LA POESIA DEL DOLORE

Povero gobbo!

Visse nel dolore e morì senza gloria, giovane come Raffaello, il

miracoloso pittore della bellezza.

Egli invece era così brutto che la sua anima ne soffriva

inconsolabilmente come della più crudele fra le ingiustizie della sua

vita abbandonata sino dalla fanciullezza nella solitudine di una

famiglia avara e fastosa, bigotta ed egoista. Un orgoglio patrizio,

esasperato dai debiti, vi rendeva aspre le più intime relazioni:

all'intorno la piccola città era poco più di un borgo selvaggio, nella

provincia e nello stato null'altro che abitudini servili sotto un

governo prelatizio. Si viveva come nell'altro secolo: le famiglie nobili

formavano una aristocrazia anodina, la borghesia oziava in una

parsimoniosa mediocrità o esercitava come un mestiere qualche

professione liberale, il popolo lavorava poco e non pensava affatto.

Nella politica, riassunta da minuscole tirannie di governatori,

solamente la carriera ecclesiastica rimaneva aperta alle ambizioni di

comando, il resto degli studi era condensato nelle lettere, e queste

nella scuola, indarno erudite, più indarno classiche. Mentre Germania,

Francia, Inghilterra rinnovavano un'altra volta lo spirito moderno,

nello Stato pontificio Monti dominava ancora unico poeta, che aveva

cantato a tutti senza indovinare mai nè il segreto storico nè la vitale

originalità dei troppi avvenimenti. Quindi raggiante e sonante aveva

travolto Omero e Napoleone nell'onda del medesimo endecasillabo,

trattando egualmente temi antichi e attuali nella sicurezza di una

immunità fattagli dall'arte, e facendosi della lingua bella una

religione.

Così aveva potuto essere paragonato a Dante, quantunque nel suo pensiero

non si ripercotessero che gli echi delle piazze, e il suo verso

fluttuasse appena sulla superficie d'Italia.

La Romagna aveva Monti, la Marca Perticari.

Eppure un profondo mutamento era avvenuto nell'anima nazionale battuta

per venti anni dallo spirito nuovo che le aveva dato ogni primizia

democratica nelle repubbliche e tutte le avventure dei principati

nell'impero, sino a quella inintelligibile meraviglia di un regno con

Roma capitale e l'unico figlio di Napoleone per re. Poco dopo le

ristorazioni, raddrizzando gli antichi scenari, non riuscivano a

rammendarne gli strappi, mentre le scuole, riprendendo i vecchi testi,

non ne ritrovavano più le tradizionali interpretazioni per insegnare ai

fanciulli di un'epoca nuova la fede di un mondo defunto.

Secolo e mondo mutavano.

Mentre il piccolo Giacomo Leopardi a dieci anni si chiudeva nella

biblioteca domestica per impararvi da solo il greco, altri fanciulli,

che si chiamerebbero Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Camillo

Cavour, Carlo Cattaneo stavano per nascere o crescevano già

nell'antipatia della scuola. Invece egli era sino d'allora il poeta

destinato a cantare come il passero solitario dalla cima di una torre:

il suo cuore aveva già pianto e il suo intelletto si era ribellato,

senza che la madre, che doveva un giorno pentirsi di averlo partorito,

se ne fosse accorta, o la gelosa vanità del padre s'irrigidisse ai

divieti. Come a tutti i fanciulli deboli e precoci, una sensibilità

dolorosa gli faceva troppo presto scoprire sotto i sorrisi quella

immancabile durezza dei caratteri, che nella vita non vogliono dare più

di quanto ricevono: capiva troppo e non capiva abbastanza, soffrendo

della propria inesplicabile superiorità come di una malattia senza

commiserazione negli altri. Egli non era un fanciullo, perchè non

diventerebbe mai un uomo. Gli mancava l'ingenuità e quella letizia quasi

animale, che rende la fanciullezza così bella a se stessa e alla gente:

allora si sorride, si ride, tutto è giuoco, si vuole tutto, si dimentica

tutto: la gioia è una ginnastica che il sonno interrompe per ravvivarle

le forze; i piedi saltano e l'anima balza. In tale festa mattinale della

vita il dolore punge appena come l'ortica sul prato: se ne piange per la

sorpresa e si ricominciano le capriole.

Invece la precocità è una malattia, dalla quale raramente esce il genio.

Coloro, che la soffersero, ne portano il segno per sempre, se la

precocità fu intellettuale, il loro spirito inaridì come quelle

costiere, sulle quali l'estate arriva troppo presto e dura troppo a

lungo; se più facilmente fu sentimentale, il loro cuore si coprì di

ulceri come le foglie troppo tenere, ancora umide di rugiada ogni

mattina, quando il sole le incendia coi primi raggi. E non potrebbe

essere altrimenti. Nella fanciullezza, ordinata dalla natura solamente

alla preparazione, ogni eccesso primaticcio vizia sempre l'organismo o

deforma lo spirito.

