Guardate nel cristianesimo, il più profondo fra i poemi, come le figure
s'innalzano per una lenta perfezione. Indarno oggi una critica prosaica
ha voluto rimetterle dentro l'orbita della cronaca, quasi potesse da
questa uscire il segreto della loro verità, mentre folgoreggia invece
nel simbolo lungamente creato da tutta la coscienza di un mondo. Veri o
falsi i vangeli non hanno che lo spunto della sinfonia, entro la quale
l'anima umana si avvolgerà cantando da Cristo sino a noi dietro una
processione di fantasmi salienti verso una continua più pura bellezza,
giacchè non l'individuo è vero, ma il modello segreto, sul quale fu
formato e cui somiglia per una gamma di gradi, che diventano la nostra
fisonomia. Ognuno di noi non è che l'aborto o l'abbozzo della propria
statua. Quindi gli amanti appaiono l'uno all'altro in una invisibile
bellezza anzichè nella realtà della loro forma; altrimenti come spiegare
l'amore? Nessuno ama il difetto come tale, ma perchè oltre di esso
travede un'altra imagine e, quando questa scompare e il difetto resta,
l'amore è già dileguato colla propria rivelazione.
Così la Grecia significò nella scultura la suprema verità del nostro
tipo, alla quale potemmo appena giungere qualche accento; e se oggi
nella bellezza noi non preferiamo più l'assoluta euritmia, è questa
ancora una conseguenza del cristianesimo latente nel nostro spirito, il
quale nel corpo non vede che lo schiavo dell'anima e da un vizio
dell'uno assurge ad un maggiore trionfo dell'altra.
Nei vangeli le figure di Giuseppe e di Maria scoprono appena la loro
linea divina sotto il volgare contorno ebraico: egli vecchio sposa la
piccola vergine per farle più da padre che da marito, ma di racconto in
racconto questa delicatezza del suo pensiero diventa la castità di tutta
la sua vita; il marito scompare, e il padre s'innalza alla suprema
spiritualità del proprio ufficio. A Maria invece appare un angelo per
annunziarle che concepirà; la vergine turbata nega, preferendo la
propria purezza all'onore di una maternità divina; poi cede al decreto,
e il suo cuore si apre come il suo grembo. Lo spunto è così meraviglioso
che resta unico nella storia di tutte le letterature, mentre nei vangeli
Giuseppe e Maria, ripresi dalla volgarità della vita, sembrano quasi
inutili nella educazione del figlio, finchè, da questo uscendo il
Messia, dileguano inavvertiti anche alla riconoscente devozione degli
apostoli. Adesso la loro immagine, scolpita da una poesia di venti
secoli, diventò il tipo ideale del padre e della madre: un profondo
istinto drammatico ha inventato in essi tutti i dolori e tutte le virtù,
sollevandoli al disopra del sesso, nel quale l'animalità della funzione
degrada inevitabilmente l'ufficio dello spirito. Che importano più i
primitivi racconti, le loro lacune e le loro contraddizioni, dacchè la
gente potè finalmente adorare in un simbolo le cause immediate della
propria vita? se adesso un padre e una madre per sentirsi tali debbono
somigliare a questo divino modello?
Guardate Maddalena: essa è una cortigiana, sulla quale l'amore degli
uomini passò come l'acqua dei torrenti, deponendovi una melma: Cristo la
guarda, e da quella melma non spuntano più che fiori. Ecco l'amante di
tutte le nostre letterature, nella quale l'amore è una improvvisazione
irresistibile e una dedizione suprema. Ella è impura, ma la passione le
ridona una verginità, sa tutto e non se ne ricorda, non si offre perchè
la verginità è un'attesa, curvandosi invece umilmente a lavare i piedi
di Cristo per riasciugarli coi proprii capelli, mentre il suo cuore si
leva già a confessarlo davanti alla folla incredula. Chi se non
Maddalena ha messo nel nostro amore moderno tanta bramosia e tanto
rimorso di peccato? Chi prima di lei seppe rinnovare così la propria
anima ed assorgere dal sentimento della colpa all'incanto di un'altra
innocenza? Dov'è nella poesia antica una figura che le somigli? In quale
donna moderna non rivive?
