AL MARE, AL MARE

Scrivo dal lido.

In questa monotona solitudine campestre spesso la visione del mare mi

scuote con sì brusco risveglio che guardo vivamente d'intorno, e la

memoria mi tremola dentro come la marina sull'alba.

Da vari giorni le nebbie vagolavano stancamente sui monti senza che il

vento vi passasse mai attraverso, ma ieri il sole riapparve festante di

orgoglio: qualche vapore fumava ancora verso di lui dalla cima di monte

Battaglia come un incenso di olocausto: udii gli uccelli cantare e gli

uomini parlare più alto.

In sella dunque, e al trotto.

Pensavo a voi.

Perchè non avreste potuto davvero corrermi dinanzi lievemente curva sul

manubrio della bicicletta, quasi vestita da uomo con quell'abito da

ciclista, che confonde i sessi in una prima promessa di voluttà? I

vostri capelli biondi come il sole, sfuggendo dal molle berrettino

inclinato sull'orecchio, si accendevano di lampi: l'oscillare delle

ruote metteva tratto tratto come un fremito nella posa elegante del

vostro fantasma volante sul nuovo cavallo di acciaio. Avanti dunque nel

mattino che sorride, fra la gente in festa che si avvia verso la chiesa,

mentre le campane squillano e i campi tacciono! Il sole è tornato nel

cielo sereno, sul mare violaceo, che ci aspetta dietro Ravenna intenta a

ripulire i propri monumenti come certi giorni le vecchie signore vanno a

guardare nell'armadio i vestiti della loro gioventù, e sorridono

spolverandoli guardingamente. Non sono più di sessanta chilometri,

quelli che ci dividono da Porto Corsini, un porto solamente noto ai

pescatori perchè è appena un canale: la città degli esarchi non ha più

flotta da secoli, e la sua pineta bruciata a mezzo dal ghiaccio di un

terribile inverno, quindi ripiantata, non è più un bosco antico.

Il viaggio è breve, l'ora incantevole, venite meco e guardiamo.

Quel prete sulla strada, fra un crocchio di contadine, non vi pare un

grosso tacchino dai coralli rossi fra una torma di gallinelle faraone,

che lo spiano scuotendo la testina bianca? Forse è il parroco, che

sapendo tutti i loro peccati seguita a parlare di penitenza, quantunque

abbia stretto tutti i loro matrimoni: perchè mai non bastò questa?

Fanciulle e fanciulli ascoltano quel chiacchierio alle sottane delle

mamme come pulcini dietro la chioccia, pronti a sbandarsi nel fosso;

passano ronzini trottarellando, pedoni che ogni tanto abbassano gli

occhi per guardarsi le scarpe domenicali, uccelli che non sanno che cosa

sia la domenica. Eppure il loro canto è più lieto. Chi può dire

artificiale la nostra divisione dei giorni per settimane colle feste,

che la punteggiano luminosamente? Forse anche questo fu un suggerimento

della natura. Udite come raglia quell'asino, che dalla lunga cavedagna

sta per imboccare la strada: ha le orecchie rigide come antenne sulla

testa eretta superbamente, quasi nell'impeto di un inno. Deve essere

festa anche per lui, benchè tiri il solito biroccino sgangherato, con

quei due vecchi che ciarlano e nello sballottamento assentono a tutto

quanto dicono. Raglia e si guarda innanzi al pari di me. Forse i suoi

occhi seguono il fantasma di una asina dal collo sottile e le zampe

fini, che si dondola ad un trotto graziosamente signorile senza

voltarsi, come voi stessa non rivolgeste ancora il viso.

Noi siamo tutti così.

Perchè l'inno ci erompa dalle labbra dobbiamo vederci davanti qualche

figura che ci preceda e non fugga, che inseguiamo senza raggiungere,

mentre i profumi vaporanti dalla terra ci paiono il suo profumo, e i

palpiti dell'aria diventano la luce del suo sorriso, la molle

ondulazione del suo respiro. Allora inno e raglio salgono ai medesimi

squilli, tremano nella medesima ebbrezza, allungandosi nel complimento

di un appello, che finisce quasi sempre in un lamento.

Al trotto, al trotto, poichè bisogna attraversare il villaggio tutto

pieno di gente!