Ecco perchè nei pochi uomini di genio nulla altro è straordinario che

l'opera sovrana: anzi la natura loro è così comune, e ritmica la

concordanza delle facoltà, che nel tempo lungo della vigilia non

rivelano quasi mai la propria stupefacente perfezione.

Quel fanciullo pallido, dall'occhio grave, colla parola già studiata,

che si chiudeva notte e giorno nella biblioteca domestica a cercarvi le

prime compiacenze dell'ingegno fra i deserti delle grammatiche o pei

taciti cimiteri della erudizione, non diventerebbe mai un genio. La sua

facilità singolare ad apprendere le lingue morte, e quella curiosa

insistenza intorno ad opere senza malìa di bellezza o di rivelazioni non

erano il segno, cui si riconoscono i creatori, giacchè la passione del

libro, inevitabile a coloro che dal libro trarranno un mondo, non

impedisce l'altra della vita, ma dentro il libro medesimo ne va in

traccia. Il suo ingegno bambino cominciò come tanti ingegni vecchi

finiscono, quando nell'ultimo scetticismo non resta più altra verità che

la parola, e nell'arte, diventata letteratura, la dottrina del

professore prevale alla ispirazione dell'artista. Egli era già il

bibliotecario, che preferisce i libri sconosciuti ai libri belli,

dimenticandosi del mondo nell'orgoglio della propria solitudine:

studiava, ordinava, classificava, scolaro e maestro di se stesso, colla

pazienza di un cenobita e l'instancabilità di un nomade. Ogni

prospettiva l'attirava, qualunque cifra segnata sopra una pagina

diventava per lui un problema, perchè voleva anzitutto sapere più di

tutti, mentre dagli echi di tante cose morte si svegliavano nella sua

meravigliosa natura di umanista voci profonde di poesia intorno ad un

dolore quasi dimenticato. Simile a quei fuorusciti, che l'odio di parte

rendeva così terribili, egli si allontanava dalla vita nell'antichità a

cercarvi ostinatamente una via di ritorno, alleanze e conquiste, per le

quali riapparire alto sull'ammirazione della gente. Da principio non

erano che scorribande di ragazzo sopra argomenti da vecchio, ma presto

la sua mente si costrinse in una visione sistematica. Quindi dalle

parole ascese alle idee, dalle forme ai fantasmi, dai letterati alle

letterature: allineò i secoli, confrontò le opere, pesò, respinse,

prescelse, seppe essere critico ed artista, dotto e pensatore, imitare

lo stile e le figure di un'epoca, lentamente, inconsciamente, sospinto

dalla nativa originalità, più importante di quel tesoro con sì dura

fatica ammassato, al sagrificio ben altrimenti doloroso della propria

rivelazione.

Per lui la gloria diventava la rivincita ed insieme la sua condanna di

ammalato.

L'orgoglio di tale mostruosa erudizione non bastava infatti alla sua

ambizione di gloria.

A sedici anni potè tradurre e commentare così la vita di Plotino scritta

da Porfirio che un vecchio ed illustre critico tedesco se ne giovasse

ammirando: più tardi ripetè simile meraviglia sulle lettere di Frontone

a Marco Aurelio, scoperte dal cardinale Mai, il più fortunato fra gli

esploratori di biblioteche; più tardi ancora finse un inno di Simonide,

un'ode di Anacreonte, e una cronaca italiana del Trecento con abbastanza

abilità da ingannare i più difficili specialisti di queste materie; ma

egli era già troppo poeta per illudersi sopra un simile dilettantismo.

Molti prima di lui, intorno a lui, ne erano stati egualmente capaci:

Chatterton, e Macpherson avevano spinto l'inganno letterario più alto;

Daniele di Föe era arrivato con Robinson Crosuè al capolavoro; altri

seguirebbero.

Invece la sua immensa dottrina non concludeva ad alcuna opera vera;

mancava a lui la profonda scienza della storia e il trascendente

pensiero filosofico per una nuova interpretazione delle letterature,

mentre se ne cominciavano già altrove i primi stupefacenti tentativi. Il

secolo decimonono rimutò infatti quasi tutti i criteri sull'arte latina,

greca, ebraica, orientale, senza che una scoperta o una teoria di

Leopardi v'influisse: e, maggior poeta di lui, Giosuè Carducci può

adesso vantarsi di aver segnato nella critica letteraria una traccia non

meno profonda che nella poesia.

