BEATRICE BEATA

La fonte dice distintamente il suo nome nel mistero. È la donna che

Giacobbe ama, la donna per cui egli è servo di Laban. E serve sette

anni, e invece di lei ha Lia; e serve altri sette anni, e allora

acquista Rachele. I primi sette anni sono stati l'esercizio delle

quattro virtù, che si assommano nella giustizia, per vincere i sette

peccati; i secondi sette anni sono stati la purificazione dalle macchie

lasciate da quelli, sette cicatrici di sette piaghe, e la promessa di

sette premi che avrà in cielo il viatore. Dopo due settennati la vita

attiva di questo è disposta nella visione. Dante è passato attraverso le

fiamme che mondano il cuore e l'occhio. Vedrà. Cioè, Lia si specchia;

cioè, Matelda sa e vede. Cioè, Giacobbe possiede Rachele; cioè, Dante

rivede Beatrice. I simboli si fondono e s'intrecciano perchè sono come

predicati d'un solo soggetto. Dante studia, si fa forte contro ogni

ostacolo, acquista la virtù e l'arte, diventa atto alla visione: vede.

Questo è il senso della mirabile favola: Dante segue Virgilio, Enea gli

apre le porte di Dite, si trova con Catone, incontra Matelda, è avanti

Beatrice. A mano a mano i simboli si scindono, e d'uno si fanno due.

Matelda, se ragioniamo è Beatrice; perchè ella significa Dante che, con

l'esercizio della vita attiva, si è fatto veggente. Ma il suo essersi

fatto veggente è Matelda; l'essere veggente è Beatrice. E Virgilio è, in

certo modo, l'una e l'altra. Egli dice d'aver tratto Dante, là dove

vedrà prima Matelda e poi Beatrice, “con ingegno e con arte„. Ebbene, lo

studio che è studio e amore, riguarda l'ingegno e l'arte, Beatrice e

Matelda; è l'amor dell'intelletto o ingegno o meglio di ciò che è

adombrato in Beatrice; e lo studio dell'arte: è l'arte e l'ingegno

stesso.

Quale è dunque il nome mistico di Beatrice? È “la speranza della

contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza

di verità„. Ognuno che è “piamente studioso„ l'ama. Dante invero è

guidato a lei da uno “studio che comincia dalla fede„. Ma quel nome è

troppo lungo. Vediamo ancora. Ogni “utile servo di Dio, messo sotto la

grazia dello sbianchimento de' suoi peccati cioè l'“utile (non bisogna

dimenticare questa parola) _fedele_ di Lucia„, che altro nella sua

conversione (Dante si era straniato da Beatrice) meditò, che altro portò

nel cuore, di che altro fu innamorato (_quid aliud adamavit_), se non

“la dottrina di sapienza„? La “dottrina di sapienza„, dunque; o “la

desiderata e sperata bellissima dilettazione della dottrina„, o “la

bella e perfetta sapienza„, o “la translucida verità,„ di cui alcuno

s'innamora ardentemente, o “la luminosa sapienza„. “_Sapientia_„,

dunque, diciamo. E così Virgilio sarà _studium artis_ e _studium

sapientiae_: studio dell'arte e amor della sapienza. Ma chi ama, è

s'intende, Dante: Virgilio è un suo predicato.

Ciò si riscontra perfettamente nel Convivio.[1150] “È uno studio il

quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia„. Scienzia è qui,

come vuole il contesto, sapienza.[1151] Infatti “Filosofia è quando

l'anima e la sapienza sono fatte amiche„. Diciamo subito che nè Beatrice

nè Virgilio sono di per sè Filosofia; ma che, se l'uno è studio o amore,

e l'altra è sapienza, filosofia risulta dal tender dell'uno all'altra:

dal tendervi nell'anima di Dante. E poichè Virgilio conduce Dante anche

a Matelda, anzi prima a questa che a Beatrice, e Matelda è l'arte, così

che cosa risulta dal tendere di Virgilio a Matelda? Filosofia è l'amor

della sapienza; lo studio dell'arte, che è? Vediamo: due alunni ha

Virgilio e tutti e due conduce a Matelda: l'uno è del mondo, per così

dire, pagano o mondo antico o latino; l'altro dell'evo cristiano o nuovo

o volgare. Ebbene Virgilio, come studio in genere e come studio

dell'opere Virgiliane in ispecie, condusse Stazio anche alla sapienza:

oltre che all'arte, anche alla sapienza. Ciò significa Stazio stesso

dicendo:[1152]

fui, per te cristiano.

