I vecchi, coloro che rimasero soli, non sanno più dove andare.

Amava il mare, ma non amava il popolo che gli somiglia.

Nata troppo in alto, aveva vissuto sempre tutta chiusa nell'orgoglio

della propria originale magnificenza, che la rendeva straniera fra la

folla moderna così uniforme e così bassa nella uniformità; ed ella,

l'Errante, non vi aveva mai guardato, sentendo dalla sua vastità salire

come un brivido la voce delle anime abbandonate.

Così non sapeva forse che altri vi erravano come lei, più poveri e più

soli. Non era di costoro quello zingaro che un giorno, senza

riconoscerla, lesse nella sua mano la morte prefissale dal destino? Ella

sorrise con mesta incredulità al cencioso profeta ricusante la ricca

elemosina; ma l'anarca, che compì la profezia piantandole una lima nel

cuore coll'impassibile precisione di chi non discute il proprio mandato,

non era anch'esso un Errante fra la folla?

Un altro sogno di dolore e di odio rompeva così quel sogno d'amore e di

dolore.

Lo sconosciuto, subito arrestato, si chiamava Lucheni. Era italiano, ma

nato a Parigi da un uomo e da una donna forse ignoti l'uno all'altra e

congiunti da un qualche vizio più urgente della fame: poi la madre lo

abbandonò ad un ospizio, che gli diede il pane e le scarpe,

insegnandogli a mezzo un mestiere col quale non avrebbe potuto vivere.

Appena diventato un ragazzo, l'ospizio gli chiuse dietro le porte per

sempre.

Il ragazzo non sapeva dove andare. Ovunque arrivasse, il luogo non

mutava: era sempre la stessa diffidenza ad ogni domanda, il medesimo

silenzio in tutti gli occhi, ai quali salivano gli appelli de' suoi

sguardi stanchi; quando aveva fame, quando aveva freddo, nessuno se ne

accorgeva; i poveri lo guardavano anche più duramente dei ricchi, che

gli negavano l'elemosina. Ma siccome voleva vivere, cercava sempre;

d'estate come le mosche cercano le immondizie, d'inverno come gli

uccelli anche quando il ghiaccio ha indurito la neve sulla campagna. E

tuttavia il suo caso non era nuovo. Migliaia di anni prima altre

migliaia di bambini nati, come lui, avevano dovuto andare e morire così.

Poi qualcuno gli disse: — Tu odii; — e allora capì di avere sempre

odiato, anche all'ospizio, nelle sale di lavoro sotto le occhiate gelide

dei prefetti, e nei corridoi, ove tante notti non aveva potuto dormire

come gli altri, dentro l'oscurità rotta appena dal lucignolo fumoso di

una lanterna. Ma siccome l'odio sa ascoltare e rispondere meglio

dell'amore, ascoltava e rispondeva. Che cosa aveva egli fatto a quella

donna perchè lo mettesse al mondo? Perchè doveva vivere così, niente

altro che vivere, lavorare per lavorare, chiedendo quasi sempre indarno

un lavoro, senza poterne mai trarre una speranza o un significato?

Perchè tanti altri non lavoravano? Perchè erano amati? Perchè avevano

tutto?

La società gli aveva insegnato un catechismo che essa medesima non

riusciva ad applicare, e tutto era egualmente ingiustizia contro i

poveri, persino la morte, poichè la religione insinuava nei loro cuori

il dubbio di un altro inferno. Come un atomo dimenticato nel disegno

misterioso della creazione, egli vagava urtandosi a tutti i corpi,

sempre respinto e sempre solo; il silenzio l'opprimeva; ma se cominciava

a parlare, sentiva subito di non potere essere compreso che da un

qualche solitario al pari di lui, mentre tutti gli altri erano come i

prefetti nell'ospizio e più tardi gli ufficiali nella caserma, i

superiori e i nemici che comandavano sempre, senza spiegare mai la

ragione del proprio comando.

