Dopo la morte di Beatrice, quand'ella fu _beata_ oltre che _beatrix_,
Dante ebbe tre visioni. La prima ebbe virtù di richiamare alla donna
gentilissima i pensieri di lui che si erano sviati verso la donna
gentile. Fu il “cuore„ che “si cominciò dolorosamente a pentere de lo
desiderio, a cui sì vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die
contra la costanzia de la ragione: e discacciato questo cotale malvagio
desiderio, sì si rivolsero tutti li _suoi_ pensamenti a la loro
gentilissima Beatrice„. Ciò per “una forte imaginazione„ nella quale a
lui “parve vedere questa gloriosa Beatrice con quelle vestimenta
sanguigne, co le quali apparve prima a li occhi _suoi_; e parea_gli_
giovane in simile etade ne la quale _egli_ primieramente sì la
vide„.[1169] L'altra fu “una mirabile visione„.
Ma prima di accennare a questa, che non ci dice qual sia, il Poeta
riporta un sonetto, in cui è pure una visione: la seconda.[1170] Oltre
il primo mobile, passa il sospiro del cuore di Dante tirato su da
intelligenza nova messa in lui da amore e dolore. Nell'Empireo
vede una donna, che riceve onore,
e luce sì, che per lo suo splendore
lo peregrino spirito la mira.
E lo spirito tornando parla sottile, e Dante non lo intende; pur intende
che parla di Beatrice. Appresso questo sonetto gli apparve la mirabile
visione. Egli dice: “una mirabile visione, ne la quale io vidi cose, che
mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto
che io potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io
studio quanto posso, sì com'ella sa veracemente. Sì che, se piacere sarà
di colui, a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti
anni, io spero di dire di lei quello che mai non fu detto d'alcuna„.
Orbene ciò che Dante vide in visione dopo la morte di Beatrice, è presso
a poco, non si può dubitare, ciò che racconta d'aver veduto di lei nel
suo Poema. In vetta al santo monte egli la vide, non invero dell'età di
nove anni, cioè “in simile etade ne la quale _egli_ primieramente sì la
vide„; ma pure la vide
vestita di color di fiamma viva.
È il colore di cui era vestita nella prima sua apparizione in vita e
nella prima sua apparizione in morte. Solo l'“umile ed onesto sanguigno„
fiammeggia. E Dante, nella Vita Nuova, tornò a Beatrice come Beatrice
era tornata a lui; tornò a lei fanciullo, come fanciulla era essa
tornata a lui. Egli si ricordava “di lei secondo l'ordine del tempo
passato„, e si pentiva del suo vil desiderio e piangeva come se i suoi
occhi fossero “due cose che desiderassero pur di piangere„. Così sul
santo monte sospira e piange e sta avanti lei,[1171]
quali i fanciulli vergognando muti
con gli occhi a terra, stannosi ascoltando,
e sè riconoscendo e ripentuti.
Le stesse lagrime, lo stesso ripentire: e ripentire e lagrimare per non
più che desideri del cuore, per non altro che incostanza di ragione.
Dopo, Dante sale con Beatrice di spera in spera, finchè può
contemplarla: come? dove? Nell'Empireo, nel suo seggio di gloria, pura
luce; così, dunque, e dove egli dice, in quel sonetto, che la vide lo
spirito suo peregrino. Or che poteva essere quella terza visione, che
Dante non ci dice qual fu? È forza credere ch'ella fosse quella che
narrò nel Poema Sacro, poichè la visione del pentimento e quella della
gloria, le quali precedono la mirabile, sono i due poli della Comedia.
Invero Beatrice, così nella Vita Nuova come nella Comedia, richiama a sè
l'amatore, mentre egli vilmente desiderava contra la costanza della
ragione; e in fine si lascia a lui vedere entro lo splendore della sua
gloria di _Beata Beatrice_, nell'Empireo. Questi due elementi, la
conversione cioè di Dante e la transfigurazione di Beatrice, formano la
divina Comedia: come non sarebbero essi gli elementi di quella visione
ultima e mirabile, per la quale Dante propose di non dir più di Beatrice
se non quando potesse più degnamente trattarne? È almeno probabile.
