli importuni non
ci disturbino».
Athos andò a far due visite. Alle sette ore s’incamminarono verso
la via des Tournelles. Ingombravano la strada portantine, cavalli e
servitori. Athos si fece largo ed entrò insieme col giovanetto. La
prima persona che osservò fu Aramis, piantatosi accanto ad un largo
seggiolone con le ruotine, avente sopra una cupola di drappo, sotto
la quale si agitava, avvolta in una coperta di broccato, una figura
piccola, giovane ancora e allegra, ma di quando in quando più pallida,
di cui gli occhi però esprimevano sempre un sentimento o vivace o
grazioso. Era l’abate Scarron, ognora ridente, che burlava, faceva
complimenti, e soffriva, e si grattava con una bacchetta.
Attorno a quella sorta di tenda mobile si affollavano molte dame
e gentiluomini. La stanza era pulitissima e bene addobbata. Grandi
cortine di seta lavorate a fiori state già di colori accesi, ma ormai
alquanto smorti cadevano giù dalle ampie finestre. Il parato non era di
lusso ma di ottimo gusto. Due domestici assai civili ed accostumati a
trattare con decenza facevano delicatamente il loro servizio.
Aramis non sì tosto ebbe visto Athos gli venne incontro, e presolo per
la mano lo presentò a Scarron, che dimostrò al nuovo ospite piacere e
rispetto, e fece al visconte un complimento gentilissimo. Raolo restò
sbigottito, perocchè non si era preparato alla maestosità del bello
spirito, ma salutò con tutto garbo. Indi Athos ricevè le più cortesi
espressioni di due o tre signori a cui lo presentò Aramis, e cessato
a poco a poco il tumulto cagionato dal suo arrivo, la conversazione
diventò generale.
Passati quattro o cinque minuti, che bastarono a Raolo per mettersi a
sesto e pigliar cognizione topografica dell’adunanza, fu aperto l’uscio
ed annunziata da un lacchè madamigella Paulet.
Athos con una mano toccò sulla spalla il visconte.
«Raolo, gli disse, guardate quella donna, poichè è un personaggio
storico; da lei si recava il re Enrico IV allorchè fu assassinato».
Raolo si scosse; da alcuni giorni si alzava ad ogni istante per lui
qualche portiera a discoprirgli un aspetto eroico: la femmina ancor
giovine e bella allora capitata colà, aveva conosciuto Enrico IV e gli
aveva parlato!
Ciascuno si appressò premuroso alla sopraggiunta, secondochè essa era
tuttavia in gran voga. Era alta, di statura svelta, con un bosco di
capelli color d’oro, come piacevano tanto a Raffaello e come ne diede
il Tiziano alle sue Maddalene. E quel color rossiccio, o forse pare la
superiorità quasi regale da lei acquistata su le altre donne, le aveva
procacciato il soprannome di Leonessa (la Lionne).
Quindi le nostre leggiadre signore d’oggi giorno che ambiscono a questo
titolo di moda, sapranno che proviene non già dall’Inghilterra, secondo
probabilmente si credevano, ma dalla vaga e spiritosa lor concittadina
madamigella Paulet.
La Paulet se ne andò direttamente fino a Scarron tra mezzo al bisbiglio
che surse da ogni lato al di lei ingresso.
«Ebbene, mio caro abate, disse con voce tranquilla, eccovi povero; lo
abbiamo saputo oggi; ce lo ha detto il signor di Grasse.
«Sì, disse Scarron, ma adesso lo Stato è ricco; bisogna sapersi
sacrificare al proprio paese.
«Il signor ministro si comprerà da mille cinquecento lire più di
pomate e profumerie all’anno, aggiunse un tale, cui Athos riconobbe pel
gentiluomo che aveva incontrato in via Sant’Onorato.
«Ma che dirà la musa? continuò Aramis con voce sdolcinata, la musa che
ha bisogno dell’aurea mediocrità? giacchè in sostanza:
Si Virgilio puer aut tolerabile desit,
Hospitium, caderent omnes a crinibus Hydri.
«Bene, seguitò Scarron porgendo la destra alla Paulet, ma se non ho più
la mia idea, mi resta almeno la mia lionessa».
In quella sera tutti i detti di Scarron parevano egregi: tale è il
privilegio della persecuzione. Il signor Menage saltava e balzava
dall’entusiasmo.