Ma il cristianesimo era troppo pessimista, perchè tutti i suoi tipi dal
sacrificio dell'amore non si perdessero nella rinuncia della vita,
mentre le promesse di questa si compivano al di là della morte, e le
esigenze della carne significavano il tragico ripetersi della prima
caduta nel dolore e nel peccato. Fu questa la sua gloria, alla quale
dovrà forse di non morire, quantunque divenisse presto il limite della
sua potenza. Quando l'ideale è troppo alto, la sua forza di attrazione
si attenua, e nel suo simbolo si alterano del pari la bellezza e la
verità.
Come dunque esprimere veramente l'amore? Ebbene dite ad un poeta più
alto di Dante e più vero di Shakespeare di riunire nella stessa scena,
invece di Paolo e Francesca o di Otello e Desdemona, san Francesco e la
Sulamitide, ed avrete in un simbolo nuovo il più originale fra tutti i
capolavori.
L'amore è così, un impeto di fame e di fede, la più intensa sensazione
della vita e il più profondo smarrimento nell'infinito. Ecco perchè i
casti solamente sono voluttuosi, e il grido della dedizione suprema
quasi sempre è un appello alla morte. Chi non crede non ama: se l'amore
non brilla come una stella sulla cima più alta dell'anima, e la sua luce
non pervade ogni vostro pensiero, e la sua fiamma non vi abbrucia il
sangue dentro ogni vena: se tutte le virtù del vostro spirito e tutte le
energie del vostro corpo non vibrano nel suo accordo, non crediate di
amare. Avrete scelto qualcuno fra la folla, vi sarete a lui abbandonata
per rimanere nondimeno sola. Come il genio e la bellezza, l'amore è una
gloria di pochi: a mantenere la razza basta l'istinto animale,
nell'amore invece bisogna che l'anima s'innalzi oltre quel limite, dal
quale la vita discende, e cui ritorna colla morte.
Amate voi, signora?
Quante volte mi siete apparsa in questo gabinetto non più grande di una
cella, di notte e di giorno, quando l'inverno aveva disteso intorno alla
casa deserta il suo mantello bianco, e per la valle, sui campi, dai
colli, un silenzio di abbandono, quasi un freddo di astro spento,
cresceva nel trionfo della morte! Quest'anno l'inverno è stato più lungo
e più squallido. Sulla neve gli scheletri degli alberi parevano immobili
in atteggiamento più disperato, una nebbia alta nel cielo velava il
sole, o abbassandosi si apprendeva in lagrime di cristallo a tutti i
rami scarni, mentre gli ultimi uccelli erravano indarno pigolando e
mendicando. Molte notti, nel ritornare solo, ho trovato il vostro
fantasma alla porta della casa: eravate sempre così vestita, di un abito
molle e scuro, colla testa nuda, lievemente inclinata sulla spalla
sinistra: altre volte invece vi scorgevo improvvisamente a fianco della
scrivania guardandomi segnare su queste pagine qualche tappa di una fra
le carovane di idee, che mi attraversano lo spirito. Perchè scrivere
ancora quando nessuno aspetta più il nostro messaggio? Perchè il
silenzio è così insopportabile allo spirito, che per romperlo parla a se
stesso?
Indarno coloro, che non amano, vogliono dimenticare l'amore, o quelli
che amarono la gloria, sperano di potersi distrarre dall'incanto ardente
della sua visione. Dopo la morte di tutte le speranze ve n'è un'altra in
noi che non vuole morire, ma cresce e vigoreggia simile all'erba dei
cimiteri indarno piegata dal vento e corrosa dalla terra fangosa intorno
alle croci. Di questa erba troppo grassa la religione ordina
l'olocausto, perchè gli animali domestici non abbiano a mangiarne,
ricevendo forse dalle mani del figlio un qualche gambo cresciuto sul
cuore della madre. E alla gente pare così di essere poeti.
