Nel gorgoglio della piccola fonte ho inteso il nome misterioso di Lucia.
Lucia è “bianchezza di luce„, Lucia è “Grazia„. Ella è la dolce madre
che prende l'anima in collo, e le fa suggere il latte, senza chiederle
compenso, contristandosi se non c'è chi lo voglia. Domandiamo alla
fonte, che sa tante intime cose della mente di Dante, se sa il nome del
dolcissimo padre; e se questo è quello che già andava per le bocche
della gente, come quel della dolce madre. E la fonte mi pispiglia quel
nome di mistero. E quel nome non era ancor andato per le bocche della
gente, perchè sonava soltanto nel chiocchiolìo appartato della fonte
ignota. Quel nome è “_Studium_„.
“In quelli„ dice la fonte umile e grande “in quelli che ardono di grande
amore per la translucida verità, non è da biasimare lo _studio_, ma s'ha
da rivocare ad ordine, in modo che cominci dalla fede e con la bontà de'
costumi si sforzi di giungere là dove aspira„. Virgilio apparisce a
Dante che già rovina in basso loco. Questi ha avanti sè la lupa che
raffigura e assomma tutta la malizia. E Virgilio non crede che Dante
possa riuscire a vincere codesta malizia e salire al colle. Al colle
salirebbe Dante con l'esercizio delle quattro virtù che assommano le
virtù morali: con la bontà dei costumi. Ma quelle e questa non
basterebbero. La bestia lo ucciderebbe. Quindi gli propone altro
viaggio. Questo viaggio è pur sempre una guerra contro la medesima
bestia che assomma le altre due, contro Lucifero tricipite, di cui
riescono, Dante e Virgilio, vincitori, mettendo il capo ov'egli ha le
gambe; o contro le tre fiere, contro la lonza gaietta in sè e trista
negli effetti, contro il leone violento, che è ira bestiale, e contro la
lupa insaziabile, che è invidia infernale e infernale superbia; o contro
le tre Furie, che rappresentano quest'ira e invidia e superbia, e che
hanno un Gorgon che dà la disperazione e non fa più tornar su; ed è una
guerra che si combatte con l'armi stesse che l'altra: con la temperanza
e la fortezza e la giustizia e la prudenza; ossia con le virtù morali,
ossia _bonis moribus_. Ma la guerra non è più nella deserta piaggia.
Dante con la sua guida s'è inabissato, è morto. E quando risorge, sempre
con la sua guida, ascende e ascende, sempre con quelle armi purificando
ogni traccia di male; e giunge così _bonis moribus_, giunge là dove
aspira. Chi lo guida e incuora e sostiene e reca in braccio e, insomma,
l'accompagna, è lo _studio_, salvo che una volta al cantore si
sostituisce l'eroe, e un'altra, al dolce padre la dolce madre.
Virgilio è dunque lo studio che “con la bontà de' costumi si sforza di
giungere là dove aspira„.
E “comincia dalla fede„. Dante dubita di lui. Avanti il pericolo
imminente della lupa, sì, gli si affida. Sa la virtù sua. Lo conosce, lo
ama. Per fuggire quel male e peggio, acconsente a seguirlo. Si muove
Virgilio, e Dante gli tien dietro. Ma viene la sera. Nel silenzio delle
cose, il nuovo pellegrino si abbandona del venire. E quell'ombra, per
far che l'uomo si solva dalla sua tema, gli dice che è mandato da
Beatrice. Non basta: gli dice che Beatrice fu mossa da Lucia. Non basta:
gli dice che Lucia fu mandata da Maria, della quale egli non pronunzia
il nome, come non pronunzia quello del Possente figliuol di lei. Quando
sa che Virgilio viene per parte di tre donne benedette della corte del
cielo, allora Dante si sente tornare il buon ardire nel cuore, e gli
dice: Tu duca, tu signore, tu maestro! È questo invero studio _non
improbandum_, perchè comincia dalla fede. Nè ciò basta. Per restringerci
al poco ed essenziale, il lettore ricordi che quando l'ombra e l'uomo
sono nel limbo, tra gli spiriti magni, in mezzo alle scuole poetiche e
filosofiche dell'antichità pagana o non credente, là dove lo studio per
un'anima pia è più pericoloso, l'uomo cristiano si volge all'ombra
pagana:[1099]
Dimmi, maestro mio, dimmi, signore.
E sono le parole di prima, ripetute con una intenzione. Ebbene il
cristiano al pagano domanda del Cristo Redentore. E perchè?
