Acacia, amor platonico
_Linguaggio dei fiori_.
Si vedevano in mezzo a molta gente, si scambiavano un saluto breve e
distratto, sedevano sempre lontani. Fra loro non ci erano nè sguardi,
nè sorrisi. Si conoscevano solo di nome, nulla avevano di comune.
Egli, Renato, venuto dalla nativa Germania, diviso dai suoi cari,
sotto l'affannoso ricordo di dolori recenti, era serio e grave per
natural costume; e frequentava gli allegri ritrovi per non attirarsi
la taccia di misantropo. Ella, Cherubina, una fanciulla umile e
timida, slanciata nella società prima del tempo, afferrata dal
vorticoso turbine del mondo, era piena di stordimenti e di paure. Alla
sua delicata natura, alla squisita sensibilità del suo cuore,
convenivano meglio la pace ed il silenzio della casa, ma le sue
allegre e robuste sorelle se la trascinavano dappertutto; essa che le
amava, non osava dire di no. Sibbene, ai balli, ai teatri, ai rumorosi
divertimenti, in mezzo ai piaceri, ella portava i suoi occhioni
sorpresi ed un volto che arrossiva alla minima emozione.
Ma Renato non sapeva di lei, lei nulla aveva indovinato di
Renato--erano estranei. Il caso solo li riuniva nelle sale illuminate,
ricche di fiori e di donne: il caso li faceva incontrare nelle vie,
dove il mondo felice trascina il suo fasto; il caso solo si compiaceva
mettere faccia a faccia la timida giovinetta ed il giovane serio e
grave. Essi non si ricercavano.
*
* *
Eppure, nel profondo segreto del cuore, Renato amava la fanciulla.
Quel cuore che aveva tanto sofferto, in cui si erano scatenate le
tempeste della passione e dell'ambizione, quel cuore che aveva
palpitato e pianto, riuniva tutte le sue forze di affetto per amare
Cherubina. Era un amore intelligente, cioè amore di uomo che ha già
amato, amato con la mente, coi sensi, con l'anima e che finisce per
riunire in una sola tutte queste espansioni. Era singolare: egli non
aveva alcun desiderio di manifestarsi, non lo premeva l'ansia di
conoscersi corrisposto. Forse era sicuro di non poter mai risvegliare
un affetto simile al suo; forse, con una sublime astrazione, più che
la persona, egli amava l'amore. Nelle lunghe veglie invernali, solo,
nella sua camera, egli vedeva apparire il volto gentile della
fanciulla; egli parlava a quel fantasma, a quel fantasma che egli solo
poteva evocare, che era suo, che egli creava dal nulla. Ma la luce
mattinale scacciava le ombre, il sognatore ridiventava uomo, e quando
Renato rivedeva Cherubina, la Cherubina reale, poteva, senza dolore,
non guardarla, non rivolgerle una parola: tutta la notte egli l'aveva
adorata, le aveva bruciato l'incenso dell'amore. A che serviva la
realtà? Nulla poteva dargli più dei suoi sogni, e forse poteva
distruggerli. La fanciulla delle sue notti era una splendida immagine
senza macchia e senza debolezze; mentre forse la vera creatura era una
semplice e limitata donnina.
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* *
La buona fanciulla che nulla sapeva di sogni e di visioni, che si
lasciava condurre ai balli come un agnellino ubbidiente e che al
ritorno, toltisi i fiori dai biondi capelli, mormorava le sue
infantili preghiere, la buona fanciulla voleva bene a Renato. Però,
siccome non era certa che l'amore fosse o no un peccato grave, così si
teneva bene stretto il segreto nel piccolo cuore; si nascondeva,
credendo far male; chinava i grandi occhi ed arrossiva più che mai.
Invidiava la franchezza delle sorelle ed avrebbe voluto dirgli una
parolina dolce; ma aveva tanta vergogna, tanta vergogna! Ci era in lei
un indistinto sentimento di pudore, quasi che l'amore le completasse e
le rivelasse il segreto della vita: certo non osava guardarlo. Non
aveva più la mammina, quella cara mammina, al cui orecchio essa aveva
mormorato tutti gli ingenui desiderii della infanzia; la mammina se
n'era andata e la Cherubina non diceva nulla a nessuno; anzi tremava
tutta al solo pensiero che _egli_ comprendesse qualche cosa; e si
sedeva in un angolo recondito, lontana dai pericoli.