Ed è certo, quando ci ricordiamo chi è e che cosa è Virgilio nel Poema.
È lo “studio„. Virgilio che conduce Dante a Matelda, cioè all'arte, è
l'incarnazione di queste parole: “Di venire a ciò (a trattare di lei più
degnamente) io studio quanto posso„. Le altre parole “sì come ella sa
veracemente„ sono tradotte nel secondo canto della Comedia. Virgilio
dice a Dante d'essere stato mandato da Beatrice e di dover ricondurlo a
lei: alla sapienza.
Ma in un'altra opera di Dante apparisce questo argomento: nel Convivio.
In vero egli narra d'una sua tanta tristizia, che nessun conforto gli
valeva. Allora provvide, per sanare, “ritornare al modo che alcuno
sconsolato avea tenuto a consolarsi„. E così lesse il libro di Boezio e
poi uno di Tullio, e s'addestrò così in Gramatica e trovò “vocaboli
d'Autori e di Scienze e di libri„.[1172] Studiava. Per dirla al modo
simbolico che usò nella Comedia, Virgilio era andato a lui che piangeva
e s'attristava in tutti i suoi pensieri. Studiava dunque. Per qual fine?
Per giungere a una perfetta beatitudine la quale consisteva nel guardare
gli occhi e il riso d'una donna.[1173] Dunque Virgilio per dirla secondo
l'allegoria del Convivio, conduceva Dante a Beatrice, a una beatrice.
Ma nel Convivio non c'è Virgilio. Lo studio o amore è uno degli elementi
di cui si compone la “gloriosa donna„,[1174] la quale è così studio o
amore della sapienza, cioè Virgilio, in uno, e Beatrice. Consolarsi
della sparizion di Beatrice, rivedendola, dopo una sete di dieci anni,
fatta luce e sapienza, e con lei sapienza amorosamente usare, è
l'argomento della Comedia. Quello del Convivio? Amorosamente usar
sapienza, cioè amar la Donna Gentile, per consolarsi della morte di
Beatrice. L'argomento del Convivio è lo stesso dunque che quel del
Poema, e si vede, che se non fosse stato interrotto, questo comento alle
canzoni sarebbe stata una perfetta imbandigione di sapere,[1175] qual fu
la Comedia in cui la parola di Dante aveva a lasciare “vital
nutrimento„.[1176] L'argomento, lo stesso; le dottrine, uguali, eccetto
che in menomi particolari; il fine, simile; il mezzo, identico: il
volgare “da' letterati e da' non letterati inteso„.[1177]
È dunque il Convivio ciò che nell'ultima carta della Vita Nuova si
promette. C'è solo un divario: il Convivio non è nella forma di visione.
E non essendo una visione, poichè la visione aveva a essere il venir di
Beatrice a Dante e il ritorno di Dante a Beatrice, così, tutto rimanendo
com'era, così Beatrice non incarna nel Convivio l'idea di sapienza.
Dunque Dante ruppe fede alla gentilissima? Qualcuno l'ha detto, e in
vero Dante aveva dato motivo a dirlo, correggendo il fatto della donna
gentile che nella Vita Nuova è viltà desiderare, e nel Convivio è salute
amare. Ma chi non vede quanto, in tal correzione, trionfa Beatrice?
Dante scrive:[1178] “Dico e affermo che la donna di cui io innamorai
appresso lo primo amore, fu la bellissima e onestissima figlia dello
imperadore dell'universo, alla quale Pittagora pose nome Filosofia„.
Dunque al “primo amore„ egli protesta d'essere stato fedele; perchè la
morta gentilissima non avrebbe potuto dolersi di tal rivale, che non era
donna, ma idea. O donna era, ma qual donna! Tale, sempre, che Beatrice
stessa amava e che Beatrice stessa era assai lieta che Dante l'amasse!