Madamigella Paulet andò al suo solito posto; ma innanzi di sedersi
volse da cima a fondo e da tutta la sua grandezza uno sguardo da
regina, sulla riunione, ed i suoi occhi si fermarono sovra Raolo.
Athos sorrise.
«Visconte, ei disse, madamigella Paulet vi ha osservato; andate a
riverirla; datevi per quello che siete, per un franco provinciale, ma
non vi venisse in testa di discorrerle di Enrico IV».
Raolo si avvicinò alla Lionessa facendosi rosso, e in breve si trovò
confuso tra i signori che circondavano la sua sedia.
Questi formavano digià due comitive assai distinte, quella che
attorniava Menage e l’altra che attorniava la Paulet.
Scarron correva dall’una all’altra, manovrando con la sua poltrona a
ruotine in fra tanta gente colla medesima destrezza che adoprerebbe un
esperto piloto con una barca in mezzo a un mare ingombro di scogli.
«Quando ciarleremo un poco? domandò Athos ad Aramis.
«Or ora, questi rispose, non v’è ancora abbastanza gente, e saremmo
presi di mira».
Nel momento fu aperta la porta ed annunziato il signor Coadjutore.
Tutti si girarono a quel nome che digià principiava a divenir celebre.
Athos seguì l’esempio; egli non conosceva se non di nome l’abate di
Gondy.
Vide entrare un uomo piccolo, nero, mal fatto, miope, sgarbato in ogni
movimento delle mani, tranne nel tirare di spada e di pistola, che andò
ad inciampare sur un tavolino ed ebbe a buttarlo in terra, ma che ciò
non ostante aveva nella ciera qualche cosa di elevato e di fiero.
Scarron si volse dalla sua parte e gli si fece incontro col suo
seggiolone. La Paulet dal proprio posto fece un saluto colla mano.
«Ebbene! disse il Coadjutore quando ebbe visto Scarron, cioè quando gli
fu addosso, siete dunque in disgrazia?»
Cotesta era la frase sacramentale; era stata profferita cento volte
nella serata, e cento detti arguti si erano già pronunziati sullo
stesso soggetto da Scarron; in conseguenza questi fu in procinto di
restar in tronco, ma si salvò con uno sforzo disperato.
«Il signor ministro Mazzarino, egli disse, si è compiaciuto di pensare
a me.
«Oh bene! oh bellissima! esclamò Menage.
«Ma come farete per continuare a riceverci? seguitò il Coadjutore. Se
vi scemano le entrate, mi toccherà farvi nominare canonico di Nostra
Donna.
«Oh no! disse Scarron, vi comprometterei di troppo.
«Dunque avete dei mezzi che noi non conosciamo?
«Prenderò a prestito dalla regina.
«Ma la regina non ha niente del suo, fece Aramis, non vive ella sotto
il sistema della comunione?»
Il signor di Gondy si volse sorridendo ad Aramis, facendogli un piccol
segno amichevole colla punta del dito.
«Scusate, caro abate (così gli parlò poi), siete tuttora indietro, e
bisogna ch’io vi faccia un regalo.
«E di che? domandò Aramis».
Tutti si girarono verso il Coadjutore, che si levò di tasca un cordone
di seta di forma singolare.
«Oh! esclamò Scarron, ma codesta è una _fronda_!
«Precisamente, rispose il Coadjutore, adesso si fa tutto a uso
_fronda_. Madamigella Paulet, tengo per voi un ventaglio a fronda.
D’Herblay, vi manderò il mio guantajo, che fa i guanti a fronda. E a
voi Scarron, il mio fornajo con un credito senza limite; impasta dei
pani a fronda che sono eccellenti».
Aramis prese il cordone e se lo cinse al cappello.
Nel momento fu schiuso l’uscio, ed il lacchè gridò forte:
«La signora duchessa di Chevreuse!»
A quel nome ciascuno si alzò. Scarron avviò prestamente la poltrona
dal lato della porta. Raolo arrossì. Athos fece un cenno ad Aramis, che
andò a rannicchiarsi nel vano di una finestra.
Fra mezzo ai rispettosi complimenti che la accoglievano ben si scorgeva
che la duchessa cercasse qualcuno o qualche cosa.
Alfine adocchiò Raolo, e le brillarono le pupille; adocchiò Athos, e si
fece pensierosa; adocchiò Aramis nel suo cantone, e dietro al ventaglio
fe’ un atto quasi impercettibile di stupore.