Passò tanto tempo. Una sera--in un ballo--Cherubina era intenta a
rialzare i petali dei suoi fiori, fiori che appassivano in mezzo ai
lumi ed ai profumi artificiali; Renato, alle sue spalle, discorreva
con un amico.
--Sai? parto--disse.
--Torni presto?
--Non so, non lo credo.
La fanciulla si morse il labbruccio e rimandò indietro le sue lagrime;
ebbe il coraggio di non voltarsi e di continuare a gingillar co' suoi
fiori; anzi provava un piacere acre in quella sofferenza. Certo,
l'amore era un peccato e doveva subirne la penitenza.
Renato partì amandola. Non si dissero neppure addio. Essa pregò per
lui; egli portava seco il suo diletto fantasma.
*
* *
Due volte si rividero, due volte si lasciarono e gli anni scorrevano.
La gioventù di entrambi declinava; le belle ore, le ore delle liete e
serene speranze fuggivano per rientrare nel passato; essi passavano
volta a volta per le tristi e gioconde vicende che sono di ogni uomo,
essi vivevano e la gioventù moriva. Già i volti perdevano la
freschezza, già il corso dei pensieri diventava meno tumultuoso, già
la vita si faceva più lenta, più lenta. Ma rivedendosi, essi non si
trovavano cangiati, perchè serbavano in cuore una eterna giovinezza ed
apparivano l'uno all'altra come nei primi tempi del loro amore
silenzioso. Avevano serbata la fede senza averla giurata, erano
rimasti fedeli ad una idea; Cherubina, prima fanciulla, poi donna, non
aveva conosciuto, non aveva nutrito che quel solo affetto, ed era
quell'affetto che le faceva brillare gli occhi di una luce dolce e
soave, era quell'affetto che rendeva così trasparente la sua
pallidezza fino a farle mostrare l'anima, se fosse stato possibile.
Portava in sè stessa un tesoro di slanci, di speranze, di aspirazioni;
sentiva il cuore dilatarsi sotto la soverchia ricchezza di amore, ed
intanto provava una compiacenza a tacere, a restarsene, come sempre,
muta in un angolo recondito, calma in apparenza, ma vivendo di una
alacrissima vita interna. E Renato immerso nelle ardenti lotte della
scienza, consumato dalla sete dell'ambizione e del potere, nella parte
di sè stesso più sconosciuta portava una immagine fresca e sorridente,
una immagine che egli era sempre rifuggito dall'incarnare.
Ci fu un momento, un giorno, in cui si trovarono di fronte, soli,
liberi, senza doveri. Avevano la pace nel volto, ma non nello spirito
e l'amore si precipitava alle labbra, quasi ad una meta lungamente
anelata. Ebbene, quel momento, quel giorno, essi rimasero freddi,
muti, indifferenti. Non trovarono parole, non trovarono sguardi, non
li aiutò nè raggio di sole nè profumo di fiori--la natura non voleva
forse. Si lasciarono, ritornando ai loro sogni, pentendosi di quel
momento in cui avevano arrischiato di perdere il loro tesoro,
rivelandolo. Gli anni passarono--morirono.
*
* *
Costoro il pazzo mondo chiamerà pazzi e sorriderà della loro follia;
ognuno che abbia il cosidetto _buonsenso_ li dirà imbecilli e si
stringerà nelle spalle per compassione. Eppure, io so che essi furono
felici nel loro silenzio, più di molti altri che delirarono nelle
ebbrezze di un amore confessato e corrisposto; e che uno dei loro
sogni valse più che mille ardenti realtà. Io so che essi non
soggiacquero alle volgarità della vita, e che, rispettosi, non
circoscrissero il loro affetto in una cerchia gretta e meschina, dove
lo avrebbero veduto morire di sazietà.
Perchè il poeta ha detto che vi sono idee vaste, sconfinate, infinite,
che non possono sottomettersi a nessuna forma umana. Forse una di
queste è l'amore, il quale è tanto più grande in quanto è inviolato; e
forse in questa perenne violazione che ne fanno gli uomini, è il
segreto della sua morte.