Lasciate che lo credano: la felicità comincia appunto dall'ingannare se
stessi.
Abbiamo tutti qualche morto nell'anima, pel quale soffriremmo troppo nel
vederlo maltrattato: qualcuno porta la mamma seppellita nel proprio
cuore, altri un figlio, altri ancora una donna amata nel primo fervore
della passione o nelle sue ultime melanconie. Questi morti dormono come
dentro un altare, al quale torniamo inginocchiandoci nell'ora delle
segrete preghiere, sotto lo spasimo di nuovi abbandoni.
Ma vi è chi, non avendo più alcuno nemmeno fra i morti, seppellì nella
propria anima qualche magnifico fantasma, cui offre ancora corone
votive. Così la mia fantasia alzò da molti anni un invisibile monumento
a san Francesco, il magro poeta del dolore, che nello spirito profondo
intendeva pure il linguaggio delle cose più morte; e ho scolpito il
santo colla pallida testa nuda, le mani scarne e tremanti nel fervore
della preghiera. I suoi occhi brillano di uno splendore stellare, il suo
sorriso ha lo stesso fremito dell'aurora sul fondo cupo della notte,
quando la luce riappare come una speranza: non l'interrogate, non
chiedetegli una grazia, perchè se siete infelice, egli potè già
ottenervela. Da un grado più basso, ritta nel candore dell'impassibile
nudità, Venere lo guarda coi grandi occhi glauchi: anche essa ha vinto
il dolore, e, trionfatrice nella bellezza, sorride al Santo perduto
nell'estasi di una astrazione divina. Se qualche statuario comprenderà
un giorno come san Francesco e Venere rappresentino la stessa vittoria,
forse questo mio segreto monumento apparirà agli occhi attoniti della
folla, che da secoli si prosterna a questi due simboli senza poterli
conciliare in un solo culto.
Ma ogni bellezza è pura.
Quante generazioni di poeti e di scultori dovette esaurire la Grecia per
estrarre dalla deformità del nostro corpo la linea divina della Venere?
Quante generazioni di penitenti e di martiri allineò il cristianesimo
per attingere l'ideale della perfezione nel dolore con san Francesco?
Chi s'inginocchia più dinanzi alla Venere del Louvre, riconosciuta oggi
per una vittoria, alla quale il peso dello scudo spezzò forse le
braccia, o chi in tanto rifiorire della letteratura francescana osa dire
che san Francesco fu un poeta silenzioso pari ai più grandi immortalati
dalla parola? Il verso non è sempre la forma più bella e profonda della
poesia: Cesare morente, che dice a Bruto: — _Tu quoque, fili mi_ — non è
forse maggior poeta di Leopardi nel Bruto minore? Quale canzone a Dante
vale la firma di quello scultore toscano sotto l'istanza al papa per il
ritorno a Firenze delle ossa esigliate: «Michelangelo Buonarroti
impegnandosi a fare un monumento degno del grande poeta»? Nell'ode di
Carducci per Aspromonte vi è forse accento più lirico che nel grido di
Garibaldi ferito ai volontari: — Non tirate, viva l'Italia? — Gli ultimi
versi di Amleto, concedendo a Fortebraccio di attraversare la Danimarca
col proprio esercito, così belli di eroica cortesia, superano l'estrema
lettera di Mazzini per chiedere il permesso di morire incognito a Pisa?
Il verso è un vaso, nel quale la poesia lascia talvolta cadere qualcuna
delle sue lagrime fragranti, ma più spesso le piange sui venti, che ne
diffondono l'aroma divino su tutta la terra, o più spesso ancora il vaso
pazientemente cesellato rimane indarno sull'altare, finchè uno scriba
non venga a riempirlo di fiori intagliati in una qualche carta
olezzante.