Ah! un amico mi ferma per chiedermi un consiglio di avvocato: lo

improvviso come un brindisi, e riparto; tanto peggio per lui se il vino

non sarà migliore del brindisi. Ma l'incanto del mattino si è rotto, e

non resta più che la solita domenica colla gente vestita a nuovo, la

quale pare tutta di forestieri incerti di parlarsi. Infatti si guatano

prima, gli uomini con uno sguardo corto e greve, le donne con occhiate

lunghe come un pettegolezzo e acute come un dubbio. Tutti si passano

reciprocamente in rivista: l'abito e il contegno della domenica sono la

confessione degli altri giorni, se il lavoro vi fu avvelenato dalla

miseria o confortato dal guadagno. Osservate i poveri, che non possono

mutare vestito, come sono squallidi: gli altri invece hanno sul viso una

nuova durezza, come un segreto disdegno pei vinti, ai quali faranno

forse l'elemosina, ma sentendosi da loro anche più dissimili di ieri.

Purtroppo nelle feste non bisogna ricordarsi coloro, che non possono

prendervi parte, altrimenti la gioia dilegua.

Stamane la festa è ilare perchè fatta di sole, questa sera diventerà

torbida nel vino: quindi la notte si aggraverà sulla pesante ostinatezza

delle ultime crapule, e se il sole non torni radioso all'alba, il

risveglio sarà anche più triste, come da un male ad un altro, dalle

nausee dello stravizio alle ripugnanze per il lavoro.

Al mare dunque, sul quale la notte ed il giorno sono fra loro meno

diversi che sulla terra!

Il marinaio passa senza traccia sulle acque, mentre il contadino deve

mutare la terra coltivandola; l'uno è un viaggiatore, cui la vita

diviene leggiera nella labile poesia del viaggio malgrado i pericoli

delle tempeste, l'altro un avaro costretto a seppellire il proprio

tesoro in un campo e a tremare sempre di perderlo.

Il canto del contadino è uno stornello breve come una sosta, quello del

marinaio invece si allunga come il murmure e l'oscillazione delle onde.

Dovetti fermarmi a Faenza per una vecchia briga intricata e pungente

come un rovo; anche la città era in festa, colla gente parata dei nuovi

abiti invernali, ma gli uomini non vi sono più belli come una volta, e

le donne non lo sono diventate ancora. Finalmente ripresi la bicicletta

dall'atrio del caffè, e spiccavo già il balzo, quando il più giovane fra

i miei amici mi percosse colla mano sulla spalla.

— Dove vai?

— Alla Pineta.

— Vengo anch'io. —

Balzammo in sella fuggendo.

Egli ha vent'anni ed è solo: può ancora tutto sperare, vivere egualmente

bene dappertutto. L'inconsapevole poesia della giovinezza lo sospinge al

volo, accendendogli una fiamma negli occhi ad ogni incontro di donna non

brutta, mentre l'esultanza di una libertà fosforescente di tutte le

promesse rende più viva la ciarla della sua spensieratezza.

Filammo al mare, perchè qualcuno ci disse sulla piazza di Ravenna di

entrare nella Pineta dal capanno di Garibaldi, distante appena qualche

chilometro da Porto Corsini.

Pel sinuoso canale del Candiano non vedemmo che alcune barche cariche di

mattoni e di travi, altre più lungi, colla vela chiusa, parevano

abbandonate sull'acqua livida e muta. Dinnanzi e d'intorno si allargava

una distesa di stoppie arsicce e fosche in quell'ora del tramonto.

L'aria rimaneva tiepida, la strada bianca fuggiva come per incanto sotto

le ruote della bicicletta, le case diventavano sempre più rade; poi

apparivano crocchi di pini e di cavalli bradi, liberi nella solitudine,

immobili anch'essi. E davanti al deserto delle acque quel deserto

vallivo dileguava all'orizzonte nella tenuità dell'ombra,

silenziosamente. Di quando in quando un falco passava alto, colle ali

stanche dalla lunga caccia, verso la Pineta, simile ad una lunga riga

nera sul nostro fianco fin dove l'occhio poteva giungere.

Il mio compagno taceva.

Improvvisamente brillò una fiamma: era il grande occhio del faro che si

apriva.

Giungemmo al porto, ma non vedemmo il mare.

Perchè porto? A quell'ora non vi si scorgevano che poche alberature,

nessuno passava per la piazza formata da un gomito del canale davanti ad

una lunga casa di un solo piano; più in là un palazzotto pretensioso

alzava dal mezzo del tetto la lanterna del faro come un grosso tubo; tre

capanne illuminate si aprivano sulla riva, voci e ombre erravano sulla

banchina.