Dovevano quindi bastare pochi discorsi e poche letture, giacchè sapeva

leggere, per alzare quell'istinto di odio a passione, e questa passione

nel sogno torbido di un sistema. La caserma compì l'opera dell'ospizio,

mutando il trovatello nel soldato, e il soldato in un anarca

febbricitante di orgoglio nella prima conquista di se medesimo. Dentro

al suo cervello, fosco come un giorno di temporale in un angusto

paesaggio vallivo, rare parole e rare idee si urtavano scrosciando,

mentre da tutte le lontananze della solitudine gli giungevano voci di

altri derelitti, morti e vivi, uomini, donne, vecchi, bambini, adoperati

e dimenticati come cose. La schiavitù di ieri era dunque la medesima

servitù di oggi, la stessa condanna colpiva ancora i bambini nel ventre

delle donne, che il parto non bastava a rendere madri; ogni giorno

ancora la vita saliva a un più alto privilegio sulle moltitudini, che

l'alimentavano come i concimi fanno coi fiori; lasciandosi suggere dalle

loro radici. Tutti i catechismi erano falsi, nessun messia era mai

venuto. I governi di oggi, come i più antichi, somigliavano alle

testudini, formate cogli scudi delle più vecchie legioni e che nessun

urto poteva scomporre; gli imperi sovrastavano, le nazioni si guatavano

colla insidiosa compostezza dei lottatori nei circhi. Ora e sempre

l'unico libero era il danaro. Tutto il dolore umano non aveva potuto

creare nè la giustizia, nè la pietà umana: anche adesso il popolo non

sapeva di che cosa nutrirebbe la propria vecchiezza, dopo aver seminato

e mietuto, forati i monti, distese le strade, sospinte le navi, alzati i

palazzi, adunate colle proprie mani tutte le ricchezze, dato col proprio

sangue il battesimo a tutte le vittorie.

Quindi coll'entusiasmo degli ignari egli aveva tentato di offrire il

proprio pensiero sui giornali anarchici, che lo ricusarono perchè

ravvolto nei cenci del linguaggio comune; e questo nuovo silenzio

imposto alla sua miseria gli pesò sul cuore più dell'altro, dinanzi a

coloro che gli domandavano: — Chi è tua madre? — Chi dunque fra i poveri

può dire veramente di averne una, se le madri non s'inginocchiano ancora

davanti ai bambini domandando loro perdono di averli partoriti? Egli

invece era solo; ma, non avendo nè madre, nè figli, poteva almeno

preferire la fame alla schiavitù, o morire cacciandosi innanzi, come un

araldo nel mistero della morte, qualunque imperatore. Quindi un orgoglio

senza nome gli rialzava talvolta la testa quasi ad una minaccia lontana,

della quale nessuno fra i più grandi avrebbe potuto sottrarsi al muto

decreto. Egli pure era un re.

La sua sovranità, creata dal nuovo diritto di eleggere e di essere

eletto, si mutava così in una ribellione alla volontà della legge, nella

quale il pensiero dell'individuo dovrebbe confondersi come la goccia

nell'onda. Mentre tutte le monarchie, diventate egualmente anonime nel

popolo, si abbassavano ogni giorno sotto le ondulazioni del suo numero,

una anarchia vi drizzava già le proprie punte, come gli antichi

guerrieri levavano più alta l'asta sul campo a farla riconoscere nella

assemblea. La legge, che una volta era una violenza dei forti, adesso

ingannava; nessuna giustizia era possibile in una libertà che non

ammetteva l'uguaglianza; la verità non poteva essere proclamata, finchè

qualcuno conservava il diritto di nutrire la propria vita colla morte di

un altro. Una guerra senza battaglie si preparava dunque in una

ribellione di tutti contro tutti per distruggere le ultime differenze,

indarno condannate dalla rivoluzione della libertà, che aveva pareggiato

eletto ed elettore.

All'eroismo dei grandi, che saliva come un vapore purpureo dalla fusione

della folla, doveva quindi seguire quello dei piccoli, che prorompe come

una scintilla dai suoi distacchi; dopo la parola del genio, che aduna

dalla moltitudine le sillabe della vita, il grido solitario dello ignaro

che annunzia l'inespressibile e attraversa tutte le anime come una

rivelazione della morte. Ma una sinistra poesia, piena di lampi e di

brividi, avvolgerebbe questi interpreti della estrema negazione, che

dalla solitudine dell'orgoglio, espandendosi ovunque coll'irresistibile

penetrazione di un contagio, dileguerebbero subitamente incomprensibili

ed incompresi. Invano qualcuno si vanterebbe poi di averli conosciuti, o

nella ultima stretta del dramma essi medesimi, ingannandosi come tutti i

messaggieri, pretenderebbero di spiegare il segreto della loro missione

simile a quella degli uragani, che passano, devastano, fecondano, e al

loro passaggio le anime hanno oscillato nell'infinito.

Poi la gente ciarla del danno o del beneficio fra i nuovi sorrisi

dell'aria, senza ricordarsi che una medesima legge governa le

rivoluzioni e le tempeste, dalle quali la folgore erompe come un ordine

misterioso.

