MAGGIO MCMXVIII — 49101

AL BARONE GIUSEPPE BARATELLI

MORTO LA NOTTE DEL 12 AGOSTO

NEL DISASTRO DI CASTEL GIUBILEO.

_VOX CLAMANS_

Anch'egli è morto.

L'ultima volta, che lo salutai alla stazione di Bologna, la notte estiva

era cupa; grosse nuvole si spostavano grevi nel cielo senza stelle,

l'aria stagnava. Eravamo venuti a piedi per la nuova via della vecchia

città, quasi deserta a quell'ora ma vivamente illuminata sotto i portici

alti e sonori. Come sempre, egli parlava ammonendo, mentre a me pareva

di sentire nell'aria, al disopra delle nostre teste, avvicinarsi qualche

altra tristezza. Eppure la sua parola aveva la consueta limpidità quasi

di alba, quando nel chiarore del giorno nascente traspare come la luce

di un altro mondo lontano, e le prime voci della terra somigliano al

murmure di una preghiera.

— Bisogna credere, bisogna credere — ripetè due o tre volte, e il suo

largo gesto si appuntò dinanzi a noi nella notte, verso qualche cosa che

ci aspettava.

Infatti egli aveva sempre creduto la sua meta vicina, e la mia più alta

ma egualmente sicura attraverso tutti i pericoli e gl'inganni della via.

Una fede ardeva in lui col quieto splendore di una lampada, rischiarando

l'opera della vita già piena di risultati: aveva molto amato e pensato,

combattuto, sofferto e vinto per sè e per i suoi senza che dall'anima

una sola speranza gli si involasse per sempre. Come quei minatori che

sfondano un monte perchè le locomotive possano oltrepassarlo, ed

avanzano per le sue tenebre con una instancabile fiducia alla

luce, mentre gli ostacoli raddoppiano ad ogni passo le sfide

dell'impenetrabilità e le minacce della morte, era proceduto lentamente

e fortemente dissimulando nella calma della costanza la sicurezza del

pensiero. Perchè, in questa convulsa fretta della vita presente, egli

era ancora un gran signore di altri tempi, che sapeva già la propria

strada ed accettandone le inevitabili deviazioni moderne, serbava

intatto in se medesimo il privilegio di tale fortuna. Invano questa

sembrò sul principio compiacersi ad imporgli la prova della

degradazione, così difficile per coloro nei quali l'orgoglio antico

della famiglia accumulò le ripugnanze al lavoro volgare, che consuma il

tempo e l'ingegno nell'assidua conquista di tutti i piccoli modi della

vita, giacchè il suo spirito con mirabile modernità aveva prima della

prova scoperto il segreto di rinnovare l'avito primato nel carattere

stesso dell'epoca nuova. Così nel mezzo di ogni democrazia, nei

tribunali e nei comizi, egli apparve il nuovo signore, che accetta la

parità di ogni idea e di ogni funzione, sapendo di potere sempre in esse

superare il volgo ieri ammalato di odio, oggi triste d'invidia contro

qualunque virtù, dalla quale scenda il comando o si rilevi una qualche

bellezza.

Non ancora vidi in altri più pronto accordo di alterezza patrizia e di

facile consuetudine, mentre la sua opera medesima di avvocato, nel

dissidio degli interessi e nella gara della loro difesa, sembrava

renderne impossibile il modo. Ma egli non era nato a questo, nè vi

sarebbe a lungo rimasto, se la morte non avesse improvvisamente chiuso

nel proprio enigma profondo la conquistatrice, ancora segreta, potenza

del suo ingegno.

Io e pochi altri amici della prima giovinezza lo conoscemmo subito ed

intero: come alcuni di noi, egli aveva voltato le spalle a tragici

dolori della fanciullezza, ma camminava già sicuro nella esperienza

precoce, senza chiedere all'aurora più di quanto può dare: l'incanto

fresco dell'aria sotto il cielo sereno, coi profumi che salgono lievi

fra le canzoni della terra, dall'erbe e dall'acque sorridenti nel

brivido del sole. Egli non era triste al pari di me; non aveva la

nostalgia del passato e quell'impazienza dolorosa dell'avvenire, che

toglie ogni gioia al presente, consumando indarno le forze migliori

della sua preparazione. Mentre noi veleggiavamo nel sogno, stranieri e

superbi su la folla dentro la quale solamente è la via della vita, egli

ci ammoniva col fine sorriso di una ironia ancora piena di speranze, ed

esercitava sopra noi tutti l'impero di una guida. Il suo cuore,

diventato più largo nelle prime difficili prove, aveva perduto per

sempre ogni credulità, ma serbava intatta la fede; il suo ingegno,

invece di battere le ali verso le lontananze o le altezze senza cima del

pensiero, ascoltava e guardava dappresso colla acuta curiosità che

penetra e non dimentica più, accetta tutte le rivelazioni per scegliere

tra esse, indovina e compone, giudica, indulge e consola senza

arrestarsi lungo la via, perchè chiunque la trovi deve esservi seguito.

