AL BARONE GIUSEPPE BARATELLI
MORTO LA NOTTE DEL 12 AGOSTO
NEL DISASTRO DI CASTEL GIUBILEO.
_VOX CLAMANS_
Anch'egli è morto.
L'ultima volta, che lo salutai alla stazione di Bologna, la notte estiva
era cupa; grosse nuvole si spostavano grevi nel cielo senza stelle,
l'aria stagnava. Eravamo venuti a piedi per la nuova via della vecchia
città, quasi deserta a quell'ora ma vivamente illuminata sotto i portici
alti e sonori. Come sempre, egli parlava ammonendo, mentre a me pareva
di sentire nell'aria, al disopra delle nostre teste, avvicinarsi qualche
altra tristezza. Eppure la sua parola aveva la consueta limpidità quasi
di alba, quando nel chiarore del giorno nascente traspare come la luce
di un altro mondo lontano, e le prime voci della terra somigliano al
murmure di una preghiera.
— Bisogna credere, bisogna credere — ripetè due o tre volte, e il suo
largo gesto si appuntò dinanzi a noi nella notte, verso qualche cosa che
ci aspettava.
Infatti egli aveva sempre creduto la sua meta vicina, e la mia più alta
ma egualmente sicura attraverso tutti i pericoli e gl'inganni della via.
Una fede ardeva in lui col quieto splendore di una lampada, rischiarando
l'opera della vita già piena di risultati: aveva molto amato e pensato,
combattuto, sofferto e vinto per sè e per i suoi senza che dall'anima
una sola speranza gli si involasse per sempre. Come quei minatori che
sfondano un monte perchè le locomotive possano oltrepassarlo, ed
avanzano per le sue tenebre con una instancabile fiducia alla
luce, mentre gli ostacoli raddoppiano ad ogni passo le sfide
dell'impenetrabilità e le minacce della morte, era proceduto lentamente
e fortemente dissimulando nella calma della costanza la sicurezza del
pensiero. Perchè, in questa convulsa fretta della vita presente, egli
era ancora un gran signore di altri tempi, che sapeva già la propria
strada ed accettandone le inevitabili deviazioni moderne, serbava
intatto in se medesimo il privilegio di tale fortuna. Invano questa
sembrò sul principio compiacersi ad imporgli la prova della
degradazione, così difficile per coloro nei quali l'orgoglio antico
della famiglia accumulò le ripugnanze al lavoro volgare, che consuma il
tempo e l'ingegno nell'assidua conquista di tutti i piccoli modi della
vita, giacchè il suo spirito con mirabile modernità aveva prima della
prova scoperto il segreto di rinnovare l'avito primato nel carattere
stesso dell'epoca nuova. Così nel mezzo di ogni democrazia, nei
tribunali e nei comizi, egli apparve il nuovo signore, che accetta la
parità di ogni idea e di ogni funzione, sapendo di potere sempre in esse
superare il volgo ieri ammalato di odio, oggi triste d'invidia contro
qualunque virtù, dalla quale scenda il comando o si rilevi una qualche
bellezza.
Non ancora vidi in altri più pronto accordo di alterezza patrizia e di
facile consuetudine, mentre la sua opera medesima di avvocato, nel
dissidio degli interessi e nella gara della loro difesa, sembrava
renderne impossibile il modo. Ma egli non era nato a questo, nè vi
sarebbe a lungo rimasto, se la morte non avesse improvvisamente chiuso
nel proprio enigma profondo la conquistatrice, ancora segreta, potenza
del suo ingegno.
Io e pochi altri amici della prima giovinezza lo conoscemmo subito ed
intero: come alcuni di noi, egli aveva voltato le spalle a tragici
dolori della fanciullezza, ma camminava già sicuro nella esperienza
precoce, senza chiedere all'aurora più di quanto può dare: l'incanto
fresco dell'aria sotto il cielo sereno, coi profumi che salgono lievi
fra le canzoni della terra, dall'erbe e dall'acque sorridenti nel
brivido del sole. Egli non era triste al pari di me; non aveva la
nostalgia del passato e quell'impazienza dolorosa dell'avvenire, che
toglie ogni gioia al presente, consumando indarno le forze migliori
della sua preparazione. Mentre noi veleggiavamo nel sogno, stranieri e
superbi su la folla dentro la quale solamente è la via della vita, egli
ci ammoniva col fine sorriso di una ironia ancora piena di speranze, ed
esercitava sopra noi tutti l'impero di una guida. Il suo cuore,
diventato più largo nelle prime difficili prove, aveva perduto per
sempre ogni credulità, ma serbava intatta la fede; il suo ingegno,
invece di battere le ali verso le lontananze o le altezze senza cima del
pensiero, ascoltava e guardava dappresso colla acuta curiosità che
penetra e non dimentica più, accetta tutte le rivelazioni per scegliere
tra esse, indovina e compone, giudica, indulge e consola senza
arrestarsi lungo la via, perchè chiunque la trovi deve esservi seguito.