Al pari della religione la poesia non può sottrarsi alla degradazione
del culto: scuola e sacrestia corrompono egualmente il testo col
commento, o falsano colla decorazione dell'idolo la bellezza pura del
simbolo: e allora i poeti non parlano più che nel linguaggio di tutti, o
al di là della parola cercano le sorgenti di un'altra poesia.
Mentre alla corte d'Isabella la cattolica gli umanisti si vantano di
resuscitare l'epopea esumando autori latini, Cristoforo Colombo, nuovo
poeta, salpa sulla Santa Maria verso la terra del mistero; e nella corte
di Ferrara invece Lodovico Ariosto seguita a credere che la poesia
dell'avventura sia tutta nelle cavalleresche leggende del medio evo,
così morte anche nel suo pensiero che gli eroi vi ricompaiono evocati
dal capriccio di un sogno, simili alle maschere di un carnevale, cui
un'ironia troppo cosciente nega persino questa ultima verità.
Quale poeta in Europa ha saputo cantare il viaggio di Nansen o il volo
di Andrée al polo? I rapsodi che scrissero l'_Iliade_ non sarebbero già
discesi nelle miniere per trarne il poema di un'altra guerra più lunga,
con eroi non meno veri di Aiace e Diomede? Perchè Marco Polo non ha
trovato come Giasone un altro Apollodoro? Perchè Pizzarro, un
avventuriero ben altrimenti originale del pio Enea, invece di Virgilio
ebbe Marmontel? Perchè Alfieri rifece indarno tante tragedie greche
senza accorgersi che ogni cronaca dei nostri comuni era affollata di
figure ben più terribilmente belle che nelle corti di Tebe e di Atene?
La poesia italiana del Cinquecento perì nella scuola sotto il peso della
nuova letteratura: il Trecento ebbe Dante; dopo, invece di Shakespeare,
l'Italia trovò Ariosto.
Oggi ancora l'ultima originalità ci è venuta dalla Russia, paese senza
tradizione classica; ma Tolstoi vale più di Omero, perchè _Guerra e
pace_ è tutta la Russia contro Napoleone assai meglio che l'_Iliade_ non
sia stata tutta la Grecia contro Priamo. I letterati però non ne
converranno che fra qualche secolo, quando Tolstoi, diventato antico,
vivrà soltanto nell'ammirazione della scuola.
Al pari della gloria anche l'amore non ottiene che dalla morte
l'indiscutibile consacrazione.
Rivolgete la testa a contemplare il passato e, per quanto triste, vi
parrà diverso da quello che viveste; avverrà pel suo paesaggio
spirituale come per tutti gli altri della terra, ai quali la prospettiva
compone un'irreale bellezza con una nuova musica di linee e di colori.
Allo stesso modo c'innamoriamo delle grandi figure solamente quando
appaiono nella gloria dei secoli, sullo sfondo della storia, mentre non
intendiamo che parzialmente quelle del nostro tempo destinate al
medesimo trionfo. La lontananza del tempo cancella forse come quella
dello spazio i loro piccoli difetti per meglio rivelare la magnificenza
dei loro contorni? O è questa ancora un'altra delle nostre illusioni?
Perchè il vostro fantasma ha visitato nell'inverno e nella primavera
questa mia solitudine? Appariste mai altra volta a' miei occhi nella
folla o eravate sepolta nell'ultimo fondo del mio cuore, laggiù, dove si
trema di guardare, perchè le tenebre vi oscillano come sopra un abisso?