Ma nel suo spirito nato a signoreggiare non erano le impazienze della

vanità. Al pari di tutti gli eletti egli aveva il dono della simpatia,

senza la quale non vi può essere elezione; sapeva piegarsi dinanzi alle

cose e resistere agli uomini colla istintiva virtù, che misura in ogni

atto tutte le forze di un'anima per vincerla dove natura già l'inclina;

e quindi dalla sua parola fluiva una strana seduzione. Non era oratore

nè scrittore; intendeva le più recondite bellezze dell'arte, ma non

avrebbe potuto ripeterle; la sua parola lucida ed acuta passava

attraverso le più folte difficoltà come un raggio illuminando senza

ferire; la sua alta e massiccia figura pareva di atleta, e il suo

spirito aveva quella grazia lieve, che attenua la sconfitta e la

vittoria di un imprevidibile accordo. Ovunque, in mezzo al popolo, dove

più irritate ridono le passioni, nelle assemblee e nei comitati, fra gli

elettori e gli eletti; altrove, nei circoli mondani o politici, fra

principi del sangue o dell'ingegno, della finanza e del governo, alti

nella potenza o nella solitudine; dinanzi al moderno patriziato

femminile, così vario nella sua monotonia e difficile nell'effimera

superiorità della sua bellezza, egli era, come fra noi, il gran signore

moderno, che ha imparato tutta la vita oltrepassandone ogni classe, e

può colla stessa mirabile disinvoltura compierne le più dispari

funzioni.

Eppure quella, nella quale era cresciuta, non bastava a rivelarlo. Ma vi

è un profumo spirituale, cui è impossibile ingannarsi: vi è una

sovranità che attira gli omaggi anche senza alcuna decorazione d'impero;

vi sono nella folla i candidati alla gloria e che non vi arriveranno, le

guide che non saranno mai condottieri, uomini di arte, di scienza e di

politica, ai quali la vita ritarda o la morte tronca il cammino prima

che la loro opera medesima sia incominciata. Qualche cosa spesso li

avverte di questo inintelligibile destino, che strappa il fiore per non

avere il frutto: quindi nel loro occhio o nella loro voce ci sembra di

sentire talvolta come un'ombra, qualche sibilo passa nella loro ironia

simile ad un grido di angoscia repressa, mentre il loro pensiero

s'infiamma improvvisamente nell'orgoglio della propria grandezza

segreta. Ma più spesso non lo sanno: attendono nella calma della forza,

col sorriso sulle labbra, guardando tutti gli inetti, ai quali

soprastaranno domani; e allora l'incanto della loro conversazione si fa

più potente, come l'amore nel gaudio delle prime aspettazioni, e la loro

mano si tradisce ingenuamente nel gesto del comando.

Che importano veramente la gloria e l'impero? L'elezione non è che un

riconoscimento; adagio o all'improvviso la folla scopre il dominatore;

difficilmente essa s'inganna, ma bene s'ingannano coloro che immaginano

nella folla quell'unico. Come le onde sul mare, le teste si levano sulla

moltitudine agitata a guardare lungi le curve sinuose delle sue

correnti; il fiotto solo non la fronte è la misura della loro altezza,

poi la notte le copre, e di loro non resta che un'ombra nella memoria.

Adesso egli è morto soffocato, schiacciato, frantumato fra l'urto di due

treni lanciati ad una corsa vertiginosa, poco lungi da Roma, davanti a

Castel Giubileo; è morto improvvisamente sotto una valanga di ferro,

dentro un fracasso di tuono, fra le grida, il fumo, l'orrore, la morte

di una folla sorpresa nell'incanto della notte lunare, colla memoria

ancora piena di un'altra tragedia regale.

Umberto I, il re assassinato a Monza da un anarca fra una festa di

popolo, era entrato il giorno prima nel Pantheon come un vincitore

benedetto dal clero di Roma; il popolo d'Italia aveva riempito l'antica

città più solennemente pensosa, e ne ripartiva a tutte le ore, e nel

viaggio forse ogni pensiero si faceva più grande dinanzi alla tragica

maestà dell'agro muto su tante memorie. Come, perchè l'immensa

catastrofe?

