E Virgilio in Malebolge dice al discepolo:[92]

E già iernotte fu la luna tonda:

ben ten dee ricordar, chè non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda.

Dobbiamo credere che Dante imaginasse una notte decenne illuminata dal

plenilunio? Dobbiamo affermare che egli chiami notte tutto il tempo

passato nella selva, perchè v'entrò col sonno e vi errò nell'oscurità; e

che poi ragioni dell'ultima notte che vi passò, e dica che quest'ultima

era illuminata dal plenilunio; sì che egli potè ritrovarsi, nella selva?

Nè l'una nè l'altra cosa dobbiamo credere. Credere dobbiamo questo: lo

smarrimento e l'errore è nel poema stesso spiegato da Beatrice, qual

fosse. E Beatrice e Dante dicono che fu di dieci anni.[93] Or quando il

poeta afferma, che fu come una notte sola, parla in modo diverso da

quando ode parlare Virgilio e da quando esso parla a Forese di luna

tonda. Prima parla per metafora, poi parla propriamente.

Il suo incontrarsi con Virgilio, dopo uscito dalla selva, è sì

imaginario, ma narrato per vero. Non è invece narrato per vero che si

smarrì pien di sonno e che assonnato visse una notte nell'errore; poichè

questo corrisponde alle parole di Beatrice e sue, che dicono che il

sonno cominciò dalla morte di Beatrice e durò per una notte di dieci

anni. Ma il fatto è che il poeta poi traduce il suo linguaggio figurato

in vero, e della notte metaforica fa una notte reale. E questa notte ha

la luna piena. E la luna piena alcuna volta riluceva tra i folti sterpi

della selva fonda, senza però che la selva stessa cessasse nella sua

generalità di essere oscura.

Nè fu l'alba del giorno che condusse fuori l'errante. Egli era già fuori

della bassura o, diremo, della profondità della selva, quando si trovò

al piè d'un colle, e guardando in alto, vide di quello le parti alte

illuminate dai primi raggi del sole. A uscire dalla profondità della

selva gli giovò la luna:

non ti nocque

alcuna volta per la selva _fonda_.

Ora che simboleggia questa luna? questa luna piena? Dante mette altrove

in relazione la luna che riguarda il fratel suo per diametro, con la

serenità mattutina. “Simile„ dice[94] “a Feba che contempla il fratello

diametralmente dal purpureo della mattutina serenità„. Anche parlando a

Forese, ricorda che la luna è la suora del sole, e la dice tonda; e a

quel plenilunio successe un mattino sereno. E se Feba esprime là qualche

cosa di perfetto, esprimerà anche qua una perfezione di splendore. Or

vediamo in un altro luogo del medesimo trattato qual sia il significato

mistico della luna rispetto al sole: ella, nel pensier di Dante, “a

meglio e più virtuosamente operare riceve dal sole, che ha luce

sovrabbondante, la luce di grazia„.[95] Nella selva fonda, poichè

ell'era piena e contemplava per diametro il fratello, questa luce di

grazia la luna riceveva come in nessun'altra fase. Or non è questa luce

di grazia che trasse Dante dal profondo della valle e lo condusse al piè

d'un colle, dove si vedevano i primi raggi del mattino?

E i teologi parlano di “lume di grazia„ che scende da Dio

“giustificante„.[96] E che è la giustificazione? È un moto per il quale

l'anima è mossa da Dio e portata dallo stato di peccato allo stato di

giustizia; consiste nell'infusione della grazia, ed è chiamata da

giustizia piuttosto che da fede o carità, perchè giustizia importa

generalmente la rettitudine di tutto l'essere umano a Dio.[97]

Or questo lume di grazia come non è appunto il lume al bene ed a

malizia, la prudenza infusa, che ci mostra ciò che è da fuggire e ciò

che è da seguire, e che vien da Dio? Per essa, Dante ridivenne prudente,

cioè _porro videns_, nella selva: non gli nocque.