Tesi indarno l'orecchio al murmure del mare.

— Bonaccia anche questa notte! — mormorò stizzosamente un pescatore

rasentandoci per entrare in una di quelle capanne.

Ma noi volevamo passare la notte sul mare.

Lo seguii e combinammo di salire sulla sua barca _Il Giglio_, se a

qualche ora della notte il vento si fosse levato.

Infatti verso le undici qualche soffio cominciava.

Nella notte profonda il mare mormorava sommessamente. I pescatori

avevano issata la vela ad un sottile grecale, poi erano tutti discesi

nella stiva, meno il più giovane, rimasto in piedi colla mano poggiata

sul timone. La vela floscia batteva seccamente sull'albero, non una

stella brillava nel cielo, non una luce sul mare. Solamente la lanterna

del faro lanciava, tratto tratto, un fascio più luminoso come un occhio

che si aprisse improvviso e violento, mentre il grande disco rosso del

semaforo pareva poco più lungi una immota luna sanguigna.

L'altra barca, poichè quella compagnia di pescatori ne aveva due, ci

accompagnava di fronte, così dappresso che si udivano i battiti della

sua vela nell'albero e le voci ciarlare ancora. Poi tutto tacque: anche

il mio amico si era addormentato nella stiva.

Seduto sulla punta di prora, reggendomi con una mano alla grossa ancora,

io guardavo.

Nella notte bruna un vapore sembrava alzarsi dalle acque come una

trasparenza luminosa fra due ombre, attraverso la quale l'occhio si

allontanava nella solitudine. Ma la barca quasi immobile si cingeva sui

fianchi di una luce cilestrina, mentre per la scia le si spegneva dietro

una silenziosa fiammata di piccole stelle, e la bianchezza delle vele

appariva vaga nell'alto. Improvvisamente mi sentii dentro un impeto di

fuga, come se avessi potuto io solo gonfiare le vele, sospingendole per

quella vacuità così piena di murmuri, con una violenza di tempesta,

verso un buio senza fine. E invece la calma era così profonda che

intendevo nel frangersi dell'acqua sotto la prora quel gorgoglio di un

armento che beva, secondo la bella parola dell'antico poeta greco.

In quel momento mi parve di rivedervi fra le pieghe dell'ombra, col

volto smorto dentro un pallore di luce bionda: anche voi guardavate sul

mare.

La sua mobile linea seguitava come il suo murmure oltre il raggio di

quel faro acceso sul lido da una pietà spaurita per coloro, che le

tempeste della notte sorprendono con tutti i terrori dell'invisibile.

Ignoro il mare e le sue procelle. Non ancora vidi in una fiera burrasca

notturna tralucere subitamente la pupilla di un faro, e non so come le

mie le risponderebbero; ma parmi che se in tale istante la paura della

morte mi avesse vinto, quel tremulo lucignolo mi aggiungerebbe

nell'anima un'altra tristezza di agonia. Laggiù, dalla terra, ecco tutta

la luce che può raggiarne! Appena quanta la natura per un capriccio

gentile ne mise sotto le ali della lucciola nelle prime sere di giugno,

quando i grani ondulando imitano il fruscio della seta e i grilli

ripetono instancabili la loro sottile nota di amore.

Ogni lanterna di faro mi ha fatto sempre pensare a quella di Diogene; il

mare è troppo grande e la maschera dell'uomo troppo grossa perchè un

raggio possa attraversarla. Ma solo nel deserto del mare, dinanzi

all'infinita mobilità delle sue forme, l'anima s'innalza veramente alla

impassibilità del pensiero. Che la notte distenda la propria ombra sulla

oscurità delle acque o il sole vi rompa tutti i raggi in un incendio di

baleni; che una indolenza vi attenui le onde sino alla piega di un

sorriso o l'uragano le sollevi precipitandole collo strepito della

valanga, l'anima umana soltanto può levarsi sul mare, a dominarlo con

una serenità più profonda della sua calma, o con una furia più violenta

delle sue bufere.

Una voce dall'altra barca cantò:

— Sono io che batto, dèstati.

— Chi sei? — Sono l'amore.

— Che vuoi? — Solo un cantuccio,

nel letto e nel tuo cuore.