L'ignoranza della grande rivoluzione francese e la riverenza ai nomi

consacrati dalla scuola gli offuscarono spesso il pensiero naturalmente

acuto. Certo egli si accorse di quanto Annibal Caro avesse ammodernato

Virgilio, e come il verso del Parini sarebbe meglio convenuto a tale

traduzione; ma lo disse timidamente e non sentì abbastanza la differenza

fra Omero e Virgilio, mentre l'_Iliade_ è l'epopea di un popolo e

l'_Eneide_ il poema di una letteratura, che Caro doveva falsare in

un'altra. Quindi seguitò ad ammirare Caro e Monti, invidiando

l'immortalità delle loro traduzioni, garantita dalla immortalità dei

testi. Per un poeta come Leopardi, ammirabile ed ammirato grecista, non

sentire la menzogna del paludamento rettorico gettato da Monti sopra

Omero, o non preferire almeno il verso di Foscolo, così più puro e

potente, è un'altra prova del come la letteratura sia spesso il rovescio

della poesia, e un poeta si guasti attardandosi troppo nella tradizione

scolastica.

Bisogna esser Dante per non degradare la propria originalità, seguendo

ovunque Virgilio, o un politico come Machiavelli, uno scienziato come

Galileo per creare inconsciamente uno stile vivo fra l'imitazione di

tutti i modelli dissotterrati dagli umanisti. Così più tardi Manzoni, nè

dotto, nè professore di letteratura, inventò una forma di lirica, di

romanzo e di tragedia; e Mazzini, facendosi un'arma della parola, riuscì

a quella eloquenza, che Leopardi riconosceva appena nella Apologia di

Lorenzino dei Medici e nelle canzoni del Petrarca. Eppure Manzoni e

Mazzini scrivevano con lui, più potentemente di lui, quegli rinnovando

tutta l'arte, questi tutta la coscienza nazionale. Ma Leopardi non sa

nulla del proprio tempo: la rivoluzione francese, Goethe, Byron,

Shelley, Schiller non sembrano essere esistiti per lui; non vede la

verità e la vita che negli antichi, dei quali ammira sopra tutto la

bellezza formale. Avrebbe egli potuto credere che, malgrado Orazio,

Virgilio e Plauto, la poesia latina non merita nella storia un alto

grado di originalità; che Cicerone non è un grande oratore, perchè era

una piccola anima e un mediocre carattere; che l'inno a Venere non basta

a fare di Lucrezio un poeta; che Boccaccio e Petrarca sarebbero riusciti

più belli sapendo meno il latino; che gli artisti si formano meglio

nella vita che nella scuola, poichè nei grandissimi, in Dante, in

Shakespeare, in Balzac e in Tolstoi, la novità redentrice, la bellezza

inimitabile, ascende in loro dalla coscienza nazionale?

Egli invece legge, intaglia, ritaglia le frasi di antichi scrittori,

impara ed assimila: Giordani, un pontefice della letteratura, è il suo

consigliere e gli suggerisce il solito precetto di scrivere prima in

prosa e poi in verso. È possibile che scolasticamente la prosa di

Leopardi sia perfetta, tutti anzi ne convengono, ma non è viva, non è la

prosa del nostro secolo, non si piega, non si colora, non grida, non si

oblìa nella nostra passione e nel nostro pensiero: sarà senza un

difetto, ma le manca la naturalezza; è tersa come uno specchio, non come

un'onda. Provatevi con questa prosa a sorprendere un dialogo, a

stendervi un racconto attuale, a muoverla in un discorso fra gente

mossa: immaginatevi Cavour, Mazzini, Ferrari, Manzoni costretti ad

esprimere in essa la propria irresistibile modernità. Malgrado i

letterati, che lo vantano ancora ultimo modello dei prosatori, Leopardi

non è per gli artisti che un classico fra i classici imbalsamati dalla

tradizione della scuola, senza ripercussione nella vita. Nessun

scrittore veramente vivo derivò da lui la propria prosa dell'articolo,

della novella, della storia, del trattato: i modelli ne sono altrove, e

per diventare modello alla propria volta non bisogna averne troppi.

Manzoni e Mazzini invece proseguono così dentro di noi, che ognuno li

ripete inconsciamente. Rileggete i dialoghi di Leopardi, dimenticando

che siano suoi, e vi sarà difficile trovare nelle loro movenze la

scultura o la flessuosità di un carattere. Confrontate i suoi pensieri

con quelli di Pascal: costui sembra parlare e la sua parola s'incide

indimenticabile nello spirito, l'altro invece scrive per scrivere e non

dice quasi mai nulla. Pazientemente, per prova, rileggete la sua _Storia

del genere umano_, l'_Elogio degli uccelli_, il _Parini_, i _Detti_ così

poco memorabili di _Filippo Ottonieri_, e domandatevi quale di queste

pagine possa vivere davvero nell'anima del pubblico.