Poichè era la sposa dello Spirito; era quella sotto la cui insegna
gloriava la gentilissima: era “quella reina benedetta Maria, lo cui nome
fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice
beata„.[1179] Chi parlò d'apostasia? Nel Convivio Dante è innamorato
della sposa e figlia e sorella di Dio. Chi parlò d'infedeltà? Nel
Convivio Dante vuoi cancellare dal suo primo amore, dall'amore
inestinguibile per la gentilissima, quell'unica macchia che di
quell'amore aveva narrata nel suo libello giovanile. Vuol cancellarla,
nel momento in cui ha cambiato il proposito di scrivere la mirabile
visione che accenna nella Vita Nuova, e sta per dare, in altra forma ma
con la medesima sostanza, il frutto degli studi che annunzia in quel
capitolo stesso.
Perchè il Convivio deve essere da noi guardato col medesimo occhio col
quale il passeggere guarda al chiarore d'un baleno l'abisso sul cui orlo
aveva il piede. Per il Convivio gli uomini rischiarono di non aver la
Comedia! Il Convivio Dante sostituì al Poema Sacro! Il Convivio doveva
essere, in altra forma ma con la medesima sostanza di dottrina, quel che
fu il sacrato Poema! Anche nel lor fine secondario e personale, l'uno
vuol ciò che l'altro. Se il Poema mirava a vincere la crudeltà che
serrava il Poeta fuor dell'ovile, il Convivio doveva liberarlo
dall'ingiusta pena “d'esilio e di povertà„; doveva rimarginare “la piaga
della fortuna„; doveva dare sosta e riposo “al peregrino„ che andava
“quasi mendicando„; doveva offrire un porto al “legno senza vele e senza
governo, portato... dal vento secco„. Doveva adempiere, in fine, il
desiderio dell'esule, cacciato fuori dal “dolcissimo seno„ della
bellissima e famosissima figlia di Roma; doveva adempiere il suo
desiderio di riposarvi l'animo stanco e terminarvi il tempo che gli era
dato.[1180] E Dante esule e povero e peregrino e vile fatto nel cospetto
di molti, nell'imbandir questo Convivio, nel rinunziare alla visione in
cui aveva a dire di Beatrice ciò che non fu detto d'alcuno, provvedeva,
con una sollecitudine a cui è cosa trista e pia pensare, provvedeva a
purgar d'ogni macchia il suo primo ed unico amore. E così poteva
affermare di non derogare dalla Vita Nuova, anzi di maggiormente
giovarle. Egli in vero per una parte asseverava che non d'altra in terra
era stato preso, che di quella che ora gloriava in cielo, e terminava
“lo parlare di quella viva Beatrice beata„, ragionando dell'immortalità
dell'anima;[1181] e per l'altra diceva pur sempre che da quella morta
gentilissima era stato tratto allo studio e alla conoscenza e alla
sapienza; poichè per consolarsi della sua perdita, egli si era dato a
leggere libri e a entrare “nello Latino„, egli si era innamorato della
sposa dello Spirito, alla quale Beatrice era stata così devota come
Dante. Un soave pensiero, che era vita del suo cuore dolente, andava ai
piedi di Dio: un altro pensiero ora lo faceva fuggire, quel pensiero
soave; cioè consolava Dante del suo dolore. Quale? Quello che lo faceva
guardare un'altra Donna. Ma qual Donna? Una ch'egli omai doveva pensare
a chiamare Donna cioè signora: la Donna[1182]
pietosa ed umile,
saggia e cortese nella sua grandezza,
la Donna dunque, “umile e alta„, la Donna in cui è misericordia e pietà,
e che precorre al domandare. Oh! l'infedele, che si consola nello studio
e nella scienza! Oh! l'apostata, che si consola pensando all'immortalità
dell'anima, e alla verace sapienza che lo condurrà, per la misericordia
della Vergine, a riveder Beatrice ai piedi di Dio!
Ma il Convivio rimase interrotto. Dante riprese la mirabile Visione.