— Vattene, il letto è piccolo...

— Apri, mi basta il cuore.

— Il cuore è morto; vattene:

tu l'uccidesti, amore.

— Apri, che io lo resusciti,

io son la vita eterna,

col soffio, che può spegnerla,

raccendo ogni lucerna.

— Finchè il tuo petto è un giglio

non dirvi morto il cuore,

dorme, e nel sogno i palpiti

sente del nuovo albore.

— Aprimi: io sono l'ospite,

che aspetti, ormai raggiorna...

— Vattene: amor che torna,

è amor che se ne va. —

— Vattene; amor che torna, è amor che se ne va — ripetè parecchie volte

la voce tremando, mentre intorno alla mia barca quel fuoco cilestrino si

era spento.

Qual poeta disse dunque pel primo che il mare è buono? Si era egli

sentito un'altra volta cullare sul suo immenso petto come un bambino?

Perchè il cielo è così bello pur non essendo che un colore? Perchè il

mare è sempre nuovo pur non essendo che acqua? Entrambi sono per noi un

velario, alla cui misteriosa bellezza bastano le pieghe delle nuvole e

delle onde, e tutto quanto vi sappiamo al di là non muta l'incanto delle

nostre sensazioni.

— Oh! su — gridò Beppe, il gigantesco pescatore, cacciando la testa dal

boccaporto.

Intesi un tramestio nella stiva, quindi cinque o sei ombre riapparirono

agitandosi con atti bruschi e sicuri. Beppe legò la corda della rete

all'antenna di prora, altri rotoli di corda percossero con tonfo pesante

il mare, che si accese e si spense quasi subito. Solamente lungo le

corde delle antenne brillavano ancora nell'acqua quei sorrisi gemmei.

— Cattiva notte, signore — mi disse Beppe.

— Perchè?

— Poco vento, poca pesca.

— E adesso torni a dormire?

— No, resto qui per i delfini.

— Ah! temi che straccino la rete per mangiarvi il pesce.

— Già! anche ieri notte erano venuti: sono i nostri ladri. —

Gli offersi mezzo zigaro.

— Le piace il mare, signore? — mi chiese dopo una lunga pausa. — Vada a

dormire come il suo compagno, fra poco sarà freddo.

— Si farà sereno?

— Non lo vedremo stanotte. —

Tacemmo: egli origliava intento sul mare, io entravo nel sogno.

Colla mano sull'àncora, che non ho mai saputo gettare in alcun fondo

della mia traversata, udivo la voce sempre più lontana delle acque

tumultuare nel mistero. La notte era mutata, il mare si rotolava dinanzi

ai miei sguardi immenso e sconosciuto come nei primi giorni della vita.

Schiume bianche erravano simili ad armenti, e sparivano nelle sinuosità

di un'onda fuggiasca per la infinita distesa sotto gli urli del vento.

Ancora una volta bisognava passarvi spiegando la propria anima come una

vela davanti alla morte, cogli occhi ardenti di orgoglio. Allora le

stelle nella notte, quasi fari accesi sull'altro mare celeste, segnavano

la strada, o gli uccelli nel giorno, migrando a lunghe file ne

tracciavano un'altra, che la barca seguiva col medesimo istinto. Invano

le tempeste calavano dalle nubi ad urtarla nei fianchi colle grandi ali

nere, o i banchi di sabbia aprendo la gola si acquattavano insidiosi nel

vederla volare simile ad un alcione, mentre dal mezzo delle vele gonfie

di vento e di speranza la canzone dei naviganti saliva a spandere il

prodigio della loro vittoria.

Essi passavano, magnificamente soli, fra le due immensità senza confini

e senza ombra. Talvolta nell'incanto di un sogno pareva loro di udire

sulle fluttuanti praterie il canto delle sirene, o lungi fra la fuga

degli equorei cavalli vedevano Venere ritta sulla conca stellante

torcersi i capelli nel sole. Anch'essa, l'Iddia, errava sul mare

stupefatto, che si copriva di fiori luminosi sotto il suo sguardo.

Frotte di delfini le balzavano intorno pazzi di gioia, scuotendo il

glauco paludamento delle onde, sul quale cadevano insieme i sorrisi del

cielo e le sillabe misteriose del vento. Ma ella, nata dall'onde, volle

seguire i naviganti sino dentro le terre, apparendovi nuda e bianca alla

adorazione delle genti. La sua bellezza di donna era quella medesima del

mare: il suo candore aveva l'opacità della perla, la sua testa

s'inclinava come un'alga, i suoi capelli erano sinuosi come i lidi, la

sua bocca ardeva nel rossore del corallo, i suoi occhi balenavano come

le onde.