Eppure il poeta della _Quiete dopo la tempesta_, del _Sabato del

villaggio_, delle _Rimembranze_, avrebbe potuto vivere anche fuori del

verso se il suo pensiero, invece d'isolarsi nella scuola, si fosse come

la sua passione qualche volta obliato nella vita. Ma egli era troppo

ammalato e troppo solo. Bisogna in Leopardi distinguere due uomini; il

prosatore, nel quale si rivelano le attitudini e le abitudini

dell'intelletto; e il poeta, che, abbandonandosi nelle liriche più

intime al proprio cuore, trova finalmente l'originalità di se stesso in

una nuova parola, dentro una nuova musica. Il prosatore non è nè grande

nè piccolo, poichè la sua maniera non ripresenta che una forma morta; il

poeta invece appare meraviglioso senza essere grande. Egli non inventa

alcuna forma, il suo verso non sembra e non è più perfetto che in altri,

la sua fantasia è grigia come la sua vita, con pochi fantasmi, e anche

questi quasi senza rilievo; ha la voce roca, l'accento monotono, una

sola corda sulla lira, l'atteggiamento lugubre. Ma non è più il

letterato, e dimentica ogni erudizione, non imita modelli e non si

compiace nella frase, non ricama la parola; è vero, intimo, profondo,

così inconsolabile che tutti si ammalano, ascoltandolo, della sua

malattia. Perchè questo poeta non è che un malato. Dolore, pessimismo,

disperazione, non hanno in lui altra causa ed altra forza: indarno egli

lo nega orgogliosamente con Gioberti per darsi un contegno, giacchè in

lui manca l'ascensione filosofica. Il suo ateismo è quello di un

infermo, al quale ogni preghiera tornò inutile per ottenere da Dio la

guarigione; il suo pessimismo è rimasto ingenuo come in tutti coloro,

che negano la vita per non esservisi potuti abbandonare, e invece vi

credono più intensamente degli altri, che la vantano. Paragonate il

pessimismo dell'Ecclesiaste a quello di Leopardi. Il poeta non ha

sofferto che contemplando il mondo come da una finestra di ospedale, non

ha posseduto nessuna donna, e quelle che amò furono un profilo appena

intravvisto: come capirebbe dunque l'antica parola di Salomone: «La

donna è più amara della morte»? Se patì per l'ignobile, inintelligente

egoismo dei genitori, non saprebbe ribellarsi loro; la tragedia politica

della patria non lo punge, l'isolamento stesso lo salva dall'atroce

battaglia della concorrenza. Questo ateo adora tutte le virtù cristiane,

questo infelice non odia alcuno: è disgustato della vita e morirà

sognandola. Promettetegli un sorriso di fanciulla, un complimento di

amico, un applauso della folla, e lo vedrete ridiventare lieto e

confidente: ridategli la salute e gli avrete ridata la paura della

morte. Altri poeti del suo tempo furono più disperati di lui, perchè non

si può davvero odiare la vita prima di averne spremuto tutto il veleno,

mentre ai poveri e agli infermi rimane sempre l'illusione che ricchi e

sani avrebbero potuto essere felici.

Leopardi non è il poeta della doglia universale.

Bisogna essere Diocleziano o Carlo V per soffrire davvero la nausea

della gloria, o avere esaurito tutta la filosofia come Kant, tutta

l'arte come Michelangelo, per sentirsi così stanco della vita da non

rispondere più nemmeno con un sogghigno alla eterna tentazione del suo

sorriso. Leopardi non bevve come Musset e come Heine a molti cuori di

donna per poterne morire avvelenato; non provò il vuoto nè della gloria,

nè dell'amore, nè della libertà, nè della ricchezza; accusò la natura ed

affermò l'infelicità di tutti gli uomini nella tristezza appunto di

essere solamente uno spettatore fra essi. Quindi la sua bestemmia è

senza fiele, la sua invidia senza satira, e vaga la sua disperazione.

Egli non è stato il poeta di alcuna miseria: ingenuo ed inconsolabile,

non parla e non canta che di se stesso; il suo cuore buono ma chiuso non

sente gli altrui spasimi, non avverte le tragedie, che circondano e

superano la sua. Che cosa gli è mai accaduto? Chi lo tradì? Se i

genitori non lo amarono, non furono nemmeno di quelli che disonorano la

vita dei figli. Vide distrutta l'opera propria? Dovette stendere

elemosinando la mano? Gli fu interdetta la parola, falsato il pensiero,

violata l'anima? La sua poesia non esprime che la passione di una

minoranza tra gli infermi, quelli da una primigenia debolezza

inguaribile messi fuori della lotta e della vita.

