Deh! bella donna, ch'ai raggi d'amore
ti scaldi, s'io vo' credere ai sembianti
che sogliono esser testimon del core,
vegnati voglia di trarreti avanti...[1113]
e di palesarmi il tuo vero nome, o tu che hai quello di Matelda, nella
bocca di Beatrice; e nella mente di Dante, qual altro? Un nome molto
augusto, molto lieto, molto forte. Il vulgo ne fa strazio, mettendolo al
suo ozio ambizioso e irrequieto, alla sua ladroncelleria, alla sua gola
di parer quel che non è e diverso tutto da quel ch'è. Ma a me suona
soave e possente, perchè tu a me non esprimi cosa differente dalla
vergine natura che fa così bene e fa così bello, e con grande gioia e
senza cercar gloria; e non esprimi cosa diversa dal lavoro che bea e non
bea nel sabato soltanto. Matelda soletta che canti, come innamorata, e
scegli fior da fiore tra i tanti e tanti che pingono la tua via, che sei
così lieta nelle opere delle tue mani, che immergi nel Letè che
purifica, che conduci all'Eunoè che ravviva, Matelda, figlia della
natura e gioconda del tuo lavoro, tu ti chiami “_ars_„.
La fonte ci parla di giustizia che per sè non s'ama, perchè è piena d'un
travaglio di azioni e di passioni; parla d'una “pazienza della fatica,
_tolerantia laboris_„, che a noi è disposata dopo sette anni di
servaggio. In vero Lia che appare in sogno a Dante, preannunziando la
canora coglitrice di fiori, è la “faticante„; è il simbolo della vita
attiva che nella giustizia si assomma. E Matelda è l'imagine di tal
simbolo: sta a Lia, come Beatrice a Rachele. Dunque Matelda è la vita
attiva, è la fatica, è la giustizia? Non propriamente. Lia che appare in
sogno è una Lia che si specchia, come Rachele, sebbene non così
intensamente e assiduamente. Non siede tutto giorno. Coglie fiori,
movendo le mani, per adornarsi e poi piacersi allo specchio. E il
medesimo fa Matelda, e canta, come l'altra; ed ha non gli occhi debili
dell'antica Lia, ma occhi belli qual Rachele o quasi.[1114]
Di levar gli occhi suoi mi fece dono:
non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere trafitta
dal figlio...
È sì, dunque, la vita attiva, perchè muove le belle mani; ma non è la
fatica. Ella canta ed ella ricorda un salmo che dice _delectasti_;[1115]
che dice: “Esulterò nelle opere delle tue mani„. È un lavoro dunque
ch'ella fa, ma a somiglianza di quello che fa Dio, che di ogni
operazione sua si diletta vedendo che ella è bene e assai bene.[1116]
Matelda segue, quanto può, come il discente fa il maestro, l'arte
dell'onnipotente artefice. Matelda è la figlia della natura, è l'arte
nipote a Dio.[1117]
La bella Donna è invero nel Paradiso terrestre dove fu innocente l'umana
radice.[1118]
Lo sommo Ben, che solo esso a sè piace,
fece l'uom buono e a bene, e questo loco
diede per arra a lui d'eterna pace.[1119].
