È deciso, si deve andar via: basta una letterina gentile al
proprietario dell'appartamento per indorargli la pillola e si è
liberi. Si dà in un grande sospiro di sollievo per aver affermata la
propria indipendenza e si enumerano la millesima volta le buone
ragioni per cui si va via. Ragioni solide: una scala alta come quella
di Giacobbe; sopra le stanze piccine; d'inverno il freddo; di estate
il caldo. Sempre il medesimo orizzonte: un palmo e mezzo di cielo,
sette centimetri di collina ed un campanile; di mare e di Vesuvio
neppur l'ombra; giù, una straduccia rumorosa ed antipatica. I vicini,
gente noiosa: il damerino che si pettina ad uno specchietto presso la
finestra, la sarta che inaffia la malvarosa, il giudice che litiga con
la moglie, la signorina che impara la _réverie_ di Ascher dalla
mattina alla sera: sempre gli stessi visi, sempre le stesse voci.
E dentro la casa, che monotonia! Gira, gira e rigira, si è sempre in
un posto: tutto è uniforme, regolato, ordinato; lo stesso disordine
del salottino è stato pesato e discusso; dello studiolo non si
discorre le pareti occupate dalle librerie, il tavolo di fronte alla
finestra, le statuine sui piedestalli, una simmetria desolante. Lo
spirito è oppresso, schiacciato, ridotto al silenzio; i suoi slanci e
le sue ispirazioni si frangono contro tutta quella immobilità, non ci
è più modo di scrivere, di lavorare, di sorridere. Irritazione,
dispetto, fastidio in tutti; la casa è brutta, cattiva, micidiale; si
è stanchi, si soffoca, si muore, bisogna scapparne via.
Sospiro di conforto.
* *
*
Invece la casa nuova, quella dove si andrà, è un amore, un paradiso
terrestre. È vasta, ci si può giocar di spadone, vi è lusso di aria e
di luce, il Vesuvio entra nella stanza da pranzo, il golfo nel
salotto, dal terrazzo si veggono tutte le colline tenersi per mano. I
vicini sono roba fina, aristocratica; si è saputo, così di straforo,
che vi sono due cavalieri, una contessa, un vice-sindaco, un
ex-ministro, figurarsi! Il portinajo, una vera pasta di miele, una
perla nascosta nella conchiglia del suo casotto. I mobili andranno
sottosopra, vi sarà un grande rimestío, se ne compreranno dei nuovi ed
i vecchi avranno la pensione in soffitta; discussioni infinite su
questo soggetto. Tutto sarà nuovo, bello, diverso. E quanti cari
progetti, quante dolci speranze si realizzeranno nella casa nuova! Si
farà il matrimonio di Carolina, il figliuolo ritornerà dal suo lungo
viaggio, ed allora che feste, che allegria! Il lavoro progredirà
rapidamente, l'ispirazione verrà; non ci saranno i mille guai
domestici che menomano e ristringono la mente: la famiglia sarà
felice. Ma viene o non viene questo benedetto maggio? Si contano i
giorni, si sorride ad ognuno che ne passa, si è soddisfatti,
completamente soddisfatti.
* *
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Quando il mese di aprile incomincia, quando l'epoca della partenza si
approssima, in mezzo a tanta soddisfazione, si fa luogo un senso di
amarezza. Sulle prime è leggiero, inavvertito, si presenta nella
solitudine, nel riposo: poi cresce, cresce, si rende assiduo,
continuo, non se ne va più. È un dispiacere vago, come di una
disgrazia che sia alle spalle; una cura segreta, indefinibile anche
per chi la prova; un dolore sordo per qualche cosa che deve mancare o
morire. Che cosa è? L'uomo s'interroga, si rivolta, si tormenta, non
trova niente, e la pena è sempre là, anzi si va accentuando, si
disegna...... Ecco, sarà una debolezza, una fanciullaggine, una
_sentimentalità morbosa_, ma si è addolorati di lasciare la casa.