«A proposito, disse come per iscacciare le idee che l’assalivano a suo
malgrado, come va il povero Voiture? lo sapete, Scarron?
«Che! il signor Voiture è ammalato? chiese il signore che aveva
discorso con Athos in via Sant’Onorato, e che altro ha egli fatto?
«Ha giuocato senza badare a far preparare dal servitore le camicie
per cambiarsi, disse il Coadjutore, talmente che ha acchiappata una
costipazione e se ne muore lesto lesto.
«Dove?
«Dio buono! in casa mia. Figuratevi che Voiture avea fatto voto
solenne di non giuocar più. A capo a tre giorni non può più reggere,
e s’incammina all’arcivescovado perchè io lo sciolga dal voto.
Disgraziatamente, in quel momento ero in affari serj col buon
consigliere Broussel in fondo al mio appartamento, quando Voiture
vede il marchese di Luynes a un tavolino ad aspettare un giuocatore.
Il marchese lo chiama e lo invita a porsi a tavolino. Egli risponde
che non può toccare le carte se io non lo libero dall’impegno. Luynes
si obbliga in nome mio, si assume il peccato. Voiture si mette alla
partita e perde quattrocento scudi, nell’uscire piglia freddo, e va a
letto per non più alzarsi.
«E sta proprio tanto male, il caro Voiture? domandò Aramis, mezzo
nascosto dietro alla portiera.
«Oimè! rispose il signor Menage, sta malissimo, e il grand’uomo è forse
sul punto di lasciarci, _deseret orbem_.
«E sì! obiettò aspramente la Paulet, vi par che muoja? non ci pensa
neppure! ha attorno tante sultane quante ne potrebbe avere un Turco.
Madama di Saintot è corsa a dargli dei brodi, la Benadaut gli scalda le
lenzuola, e persino la nostra amica marchesa di Rambouillet gli manda i
decotti.
«Ecco, voi non gli volete bene, mia diletta Partenia? disse scherzando
Scarron.
«Uh! che ingiustizia, mio caro infermo! gli ho anzi tanto poco odio che
volentieri farei dire delle messe pel riposo dell’anima sua.
«Non v’hanno mica chiamata per nulla la Lionessa, amor mio! gridò dal
suo posto la Chevreuse! e mordete ben bene!
«Madama, azzardò Raolo, mi pare che maltrattiate di molto un gran poeta.
«Un gran poeta? eh via! si vede che venite dalla provincia, conforme
dicevate pocanzi, e che non lo avete mai conosciuto. Egli, gran
poeta!... oh! s’è alto appena di cinque piedi!
«Brava, brava! strillò un tale, lungo, secco e nero, con i mostacci da
smargiasso e lo spadone enorme al fianco, brava, bella Paulet! è tempo
una volta di rimettere quel Voiture al suo posto. Io dichiaro altamente
che credo d’intendermi di poesia, e che ho trovata sempre pessima la
sua.
«Chi è quel bravaccio? domandò Raolo ad Athos.
«Il signor di Scudery.
«L’autore della _Clelia_ e del _Gran Ciro_?
«Che lo compose in conto a metà con sua sorella, la quale adesso
discorre con quella bella signorina laggiù, vicino al signore Scarron».
Raolo volgendosi vide infatti due faccie nuove capitate d’allora: una
gentile, gracile, mesta, contornata da bei capelli neri, occhi soavi
come quei vaghi fiori di viole sotto a cui brilla un calice d’oro;
l’altra pareva tenesse colei sotto la sua tutela, ed era fredda, secca
e gialla, vero viso da matrona.
Raolo fece conto di non muoversi di sala senza aver favellato
alla leggiadra giovanetta dagli occhietti dolcissimi, che per uno
stranissimo giuoco del pensiero, e sebbene senza alcuna somiglianza,
gli rammentava la sua misera Luigia da lui lasciata ammalata nel
castello di La Vallière, e che fra mezzo a tanta moltitudine aveva egli
per un momento obbliata.
Nell’intervallo Aramis si era avvicinato al Coadjutore, che con ciera
assai gioviale gli aveva insinuata qualche paroletta all’orecchio.
Aramis, ad onta del dominio che aveva sopra sè stesso, non seppe
frenare un piccolo movimento.