Chiunque voi siate, lontana al di là delle Alpi e del mare, o vicina in
qualche città o campagna italiana; qualcuno de' miei libri abbia o no
impresso sulla vostra memoria un ricordo incancellabile; la mia vita si
esaurisca in questa solitudine come certi torrenti scompaiono fra le
sabbie per una landa riarsa, o con impeto nuovo rovesciando qualunque
barriera prorompa superba verso il mare della gloria, voi siete l'ultima
donna alla quale si è levato il mio pensiero. Con voi ho risognato
l'ebbrezza della primavera sotto un sole giovanile, fra profumi e
canzoni, e le mie mani tremarono ancora una volta nello spasimo di una
carezza, tendendosi verso il vostro fantasma di bionda signora alta e
sottile, coi grandi occhi pensosi nel volto opaco e fragrante. Il mio
sogno vi avvolgeva come un vapore mattinale; io vi parlavo
coll'abbandono confidente del cuore, che ridomanda tutto quanto già
ottenne, e rinnova il proprio dono colla lieta prodigalità di un
fanciullo. Se ho pianto nelle mie ore più tristi, quel pianto era meno
amaro, perchè voi eravate nella mia solitudine, riempiendola della
vostra presenza; se davanti a voi disperai nuovamente, l'orgoglio
dell'ingegno e la incredulità del cuore non avevano più quella collera
muta, che ci rende così crudeli con noi stessi e cogli altri. Forse non
perdonai, ma come Dante, incontrandosi con un altro fuoruscito e
parlando di Firenze, sentiva fondere nella dolcezza dell'accento materno
il proprio rancore, provai anch'io la sensazione di un dissolvimento,
quella improvvisa leggerezza dell'anima, dalla quale cade un peso
insopportabile. Eppure il vostro non era che un fantasma silenzioso. Vi
avrei dunque amata senza conoscervi? Perchè amare, quando i capelli
cominciano ad imbiancare, e non si potrebbe offrire all'anima di una
donna che un cuore insanguinato come un campo di battaglia, un ingegno
alto forse, ma simile a quelle roccie solitarie, che rimangono
inintelligibili nel paesaggio?
Per quelli, che compirono soli la prima e più lunga parte del viaggio
nella vita, è ancora più difficile dire a se medesimi: — Adesso comincia
il deserto! —
Credetelo, signora, questa parola è così pesante che ci ripiomba troppe
volte sull'anima prima ancora di uscire dalle labbra.
E tuttavia bisogna dirla.
Non è un addio, perchè nessuna figura resta dietro di noi a guardarci,
mentre l'ombra della sera cade sulla via e la nasconde; non è un grido
d'invocazione, che salga a percuotere in alto, e lontano qualche eco, al
quale rivolgere gli ultimi passi colla speranza di una meta; il cuore si
restringe; la testa si abbassa.
L'ultimo fantasma raggiunse già quelli, che ci abbandonarono per i
primi: l'amore non ci conosce più, la gloria non ci venne incontro.
Anch'essa ama i giovani, e quando illumina la fronte di un vecchio, non
è più che un chiarore lunare, una luce di astro spento. Le donne ci
rasentano senza vederci, il nostro sguardo s'immerge nei loro occhi come
in uno specchio, che non ne trema; la loro parola più gentile ha per noi
un accento straniero, ogni giorno ci distacca qualche cosa dall'anima.
Quindi una segreta, indefinibile paura ci respinge dentro noi stessi, il
nostro egoismo si raggomitola, mentre una nuova invidia falsifica le
parole della nostra esperienza, facendoci indarno queruli e saggi.
Attori malcontenti di avere così recitata la propria parte, diventiamo
giudici incontentabili ed inintelligenti pel dramma, che prosegue
davanti a noi, senza che qualcuno se ne distragga un momento per
consolarci con un'occhiata: la nostra vita somiglia a quelle foglie
secche dell'autunno, che l'inverno putrefece, e le nuove erbe della
primavera seppelliscono già nel rigoglio.
Tutto è finito.
Ogni orma si cancella giorno per giorno dietro di noi, nella notte ci
tornano i pensieri lunghi del passato. L'impaziente ironia dei più
giovani ci sibila agli orecchi come i venti di aprile fischiano fra i
rami secchi, che non possono più rifiorire quantunque tutto l'albero non
sia morto; e allora avviliti, dimenticati, nella nuova primavera,
mentiamo l'ultima volta, vantando la festa della nostra gioventù.
Ma nessuno ci ascolta.
Tutto è finito, signora.
Bisogna tacere.