È vero, è vero: il cuore si stringe pensando a quelle stanzuccie dove
si è tanto amato, tanto vissuto e che non si vedranno più; pare che
dalle vecchie pareti, dagli angoli oscuri partano voci di affetto e di
tenerezza; nella notte si ode un susurrio indistinto e carezzevole. In
ogni cantuccio vi è una parte di vita, un brano di cuore: sul muro,
quel segno col lapis è la misura del bambino che ora l'oltrepassa di
tutta la testa--ed accanto quel ritratto, quel caro ed amato ritratto
di persona morta! In questa camera la buona madre si è ammalata, e
quando la salute è tornata a brillare nei suoi buoni ed amorevoli
occhi, essa ha respirato l'aria presso quel balcone: sul balcone dove
alla primavera tutte le pianticelle hanno fiorito, dove l'edera, più
tenace dell'uomo, si è abbarbicata; sul balcone dove nelle sere estive
vi furono tante dolci parole mormorate all'orecchio. E quando vi fu
quella grande, grande disillusione, la pace del piccolo studio ha
calmata l'asprezza della ferita. Dio, quante memorie! Che fiotto di
ricordi!
* *
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La pruova che il passato ha esistito bisogna abbandonarla, bisogna
dimenticare; e perchè anche l'ultimo profilo delle rimembranze si
cancelli, bisogna lasciare il fedele testimonio della vita trascorsa.
Staccarsi da tutto, annullare, fare il vuoto. È uno spasimo acuto. Si
vagola per le camere, sogguardando lungamente, quasi a volersi
imprimere nella mente ogni linea; non si va più fuori quasi a
prolungare i momenti della permanenza; non si scambiano che brevi
frasi; le fanciulle sono malinconiche, i vecchi parenti si fanno
pensosi. Il giorno della partenza viene: i visi sono pallidi e
scomposti, si va e si viene senza far nulla, quasi per distrarsi; si
resta seduti sopra un baule a guardare tristamente i mobili che se ne
vanno; la casa è piena di persone estranee, di facchini ruvidi, di
voci irose; la casa è profanata, manomessa, sembra una chiesa dove sia
passata un'orda di cosacchi. I mobili se ne vanno, se ne vanno, e si è
ancora lì, in un angolo polveroso a guardare, a prolungare quello
strazio interno: vengono i vicini a salutarvi e si scopre che quella
gente era buona ed onesta; che tormento! Passano, passano le ore, pare
un triste sogno; è invece una realtà--il nuovo abitante è venuto,
vuole la casa sua, vi scaccia quasi. Si gitta intorno un'ultima
occhiata; lentamente, con le labbra serrate ed un gruppo nella gola,
si parte.
* *
*
La nuova casa! È un'estranea; non la conoscete, non vi conosce, non
avete vissuto con lei, le sue mura sono mute, hanno parlato ad altri;
è fredda, vuota, sembra un deserto, sembra una rovina, ci si parla a
bassa voce come in una piazza. Sorprese dappertutto; anditi, scalette,
porticine, e non si sapeva nulla, ed in quei momenti eccezionali
sembrano tradimenti, trabocchetti; la notte non si dorme, si sta a
disagio; gli oggetti non trovano il loro posto, tutto va di traverso.
Qualche sera, per una soave distrazione, si prende l'antica strada,
perchè della nuova casa non si sa che farne; si vuole la vecchia, la
vecchia e buona casa che è senza tradimenti, senza sorprese, che ama,
parla, compiange--è là che si vuol andare, per viverci come tanto
tempo ci si è vissuti, in un ambiente cognito ed amico; ci si vuole
restare sino alla morte. Non si può più.
Occorre scrollare il capo, sospirare, rassegnarsi, fino a che il
tempo, l'abitudine facciano calmare lo spirito amareggiato; e poi in
capo a due o tre anni esser ripresi dalla medesima follia, partire di
nuovo, soffrire ancora, agitarsi sempre, fino a far credere che la
favola dell'Ebreo Errante sia il simbolo dell'uomo.