Fece l'uom buono, cioè a sua somiglianza; lo fece a bene, cioè, “lo
prese e lo pose nel paradiso della delizia, perchè operasse...„. Matelda
non si è straniata da Dio, ed è perciò a sua somiglianza. Perciò, nella
sua foggia e nel suo nome di Lia, si piace allo specchio, come lo sommo
Bene piace a sè. Perciò, opera come lui, e si diletta delle opere delle
sue mani, e vede “che è assai bene„. Matelda è dunque, sì, la vita
attiva, ma nel Paradiso deliziano, ma come sarebbe se l'uomo fosse
dimorato in quel luogo che è arra d'eterna pace; vita attiva, ma senza
travaglio, con piena giocondità. Muove ella sì le mani, ma cogliendo i
fiori della natura e di Dio, e i fiori sono tanti, ed ella li sceglie
cantando. È, ripetiamolo, la vita attiva, di che non si può dubitare,
perchè sta a Lia come Beatrice a Rachele; è, dirò così, la Lia di quel
Giacobbe che è Dante; ma è nel paradiso dell'innocenza o della giustizia
originale. Ora, come afferma S. Agostino,[1120] l'operazione non sarebbe
stata laboriosa (Lia non sarebbe stata _laborans_), come dopo il
peccato, là nel paradiso terreno; ma gioconda (Lia avrebbe cantato e
danzato, non altro facendo che cogliendo i fiori, “ond'era pinta tutta
la sua via„). Orbene: Matelda è la Lia _non laborans_, nè più _lippis
oculis_: chè questa infermità s'interpreta con le parole della
Sapienza:[1121] “Timidi sono i pensieri de' mortali e incerti i nostri
provvederi„. Di Matelda invece sicuri sono i consigli e risoluti i
pensieri; e gli occhi luminosi, e canora la voce, e gioiosa l'attività.
Tornando al passo degli usurieri, ella “sa„ seguire il sommo artefice
che opera bene e per il bene e compiacendosi dell'opera sua; mentre
questo misero Adamo che è in noi, ch'era stato fatto a imagine e
somiglianza di Dio, dopo la sua condanna e cacciata, anche quando non
cede al tedio dell'operare divenuto pianto e affanno, anche quando
quello non ricusa violento, anche quando non mette l'intelletto a fare
il male; ebbene, il misero Adamo si sforza a imitare il maestro, ma
“quanto puote„. Matelda è l'arte che segue l'arte e l'intelletto di Dio,
come li avrebbe seguiti quella di Adamo, se avesse voluto rimanere dove
Matelda dimora, dove l'operare è onesto riso e dolce gioco: nell'Eden.
Il ricordo della Fisica e del Genesi, a proposito dell'usura, ci dà il
proprio nome dell'operazione dell'uomo nel Paradiso terrestre: arte. Ora
Matelda è l'operare in esso Paradiso: dunque è l'arte.
Chè l'arte è virtù intellettuale, ed è abito operativo.[1122] E così
Lia, che è l'orma di Matelda nel sogno, si piace allo specchio e nel
tempo stesso si appaga dell'oprare e muove le belle mani e colle mani si
adorna. Ciò è quanto dire che è intellettuale e operativa. Matelda,
istessamente, sceglie fior da fiore, e ha gli occhi splendenti di lume:
è operativa e intellettuale. È intellettuale: disnebbia l'intelletto di
Dante con la luce che rende il salmo _delectasti_;[1123] è venuta presta
a ogni questione di Dante “tanto che basti„;[1124] il che vuol dire che,
quanto a intelletto, c'è chi val più di lei, ma pure anch'ella vale. E
invero spiega a Dante la condizion del Paradiso terrestre; e quand'egli
a Beatrice domanda ancor qualche cosa intorno a quello, Beatrice non
risponde ma dice: Prega Matelda che il ti dica.[1125] E Matelda è
operativa: è lei che tuffa Dante nel Letè, è lei che lo mena a bere
all'Eunoè.[1126] È intellettuale e operativa: l'arte.
E le sue azioni verso Dante sono accompagnate a un risorgere della virtù
di lui. Egli vide la donna sopra lui, per esserne tuffato nel Letè,
“quando il cor virtù di fuor„ gli rese.[1127] Ed ella ravviva poi la sua
virtù tramortita menandolo nell'Eunoè. E Beatrice afferma che a ciò
Matelda è “usa„. Or questo di ravvivar la virtù è uffizio dell'operare,
come Dante ha espresso più volte, a proposito dell'accidia o della
tristizia, contro cui è rimedio il batter le calcagne a terra;[1128] a
cui è nemica l'attività o l'operosità, figurata in una donna “santa e
presta„.[1129] La quale se è operosità, è abito operativo, cioè arte; e
parla, come ben lo conoscesse, a Virgilio che fiso la guarda. Or come
non è Matelda? La quale avrebbe così, come Lucia, la sua parte ne' sogni
di Dante.