Quando? Quando disperò di salire al bel colle. Il Poema significa la
rinunzia alla vita attiva o alla via del mondo, e l'ingresso nella vita
contemplativa o nella via di Dio. La via del mondo è impedita dalla lupa
che esprime la cupidità che si svolge in malizia. Questa non lascia
passare alcuno per la sua via. Dante, deve fare altro viaggio, se vuole
scampare. Egli si ritrae avanti la bestia malvagia; è per ricadere
nell'oscurità della selva. Egli sembra destinato a vivere come non fosse
mai nato, a essere un di quelli infiniti che corrono nel vestibolo e che
non lasciarono alcuna fama di sè: un servo, un cieco, un nullo. Un
veltro, sì, deve venire a sgombrar la via e rimettere nell'inferno la
lupa. Ma fin che egli non sia venuto, vano è dirigersi al bel colle. Ora
il veltro è colui che ci fu dato a lume e guida della vita civile:
l'imperatore Romano.
Ebbene, quando Dante disperò dell'altezza? quando disperò di salire al
bel colle? alla felicità, vale a dire, della vita attiva? Si può
scegliere tra queste due ipotesi: prima della venuta d'Arrigo, dopo la
venuta di Arrigo. Se prima, egli aveva come un sentore del veltro che
era per venire, e certo egli raffigurava in Arrigo il veltro. In vero
nell'epistola a lui, quando fu disceso in Italia (nel 1310), Dante
ricorre a imagini consimili. Arrigo deve uccidere l'idra, Arrigo deve
uccidere la _vulpecula_, la vipera, la pecora infetta. Non ancora o non
più pensava di cambiare la _vulpecula_ di Cicerone nella sua lupa,
allora; e questa considerazione vale come gravissimo argomento in favore
dell'autenticità di questa lettera, contro la quale, del resto, non c'è
alcun pregiudizio. Come avrebbe potuto un falsario sapere che Dante
nella figurazione delle tre fiere aveva sotto gli occhi un dato passo di
Cicerone?[1183]
Or bene: accogliendo l'ipotesi che alla Comedia Dante si mettesse prima
della venuta di Arrigo, si ammetterebbe questo assurdo: che Dante
rinunziava alla vita attiva o civile, appunto quando poteva credere
ch'ella fosse possibile. Meglio ricorrere alla seconda; e credere che
Dante appunto a quella rinunziasse, quando ogni illusione in lui fosse
spenta, quando l'ultima speranza se ne fosse andata; dunque dopo la
morte di Arrigo in Buonconvento. E se ne può trovar la riprova mettendo
a confronto l'epistola sopra citata e la profezia del veltro. Egli
scrisse quella epistola perchè, come egli dice “il nostro sole (sia che
questo ne insinui il ferver del desiderio o la sembianza della verità),
o si crede che si fermi (_morari_) o si sospetta che torni indietro„.
Continua meravigliandosi perchè così tarda irresolutezza (_tam sera
segnities_) si frapponga. Lo rimprovera di credere che tutto l'impero si
chiuda nei confini dei Liguri. Gli dice che tutto il mondo lo aspetta.
Gli rinfaccia d'indugiarsi a troncar le teste dell'idra a una a una; di
essere per consumare il tempo a Cremona; a Brescia, a Pavia, Vercelli,
Bergamo... Oh! non viene in mente quel verso, in cui non suona solo la
rima, ma riluce il pensiero:
questi la caccerà _per ogni villa_?
Non vedete perchè il poeta abbia pensato come uccisore della lupa un
veltro (tolgo questa citazione al bello e dotto studio del mio caro
Cian),[1184] il veltro che era considerato nel medio evo come cane
velocissimo, e di cui Dante stesso nel Convivio aveva detto, che la
bontà propria era il bene correre? Non capite che egli dice perchè il
grande Enrico non potè uccidere la lupa? Perchè non corse, perchè
indugiò, perchè fu lento e tardo. _Rumpe moras_: diceva Dante
all'imperadore da sotto la fonte dell'Arno. Velocità ci vuole, fa dire a
Virgilio nella piaggia deserta. E così chi non sente piuttosto il dolore
della speranza delusa, che il fremito della speranza risorta, nelle
parole[1185]
O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di quaggiù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?