«Sì! ridete! gli disse il signor di Retz, e’ ci guardano».
E lo piantò per andar a ciarlare con madama di Chevreuse, che aveva
intorno numerosissimo crocchio.
Aramis finse di ridere per disviare l’attenzione di parecchi uditori
curiosi, ed accortosi che Athos alla sua volta era ito a cacciarsi nel
vano della finestra dov’egli era rimasto non poco tempo, se ne andò a
raggiungerlo senza far mostra di nulla dopo aver lanciate alcune parole
da una parte e dall’altra.
E costoro appena riunitisi intavolarono una conversazione, accompagnata
da moltissimi gesti.
Raolo si appressò ad essi, conforme avevagli raccomandato Athos.
«Il signor abate, disse Athos, mi ripete un _rondeau_ di Voiture, che a
me sembra impareggiabile».
Il visconte si trattenne alcuni istanti vicino a loro, indi si mischiò
alla comitiva di madama di Chevreuse, a cui si erano accostate da un
lato la Paulet e dall’altro la Scudery.
«Ebbene! fece il Coadjutore, io mi farò lecito di non essere per
l’appunto del parere del signore Scudery; io trovo all’incontro
che Voiture è un poeta, ma puro poeta. Gli mancano affatto le idee
politiche.
«Sicchè? domandò Athos.
«Domani, rispose precipitosamente Aramis
«A che ora?
«Alle sei.
«Dove?
«A San-Mandé.
«Chi ve lo ha detto?
«Il conte di Rochefort!»
Si appressava qualcuno.
«E le idee filosofiche erano quelle che mancavano all’infelice Voiture.
Io cedo alla opinione del signor Coadjutore: puro poeta.
«Sì, di certo, soggiunse Menage, per poesia egli era stupendo,
portentoso, eppure la posterità per quanto lo ammiri gli darà una
taccia, cioè di aver messo nella fattura de’ suoi versi una soverchia
licenza; egli ha uccisa la poesia senza saperlo.
«Uccisa! così va detto, confermò Scudery.
«Ma che capolavori sono le sue lettere! obiettò la Chevreuse.
«Oh! sotto quell’aspetto, continuò madamigella di Scudery, è
assolutamente illustre.
«È vero, replicò la Paulet, ma fino a tanto che scherza; giacchè nel
genere epistolare serio è insoffribile, e se non dice le cose con molta
durezza, converrete bensì che le dice malissimo.
«Andrete d’accordo però che nella facezia non ha chi sappia imitarlo.
«Sì, sì, rispose Scudery arricciandosi le basette, trovo soltanto che
in lui la comica è forzata e la facezia troppo familiare. Guardate un
po’ la sua lettera del _Carpione al laccio_.
«Senza notare, appoggiò Menage, che le migliori inspirazioni gli
venivano dal palazzo Rambouillet. Vedi _Zelida_ e _Alcidolea_.
«In quanto a me, disse Aramis appressandosi al circolo e salutando
ossequiosamente madama di Chevreuse, la quale gli rispose con un
grazioso sorriso, lo taccerò inoltre di essere stato troppo libero con
i grandi. Ha mancato talvolta di riguardo alla signora principessa,
al signor maresciallo d’Albret, al signor di Schonberg, e persino alla
regina.
«Come, alla regina? domandò Scudery cacciando avanti la gamba diritta
quasi volesse porsi in guardia, cospettone! questa non la sapevo. E in
che modo, in che modo ha egli mancato a Sua Maestà?
«Non conoscete la sua operetta: _Je pensais_?
«No, disse madama di Chevreuse.
«No, ripetè madamigella di Scudery.
«No, fece pure la Paulet.
«In sostanza, io credo che la sovrana l’abbia comunicata a poche
persone; ma io l’ho avuta da fonte sicura.
«E la sapete?
«Me la ricorderò, mi pare.
«Sentiamo! sentiamo! gridarono tutti.
«Ecco in quale occasione la fu fatta, disse Aramis. Voiture era nella
carrozza della regina, che andava a spasso sola con lui nella foresta
di Fontainebleau. Ei fece mostra di pensare, acciò la sovrana gli
richiedesse a che pensasse, e tanto avvenne.
«A che pensate, signor Voiture?» lo interrogò Sua Maestà.