Ma nel suo spirito nato a signoreggiare non erano le impazienze della
vanità. Al pari di tutti gli eletti egli aveva il dono della simpatia,
senza la quale non vi può essere elezione; sapeva piegarsi dinanzi alle
cose e resistere agli uomini colla istintiva virtù, che misura in ogni
atto tutte le forze di un'anima per vincerla dove natura già l'inclina;
e quindi dalla sua parola fluiva una strana seduzione. Non era oratore
nè scrittore; intendeva le più recondite bellezze dell'arte, ma non
avrebbe potuto ripeterle; la sua parola lucida ed acuta passava
attraverso le più folte difficoltà come un raggio illuminando senza
ferire; la sua alta e massiccia figura pareva di atleta, e il suo
spirito aveva quella grazia lieve, che attenua la sconfitta e la
vittoria di un imprevidibile accordo. Ovunque, in mezzo al popolo, dove
più irritate ridono le passioni, nelle assemblee e nei comitati, fra gli
elettori e gli eletti; altrove, nei circoli mondani o politici, fra
principi del sangue o dell'ingegno, della finanza e del governo, alti
nella potenza o nella solitudine; dinanzi al moderno patriziato
femminile, così vario nella sua monotonia e difficile nell'effimera
superiorità della sua bellezza, egli era, come fra noi, il gran signore
moderno, che ha imparato tutta la vita oltrepassandone ogni classe, e
può colla stessa mirabile disinvoltura compierne le più dispari
funzioni.
Eppure quella, nella quale era cresciuta, non bastava a rivelarlo. Ma vi
è un profumo spirituale, cui è impossibile ingannarsi: vi è una
sovranità che attira gli omaggi anche senza alcuna decorazione d'impero;
vi sono nella folla i candidati alla gloria e che non vi arriveranno, le
guide che non saranno mai condottieri, uomini di arte, di scienza e di
politica, ai quali la vita ritarda o la morte tronca il cammino prima
che la loro opera medesima sia incominciata. Qualche cosa spesso li
avverte di questo inintelligibile destino, che strappa il fiore per non
avere il frutto: quindi nel loro occhio o nella loro voce ci sembra di
sentire talvolta come un'ombra, qualche sibilo passa nella loro ironia
simile ad un grido di angoscia repressa, mentre il loro pensiero
s'infiamma improvvisamente nell'orgoglio della propria grandezza
segreta. Ma più spesso non lo sanno: attendono nella calma della forza,
col sorriso sulle labbra, guardando tutti gli inetti, ai quali
soprastaranno domani; e allora l'incanto della loro conversazione si fa
più potente, come l'amore nel gaudio delle prime aspettazioni, e la loro
mano si tradisce ingenuamente nel gesto del comando.
Che importano veramente la gloria e l'impero? L'elezione non è che un
riconoscimento; adagio o all'improvviso la folla scopre il dominatore;
difficilmente essa s'inganna, ma bene s'ingannano coloro che immaginano
nella folla quell'unico. Come le onde sul mare, le teste si levano sulla
moltitudine agitata a guardare lungi le curve sinuose delle sue
correnti; il fiotto solo non la fronte è la misura della loro altezza,
poi la notte le copre, e di loro non resta che un'ombra nella memoria.
Adesso egli è morto soffocato, schiacciato, frantumato fra l'urto di due
treni lanciati ad una corsa vertiginosa, poco lungi da Roma, davanti a
Castel Giubileo; è morto improvvisamente sotto una valanga di ferro,
dentro un fracasso di tuono, fra le grida, il fumo, l'orrore, la morte
di una folla sorpresa nell'incanto della notte lunare, colla memoria
ancora piena di un'altra tragedia regale.
Umberto I, il re assassinato a Monza da un anarca fra una festa di
popolo, era entrato il giorno prima nel Pantheon come un vincitore
benedetto dal clero di Roma; il popolo d'Italia aveva riempito l'antica
città più solennemente pensosa, e ne ripartiva a tutte le ore, e nel
viaggio forse ogni pensiero si faceva più grande dinanzi alla tragica
maestà dell'agro muto su tante memorie. Come, perchè l'immensa
catastrofe?