Quell'anarca cencioso, che la vita non aveva potuto ospitare,

l'attraversava dentro a una muta bufera di collere e di pietà. Come la

solinga imperatrice anche egli non aveva più nulla, nemmeno quei ricordi

di cui si nutre il dolore, o quella commiserazione di se stesso che

consola tutti i decaduti. Mentre ella errava di villa in villa, ove più

pacificatrice sorride la bellezza della natura, l'altro passava per

tutte le vie dell'esiglio, nutrendosi di un pensiero di odio quando non

aveva pane, soccombendo alla stanchezza dei giorni lunghi come una

assenza, alla vacuità delle notti senza riposo, coll'anima che gli

strideva dentro come un cane chiuso in una casa deserta.

Nella sua miseria di abbandonato si era mescolato ad ogni miseria: aveva

veduti uomini gagliardi tremare per la viltà della fame davanti alla

debolezza dei padroni, che negavano loro persino l'elemosina di una

promessa; madri colle mammelle secche, abbandonate sul viso sparuto di

un bambino, e nessuno dei due piangeva più; vecchi derelitti, che non

osavano accostarsi ad alcuno nella vergogna di essere ancora vivi; poi

tutte le altre miserie del lavoro micidiale anche quando nutre,

accordato pari ad una grazia, invocato e maledetto come la morte; mentre

fioriva intorno, dappertutto, la felicità dei ricchi invano creati dalla

natura uguali ai poveri, se la volontà di Dio in tutte le religioni

permetteva loro di diventare così diversi. Essi avevano la scienza, la

libertà, la forza; potevano pesare la vita dei loro fratelli sulle

bilance del proprio egoismo senza che nessuna giustizia li vigilasse, e

la loro misericordia era come la rugiada nel deserto, che ne rimane

ugualmente arido. Allora, sul silenzio violento della sua anima, quelle

voci profonde di morti e di viventi, adoperati e dimenticati come cose,

salivano simili ad un coro funebre sollevato da urli improvvisi,

percorso da gemiti aspri come minacce. Perchè la morte non avrebbe

finalmente vinta l'ingiustizia della vita? La morte sola sapeva il

segreto della redenzione indarno proclamata da tanti messia, che avevano

voluto consolare il dolore umano senza distruggere chi lo aumentava.

Quante vittime sarebbero ancora indispensabili alla morte, perchè la

vita potesse finalmente mutare? Tutti quei morti, che la terra sembrava

aver disciolto nelle proprie viscere, si agitavano dentro le anime nate

dalla loro, sospingendole sempre più in alto col grido dell'ultima

resurrezione. Essi volevano risorgere nei figli contro i figli dei

propri sacrificatori per cancellare colle fiamme dell'estremo olocausto

le vestigia di tutte le ingiustizie; ma non vi sarebbe più alcun giusto

nel giorno della espiazione finale, nè fra coloro che colpirebbero, nè

fra coloro che sarebbero colpiti, giacchè l'eredità aveva macchiata ogni

innocenza colla trasmissione del privilegio.

Forse l'innocenza salvò mai qualcuno?

Non poteva egli pure vantarsi innocente? Il suo odio non era una

invocazione del dolore alla giustizia?

Come quei penitenti, che fuggivano dal mondo per nascondersi a pregare

da Dio la pietà del perdono, egli era rimasto solo fra la moltitudine.

Anarchi ed anacoreti possono trovare chi loro somigli, ma sono sempre

egualmente solitari nell'eremo e nel partito, finchè il loro sogno non

si dissipi, e la vita li riattivi nella minuta vicenda delle lotte

quotidiane. Così egli non aveva forse cercato talvolta fra compagni che

qualche soffio per la propria fiamma o un nuovo argomento contro un

dubbio, mentre, contrapponendosi al mondo come un giudice, l'orgoglio

stesso del proprio odio doveva renderlo incapace di comprenderne le

leggi e di esservi compreso. Quindi ridotto all'unica misura di se

medesimo, vi aveva sottoposto nella facilità di un sogno tutto quanto

non consente a misura, la vita coi suoi istinti e la storia colle sue

trasformazioni. Lungamente il suo dolore aveva creduto di divorare tutti

i dolori, e il suo odio tutti gli odii, e la sua negazione tutte le

negazioni.

Quanto più piccolo lo aveva fatto la natura o in basso respinto la

società, e più alto egli si levava sopra entrambe, stringendo la propria

vita in pugno come un'arma per colpire lassù, dove l'individuo è

simbolo, cui la folla si prosterna, e morire così al disopra di ogni

giustizia. Che importano le sentenze della legge o del costume, se

qualunque atto, salga da troppa profondità o attinga troppo in alto,

deve sempre essere falsamente misurato, e chi lo compie ha in se stesso

l'indiscutibile ragione della morte?

Non vi può essere delitto quando l'egoismo non ne sperò alcun frutto.