Così egli non potè diventare un grande poeta.

Thierry, ammalato quanto lui, forse più di lui, crebbe invece a grande

storico; Swift, ammalato anch'egli, arrivò nell'ironia alla

significazione di un dolore ben più raccapricciante che nella _Ginestra_

o nel _Bruto minore_; Burns trovò nella fame grida che fanno torcere le

viscere; Pöe e Baudelaire vissero nel delirio, Verlaine mendicò ai

conventi, Murger morì all'ospedale, Lenau pazzo, Riga impalato, Acuna si

suicidò. Ma in Leopardi l'originale bellezza prorompe appunto

dall'antitesi della sua ingenuità colla sua disperazione: è sempre il

medesimo fanciullo, che sorride penosamente volendo sogghignare; il

collegiale, che s'innamora da lungi e sogna la gloria sui libri, fra le

vanità erudite della scuola, finchè un battito del cuore lo desta da

quel sonnambulismo. Allora vede come in una chiarezza di risveglio la

quiete di un piccolo paesaggio dopo la tempesta, una sera di sabato nel

proprio villaggio, ascolta nel tramonto la canzone di un passero

solitario, e la ripete; o cantando di notte come un pastore alla luna,

improvvisamente, crede di riconoscere fra i veli di una rimembranza

l'incerto profilo di Nerina, il volto altero di Aspasia, e scoppia in un

inno impetuoso come una meteora all'amore e alla morte.

Ma, cessato il canto, il poeta non è più.

Quando vuole esserlo deliberatamente per gridare all'Italia o

fantasticare col cardinale Mai, invece il pensiero gli si abbrevia e la

strofe non vola: è un imitatore più abile che fortunato, un retore

indarno sicuro del proprio strumento. La _Ginestra_, tanto vantata, non

è che un riassunto in versi delle sue prose, una canzone di fattura

buona ed antica, senza grandi qualità: nel _Bruto minore_ mancano Roma e

Bruto, il dramma e la figura, l'invettiva si diluisce nella

disquisizione, e il poeta filosofeggia in versi troppo studiati perchè

la scena e la passione ne escano sinceramente. Aveva Leopardi letto il

_Giulio Cesare_ di Shakespeare? Si ricordava il Bruto degli ultimi atti?

Non lo so. Migliore è forse l'ultimo _Canto di Saffo_, quantunque non

veramente di Saffo e nemmeno di donna, ma di lui, sempre lui,

l'innamorato senza amante, che racconta se stesso maledicendo; però

quell'ambiguo fantasma pare vivo all'accento. Nel _Consalvo_ invece il

fantasma è evidente, perchè di un malato all'ora estrema, mentre gli

atti e le parole sono di un romanticismo fortunatamente unico in

Leopardi. Dopo di lui Tennyson in tale genere ha saputo fare più e

meglio.

Che altro vi è ancora nella sua opera poetica? Alcune traduzioni di

idillii e una satira moderna in ottava rima, piuttosto facile che

originale: pare un poema politico, continuato dalla _Batracomiomachia_;

ma non è nulla, non ricorda, non disegna, non colpisce. Il riso è

impossibile a Leopardi, la realtà non gli si rivela chiaramente nella

flagranza delle contraddizioni. Il vero poeta della satira lanciava già

i primi razzi da Pisa fra le grida allegre della studentesca, senza un

pensiero dell'altro, che moriva a Napoli fra la disattenzione della

gente spaurita dal colera. Oggi Leopardi torna di moda, e Giusti invece

attraversa un'ecclissi; ma questa moda non è più la prima ammirazione,

delicata e profonda, pel grande infelice.

Una nuova teorica passò devastatrice sulla vita di tutti i più illustri,

togliendo loro la verità della supremazia: adesso il grand'uomo non è

che un malato, e l'ingegno una degenerazione. Lungamente, accanitamente,

si scrutò dentro intorno a coloro, che meglio significarono la profonda

moltiplicità dello spirito, per concludere che il genio è un difetto

solamente perchè in esso durano tutti i difetti dell'umanità. Se una

volta il grand'uomo pareva al disopra di questa, ora appare al disotto;

prima l'apoteosi, dopo la gogna. Ma la teorica era cominciata più in

basso fra i delinquenti, nei quali non si voleva vedere che un arresto o

un ritorno alla primitiva barbarie, una categoria di malati ereditari ed

inguaribili. Costoro si dichiaravano per certi segni; a qualunque vizio

di forma corrispondeva un vizio d'intelletto; a ogni errore di linea un

errore di condotta: quindi nessuna colpa in essi, poichè il libero

arbitrio era una illusione e la morale soltanto un risultato meccanico

degli interessi. Per conseguenza i codici della giustizia dovevano

mutarsi in codici sanitari, le prigioni in ospedali, i giudici in medici

di ammalati incurabili. Era una resurrezione dell'antico materialismo

senza novità nell'idea, ma con metodo migliore. Soppresso lo spirito,

ridotto l'uomo ad un animale e questo ad un organismo, siccome i moti vi

dipendono dalla struttura e la fisonomia è appunto una forma costante di

questi, bastava cercare in essa il segreto di ogni atto. La psicologia

stava sulla faccia e il pensiero nel cervello.

