MURGER: _m.me Olympie_

Fosse pure la musica vergata da una mano divina, fosse pure eseguita

dagli artisti con la voce e col cuore, viene un'ora che nel teatro si

prova la noia e il disgusto, La mente rimane fredda e scettica,

l'anima non si lascia più trasportare, la riflessione analizza,

distrugge e sogghigna: le arcate maestose, le ombrie dei giardini sono

di cartone dipinto; quei due che si amano gorgheggiando o strillando,

sono ridicoli; le coriste, le nobili damigelle, sono brutte, vecchie e

stupide: tutto è falso, convenzionale. Le illusioni, sieno anche

quelle ottiche, sono svanite; invano si chiama in aiuto la forte

potenza dell'astrazione, invano si cerca un impulso, un impeto di

entusiasmo: il senso della realtà è ostinato, ha tutto invaso. Ma

coloro la cui vita è fantasia, i sognatori, i _reveurs_, gli ammalati

di pensiero, gli assetati di poesia, si ribellano e quando la scena

non dà più loro il dramma, lo ricercano altrove, in un angolo

qualunque del teatro; sono come Archimede: per sollevare il mondo

della loro immaginazione hanno bisogno di un punto solo.

*

* *

Non posso dimenticare quelle due donne: quando apro gli occhi nella

oscurità, mille fiammelle la diradano, una confusione di colori gira,

turbina, si urta, poi si mette a posto, si armonizza ed esse compaiono

su quel fondo, vive e parlanti. Erano due tipi così spiccati, così

opposti, così personali, così profondamente impressi nella loro

materia di carne e di nervi, così completi nell'idea che ciascuno

rappresentava, da sembrare che l'artefice creatore le avesse ritoccate

con un unico concetto sino all'ultima linea. E per quella legge

costante che vuole inseparate le umane contraddizioni, che regola

l'attrazione delle forze contrarie, che riunisce i poli con una linea

fantastica, che presenta sempre due pensieri opposti, era fatalmente

necessario che quelle due donne vivessero insieme, l'una di fronte

all'altra, l'una reazione dell'altra.

La prima sembrava una madonnina di Carlino Dolci, il soave pittore che

ha incarnato nei quadri il suo nome. Era una figura esile, molto

esile; i capelli biondissimi, ma di un biondo morbido, quasi timido,

di cui si presentiva la dolcezza sotto la carezza della mano e il

tocco delle labbra; il volto magro, lunghetto, malaticcio, di un

pallore finissimo, quasi trasparente come un cereo; socchiusi i bruni

occhi sotto la frangia dorata delle palpebre, sottolineati da quelle

occhiaie nero-violacee che fanno pena al cuore; sottili, vivide,

aride, quasi abbruciate le labbra; il collo, le spalle, le braccia

scarne e consumate; abbandonata e languente tutta la persona:

dappertutto le traccie della febbre e del decadimento. Pure era

vestita con quell'arte speciale della donna che tenta tutt'i mezzi per

nascondere la verità: l'abito di raso bianco serviva ad ingrandirne

alquanto la figura; sul collo cadevano ad onde i bei capelli per

celarne la magrezza; sulle spalle denudate si aggruppavano fiotti di

velo bianco e di merletti, conoscendo ella il valore immenso delle

trasparenze che correggono i contorni meschini, mettendoli quasi in

una nuvola; la manica scendeva sino al gomito e lo avambraccio,

piccolo come quello di una fanciullina, era ricoperto di braccialetti;

le affusolate dita delle manine erano zeppe di anelli, quasi ad

ingannare la gente sulla loro apparenza; tutta la persona rimaneva in

una penombra amica e discreta, in un atteggiamento stanco. Ma la

stessa cura che ella prendeva per dissimulare il suo stato, muoveva

maggiormente la pietà e non illudeva nessuno: quella donna era

ammalata; ammalata d'amore, di quella lenta febbre che non ha posa,

che non ha requie, che infiamma il cuore ed agghiaccia le mani, che

divora il sangue e fa impallidire per sempre il viso, che mina il

corpo sordamente, senza compassione, di ora in ora, di minuto in

minuto. Era ammalata, buona, delicata, squisitamente sensibile ed

innamorata; lo sguardo vagava errante, indeciso, ricercando qualcuno

forse; sul petto due rose bianche e profumate si appassivano, morenti

anch'esse di febbre e di amore.