Una superbia lucida come i ghiacci delle cime più inaccesse illumina

allora di spettrali chiarori la lunga vigilia dell'azione. Ebbrezze mute

di un segreto superiore a tutte le curiosità, inesprimibili melanconie

della dedizione suprema, amaritudini della morte lungamente assaporata

nella fatica febbrile della volontà, entusiasmi di eroe che sconfigge e

di martire che perdona, ondeggiamenti di tempesta e impeti di folgore,

l'anima solitaria sopporta tutto, delira di tutto. Il sogno diventa

incantesimo, che si dilata tra vampe e vapori entro una scena immobile,

per la quale una forza arcana ci spinge direttamente.

Quel Caserio, che pugnalò il secondo presidente della repubblica

francese, non compì forse l'atto ferale colla impassibile precisione di

un sonnambulo, e non si destò gettando quel grido che lo scoperse già

salvo tra la folla? Quell'Angiolillo, che uccise Canovas, ministro

presidente di Spagna, non rimase assorto nel proprio atteggiamento di

cavaliere sino sulla sedia della garotta? Quell'Henry, che gettò una

bomba in un caffè parigino massacrandone la folla, non serbò la faccia

opaca di un allucinato dinanzi alla lunga processione dei feriti, e non

rispose con un gesto di statua alla madre piangente, la quale tendeva le

braccia verso di lui?

Tutti costoro oltrepassarono il delitto o guardandolo dalle regioni

della morte non lo riconobbero più. Che se l'incantesimo vanì prima di

essa e ricaddero nelle perplessità del rimorso davanti al patibolo, non

capirono egualmente il proprio atto, come il poeta non può risalire

nell'ode già caduta dal cielo della sua ispirazione.

E trascurabili sono le differenze intellettuali fra questi messi del

dolore, che la follia conduce per mano alla morte, e la morte non può

rilevare a se stessi. Precursori di un messia, che evochi dalla

distruzione del nostro mondo un'altra umanità, essi ne annunziano

l'avvento coll'orrore degli antichi olocausti: quindi la vittima

prescelta è sempre simbolica o anonima, un re o una folla, che il

sacrificio deve consumare col sacrificatore. Delitto? certamente per la

legge. Errore? senza dubbio per la scienza; ma la vita e la storia

poterono mai fare a meno dell'errore?

Invincibile come tutti i solitari, l'anarca non ha partito.

Coloro adunati in tale nome sono sofisti, i quali non sanno che

l'anarchia nella propria suprema negazione prova appunto la stessa

insufficienza in tutti i partiti, o saccomanni che impazienza

dell'imminente battaglia disfrena già negli accampamenti.

Contro gli uni e gli altri basta il grido delle sentinelle o l'impeto

disciplinato di qualche manipolo; quegli sovrasta a giudici e a

patiboli.

Caserio non conosceva Carnot, Angiolillo non conosceva Canovas, Henry

non conosceva alcuno nella folla di quel caffè parigino, Lucheni non

conosceva l'imperatrice Elisabetta, come uccisero dunque? Le loro

spiegazioni non valgono meglio dell'altre, che la gente si baratta per

sottrarsi al peso del mistero: l'arte sola potrà forse un giorno

spiegarlo, perchè l'arte sola crea attingendo alle profondità

dell'inconscio, e come la natura accettando tutti i modi della morte.

Adesso Lucheni e l'imperatrice Elisabetta, questa nella cripta imperiale

di Vienna, quello in un carcere di Ginevra si lagnano egualmente del

proprio sepolcro. Ella lo aveva chiesto fra la quiete di grandi alberi,

inghirlandato di edere e di rose, perchè le lucertole e gli usignoli

potessero visitarlo nella primavera; o forse lo sognò talvolta davanti

al mare Ionio, sul gran sasso di Leucade, dal quale Saffo cantò l'ultima

volta e sparve volando sotto le acque. Egli aveva preteso alla gloria

del patibolo nei primi chiarori dell'alba, quando pel sereno si diffonde

la gioia di una nuova promessa alla vita: pallido, scamiciato, la testa

nuda, si sarebbe fermato un istante sotto la mannaia, guardando al cielo

e alla folla per respingerli entrambi col medesimo sorriso prima di

piegare il collo e di chiudere gli occhi per sempre.

Invece li hanno seppelliti così: la morte non fu loro meno crudele della

vita.

Perchè compiangerli, signora, se lo sguardo della pietà è quasi sempre

come quello del naufrago, che si volge sulla riva a guatare l'acqua

perigliosa, dalla quale potè uscire?

Ombre di occaso · 第 10 / 30 题