Egli sorrise, finse di riflettere per alcuni minuti secondi onde si
credesse che improvvisasse, e poi rispose:
Je pensais que le destinée,
Après tant d’injustes malheurs,
Vous a justement couronnée
De gloire, d’éclat et d’honneurs;
Mais que vous étiez plus heureuse
Lorsque vous étiez autrefois,
Je ne dirai pas amoureuse....
La rime le veut toutefois....[11]
Scudery, Menage e madamigella Paulet si strinsero nelle spalle.
«Aspettate! disse Aramis, sono tre le strofe.
«Oh! fece la Scudery, dite tre stanze; se è tutto al più una canzone!»
Aramis ricominciò:
Je pensais que le pauvre Amour,
Qui toujours vous prête ses armes,
Est banni loin de votre cour,
Sans ses traits, son arc et ses charmes;
Et de quoi je pois profiter
En passant près de vous, Marie,
Si vous pouvez si maltraiter
Ceux qui vous ont si bien servie?[12]
«Oh! osservò madama di Chevreuse, quanto a questo ultimo tratto, non
so se stia nelle regole poetiche, ma chiedo grazia a suo favore come
verità, e la signora di Hautefort, e la signora di Senacey si uniranno
meco se occorre senza contare il signor di Beaufort.
«Tirate pure innanzi, disse Scarron, non son cose che mi riguardino
più; da stamane in qua io non sono più il suo infermo.
«E l’ultima stanza? disse madamigella di Scudery, sentiamola!
«Eccola, ribattè Aramis, questa ha il vantaggio che va avanti coi nomi
propri, dimodochè non v’è da prendere abbaglio.
Je pensais, nous autres poëtes,
Nous pensons extravagamment,
Ce qui dans l’humeur où vous êtes
Vous feriez, si dans ce moment
Vous avisiez en cette place
Venir le duc de Buckingham,
El lequel serait en disgrace,
Du duc ou du père Vincent[13].
A questa terza strofa, si levò un grido generale sull’impertinenza di
Voiture.
«Ma, disse pianino la signorina dagli occhietti soavissimi, io ho però
la sfortuna di trovarli stupendi quei versi!»
E tale era pure l’idea di Raolo, che avvicinatosi a Scarron, lo pregò
timidamente:
«Signore Scarron, fatemi l’onore di dirmi chi è quella damina che è
sola della sua opinione contro tutta l’illustre comitiva.
«Ah ah! visconte mio, quegli rispose, se non m’inganno avete voglia di
proporle un’alleanza offensiva e difensiva».
Raolo diventò più rosso di prima, e replicò:
«Confesso che quei versi mi sembrano graziosissimi.
«E realmente lo sono, soggiunse Scarron, ma zitto! tra poeti queste
cose non si dicono.
«Io però, riprese il visconte, non ho il bene di esser poeta, e vi
domandavo....
«Sicuro, chi era quella giovane dama? È la bella Indiana.
«Scusatemi, continuò Raolo più vermiglio che mai, ma ne so quanto
prima. Ohimè! sono provinciale.
«Lo che significa, che capite poco il guazzabuglio che qui scorre da
tutte le bocche. Meglio! giovanotto mio, meglio così! non cercate di
comprenderlo, ci perdereste il vostro tempo, e quando lo intenderete
bisogna sperare che non sia più in uso il parlarlo.
«Sinchè mi compatite, signore, insistè il visconte, e vi degnerete
dirmi chi è colei, che chiamate la bella Indiana.
«Sì, certo: è una delle più amabili persone ch’esistano: madamigella
Francesca d’Aubigné.
«È forse della famiglia del famoso Agrippa amico del re Enrico IV?
«È sua nepote. Viene dalla Martinica, ed ecco perchè la chiamo la bella
Indiana».
Raolo aprì tanto d’occhi, e gli occhi suoi si incontrarono in quelli
della signorina, la quale sorrise.
Si seguitava frattanto, a discorrere di Voiture.
«Signore, richiese madamigella d’Aubigné a Scarron come per entrare
nella conversazione ch’esso aveva col visconte, non ammirate gli amici
del povero Voiture? ma udite un po’ come lo spennano nel tempo che
lo lodano! Uno gli toglie il buon senso, l’altro la poesia, questo
l’originalità, quello il gusto comico, uno l’indipendenza, un altro....
Dio buono! e che gli lasceranno, all’_assolutamente illustre_, come ha
detto madamigella di Scudery?»