Non è l'esclamazione, questa, d'uno che aspetti, ma di chi aspettò e fu
deluso. Persino quella espressione “par che si creda„ rispetto a cosa, a
cui Dante credeva benissimo, sa di sconforto supremo. Oh! il veltro fu
pensato dopo la delusione di quella che egli chiamò invano _faustissima
corsa_ del divo Enrico; quando egli vide che corsa più rapida ci voleva,
e più risoluto principe.
Israele non fu liberato. Il suo retaggio, che piangeva senza
intermissione a lui tolto, non gli fu restituito. Dante continuò a
gemere esule in Babilonia; non potè, tornato cittadino, respirare in
pace e ricordare la miseria nel tempo felice. Anzi si fece più grave la
condizione del suo esilio. Nella riforma di Baldo d'Aguglione si
confermavano le sentenze contro lui. Egli riprese la sua dura via.
Continuò a mendicare, a scendere e salire, e non sperò più. La sua vita
era infranta per sempre.
E allora ripensò alla fanciulla morta, ripensò alla visione che aveva
avuto di lei, nella quale essa dalla terra lo richiamava al cielo. E
allora, nella seconda disperazione della sua vita, riprese il disegno
che aveva avuto nella prima, non meno amara. E gli studi che già allora
aveva destinati alla visione mirabile, a quella ravviò e ricondusse.
Un'antica tradizione afferma che Dante ebbe un tempo il pensiero di
lasciare il secolo e farsi frate minore. Si dice anzi che fu terziario,
e che la corda, che gittò a Gerione, la corda che aveva cinta e con cui
credè un tempo di prendere la lonza, era la corda di quell'ordine. Lo
Scartazzini non rigetta la leggenda, e congettura che il proposito di
Dante dovesse avvenire “nel tempo che corse dalla morte di Beatrice al
matrimonio„ suo. Lo Scartazzini ha ragione nel dar peso alla leggenda.
Quella tradizione spiega il fatto della corda, e consuona col
significato della Comedia: per ciò è attendibile. Ora quel pensiero
sorse nel Poeta, prima che egli s'innamorasse della donna gentile, o
dopo? Dopo: perchè quel pensiero di lasciare il mondo, e darsi allo
spirito, è tutt'uno con la mirabile Visione, se questa è, come è,
tutt'uno col concepimento fondamentale della Comedia. Dopo, dunque, non
solo l'innamoramento ma anche il pentimento, dopo le due imaginazioni
nelle quali egli vide Beatrice giovinetta e Beatrice santa. Ma certo
prima del suo matrimonio; prima dunque, non solo del 1300, ma del 1298.
La mirabile Visione, che poi dal Poeta fu posta nel 1300, era stata
veduta o, diciamo, concepita, prima.
Se avesse adombrato allora il suo disegno! Il principale personaggio del
poema, sarebbe pur stato lui, Dante: Dante, che domato da un grande
dolore, di quelli che vengono da Dio e non dagli uomini, lasciava la via
degli uomini o del mondo, e s'incamminava per quella di Dio, dove
avrebbe ritrovata la donna che aveva perduta. Sarebbe stato il poema
della rassegnazione, la cui suprema parola poteva esser questa: Dio, tu
me l'hai tolta nella vita, tu me la rendi nella morte: sii benedetto! Ma
gli uomini, che esso avrebbe abbandonati, di nulla erano ancora rei
verso lui, verso lui che guardava allora tutti con occhi d'amore, e
indirizzava le sue dolci parole agli sconosciuti romei. Egli, ferito dal
primo strale, si sarebbe rifugiato là dove non aveva a temere più altre
ferite. Egli si sarebbe messo nel porto dopo un primo tuono, avanti lo
scoppiare della procella.
Ma ora? Egli ritrovava nel suo cuore il dolor d'allora e il proposito
d'allora; ma dove, ma quale vedeva sè stesso! Bandito, infamato, dannato
al fuoco, lontano dal luogo del suo battesimo, senza tetto e senza pane.