L'altra, perfettamente in luce, sorgeva come una splendida

manifestazione di bellezza. Sul capo altiero si attorcigliavano le

masse nere dei capelli, lasciando libera una fronte audace; l'arco dei

sopraccigli, tracciato nettamente, si distendeva su due occhi

scintillanti; il colore lionato della pupilla era circondato da un

cerchio gialliccio, bronzo circondato di oro, ma oro vivente, bronzo

animato; il profilo severo, purissimo, era corretto dalla rosea

trasparenza delle nari; le labbra schiuse come un frutto di melagrano,

si rialzavano lievemente agli angoli con quel sorriso perenne delle

figure perfette; il collo pieno, con un battito provocante di vita; il

busto scultorio, un braccio modellato con vigore, delicato

nell'attaccatura della spalla e del polso, terminato da una mano

aristocratica. Vestita di velluto nero, scollata in quadrato, con una

puntina di merletto bianco, senza maniche, come esige la moda, senza

un nastro, senza un gioiello, ella pareva sollevarsi, slanciarsi

candida e sorridente dal fondo bruno di un quadro: si sollevava, l'ho

detto, come una superba emanazione di grazia, di beltà, di salute. Vi

era in lei quella calma cosciente dei lineamenti che dev'essere la

soddisfazione della forma in ammirazione di sè stessa; quella serenità

immutabile, plastica, superiore, che è l'unico segno di vita nelle

statue greche: anche a volerlo fare apposta, quella donna non si

sarebbe potuta rendere meno perfetta. Sembrava che nè il tempo nè

l'amore avessero potuto turbare, guastare quell'aspetto mirabile; ella

era così sicura, così imperturbata, che finiva per irritare: si

provava lo strano desiderio di vederla un po' rovinata, come si

desidera talvolta di rompere una statuina di valore. Poi doveva essere

cattiva: quando si rivolgeva alla sua bionda e pallida compagna, la

guardava con certi occhi duri e scrutatori, quasi avesse voluto

strapparle dall'anima un pensiero nascosto: il labbro inferiore si

avanzava con disdegno. Con quel lusso di vita e di salute pareva che

volesse insultare, schiacciare la biondina sofferente, che le

rispondeva dolcemente, sforzandosi di sorriderle. Io pensai che

qualche dramma intimo dovesse svolgersi fra quelle due donne.

*

* *

La porta del palco si schiuse, un giovane entrò: tutte due si

turbarono. La bruna arrossì un poco, la bionda alzò uno sguardo lento

e profondo su colui che entrava. Era un giovane sulla trentina, alto,

simpatico, sciupato ed interessante nel volto; salutò quasi

sbadatamente l'ammalata e sedette presso la bruna, impegnando con lei

un'animata e vivace conversazione. La donna interrogava, alzava il

dito con una graziosa aria di minaccia, sorrideva, arrivò sino a

battergli sul braccio col manico del ventaglio; l'uomo s'inchinava,

cercava difendersi, faceva dei complimenti; per istanti un'ombra

d'inquietudine gli si disegnava sul viso, pure la discacciava e

continuava il discorso con molta disinvoltura: quei due obbliavano

affatto la presenza della loro compagna. Ma essa li guardava a lungo,

avvolgendoli nel fluido dei suoi occhi magnetici, li guardava senza

dir motto, ma doveva soffrir molto; le occhiaie pareva che crescessero

sempre più, fremevano lievemente le nari con un movimento

impercettibile, tremava la mano abbandonata sul velluto rosso del

davanzale, le labbra si stringevano; il viso, senza colorirsi, ardeva

nel suo pallore.

Rivali dunque. Luisa--immaginai si chiamasse con questo nome gentile

la bionda--amava quell'uomo con tutte le forze del suo cuore infermo e

la sua bellissima amica glielo aveva preso o voleva prenderselo.