Invero Dante dice che “le Intelligenzie che sono in esilio della superna

patria... filosofare non possono„.[1153] Ciò dice delle Intelligenzie

separate, ma si deve intendere delle menti anche unite al corpo, ma non

illuminate dalla fede. In esse può essere desiderio e amore di sapienza;

ma la sapienza non si fa amica della loro anima, per quanto questa si

sia studiata e si studii. Or dunque il primo e necessario passo a

filosofia è, per Dante, l'aver battesimo e fede. Ebbene Stazio l'ebbe

per lo studio che faceva di Virgilio, il battesimo e la fede; l'ebbe, la

luce, da quel lume che Virgilio portava dietro sè; l'ebbe,

l'ispirazione, dalle parole con cui Virgilio profetava il Messia. Dunque

a sapienza fu condotto Stazio da Virgilio; ossia fu, per lui, cristiano

e filosofo. Ora è ben ragionevole credere che le parole che cominciano

quel verso riportato più su,

Per te poeta fui,

esprimano l'esser condotto da Virgilio a quell'altro abito, a quel

dell'arte, a Matelda. E il secondo e maggior alunno di Virgilio, non

dice, in verità:[1154]

Tu se' solo colui da cui io tolsi

lo bello stile che m'ha fatto onore?

Ora se tutti e due gli alunni possono dire d'essere stati poeti per lui,

per lui possono dire d'essere stati cristiani? Stazio, certo. E Dante?

Anche Dante. Noi abbiamo veduto, e il cuore ci s'innonda di gioia nel

riconoscere che abbiamo veduto giusto, che Virgilio trae con sè Dante,

mentre rovina verso la selva oscura, dove manca il libero arbitrio, come

se battesimo o fede non fosse nell'uomo che v'erra; lo trae con sè oltre

la porta aperta dal Redentore, lo trae con sè al fiume, cui passare è

acquistare il lume che s'infonde col battesimo, ed è, insomma, diventare

cristiani. E si intende che se Virgilio per Stazio, quanto allo acquisto

della fede, equivale a “studio dell'opere di Virgilio„, per Dante, a

quel riguardo e forse all'altro, esprime unicamente “lo studio e

l'amore„.

Ma già son piene le carte. Il velame si è levato quanto basta a

contemplare la visione di Dante. Narrarla non posso qui; sì, in altro

libro che comincia di là dove questo finisce. E ciò che ora verrò

soggiungendo, è solo “un prendere lo pane apposito, e quello purgare da

ogni macola„.[1155] Dirò dunque che la divina Comedia è tutto un amoroso

uso d'arte e di sapienza: un poetare, cioè, e un filosofare. Ora del

filosofare nel Convivio Dante ci dichiarò le due parti componenti:

l'amore e la sapienza. L'amore nella Comedia scinde in certo modo da sè,

e raffigura in Virgilio. Notevole mi sembra che nel Convivio volendo dar

prova di questo amore cita Democrito e Platone e Aristotele e Zeno e

Socrate e Seneca; come nella Comedia sceglie, a impersonarlo, Virgilio:

tutti pagani.[1156] Ciò perchè “l'oggetto eterno (di questo amore)

improporzionalmente gli altri oggetti vince e soperchia„; ma

specialmente li vince e soperchia in quelli che raggiungerlo non

possono. Chi vuole esprimere e descrivere un amore appassionato,

fervido, indomabile — l'amore —, non lo dipingerà mai soddisfatto: lo

narrerà implorante in faccia alla ripulsa e ribellante in presenza della

morte. Invero dei tre momenti dell'anima, amore, desire e quiete,

narrerebbe, chi figurasse l'amor soddisfatto e beato, narrerebbe non

quel primo, ma l'ultimo: non l'amore, dunque. E così bene Dante ha

adombrato l'amor della sapienza in tale che vive in un desio senza

speranza. Ora questi, come vuole la natura sua, dimora sì avanti

Matelda, l'arte, ma sparisce avanti Beatrice, la sapienza; e senza lui

Dante sale all'Empireo. Nel fatto, quando l'amatore è con l'amata, non

c'è bisogno d'un simbolo per figurare il loro amore. L'essere insieme e

il guardarsi negli occhi è questo simbolo.