In vero santa e presta è, la donna del sogno, come quella che passeggia
nel luogo dell'innocenza, e che è così presta al desiderio di Dante, e
s'appressa come donna che balli, e scivola sulle acque, lieve come
spola.[1130] Ed è con Virgilio in tal nesso, che ben si spiega come, nel
sogno di Dante, il poeta avesse gli occhi fitti nella bella donna. Con
Matelda può stare Virgilio che avanti Beatrice sparisce. E quand'ella
parla dei poeti che sognarono l'Eden, Virgilio col suo alunno Stazio
sorride, mentre l'altro alunno si rivolge tutto a loro. Oh! Virgilio
poteva ben trattenersi con Matelda, se Matelda è l'arte! Oh! a Matelda
bene aveva addotti Dante e Stazio, i suoi due alunni, Virgilio, se
Virgilio è lo studio! E come, con suoi accorgimenti, di cui non deve
ormai più dubitare il lettore, avendoli già trovati tante volte, il
Poeta ci dice il proprio nome della bella Donna, precedendola e
seguendola! Chè Virgilio, dopo aver fatta salire al Giacobbe novello la
grande scala, dice:[1131] “Tratto t'ho qui con ingegno e con arte„; e
Dante, dopo aver raccontato dell'Eunoè, si rivolge al lettore dicendo,
che non lo “lascia più ir lo fren dell'arte„. In vero se Virgilio è lo
studio, rispetto a Dante, è in sè e ha in sè l'arte; e se Matelda è
l'arte, come ha purificato così ha ammaestrato Dante. E ne dicono il
proprio nome sin gli uccelli della foresta, che la donna sola soli
ascolta; che operano ogni lor arte.
Io non mi pento d'aver fatto sì che quelli i quali giustamente
proclamano l'attenzione e la cura e l'acume essere necessari a intendere
gli scrittori, chiamassero sottigliezza e sofisticheria la mia
attenzione e la mia cura e il mio acume e la mia lunga pazienza e lo
studio e l'amore. A me non incresce che da quelli i quali asseverano
giustamente che lo studio di uno scrittore non si può nè deve
scompagnare dall'esame delle sue probabili fonti e dall'indagine de'
pensamenti probabilmente suoi e della sua educazione e cultura, sia
stato l'esame che io ho fatto delle dottrine di Dante in confronto di
quelle dei teologi, affermato un capriccio, un ghiribizzo, un fuorviare
e un vaneggiare. Non me ne pento e non me ne incresce. Facciano pure i
critici e i dotti un'eccezione per me, giudicando solo per me falso il
metodo ed errata la disciplina che per tutti gli altri è diritto ed è
corretta. Dicano ciò che vogliano. Dicano gli orbi che sono oscuro.
Dicano i sordi che io parlo sottile. Io amo e lodo e benedico questa
sottigliezza e questa teologicheria che, se non ad altro, mi ha condotto
a trovare il tuo nome misterioso, o Matelda!
O arte che dici e canti e danzi e sai quanto basta, e intendi e operi, e
sei pura e purifichi, e sei forte e afforzi; arte che ti fai una
ghirlanda scegliendo fior da fiore in una pianura tutta gremita di fiori
gialli e vermigli; arte a cui conduce lo studio, e che vivi in istato
come di natura; arte cortese, arte pietosa, arte santa, arte piena
d'amore, arte tutta innocenza: trai ancora quelli che Virgilio a te
adduca, sovresso l'acqua di Letè, lieve come spola; menali ancora,
quelli che Beatrice a te affida, a ber l'acqua d'Eunoè e ravvivane la
virtù, e falli disposti a salire alle stelle, o la più gentile delle
creature di Dante, Matelda!