Non lo sanno: le massime colpe al solito non hanno che vittime, la morte
diventa la loro assoluzione.
Un amico mi ha mostrato con un gesto tremolo la perizia scritta dai
medici su quello che era stato il corpo di lui, ma anche i miei occhi
hanno tremato, non ho potuto leggerla; egli non era nemmeno più un
cadavere, perchè il cadavere è ancora l'uomo, la sua forma, la sua
immagine muta ma eloquente nell'ultima fisonomia del suo spirito.
Lo hanno riconosciuto, non visto. Egli non seppe forse di morire: era
dentro gli ultimi vagoni, sui quali l'enorme macchina nera, sbuffante,
sibilante nello spasimo del terrore urtò: l'irresistibile impeto la
sollevò sulle quattro ruote, che li strinsero come le branchie di un
mostro, mentre le strida dei morenti guizzavano e si spegnevano come
dentro un rombo di tremoto, e il mostro ferito, rovesciato anch'esso,
ansava sinistramente immobile, col ventre rigato di fuoco sulla vivente
ruina.
No, egli non seppe di morire; ho bisogno di crederlo per lui, per la sua
anima di padre.
È morto, e basta: il dolore resta a noi.
E adesso a chi parlo?
Questo libro era finito, egli ne aspettava la pubblicazione perchè ne
conosceva già molte pagine: invece debbo riaprirlo per scrivere sulla
prima il suo nome come sopra una tomba.
Altri morti vi stavano già, amico mio, tristamente vissuti; il sepolcro
troppo pieno non è abbastanza bello per diventare l'asilo della tua
memoria. Chi ti ricorderà fra la gente, che non potè riconoscerti? A chi
scoprire il segreto morto con te? Il mondo non concede la gloria che
alle opere, e pur fra queste la distribuzione del dono ripete nella
propria ingiustizia tutte le altre; ma a coloro che erano e non poterono
apparire, al soldato morto prima della battaglia non toccano corone.
Perchè dire che sei morto sulla soglia del parlamento, che in te era
forse un ingegno di ministro, poderoso e tranquillo, largo ed agile, se
io stesso non lo dissi prima, quando interrogavo il tuo pensiero sui più
difficili problemi della nostra storia politica pel libro, che scrissi
poi e sul quale adesso vorrei incidere il tuo nome? Ma il libro è
anch'esso quasi ignoto: che aspetti, la verità deve essere paziente.
Noi siamo effimeri. Quando la nostra ombra si allunga dinanzi a noi nel
tramonto, l'anima si rivolge ostinatamente al passato già tutto pieno di
un'altra, forse più triste di quella che ci attende; e tu non vi sei
più, sei morto, amico mio, scomparso per me, per tutti, per sempre. Io
venivo spesso a te così lungi dalla mia vita solitaria; eri il fratello
della mia anima, colui che sapeva ascoltare anche quello che la parola
non può dire. Adesso sei solo. I tuoi figli si ricorderanno sempre di
te, ma sono troppo giovani per imparare anche nel futuro chi fosse il
padre sparito così: ti ameranno e si consoleranno, perchè ogni piaga si
chiude sulla fresca corteccia dei germogli, che saranno fiori domani.
Nessuna cicatrice invece si rimargina da lungo tempo nella mia vecchia
anima; non avevo che te; io pensavo dentro al tuo senno, e sentivo la
sicurezza del tuo cuore quando il mio tremava nello smarrimento del
deserto.
Ieri il tuo Aldo mi scriveva: «Credete voi, maestro, che potremo
rivederlo al di là?». Non lo so, fanciullo; coloro che pensano non sanno
nulla, il cuore solo ha le certezze sublimi, la fede delle cose sperate.
Se la morte non è un inizio, che cosa cominciò dunque in noi veramente?
Bisogna credere: ogni dolore è un richiamo, e la morte un appello
supremo.
Altrove! ecco la nostra ultima parola. Tuo padre è morto, ma credi, e la
fede lo farà rivivere dentro di te; credi al disopra della tua ragione,
contro di essa: credi al di là del pensiero che non può sapere, dietro
il cuore che indovina.
Dante scrisse anche per te nel _Paradiso_:
Fede è sustanzia di cose sperate
ed argomento delle non parventi.