Or questa interpretazione è confermata da quel luogo, imperfettamente

inteso, del Paradiso, di cui più su riportai il principio. Quel luogo è

come la sintesi del poema sacro. Dice:

Ben fiorisce negli uomini il volere;

ma la pioggia continua converte

in bozzacchioni le susine vere.

Fede ed innocenzia son reperte

solo nei parvoletti; poi ciascuna

pria fugge che le guance sien coperte.

Tale balbuziendo ancor, digiuna,

che poi divora, con la lingua sciolta,

qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuziendo, ama ed ascolta

la madre sua, che, con loquela intera,

disira poi di vederla sepolta.

Così si fa la pelle bianca, nera,

nel primo aspetto, della bella figlia

di quei ch'apporta mane e lascia sera.

Tu, perchè non ti facci maraviglia,

pensa che in terra non è chi governi,

onde si svia l'umana famiglia.

Noi dobbiamo intendere: La redenzione ha bensì liberato il volere umano;

ma è come libero non fosse: il fiore non lega e cade prima di divenir

frutto. Subito dopo la puerizia, il volere ridiventa servo.

L'adolescenza non ubbidisce più. Il lume di grazia si oscura subito. E,

non essendoci chi governi e insegni la strada, la umana famiglia svia.

Così presso a poco Marco Lombardo.[98] Anch'esso parla del libero

volere, anch'esso del difetto di prudenza che è nell'adolescente,

anch'esso della necessità conseguente di chi governi; anch'esso del

mondo presente che disvia, come Beatrice conclude con lo sviare

dell'umana famiglia.

Ora io dico che nelle parole di Beatrice lo oscuro terzetto, _Così si fa

la pelle_, si riferisce, come già vide il Buti, alla luna, e al lume di

grazia, e alla prudenza.[99] Raccolgo in vero dalla Somma[100] che gli

uomini cominciavano a computare dalla luna piena, sì che ella si poteva

chiamare prima. E S. Tommaso, contro le ragionevoli dichiarazioni di S.

Agostino, il quale diceva che la luna era sempre piena, riteneva che la

luna “fu creata piena„. Or mi sembra probabile che “nel primo aspetto„

voglia appunto dire “nel suo principio„ cioè quando è tonda. Il che è

reso più che probabile dal modo con cui Dante qui circoscrive il sole:

“quei che apporta mane e lascia sera„. Chè in quel medesimo articolo si

legge: “la luna, quando è perfetta, nasce di sera e cade a mane; e così

presiede alla notte„. Si veda quanto il difficile terzetto si renda

piano, col compierlo: “Così, nel suo bel cominciare (quando è piena), si

oscura la candida superficie della luna che splende da sera a mane, come

il sole da mane a sera„. E ciò significa, ricavandone il senso mistico,

mirabilmente opportuno tra la menzione dell'adolescenza subito traviata

e quella della mancanza di chi governi; ciò significa: “Così

incontanente a principio della nostra vita si oscura quel lume che ci fu

dato a illuminare la notte dei sensi, a guidare l'anima sensitiva che sa

nulla. Così avviene che, mancando chi la diriga bene per lei, la

famiglia umana disvia„. Disvia e poi affonda nella cupidigia:[101]

O cupidigia, che i mortali affonde

sì sotto te, che nessuno ha potere

di trarre gli occhi fuor delle tue onde!

Ma verrà, verrà, quando che sia (così Beatrice conclude[102]), chi

raddrizzerà il genere umano, curando l'adolescenza, avviando per la

diritta via l'appetito dei mortali, sì che il fiore della volontà non

sia, subito nella primavera, guasto dalle pioggie, e cada senza legare.

La redenzione non sarà stata invano; il volere non invano sarà stato

franco;

e vero frutto verrà dopo il fiore:

il bene dopo la libertà.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 21 / 142 题