Scarron si mise a ridere, e Raolo pure. La bella Indiana sorpresa
dell’effetto da lei prodotto abbassò il ciglio e ritornò nell’ingenuo
suo aspetto.
«È molto spiritosa!» disse Raolo.
Athos sempre nel vano della finestra osservava tutta la scena con un
sorriso di disprezzo sul labbro.
«Chiamate un poco il conte de la Fère, disse madama di Chevreuse al
Coadjutore, ho bisogno di parlargli.
«Ed io, rispose il Coadjutore, ho bisogno che tutti credano che non gli
parlo. Lo amo e lo ammiro, giacchè conosco le sue antiche avventure,
almeno parecchie, ma non ho idea di salutarlo che doman l’altro la
mattina.
«E perchè doman l’altro?
«Lo saprete domani sera, replicò ridendo il signor di Gondy.
«Ma, in coscienza, voi discorrete a suon di geroglifici. Signor
d’Herblay, aggiunse volgendosi ad Aramis, favorite anche una volta
esser mio servente questa sera?
«E come, duchessa! disse Aramis, questa sera, domani, sempre!
«Or bene, andate a chiamarmi il conte di la Fère».
Aramis si accostò ad Athos e ritornò indietro seco.
«Signor conte, fece la duchessa consegnando ad Athos una lettera, ecco
ciò che vi avevo promesso; il nostro protetto sarà benissimo ricevuto.
«Madame, egli è ben fortunato di esservi debitore di qualche cosa.
«In quanto a questo voi non avete invidia, di certo, giacchè io debbo a
voi l’averlo conosciuto».
La maliziosa donna diede una tal risposta con un sorrisetto che ad
Athos rammentò Maria Michon.
E indi si alzò e chiese la carrozza.
Madamigella Paulet era già partita; madamigella di Scudery se ne andava.
«Visconte, ordinò Athos a Raolo, seguitate la duchessa di Chevreuse;
pregatela di accettare la vostra mano per scendere, e andando giù con
lei ringraziatela».
La bella Indiana si appressò a Scarron per prender da esso commiato.
«Ve n’andate digià? domandò Scarron.
«Vo via una delle ultime, come vedete. Se avete notizie del signor
Voiture, e specialmente se son buone, fatemi grazia di mandarmele
domani.
«Oh! oramai può morire.
«Come!
«Senza dubbio: è bell’e fatto il suo panegirico».
E si separarono ridendo, la giovanetta girandosi a guardare il povero
paralitico con premura, il paralitico seguendola con occhi amorosi.
A poco a poco si diradavano i crocchi. Scarron non fece mostra di
vedere che taluni si erano parlato misteriosamente, che per diversi
erano giunte delle lettere, e che il suo trattenimento serale pareva
avesse avuto uno scopo occulto lontanissimo dalla letteratura di cui
però si era trattato con tanto calore. Ma a Scarron che importava di
ciò? ormai in casa sua si poteva _sparlare_ (_fronder_) a bell’agio:
dalla mattina in poi, conforme aveva detto, egli non era più l’infermo
della regina.
Raolo accompagnò difatti la duchessa sino alla carrozza, in cui essa
salì dandogli a baciare la mano; poi per uno di quei capriccetti che
la rendevano sì adorabile, e soprattutto sì pericolosa, lo afferrò
improvvisamente per la testa e lo baciò in fronte, dicendogli:
«Visconte, deh! i miei voti e questo bacio vi portino fortuna».
Indi lo rispinse, e ordinò al cocchiere di trottare sino al palazzo di
Luynes.
La carrozza era corsa via; la signora di Chevreuse aveva fatto dallo
sportello un piccolo cenno a Raolo, e questi rimaneva là confuso.
Athos comprese quanto era avvenuto.
«Venite, visconte, egli disse; è tempo che vi ritiriate: domani
partirete per l’armata del signor Principe; dormite bene per l’ultima
vostra notte di cittadino.
«Sarò dunque soldato? oh, grazie, grazie di cuore.
«Addio, conte, disse l’abate d’Herblay, me ne torno in convento.
«Addio, abate, fece il Coadjutore, domani predicherò, e questa sera ho
da consultare una ventina di testi.
«Addio, signori, aggiunse Athos, io vo a dormire per ventiquattro ore
di seguito; non mi reggo dalla stanchezza».