Il libello ascetico ch'egli avrebbe scritto, diventò la Comedia: il
frate minore diventò il Cristo. Il dannato al fuoco, il mendico perduto
tra gli uomini di corte, l'umile pedagogo, il modesto lettore dello
studio, si sublimò sui tempi e sulle nazioni e sulle fazioni e sulle
scuole e sui re e sui papi. Discese come il Cristo di San Paolo, per
ascendere. Morì per vivere e per redimere. Fu più d'un eroe e più d'un
apostolo. Volle fondare la città del ben vivere. Bandì una nuova
Apocalissi e un nuovo Vangelo. Entrò nella morte dall'esilio e dalla
condanna e dalla infamia; e uscì a giudicare i vivi e i morti.
Eppure chi lo guidava ora l'avrebbe guidato anche allora. Virgilio lo
conduceva, Virgilio in cui non solo Dante ma tutti assommavano allora il
concetto di studio e di scuola. Lo conduceva a una giovane morta.
Nessuno sapeva la strada meglio di lui, che aveva cantato la discesa
negl'inferi. Nessuno avrebbe significato meglio di lui questo concetto:
lo studio che conduce alla vera sapienza per l'oltremondana via della
contemplazione. E questo concetto è quello della Comedia e quello delle
ultime parole della Vita Nuova che suonano: studiare per dir di lei, per
tornare a lei, per riveder lei, la morta amata. Dante riprese tal quale
la mirabile Visione d'allora; che aveva messa da parte, prima, perchè
non ancora addottrinato; poi... perchè? Perchè non abbastanza infelice!
Perchè aveva ancora qualche rifugio di speranza nel mondo! Perchè poteva
ancora ricoverarsi in qualche luogo che non fosse il regno della morte!
La fine dell'alto Enrico, come egli lo chiama, voleva dire per lui la
perdita per sempre della patria. Se dopo ebbe qualche barlume di
speranza, che il poema sacro vincesse la crudeltà dei proscrittori,
allora, nel 1313, questo barlume non l'aveva. Fu quella fine che lo
determinò all'altro viaggio; cioè a mortificare ciò che nella sua anima
era di mortale, giù per gli abissi; e purificare ciò che nella sua anima
era ancora di macchia e di caligine, su per il monte; e salire, bello
della santa ira sua e della sua santa carità, a Dio, di spera in spera.
E quasi alla fine dell'altro viaggio, quando mancano appena i tre ultimi
canti ineffabili dell'ineffabile Trinità, egli vede un seggio vuoto con
su una corona. È il seggio destinato ad Enrico
ch'a drizzare Italia
verrà in prima ch'ella sia disposta.
Quel seggio deve ricordare a lui la speranza venuta meno, del suo
ritorno in patria; deve ricordare a lui il momento, in cui scrisse il
primo canto della Comedia, quello che tutta la riassume. Oh! non fu il
veltro, questi cui si aspetta il seggio vuoto! Oh! non fu rapido e
forte, come doveva! Oh! l'esilio continuò più duro che mai! Pur quanta
dolcezza nelle parole di Beatrice, che accennano al futuro ma riflettono
il passato! Gl'Italiani che non hanno accolto il buono Enrico sono
assomigliati al fantolino
che muor di fame e caccia via la balia.
Dante, quando scriveva questo canto, sentiva già forse il freddo della
morte. Pensate: in otto anni egli compì quel poema, cui pose mano cielo
e terra! il cielo: la fede; la terra: il dolore. La vita di Dante,
quando egli era a questo punto, dava forse gli ultimi guizzi: i tre
altissimi guizzi di luce, che sono i canti della Trinità; poi si spense.
Ebbene cantando il seggio vuoto dell'alto Enrico, egli ha una tristezza
così dolce! così accorata! Esso non morrà in patria; non lo vedrà più il
suo bel San Giovanni. E poco dopo Beatrice si allontana da lui e
riprende il suo posto nella candida rosa. Essa gli è ora così lontana,
come il fondo del mare dalla più alta regione del tuono. Presso lui è un
sene, dal volto sorridente, dall'atteggiamento paterno.
