E non è assurdo pensare che, come Lucia è così chiamata da Dante, ad
esprimere la bianchezza abbagliante di luce, che è la Grazia della
remission di peccati, così Matelda nel suo nome abbia la ragion del suo
essere.[1132] Chè il suo nome sembra ad alcuno contenere grecamente
l'idea di apprendere e quella di gioia. Or Dante, sapesse o non sapesse
di greco, il significato della radice math lo sapeva o lo indovinava o
lo travedeva nelle parole _mathesis_ e _mathematica_. Mi fermano queste
parole del Convivio:[1133] “per virtù di loro _arti_ li Matematici...„ E
mi fermano quest'altre del Paradiso: “chi pesca per lo vero e non ha
l'_arte_„. Chè di questi inetti pescatori, tra altri, un esempio assai
strano è portato, Brisso, il quale è ricordato da Aristotele come
cercatore della quadratura del circolo.[1134] Mi parrebbe probabile che
nella parola _mathematica_ o, vogliam piuttosto, nell'idea di
_mathematica_, Dante supponesse viva la parola e idea di “arte„. Quanto
alla seconda parte del nome, non vorrei affermare che Dante conoscesse
il verbo _eldomai_. Piuttosto andrei a congetturare, mi sembra con
verisimiglianza, che, nel nome femminile di Matelda, Dante o supponesse
o meglio inserisse a forza l'idea di _Eden_ come ce n'è un poco il
suono, o non poco, se si ricordano altre etimologie Dantesche. “Eden„
egli trovava interpretato in S. Bernardo per _voluptas_.[1135] E così il
nome di Matelda, nella sua mente, avrebbe sonato: Gioia nell'arte, arte
tra la gioia. E luce può rendere a noi, come, per bocca di Matelda, a
Dante, il salmo, _Delectasti in operibus_...
Ma un altro concetto combacia e consuona con tutta codesta mirabile
poesia. Questo: “Perchè un uomo usi bene dell'arte che ha, si ricerca la
buona volontà, che è perfezionata mediante la virtù morale„. Questo:
“L'artefice mediante la giustizia che fa retta la volontà, è inchinato a
far opera fedele„.[1136] Nel fatto, e il nostro lungo studio e la
piccola liquida fonte ci dicono che dopo un settemplice esercizio di
virtù l'uomo giunge al possedimento di quella che le virtù morali
assomma; della giustizia; la quale Dante avrebbe ottenuta se fosse
salito, nel suo corto andare, sul bel monte, e ottiene, nell'altro
viaggio, mettendo la testa dove Lucifero tien le zanche, e salendo su.
Ma quando è salito a riveder le stelle, vede egli Lia? No: Lia gli
appare in sogno, e Matelda gli si presenta in persona, sulla vetta del
santo monte, e non alle falde. E l'una e l'altra differiscono dalla Lia
della Scrittura e dalla Lia del Padre, in ciò che la Lia e Matelda di
Dante hanno appunto il carattere contrario a quello che diede alla prima
moglie di Giacobbe il suo significato mistico: si specchia l'una, e
l'altra ha gli occhi luminosi. E si mostrano, ripeto, a Dante non dopo
il primo settennato, ma dopo il secondo, poco prima di Beatrice. In ciò
pare un gran divario con la fonte.
Eppur no. Dopo il primo settennato, quando il viatore è uscito a veder
le stelle, trova non una donna soletta o sola,[1137] sì “un veglio
solo„:[1138] solo anch'esso. Questo essere solo del veglio e della
donna, che appaiono l'uno alle falde e l'altra sulla cima del monte,
l'uno dopo il primo settennato e l'altra dopo il secondo, risponde
fedelmente alla dichiarazione che fa S. Agostino di Lia supposta a
Rachele dopo i primi sette anni di servaggio, nella notte nuziale. Il
Poeta par che dica: Non c'era quell'altra: il veglio era solo, la donna
era sola. Così nella nostra fonte si legge: “Vorrebbe l'uomo giunger
subito alle nozze della più bella; ma non è usanza che la minore (per
tempo) si mariti avanti la maggiore. Or primo nella retta erudizione
dell'uomo è il travaglio di operare le cose giuste, seconda la gioia di
intendere le cose vere„. Bene il veglio solo è questo travaglio di
operar la giustizia; la donna sola è questa operazion di giustizia, ma
senza più travaglio. Tutti e due operano per la purificazione di Dante.
Se Matelda lo trae al Letè e lo mena all'Eunoè, Catone comanda che gli
si ricinga un giunco e gli si lavi il viso.[1139] E così, restando
pensamento proprio del Poeta quello di porre dopo il secondo settennato
una Lia veggente, una Lia non più _laborans_, il Poeta avrebbe seguito
il Padre nel porre dopo il primo settennato, se non Lia di debili occhi,
almeno ciò che Lia significa nell'interpretazione di lui: la operosa
giustizia.