Non lo sanno: le massime colpe al solito non hanno che vittime, la morte

diventa la loro assoluzione.

Un amico mi ha mostrato con un gesto tremolo la perizia scritta dai

medici su quello che era stato il corpo di lui, ma anche i miei occhi

hanno tremato, non ho potuto leggerla; egli non era nemmeno più un

cadavere, perchè il cadavere è ancora l'uomo, la sua forma, la sua

immagine muta ma eloquente nell'ultima fisonomia del suo spirito.

Lo hanno riconosciuto, non visto. Egli non seppe forse di morire: era

dentro gli ultimi vagoni, sui quali l'enorme macchina nera, sbuffante,

sibilante nello spasimo del terrore urtò: l'irresistibile impeto la

sollevò sulle quattro ruote, che li strinsero come le branchie di un

mostro, mentre le strida dei morenti guizzavano e si spegnevano come

dentro un rombo di tremoto, e il mostro ferito, rovesciato anch'esso,

ansava sinistramente immobile, col ventre rigato di fuoco sulla vivente

ruina.

No, egli non seppe di morire; ho bisogno di crederlo per lui, per la sua

anima di padre.

È morto, e basta: il dolore resta a noi.

E adesso a chi parlo?

Questo libro era finito, egli ne aspettava la pubblicazione perchè ne

conosceva già molte pagine: invece debbo riaprirlo per scrivere sulla

prima il suo nome come sopra una tomba.

Altri morti vi stavano già, amico mio, tristamente vissuti; il sepolcro

troppo pieno non è abbastanza bello per diventare l'asilo della tua

memoria. Chi ti ricorderà fra la gente, che non potè riconoscerti? A chi

scoprire il segreto morto con te? Il mondo non concede la gloria che

alle opere, e pur fra queste la distribuzione del dono ripete nella

propria ingiustizia tutte le altre; ma a coloro che erano e non poterono

apparire, al soldato morto prima della battaglia non toccano corone.

Perchè dire che sei morto sulla soglia del parlamento, che in te era

forse un ingegno di ministro, poderoso e tranquillo, largo ed agile, se

io stesso non lo dissi prima, quando interrogavo il tuo pensiero sui più

difficili problemi della nostra storia politica pel libro, che scrissi

poi e sul quale adesso vorrei incidere il tuo nome? Ma il libro è

anch'esso quasi ignoto: che aspetti, la verità deve essere paziente.

Noi siamo effimeri. Quando la nostra ombra si allunga dinanzi a noi nel

tramonto, l'anima si rivolge ostinatamente al passato già tutto pieno di

un'altra, forse più triste di quella che ci attende; e tu non vi sei

più, sei morto, amico mio, scomparso per me, per tutti, per sempre. Io

venivo spesso a te così lungi dalla mia vita solitaria; eri il fratello

della mia anima, colui che sapeva ascoltare anche quello che la parola

non può dire. Adesso sei solo. I tuoi figli si ricorderanno sempre di

te, ma sono troppo giovani per imparare anche nel futuro chi fosse il

padre sparito così: ti ameranno e si consoleranno, perchè ogni piaga si

chiude sulla fresca corteccia dei germogli, che saranno fiori domani.

Nessuna cicatrice invece si rimargina da lungo tempo nella mia vecchia

anima; non avevo che te; io pensavo dentro al tuo senno, e sentivo la

sicurezza del tuo cuore quando il mio tremava nello smarrimento del

deserto.

Ieri il tuo Aldo mi scriveva: «Credete voi, maestro, che potremo

rivederlo al di là?». Non lo so, fanciullo; coloro che pensano non sanno

nulla, il cuore solo ha le certezze sublimi, la fede delle cose sperate.

Se la morte non è un inizio, che cosa cominciò dunque in noi veramente?

Bisogna credere: ogni dolore è un richiamo, e la morte un appello

supremo.

Altrove! ecco la nostra ultima parola. Tuo padre è morto, ma credi, e la

fede lo farà rivivere dentro di te; credi al disopra della tua ragione,

contro di essa: credi al di là del pensiero che non può sapere, dietro

il cuore che indovina.

Dante scrisse anche per te nel _Paradiso_:

Fede è sustanzia di cose sperate

ed argomento delle non parventi.

Ombre di occaso · 第 4 / 30 题