La scienza diventava facile.

Ma il mondo del pensiero non è così.

L'uomo, essendo un animale, non è solamente animale, il pensiero ha

espressioni personali ed impersonali, il volto è una fisonomia e una

maschera. Vi sono nello spirito idee, che la parola non può significare;

il cuore ha sentimenti, che la faccia non rivelerà mai; il delinquente

non è un mostro, ma un uomo come gli altri, nel quale il delitto

cominciò dal peccato, prima invisibile opposizione della nostra volontà

alla legge. I delinquenti, analizzati, classificati per segni esteriori

dalla nuova teoria, non erano che i condannati della vecchia legge,

giudicati quindi sopra una sola azione, con prove fatalmente monche, da

giudici insufficienti. Il tribunale non è l'ambiente, nel quale il

delitto fu commesso; i testimoni sono sempre interessati all'accusa o

alla difesa, le relazioni parziali, i giudizi frammentari, la coscienza

dell'imputato un mistero. Egli può essere colpevole; ma, se lo è,

l'essenza della sua colpa ha ragioni misteriose anche per lui: il

delitto come ogni altra azione è un punto in una serie, un anello in una

catena. Tutta la vita individuale e sociale di quell'uomo vi passò e

decise; ma come conoscere, riassumere, giudicare una vita? La legge e la

scienza vi sono del pari impotenti: la legge condanna l'azione ed

applica una pena al delinquente senza pretendere ad una vera equazione

fra questa e quella: la nuova scienza invece pretenderebbe all'equazione

anche più impossibile fra delitto e delinquente, saldati nell'immutabile

unità di un organismo. Ma i segni rivelatori della delinquenza

nell'individuo non bastano alla determinazione del tipo: scoperti prima

dell'arte, rimasero sempre dubbi come tutte le rivelazioni sull'uomo,

che, condensando in se stesso l'intera umanità, somiglia ad ogni altro

uomo, può tutto pensare, tutto sentire, tutto commettere.

Vi è certamente un rapporto fra il nostro spirito e il nostro corpo, la

nostra volontà e il nostro organismo, ma nessuno potè mai precisarlo:

sappiamo soltanto che in certi momenti l'anima subisce una ecclissi,

durante la quale sembra ubbidire ad impulsi materiali, mentre in altri

si libra nella sfera delle più pure astrazioni.

La recente teoria aveva il torto di essere vecchia, negando il dualismo

del nostro essere, e contraddicendo al proprio vanto di non poggiare che

sui fatti, mentre cominciava dal sopprimere in questo il fatto più

primordiale e costante.

Ma il suo orgoglio falliva anche nell'analisi. Se tribunali e giudici

istruivano fatalmente processi monchi e davano sentenze insufficienti, i

nuovi scienziati non ottenevano nei gabinetti e nelle cliniche migliori

risultati: le loro inchieste moderne non valevano più delle antiche

istruttorie, i loro schemi patologici meglio delle categorie giuridiche,

mentre le loro decisioni apparivano anche peggiori degli altri verdetti.

Ma se non vi è nell'uomo una morale, un diritto, una giustizia superiore

all'uomo, a che pro quest'ultima ipocrisia di sostituire le carceri

cogli ospedali? Perchè, in nome di quale interesse, i sani manterrebbero

a proprie spese malati inguaribili, e gli aggrediti gli aggressori?

Che cos'è più il delitto fuori della morale?

Nella lotta per la vita i vincitori sopprimono i vinti: la nuova teoria

invece non aveva il coraggio della propria logica, proclamando la

utilità di eliminare colla morte tutti coloro, che la maggioranza

giudicherebbe inconciliabili nella sua vita.

Se il delitto è senza colpa, e la difesa contro di esso soltanto una

necessità sociale, l'utile solo può e deve deciderne i modi e i limiti.

Infatti nessuno fra i penalisti della scuola positiva aveva osato

scrivere un codice. Il loro sistema, costruito con molte osservazioni,

belle e parzialmente vere, giovò solamente a richiamare il giure antico

dalle sottigliezze delle analisi idealiste ad un nuovo esame degli

ambienti e dei caratteri umani; e fu bene. Tutto il resto passerà

indarno come la teoria della degenerazione nel genio.