Era uno spettacolo dolorosamente ingiusto: da una parte la salute, la

felicità, la bellezza, cioè una di quelle donne senza cuore e senza

testa, che fanno il male senza pensarvi prima e senza pentirsene dopo,

fredde trionfatoci, feroci ed egoiste, ebbre di vanità, liete di

vincere un uomo, solo perchè, vincendolo, feriscono un'altra donna;

dall'altra parte Luisa, cioè l'ideale realizzato della dolcezza e

della bontà, ammalata, quasi distrutta dalla sua passione, umiliata da

quella gloriosa rivale, incapace di lottare, incapace di vincere,

Luisa che se ne moriva di quell'amore, di quel disprezzo: in mezzo un

uomo affettuoso, ma debole, capace forse di due amori, trascinato

senza dubbio da una corrente fatale. Era questo il dramma, il dramma

intimo di quelle tre persone: difatti nel palco la bruna raddoppiava i

suoi sorrisi che diventavano quasi ironici, moltiplicava le cortesie

che erano esagerate, si dava in spettacolo, il giovane era perplesso,

inquieto; Luisa si mordeva le labbra e vi accostava spesso il

fazzoletto, o nascondeva il volto nel suo _bouquet_ di vaniglia--e

quando la Wanda Miller scoppiò nella frase meravigliosa del duetto

d'amore dell'Africana: _Sarò gelosa, gelosa, gelosa_, gli occhi della

bionda mandarono tale un lampo di gelosia da far tremare i due

colpevoli.

*

* *

--Dunque la scrivete questa storia?--mi chiese il mio vicino di

destra, un amico, un artista, che m'indovinava.

--Perchè no?

--La sapete almeno?

--Me la immagino.

--Non ve la immaginate. Un anno fa quei due sposi si adoravano, si

erano presi per amore: bellissima la moglie, intelligente il marito,

una coppia eccezionale. Ebbene, ci si mette in mezzo quella

palliduccia lì, ricca di languori, sempre moribonda, piena di profumi

irritanti, di graziette malaticcie, di veli bianchi, di nastri azzurri

e di capelli biondi. Il marito abbandona quella splendida e buona

creatura che è sua moglie, per quell'ombra di donna; la moglie lo sa,

ma finge per decoro e si rode internamente; egli esita, si tormenta,

vuole uccidersi, non ne ha il coraggio, ama la bionda, rispetta ed

ammira sua moglie: è infelicissimo. La causa di tutto questo

scompiglio ne sorride soavemente: si chiama Tecla, un nome duro; pare

ammalata, ma non lo è: quello è il suo stato normale, la sua natura;

con le sue delicatezze, con le sue sensibilità, vive meglio di chi sta

sanissimo: è assai forte, anzi gode di tormentare le persone belle e

vigorose. Per questo ha irretito il giovane che sta là, per questo

tortura quei due con una gelosia nascosta ed esigentissima. La

scrivete questa storia?

--No, non la scrivo--risposi.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Li rividi sullo scalone. Avanti venivano la Tecla e il marito della

bruna. La bionda scendeva lentamente, avvolta nelle sue bianche

pelliccie come un uccellino sofferente, stanca, abbattuta, reggendosi

al braccio di lui: vi si appoggiava con molle abbandono, ma aveva

incrociate le mani, quasi per non lasciarselo sfuggire. Lo guardava di

sotto in su, con occhiate lunghe, parlandogli a bassa voce,

affascinandolo: vi era nel suo lieve sorriso, nell'atto della

testolina cadente, nello strascico lunghissimo di raso bianco un'aria

di conquista: essa si portava via quell'uomo come un bottino. Dietro,

sola, altiera, avvolta maestosamente nelle pieghe del suo mantello

rosso, veniva la bruna; nulla si leggeva nelle linee del bellissimo

volto; ella non dava segno di dolore o di sdegno: chiusa in sè, nella

forte e coraggiosa anima sua, non chiedeva compassione.

Dal vero · 第 46 / 67 题