Come la marea, il suo piccolo seno si alzava e si abbassava nella tacita

lusinga di un invito; come l'acqua, le sue mani erano piene di carezze.

Il suo amore, dissolvendosi nel proprio prodigio, fra la mordacità dei

baci e il crepitio delle parole, somigliava alla spuma del mare, mentre

dalla sua anima, meglio ancora che dal cinto rimastole sui fianchi,

salivano tutti gli altri misteri, gl'incanti delle lontananze e gli

enigmi delle tempeste, le tentazioni violente dei vortici e la lucida

insensibilità degli scogli.

— I delfini! — esclamò Beppe levandosi per metter la nave in panna.

Ma io tesi indarno gli orecchi.

Tacevamo come nell'emozione di un agguato; la barca oscillava appena, le

sue vele frusciavano come sottane Passarono così forse venti minuti, poi

Beppe sterzò nuovamente la vela; e ci allontanammo adagio sul vento che

cominciava ad alitare più freddo.

— Scenda, scenda. —

Ubbidii.

Nella stiva, così bassa che nemmeno seduto potevo tenermi col busto

eretto, gli altri dormivano: un lucernino a petrolio sospeso sulla cassa

del focolare illuminava fiocamente quell'interno pieno di ceste e di

coperte. Ma stesi presso il mio giovane amico, che russava

tranquillamente sull'assito colla testa in giù e i piedi alti sopra un

mucchio di corde: il suo grosso viso di fanciullo esprimeva una pace

profonda in quel sonno dei venti anni non ancora turbato dalle tristi

figure del passato. I pescatori gli stavano d'intorno, ma uno solo, il

più vecchio, russava. Le loro facce energiche uscivano e rientravano

nell'ombra ad ogni oscillazione del lanternino rossastro e fumigante;

l'aria scendeva a buffi dal boccaporto, il rullio della nave era

monotono.

Perchè una tempesta non avrebbe potuto scatenarsi improvvisamente? Che

avremmo fatto noi tutti? Ma la notte dormiva anch'essa avvolta nelle

tenebre: e il pesce dorme? Ecco una delle tante cose che non so. Invece

mi addormentai pesantemente per non destarmi che a giorno alto nel

rumore della manovra lunga per ritrarre la rete. Il mare era sempre così

tranquillo, il cielo opaco: vedevamo il porto alla distanza di due

miglia.

Le corde si arrotolavano come serpenti dietro i pescatori piantati sui

piedi scalzi, scorrendo fra le loro mani e le loro gambe con una

prestezza meravigliosa: tutte le facce splendevano. Poi la rete apparve

infangando l'acqua, le braccia si tesero nel medesimo sforzo, le voci si

alzarono e la rete ricadde entro la barca come un enorme sacco sudicio,

nel fondo del quale una fanghiglia vivente trabalzava e balenava.

— Buona pesca! — gridai ingenuamente, poichè quel mucchio mi pareva

grosso.

— Eh! no, signore, — mi rispose Beppe, che tenendolo sollevato già lo

rovesciava.

Parve che una moltitudine piccina convulsionaria, quasi pazza, ne

sboccasse, battendo duramente sull'assito in una sorpresa e in uno

spasimo muto; le sogliole simili a grosse lame di argento sporco si

ripiegavano e scattavano con le larghe bocche piatte, disperatamente

aperte; una torpedine rossa come un gran cuore vibrava difendendosi

ancora fra un gruppo di canocchie, che si muovevano adagio, quasi

indifferenti nella sicurezza della loro armatura perlacea, colle

branchie mostruosamente uncinate. Nessun pesce grosso, ma invece troppi

di quei pesciolini, che nel mare sono come gli insetti nell'aria, il

pasto per tutti.