Sempre, nei tempi anche meno civili, l'istinto della folla credette

sorprendere rapporti fra il disordine della follia e quello del genio,

poichè sono entrambi due momenti prossimi della ragione umana; visione e

giudizio si combinano falsamente nell'una; imprevedibilmente nell'altro.

L'uomo di genio non è l'uomo perfetto, ma l'uomo più grande. La

perfezione non è della nostra vita, quantunque vi si realizzi per

qualche istante, su certi punti; quindi nel genio permangono tutti i

difetti dell'uomo ordinario, fors'anco più vivaci per una maggiore

intensità di rapporti. Ma egli può armonizzarli in se medesimo con altre

virtù, sino a compiere opere, per le quali non basterebbe qualunque

altra somma d'individui. Ecco tutto il suo segreto. Però l'uomo di genio

non ha nello spirito categorie ideali che manchino al resto della gente:

la sua grandezza si compone nella massa delle solite relazioni sotto la

legge comune, senza consentirgli il diritto di alcuna violazione.

Come vedere dunque nel genio una degenerazione?

Se il grand'uomo soffre ogni umana malattia, e ha le debolezze, commette

gli errori, può compiere gli stessi delitti degli altri, ciò prova

solamente che il suo genio non è una differenza, ma un grado mobile

della natura, il quale s'innalza a certe ore, in date circostanze, per

ricadere poco dopo nel livello comune. Difatti non in tutta la sua

opera, e nemmeno nella parte migliore, la verità e la bellezza attingono

la medesima purità.

Secondo il vecchio significato della parola, il genio non veniva

riconosciuto che in quei pochissimi, i quali avevano potuto significare

con potenza presso che uguale tutto un lato del poliedro umano: Dante,

Beethoven, Michelangelo, Shakespeare nell'arte, Hegel nella filosofia,

Cesare nella politica, Keplero nella scienza, Mosè nella religione: ed

anche in questi uomini la sintesi fu parziale, e il sistema talmente

incompiuto che si dovette ricorreggerlo. Così nel genio sentimentale dei

santi la virtù non giunse mai a comporsi in un'assoluta armonia, benchè

apparisse dentro un accordo meraviglioso e consolatore. Alcuni fra essi

furono costretti ad isolarsi dal mondo, altri ignorarono la giustizia

nella pietà, altri immolarono il corpo all'anima, altri ancora

s'innamorarono del dolore con passione di amanti vedendo in esso la sola

ascensione della vita.

Nè perciò furono degenerati.

La pretesa di trovare la verità nell'uomo medio è anch'essa un vecchio

sofisma democratico.

Anzitutto l'uomo medio non esiste: la verità è in tutto e in tutti, sale

per sfere, sfavilla nelle più alte. Il grande, il mediocre e il piccolo

uomo sono lo stesso uomo, che un medesimo mistero ricinge, mentre lotta

indarno contro di esso: nessuna idea necessaria manca ad alcuna

coscienza, se la morte non vi sia già entrata con qualche malattia

micidiale o colla sua ombra profonda; nessuno dei problemi fondamentali

sarà mai sciolto da alcun uomo. Siamo tutti egualmente liberi sotto la

legge che ci governa, ignari dell'infinito che ci avvolge, infelici

della vita che ci sfugge, enigmatici in un enigma, del quale ogni

rivelazione raddoppia in noi simultaneamente i deliri del dubbio e gli

spasimi della fede.

Meglio dei delinquenti i grandi uomini avrebbero potuto scoprirsi alla

nuova teoria, se invece di cercare il loro segreto nelle biografie,

questa l'avesse estratto dalle opere. Ogni biografia non vale più di

un'autobiografia: nella prima l'uomo è mostrato come apparve a qualcuno,

nella seconda come egli stesso avrebbe voluto apparire: le biografie

sono un giudizio unilaterale, monco nei fatti, insufficiente nei

criteri, che quasi sempre volle dare di un uomo superiore un altro

inferiore. L'autobiografia ondeggia fra l'apoteosi e la confessione,

entrambe false anche se in buona fede. Ma vi è un documento senza

menzogna in ogni opera sovrana. Dante bisogna cercarlo tutto dentro la

_Divina Commedia_; in questo sforzo supremo egli giunse necessariamente

alla sincerità inconsapevole, e tutto il resto, che di lui si racconta,

non è più vero degli aneddoti e delle accuse paleggiate sui giornali

contro gli attori viventi del nostro dramma storico. Perchè dunque

alzare ogni biografia a documento di scienza per giudicare un grande

uomo?

E la biografia del biografo non sarebbe egualmente necessaria prima

della sentenza?