Eppure anche lassù esso ha luogo; quando Beatrice riprende il suo seggio

nella candida rosa, allontanandosi da Dante: nell'empireo: nel vero

paradiso. Allora un “sene„ si trova presso l'amatore, che è lontano

lontanissimo dall'amata. Esso è il Virgilio di lassù: lo studio e

l'amore dell'ineffabile verità. Ma quest'altro Virgilio è con altra

donna che Beatrice, nella relazione in cui il primo è con essa. Il primo

appena chiamato dalla donna beata e bella, la richiede di comandare, e

udito il suo prego, dice che il suo comandamento gli aggrada e che vuol

subito ubbidire.[1157] È donna essa, cioè signora, e comanda; e Virgilio

le ubbidisce: dunque è suo “fedele„, come Dante è fedele, cioè servo, di

Lucia; come, in fine, Bernardo è fedele di Maria, della Donna Gentile.

Egli è, com'esso dice, “il suo fedel Bernardo„.[1158] Ora ognun vede

come a questa Donna Gentile, vergine e madre, e figlia di suo figlio,

possano convenire le parole: “sposa dell'imperadore del cielo... e non

solamente sposa, ma suora e figlia dilettissima„.[1159] Chè, parlando

grossamente, s'intende non solo come sia sposa e figlia di Dio la

vergine Nazarena, ma anche come sia sorella di Dio, chi è figlia di lui

come di lui è figlio Gesù. E non importa aggiungere che codesta sposa e

suora e figlia è detta nel Convivio “donna gentile„.

Ora ella è pur Filosofia, cioè “amoroso uso di sapienzia: il quale

massimamente è in Dio, perocchè in lui è somma sapienzia e sommo amore e

sommo atto, che non può essere altrove, se non in quanto da esso

procede„.[1160] Dunque Maria simboleggia nell'Empireo ciò che l'unione

di Dante e Beatrice, cioè la filosofia; e Bernardo ciò che Virgilio in

essa unione: lo studio e l'amore, che è come il servo che a quell'unione

conduce. Ma la Vergine Madre è la Filosofia di Dio, e l'unione di Dante

e Beatrice è la Filosofia degli uomini. La quale pur essendo debole

avanti quella di Dio, non è per altro essenzialmente diversa, poichè da

quella deriva.[1161]

Non ha qui luogo la distinzione di teologia e filosofia: filosofia è

termine sintetico. Chè ell'è dunque, amore di sapienza. Ora scindendo il

concetto nelle sue parti componenti, l'amore si rappresenta dal Poeta

della Visione e dallo imbanditor del Convivio come insaziato; chè

altrimenti sarebbe non amore, ma quiete e gioia; e la sapienza è nel

Convivio raffigurata come nel Poema, tale quale. Leggiamo. “Nella faccia

di costei appaiono cose che mostrano de' piaceri di Paradiso... ciò

appare... negli occhi e nel riso„. Il fatto di Beatrice. “E qui si

conviene sapere che gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni,

colle quali si vede la verità certissimamente; e il suo riso sono le sue

persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sapienza

sotto alcuno velamento: e in queste due si sente quel piacere altissimo

di _beatitudine_, il quale è massimo bene in Paradiso„.[1162] Il fatto

di Beatrice. O che si è favolato di apostasia?

Ma sì: dicono. “Dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso

lo primo amore (di Beatrice) fu la bellissima e onestissima figlia dello

Imperadore dell'Universo, alla quale Pittagora pose nome

filosofia„.[1163] Leggono: “Dico che, come per me fu perduto il primo

diletto della mia anima, della quale fatto è menzione di sopra, io

rimasi di tanta tristizia punto, che alcuno conforto non mi valea.

Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia mente, che s'argomentava di

sanare, provvide (poichè nè il mio nè l'altrui consolare, valea)

ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E

siccome essere suole, che l'uomo va cercando argento, e fuori della

intenzione trova oro...; io, che cercava di consolare me, trovai non

solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'autori e di scienze e

di libri; li quali considerando, giudicava bene, che la Filosofia, che

era donna di questi autori, di queste scienze e di questi libri, fosse

somma cosa. E immaginava lei fatta come una _donna gentile_: e non la

potea immaginare in atto alcuno, se non _misericordioso_...„.[1164]

Ebbene? Leggiamo ancora: “appresso lo trapassamento di quella Beatrice

beata, che vive in cielo con gli Angeli e in terra colla mia anima...

quella gentil donna, di cui feci menzione nella fine della _Vita Nuova_,

apparve primamente accompagnata d'Amore agli occhi miei, e prese alcuno

luogo nella mia mente. E siccom'è ragionato per me nello allegato

libello, _più da sua gentilezza che da mia elezione_, venne ch'io ad

essere suo consentissi; chè passionata di tanta _misericordia_ si

dimostrava sopra la mia vedova vita, che gli spiriti degli occhi miei a

lei si fero massimamente amici; e così fatti dentro lei, poi fero tale,

che 'l mio beneplacito fu contento a disposarsi a quella immagine. Ma...

convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia

intra 'l pensiero del suo nutrimento e quello che gli era contrario, il

quale per quella gloriosa Beatrice tenea ancor la rocca della mia

mente„.[1165] Ebbene? ebbene?

È indubitabile che Dante modifica accortamente il racconto della donna

gentile, quale è nella Vita Nuova, trasfigurando quella donna gentile

compassionevole nella sposa e suora e figlia dell'Imperatore del cielo.

Egli, accortamente, insiste sulla sua “misericordia„, e batte su quel

generarsi dell'amore “più per gentilezza di lei che per elezione _di

lui_„. Le quali due particolarità spero che faranno consentire i più in

ciò che la donna gentile del Convivio sia “immagine„ di Maria, come

raffigura la Filosofia. In vero in Maria è misericordia per eccellenza.

Maria nella Comedia si volge alla Grazia, che “vien dalla Misericordia„

ed è lei che la manda a Beatrice. E, sopra tutto,[1166]

la _sua_ benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al dimandar precorre.

Sì che ella adopera, la Donna Gentile della Comedia, esattamente come la

donna gentile del Convivio, più per sua gentilezza che per altrui

elezione.

Dunque Dante ha modificato quell'episodio. Certo. Ma qual contradizione

è del Convivio con la Comedia? Anche nella Comedia, Beatrice

nell'Empireo torna al suo posto, e Dante si volge alla Donna Gentile. Ma

Beatrice non ha punto a dolersi dell'amator suo, che rimane fido a lei,

anche volgendosi a Maria; la quale, nel suo senso simbolico, comprende

Beatrice, come la Filosofia ossia l'amor della sapienza, comprende la

sapienza; o come la Filosofia di Dio comprende quella degli uomini. Pur

non tanto all'essenza mistica di Beatrice è fido l'amatore, quanto alla

sua verace anima umana: fido nella Vita Nuova, fido nel Convivio, fido

nel Poema Sacro. Solo una volta si straniò da lei, nella sua vita, il

Poeta: alquanto tempo dopo la morte di lei: e questa infedeltà volle

cancellare, studiandosi di dare a intendere che la donna gentile per la

quale lasciò, poco tempo, il suo lagrimare per lei, fosse la sposa e

suora e figlia di Dio.

Ma questo pio artifizio di Dante è la prova inconcussa che la Beatrice

della Vita Nuova era una creatura reale, e non un simbolo. Era una casta

fanciulla, che rendeva buono l'amatore. E morì; e allora l'umile

fanciulla che vedeva Dio, diventò più sapiente d'ogni sapiente di

quaggiù: la sapienza stessa. Ella, che mandò Virgilio a Dante, cioè il

consiglio di studiare, cioè lo studio, incarnava per Dante la fede, da

cui muove il buono studio; la fede senza la quale Dante non l'avrebbe

veduta più mai.

Un'umile donna Fiorentina la sapienza, dunque? E sì. O non era un'umil

donna Nazarena quella che vide negli abissi del pensiero di Dio?

Umili tutte e due, e perciò alta l'una e l'altra; e la Fiorentina,

devota della Nazarena e sua imitatrice,[1167] inspira umiltà con la sua

umiltà. Quand'ella apparisce, il viso di Dante si veste d'umiltà; e

“ogni pensiero umile nasce nel cuore„, se parla; ed ella sen va,

“benignamente d'umiltà vestuta„, quando si sente “laudare„.[1168]

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 121 / 142 题