Rapidamente i pescatori facevano la cerna nel mucchio, gittandolo in

vari canestri, sui quali il timoniere della notte rovesciava secchi

d'acqua, attingendola con moti silenziosi di automa, mentre i rigagnoli

del fango scorrevano su coperta, e tutto quel tremulo argenteo si faceva

più terso nell'aria e nella morte. Centinaia di agonie avevano già

cessato, ma qualche sogliola balzava ancora nel canestro, o una

canocchia ne usciva abbrancandosi ai vimini, come se avesse potuto

vivere bene anche fuori dell'acqua. Alcuni polipi si gonfiavano negli

ultimi sforzi del vomito nero. La loro coda di topo, dimenandosi

languidamente, esprimeva un dolore diverso da tutti gli altri: poi un

grande cefalo bronzeo cadde loro sopra pesantemente, e un ventaglio

largo biancastro coprì mezzo il canestro.

— Che cosa è? — domandò il mio amico.

— Un San Pietro.

— Perchè San Pietro? —

Tutti risero senza rispondere.

— Questo lo taglieremo nel brodetto, sentirà che cosa buona, perchè

nessuno sa cuocere il pesce come noi. —

Infatti fu vero.

Non avevamo che un piatto e un gotto in undici. Sulla piccola cassa del

focolare entro una pentola nera bolliva il brodetto, in lunghe stecche

appoggiato alla pentola si arrostiva alla stessa fiamma l'altro pesce:

bastarono due soldi di olio, due spicchi di aglio e pochi grani di pepe

a condire tutto. Mangiavamo sdraiati ciarlando come vecchi amici, che si

amano da anni nel travaglio e nella libertà del mare: il mio giovane

amico non era più un milionario, io non avevo mai scritto libri; non una

parola italiana, non una vanità o un rispetto signorile guastarono

quella intimità. Naturalmente l'oste del porto dovè mandare dei fiaschi,

ma le posate, i tovaglioli e i bicchieri furono ricusati.

Martino, il solo vecchio fra i pescatori, aveva fatto due volte il giro

del mondo: sembrava il più povero, eppure tatti lo trattavano come un

ammiraglio.

A un'ora dopo mezzo giorno giù nella stiva la nebbia del vino si era

fatta così densa che qualcuno cominciava a confondere le fisonomie.

Tonio, il tenore della notte, colle mani dietro la testa e la testa sul

fianco della nave, canticchiava fra i denti «Vattene, amor che torna è

amor che se ne va», mentre il gigantesco Beppe rideva silenziosamente,

stringendo un fiasco di Chianti fra le cosce, e tutti gli altri

parlavano insieme di canzoni e di donne. Martino si levò di bocca la

bottiglia del cognac per offrirmela, ma chinandosi mormorò

confidenzialmente:

— Le donne, io lo so bene, quando ero di guardia nella stiva, ne

venivano sempre tre o quattro intorno al mio letto. Accade sempre così,

passando la linea; allora le donne diventano come pecore, vengono a

strofinarvi colla testa i calzoni. E il mare, è il mare che le rende

così.

— Il mare?

— Sì, la donna e il mare, non c'è altro al mondo.

— Meglio il vino — si volse Tonio che aveva udito.

Martino parve incerto, poi succhiò una sorsata di cognac e, passandosi

le mani sulla faccia rugosa, ripetè colla fissazione dell'ubbriaco:

— Le donne e il vino non c'è altro. La terra, che cosa? Si carica il

vino, e bisogna andarsene un'altra volta. Invece la donna è come il

mare, gli si vuol bene senza credergli perchè sono così, ci mutano sotto

ad ogni momento. E si beve: ecco.

— Naufragasti mai?

— Tre volte.

— Hai moglie? —

Negò alzando le spalle:

— Si beve, si beve. —

Infatti tutti bevevano fra il fumo degli zigari toscani, che usciva dal

boccaporto come se il brodetto cuocesse ancora; ma un altro fumo più

denso avvolgeva le parole, che si smarrivano.

Mezza ora dopo, tre o quattro dormivano, e noi uscivamo promettendo di

tornare la sera a cena.

In questo momento sono ancora tutti giù nella osteria cantando col mio

giovane amico, che si diverte ad ubbriacarli. Io finisco di scrivere

colla testa pesante per buttarmi sul grande letto matrimoniale della

ostessa, alla quale tutto quel vino bevuto e pagato ai pescatori ha

ispirato per noi un profondo rispetto.

La camera ha il soffitto a travate come una vecchia chiesa e non è molto

più piccola: fuori la stessa bonaccia di ieri sera, sotto un cielo scuro

e silenzioso.

Buona notte, signora.

Ombre di occaso · 第 12 / 30 题