Coloro, che vissero presso Napoleone e Garibaldi, li conobbero forse

meglio di noi, che li vediamo nella prospettiva storica? Si è forse

dimenticato che ogni superiorità è una maschera per la maggior parte

della gente, la quale, interrogandola, ne intende soltanto le risposte

più gradite?

Ma contro Leopardi l'indagine passò ogni misura per non giungere che ad

una inutile negazione. Con quella ingenuità così facile alla scienza,

quando dimentica se medesima nella vanteria delle spiegazioni, si volle

anche per lui cercare l'origine dell'opera negli antenati, e si

risalirono cronache domestiche e paesane dietro ai malati e agli

infelici della sua casa, che per legge atavica dovevano avergli

trasmessa l'eredità del genio doloroso, senza dubitare un solo momento

che questa legge resterà sempre un'ipotesi nella razza umana. Per la

scienza l'uomo non ha altro parente che la madre, mentre tutti gli altri

figurano appena come rappresentanti legali nella buona fede del costume

o per la fede sublime dell'anima; ma, sapendo il vagabondaggio sessuale

del maschio e della femmina, come potrebbe la scienza costruire sulle

parentele una serie qualunque? Le rassomiglianze forse? Ma facilmente

fallaci, perchè dominate in noi da una prevenzione, non sono mai

bastevoli, e quando anche lo fossero, in qual modo precisarle al di là

dei vivi?

La generazione è un mistero.

Quell'inglese Galton, che in un libro studiò la figliazione del genio,

fece opera di poesia e non di scienza: sciaguratamente il libro non

riuscì abbastanza bello, e poesia e scienza vi tramontarono nella

rettorica. Con peggiore fortuna e più acre caparbietà si vollero quindi

radunare nel giudizio su Leopardi tutte le sue miserie, le confessioni,

le dicerie di amici e di nemici, di dotti e di ignari, come coefficienti

decisivi alla diagnosi della sua malattia.

Malato certamente era, ma il suo cuore e il suo intelletto si mantennero

sani. Malgrado le nebbie della melanconia, nessun'altra figura appare

più limpida della sua; poco importano i suoi urli di dolore, o le idee

in certi momenti a lui suggerite dalla disperazione. Se egli fa

pessimista, tutti gli uomini, discendendo a certe profondità, lo

diventano; ma anche in queste, piangendo e maledicendo, serbò fede alla

bellezza e alla virtù. Il suo pessimismo non scivolò mai nella

immoralità, le sue bestemmie affermano una religione più alta della

comune, il suo disprezzo tradisce lo spasimo di una aspirazione ideale,

il suo odio della vita non è che un'acredine dell'amore. Egli non chiede

consolazioni all'empietà: è uno stoico che protesta, un cristiano che si

duole, e sopratutto un infelice che invoca.

Ecco perchè il mondo lo ama.

Nessuno prende sul serio la sua filosofia e tutti s'interessano alla sua

disperazione.

Le donne sole non lo guardano: egli ne singhiozza notte e giorno, forse

in questa angoscia la natura esasperata lo trascina giù a qualche

miserabile e solitaria rivincita, ma nella sua anima il fantasma della

donna sfavilla sempre nella stessa luce cilestrina, e il suo orgoglio di

uomo non si drizza che una sola volta dinanzi alla crudele vanità di una

dama. In tutta la sua poesia non una parola contro il padre e la madre,

che furono il suo primo e più lungo dolore. Se la compagnia mondana gli

ripugna e non vede la magnifica sanguinante tragedia già incominciata

con Mazzini e Garibaldi, egli è un malato, chiuso fra i libri, che

difficilmente può avere del mondo bastevoli notizie: se il suo cuore di

poeta non canta i dolori degli altri, questo egoismo è una miseria

comune a tutti gli infermi, e nondimeno in qualche ora meno tormentosa

la sua simpatia si effonde e la sua parola consacra alla gloria della

immortalità qualche effimero quadro nella esistenza dei poveri, come in

quella mirabile quiete dopo la tempesta, o in quella sera di sabato,

quando nel villaggio la gente si riprepara alla breve gioia della

domenica.

Egli ama la gloria; gitta un grido di riscossa all'Italia, un altro

d'invocazione a Dante; si crede Simonide sul colle d'Antela, Bruto nella

pianura di Filippi, Consalvo morente e beato per un solo bacio di

Elvira; invidia a Silvia di essere morta nella purezza degli anni

giovanili; il giorno delle nozze ammonisce la sorella Paolina di

augurarsi figli miseri piuttosto che codardi; ad un giocatore da pallone

addita più nobili giuochi e più generosa palestra; dinanzi al ritratto

di una bella donna scolpito sul sepolcro nessuna sensualità lo turba, ma

austero e melanconico saluta quella morta, che lo ha preceduto nel

mistero.

Ombre di occaso · 第 24 / 30 题