In vero ella è raffigurata in un vecchio solo, con lunga barba e lunghi
capelli che tremolano come piume al suo severo parlare. La sua faccia è
irradiata dalle quattro luci sante, dalle quattro stelle che sono ninfe
nella divina foresta, dalle quattro virtù cardinali.[1140] Poichè la
giustizia racchiude le altre tre, noi possiamo dire che giustizia è il
nome mistico del veglio, o meglio, poichè virtù è termine comune delle
quattro virtù cardinali, diremo che è “_virtus_„. Egli raffigura quella
virtù morale che perfeziona la buona volontà, la quale così fa che
l'uomo usi bene l'arte sua; raffigura quella giustizia che fa retta la
volontà, sì da inchinare l'artefice a fare opera fedele. Il veglio solo
è la virtù, la donna sola è l'arte. Certo l'uno alle falde e l'altra
sulla cima si rispondono, sebbene l'uno sia un vecchio e l'altra una
giovane, e l'uno sia austero e l'altra gioconda. Si rispondono per
questa idea comune: la libertà: la libertà dell'arbitrio o del volere.
L'una è nel luogo dove fu creato l'uomo in libertà di volere; donde fu
cacciato, dopo la iattura di quella; dove ritorna, quando la riacquista,
come Virgilio stesso proclama. L'altro... All'altro Virgilio stesso
dice, di Dante:[1141]
Libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu il sai, che non ti fu per lei amara
in Utica la morte.
Quella libertà che Dante cerca e che acquista sulla cima del monte, fu
cara massimamente al veglio solo che è alle falde. In questo nome santo
di libertà, il veglio solo è legato alla giovane sola.
Nè solo per questo. L'uno è, poichè ha la faccia irradiata dalle quattro
luci sante, la vita attiva; la quale si conduce con l'esercizio delle
quattro virtù cardinali. E così l'altra è pur questa vita attiva. Ma nel
primo essa vita si trovò a contrastare con la _difficultas_
insormontabile, creata dalla colpa umana; onde si arrestò e s'infranse.
Nell'altra, nessuna difficoltà; ma libertà e gioia. L'uno è tutto quel
di giusto ch'uomo poteva essere prima della Redenzione; ma l'altra è la
Giustizia originale. E se l'uno ha tutti i segni della nobiltà di “tutte
etadi„[1142] (che non potrebbe avere se non fosse vecchio); se ha il
colmo delle quattro virtù; se è la “virtù„ senz'altro; la giovane donna
a quelle medesime quattro virtù presenta il viatore purificato;[1143] e
in ciò è simile al veglio; ma queste quattro hanno poco di là le altre
tre sante che Catone non si vestì.[1144] E fu senza vizio; ma l'altra è
nel giardino dell'innocenza.
L'uno è dunque la laboriosa e l'altra la gioconda operazione. Il veglio
domando con la temperanza l'animo e spronandolo con la fortezza,
illuminando con la prudenza l'intelletto e dirigendo con la giustizia la
volontà, non è riuscito che a morire; poichè non v'ha, fuor della fede
di Cristo, libertà nella vita: l'altra dice e canta e danza e sa e
coglie fiori.
Ma la vesta di Catone sarà così chiara nel gran dì.[1145] Ciò è segno
ch'egli passerà nel gran dì il fiume del lavacro. Misticamente, anzi,
egli l'ha già passato. Egli da Marzia sua è separato mediante il “mal
fiume„, l'Acheronte, cioè, a cui Letè misticamente equivale.[1146] Ma
allora lo passerà propriamente. E sarà con gli altri spiriti magni nella
divina foresta che è, nella mente di Dante, un Elisio; e allora si
avvererà ciò che è scritto nel suo vangelo di vita attiva,
nell'Eneide:[1147] che i pii sono in disparte e giustizia fa tra loro
Catone. E in tanto Matelda sarà sparita di lì e sarà ascesa nei cicli,
dove, come avrebbe dovuto parer singolare ed è invece naturale, non è
Lia, sebben sia Rachele.[1148] Non è Lia nè Matelda, sebben sia Rachele
con Beatrice. Quelle simboleggiano la vita attiva; e per quanto i loro
occhi siano medicati e vedano chiaro, non poteva Dante, come simboli che
sono, ammetterle alla contemplazione celeste, se non nel gran dì, quando
chiudendosi la porta del futuro, le pietre cadranno sui mal veggenti del
cimitero; e, avvenendo la rinascita, i virtuosi del limbo, perchè senza
vizio, saranno nelle condizioni di Adamo prima del peccato; e cessando
l'attività umana, non sarà più nella foresta dell'arte gioconda la
giovane e bella Donna che ne è simbolo, e che appunterà in Dio gli occhi
pieni di lumi e di amore.
Nella divina foresta saranno i pii. Catone ne sarà il giudice. Virgilio
è che lo dice nella Comedia, ripetendo ciò che disse nell'Eneide. E
Dante fa che egli non s'accorga di ciò a cui menano le sue parole e che
non presentisca che là, dove “un'aria limpida, più spirabile che da noi,
veste la pianura di luce purpurea, e si conosce un proprio sole e
proprie stelle„,[1149] dove si danza e si canta, ha a essere anche lui
tra gli eroi e i sacerdoti.