Dante è avanti la morte. E non solo la sua anima è purificata e fatta
degna di contemplare Dio, ma anche il suo dolore è lontano.
La mirabile visione è già tutta narrata. Dante può rifugiarsi,
dall'amarezza della vita nella dolcezza del riposo; dall'esilio nella
patria, dalla morte nell'immortalità.
Che cosa restava più, di quel dolore? di quel primo e di quel secondo,
che si comprendono nella morte di Beatrice e nella morte di Enrico? La
Divina Comedia.
L'adolescente si smarrisce non avendo la prudenza. La riacquista nella
sua età piena. Si mette per la via del mondo, verso la felicità buona e
non ottima. Vuol essere utile ai suoi simili. Ha, con la prudenza
riacquistata, le altre tre virtù necessarie alla vita attiva. Ma la
malizia degli uomini lo respinge. Non c'è chi governi, e l'ingiustizia
regna. Allora l'uomo cambia di cammino. Si mette, per ispirazione della
donna amata, che ora è morta e vede Iddio ed è la verace Sapienza, si
mette nella via di Dio: si dà alla vita contemplativa, studiando per
giungere all'arte e alla sapienza. L'arte gli deve servire per rivelare
agli altri ciò che avrà veduto: chè utile anch'essa, e più dell'altra
anche, è la vita contemplativa ai nostri fratelli.
Ma bisogna morire per fruire di questa vita: morire alla tenebra, e
riaver in atto la luce o la prudenza; morire al peccato, sì della carne,
sì dello spirito; e riavere in atto le virtù di temperanza, di fortezza,
di giustizia.
E l'uomo... o non più l'uomo, ma Dante, Dante si configura al Cristo, e
muore come lui, e si fa viatore, nel mistico mondo, per divenire
comprenditore e dire agli altri ciò che avrà compreso. Studia e ama.
Muore alla carne o al peccato; muore alle sette ferite mortali. Ora ha
la virtù. Sana le sette cicatrici; coi sette doni dello Spirito si fa
degno di sette beatitudini. Attraversa il fuoco, che monda il cuore e
l'occhio, e si fa tutto puro. Di cieco è veggente, come di servo si è
fatto libero. Ha obliato ogni resto del peccato. È giunto alla
perfezione della vita attiva. Così può passare all'altra, alla quale è
disposto dalla prima. Ha la sapienza e ha l'arte di rivelarla altrui.
Può salire al cielo. All'ultimo la sapienza umana non basta più.
Soltanto quella che vide gli abissi del mistero di Dio, può impetrargli
la visione di Dio. E la sapienza umana è una frale donna di quaggiù,
ch'egli amò e ama;[1186] e l'altra, la divina, è pure un'umile donna, la
moglie d'un fabbro Nazareno. Con l'amor per la prima si ha la filosofia
degli uomini; con l'amor per la seconda, .{503} si ha quell'altra che in
Dio è “per modo perfetto e vero, quasi per eterno matrimonio„.[1187]
Come il Cristo punì in sè i peccati del mondo, così Dante in sè uccide e
cancella e oblia tutti i mali dell'anima umana. Come S. Paolo, che salì,
come lui, vivente al cielo, egli ha appreso altissime verità, che Dante
fa manifeste per la salute del genere umano nell'una e nell'altra via:
in quella del mondo e in quella di Dio. Così Lia è la virtù “per
la quale si provvede all'infermità e necessità„ degli uomini; e
Rachele è la sapienza donde l'uomo “impara alcunchè di celeste e
immutabile„.[1188] E Dante dallo studio fu reso abile all'uno e
all'altro uffizio. Fu addotto da Virgilio a Matelda e a Beatrice.
Inoltre, da Bernardo a Maria, da Maria a Dio.
E qui finisce il libro, la cui rubrica è SOTTO IL VELAME, e comincia
l'altro da ciò a cui il primo apre più presto che conchiuda: LA MIRABILE
VISIONE.