Per voler esser certo
di quella _fede_ che vince ogni errore.
Allo studio, pur fatto di filosofi e poeti pagani, si deve chiedere
conferma della fede.
Perchè lo studio, per un uomo del tempo di Dante, s'intende che era di
autori latini. Boezio e Tullio sono gli autori che Dante legge, nella
sua tanta tristizia, e v'entra “tant'entro, quanto l'arte di grammatica,
ch'_egli_ avea, e un poco di _suo_ ingegno potea fare„.[1100] Or se uno
d'essi autori valeva a impersonare tale studio, questi era
Virgilio.[1101] Già ai tempi di Quintiliano e prima “Virgilio era il
primo libro latino che prendevano in mano i fanciulli dopo avere
imparato a leggere e scrivere, e d'allora in poi esso serviva non meno
all'insegnamento elementare che al superiore„. E così continuò per un
pezzo;[1102] e nei tempi oscuri di mezzo[1103] “dove regnò la
grammatica, ivi regnò anche Virgilio, compagno inseparabile ed autorità
suprema di essa. Virgilio e la grammatica si può dire che, nel medio
evo, cessino di essere due cose distinte e divengano quasi sinonimi„. E
ciò valeva, più che per qualunque altro, per Dante, il quale già nella
Vita Nuova, quando per il suo ingegno “molte cose, quasi come sognando,
già vedea„,[1104] citava prima e più diffusamente di ogni altro poeta
Virgilio, a dimostrare che i poeti devono parlare “non senza ragione
alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d'aprire per
prosa„.[1105] Si aggiunga a ciò che Virgilio cantò la giustizia di Enea;
che visse ai tempi d'Augusto, quando “esistendo perfetta monarchia, il
mondo d'ogni parte fu quieto„;[1106] che portava, sì dietro sè, ma tal
lume che stenebrava altrui, essendo egli quasi un profeta, inconscio, di
Gesù;[1107] che oltre aver cantata la discesa agl'inferi d'Enea, ed
essere perciò come l'evangelista dell'eroe della vita attiva, aveva
acquistato nei tempi di mezzo fama di mago. Ma il concetto precipuo di
Virgilio è “studio„, quello studio che s'iniziava con la grammatica.
Dante dice d'aver tolto da lui lo bello stile. Prima Dante ebbe da lui
l'arte del dire, poi la via dell'oltremondo. Così Stazio a Virgilio
stesso dice:[1108]
Tu prima m'inviasti
verso Parnaso a ber nelle sue grotte,
e poi appresso Dio m'alluminasti.
Facesti come quei che va di notte...
Così poteva dirgli e in parte dice Dante: Da te tolsi lo bello stile; e
poi mi conducesti per i due regni del reato e della macchia. E non lo
condusse soltanto come imaginato duca; ma veramente gli fornì imagini e
idee e colori, dagli infanti del primo limitare agli Elisi della foresta
viva. Onde bene a ragione esclama sul primo vederlo:[1109]
Vagliami il lungo _studio_ e il grande _amore_!
pronunziando, con accortezza di cui nessuno si è accorto, le parole che
esprimono l'essenza mistica di quell'ombra: studio e amore. Chè Dante
esitò nel tradurre quelle parole di S. Agostino, _non est improbandum
studium_, come noi stessi esiteremmo, se tradurre in “studio„ o in
“amore„. Studio e amore assomigliano. Dante lo sapeva: “Per _amore_ io
intendo lo _studio_ il quale io mettea per acquistare l'amore di questa
donna... È uno _studio_ il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della
scienza; e un altro _studio_, il quale nell'abito acquistato adopera,
usando quello; e questo primo è quello, ch'io chiamo qui
_Amore_...„[1110] Ciò a proposito di quel primo verso dolcissimo,
Amor, che nella mente mi ragiona,
il quale risuona a piè del monte dalla bocca di Casella:[1111]
Lo mio maestro ed io e quella gente
ch'eran con lui, parean sì contenti,
com'a nessun toccasse altro la mente.
Il Maestro poi pare da sè stesso rimorso per il picciol fallo[1112] di
quella sosta. Perchè aveva egli sostato? perchè era stato così fisso e
attento? In quella canzone si toccava di lui! Il dolcissimo padre (siano
grazie alla fonte romita che ce l'ha detto) si chiama, se si vuole,
studio, ma si chiama, se si vuole, amore. E ragionava invero Virgilio
più volte della donna di Dante, nella mente di lui, da quando col suo
nome lo indusse al viaggio, a quando col suo nome gli fece traversare le
fiamme.