Ciascuno vivendo della vita comune, ha una vita propria; e chi la
trova nel pensiero, chi nell'arte, chi nel desiderio di gloria. Il
popolo, questa grande parte dell'umanità, non conosce ancora la lotta
dell'idea, nulla sa di arte e lo splendido fantasma della gloria non
gli apparisce--eppure il popolo è l'uomo; l'uomo che soffre, ama, è
felice, infelicissimo e deve avere una vita sua, una sua speciale
manifestazione. L'ha; ed è il canto. Canta dappertutto--certo dove il
sole lo riscalda, dove la luce lo inonda, dove il mare unisce la sua
voce, il popolo canta di più, ma nel freddo e nebbioso nord, in
quell'atmosfera grigia, il canto popolare si eleva a menomare la
tristezza della vita; le strade della città ne echeggiano, come le
vallate della campagna; e lo stesso contadino che lavora nelle fatali
paludi Pontine, scaccia il pensiero della morte col canto. In ogni
stagione il popolo canta: nelle sere solitarie dell'inverno è una voce
lontana, fievole, che si perde poco a poco nella distanza; nel
risveglio della primavera, nella ricchezza dell'estate, è un concerto
che sale da tutte le parti, che vi obbliga a spalancare le finestre ed
a lasciare entrare la gioia del popolo; nell'autunno è un sospiro, un
addio al bel tempo che parte!
* *
*
La canzone popolare non si definisce, essa si sottrae all'arida
spiegazione della scienza; è una cosa vaga, fuggevole, senza contorni
determinati, evanescente. È tutto ed è nulla; è un soffio leggiero e
può diventare una leva potente; brilla di tutti i colori dell'iride,
si crede che sia una perla ed è una bolla di sapone; donde viene non
si sa, dove va non si conosce; può morire, ma può anche risuscitare;
ha una fragile esistenza e la si vede resistere all'urto degli
avvenimenti ed al trascorrere degli anni. In essa si ritrova lo
spirito multiforme del popolo; è gaia, vivace, dal ritornello allegro,
dalle battute affrettate e rapide; è malinconica, dalle note lunghe e
cadenzate con un pensiero mesto che ricompare ogni tanto; talvolta è
burlesca, vi si sente lo scoppiettìo del sarcasmo ed il fischio
dell'ironia--ed infine, con una profonda ed inconsciente filosofia
unisce spesso parole dolenti ad un motivo brillante. È un lamento, una
risata, un sogghigno, un bacio; l'espressione di un momento, la
durevole rappresentazione di un sentimento rapidissimo; è una idea
complessa ed energica che ha bisogno di svolgersi con la parola e con
la musica. Senza sapere la prima bocca che l'ha intuonata, la canzone
si propaga in un momento, diventa la proprietà del popolo, e se essa
ha saputo cogliere bene l'idea ed il sentimento, sopravvive
lungamente, forse più che nella classe degli intelligenti un'opera di
grande maestro.
* *
*
Vi si parla quasi sempre d'amore. Amore diverso dal nostro, ci
s'intende; amore grossolano e che può giungere a certe delicate
espansioni, sognate solo dalla fantasia del poeta; amore che dona
egualmente un garofano ed un colpo di rasoio: amore che non s'inchina,
non porta guanti e suona per ore intiere la chitarra sotto la finestra
dell'amata; amore che quando vi s'inframmette la gelosia, diventa
passione; amore che è sboccato, villano, ed intanto riempie di
matrimoni i registri dello stato civile. Esso ispira le canzoni
popolari: vi si narrano le gentili speranze della corrispondenza, il
dolore per la indifferenza, l'affannoso tormento della gelosia, le
pene del disinganno e dell'abbandono; tutta la profonda variabilità
dell'amore prende forma in quella musica. Vi sono canzoni per augurare
la buona notte, canzoni per ridestare una cara e pigra dormiente,
canzoni per rimpiangere una giovinetta morta; spesso, rinnovando le
romanze degli antichi trovieri, vi è un dialogo fra l'uomo e la donna,
in cui volta a volta cede l'una o l'altro, ed il vincitore è sempre
l'amore. La medesima idea della morte, questa idea che fa impallidire
i più forti, nella canzone sembra dolcissima; ivi è detto come
_bellissima cosa sia morire davanti la porta della_ _donna amata_, e
questa frase che riassume l'_amore e morte_ di Leopardi, è
accompagnata da un motivo così lento e triste che vi mette nell'anima
un desiderio insolito di pace e di silenzio, un arcano struggimento
dell'ultima ora.
* *
*
Al popolo nessuno parla di patria e di libertà, nessuno gli dice che
ha dei diritti, nessuno gli suggerisce la parola eguaglianza; il
popolo non sa la storia e niuno cura d'insegnargliela, eppure il
popolo si solleva, combatte, cade, risorge, è glorioso: una canzone
patriottica lo ha infiammato, ne ha risvegliato il valore e sostenuto
il coraggio. Nel 1860 vennero fuori mille canzoni di guerra, senza
sapere chi ne avesse gettata la prima nota; al loro suono sorgevano i
soldati dalla terra, i giovani ed i vecchi sentivano per le vene un
fremito, i cervelli si mettevano in tumulto, le mani correvano
all'armi; e si moriva, si moriva con la gioia negli occhi ed il canto
sul labbro. Anche adesso, dopo tanti anni, dopo che l'Italia è
compiuta, dopo che tante febbrili illusioni sono svanite, al risentire
quei canti gli occhi si riaccendono ed il cuore si solleva. Bonaparte
il grande, prima d'inebbriare i suoi soldati con la polvere ed il
fuoco, li inebbriava con le canzoni popolari; è la canzone popolare
che, insieme alle teorie dei filosofi, crea la presa della Bastiglia e
la rivoluzione francese; essa è un'arme contro il tiranno, contro il
cattivo governante, un'arme che vale più del fischio, più dell'urlo,
più della pietra; perchè il fischio, l'urlo, la pietra significano
l'individuo e la canzone significa la massa, il numero e la forza.
* *
*
Si è detto, ed anche da un ingegno illustre, che il popolo non è
vero poeta, massime il popolo napoletano. È così: l'elemento
poetico delle canzoni è scarso, a lampi, il senso spesso ne
diviene incomprensibile--talora sono frasi, parole accoppiate
senz'ordine e senza significato. Ma nell'elemento musicale è la
grande rivincita, nell'elemento musicale ricchissimo di melodia e
di espressione; tutto quello che la poesia non dice, la musica lo
interpreta e lo rende, schiudendovi un orizzonte largo, immenso,
dove la fantasia può meglio spaziare che nello stretto giro della
parola. La cantilena del marinaio vi giunge senza che possiate
ascoltare quello che egli dice, eppure vi parla del dolore della
partenza, del lungo viaggio in paesi ignoti, dell'ansia del
ritorno; quando sulla barchetta al largo, si canta di _Santa
Lucia_, voi senza saperne nulla, indovinate, al sentirne solo il
ritornello, tutta quell'allegra vita sotto il sole caldo, nel
profumo del mare, nelle notti limpide e serene. Non ci è poesia
ed intanto potete crearci un poema, un poema tanto più bello in
quanto che vi mettete una parte di voi, riunite al sentimento
della musica quello del vostro cuore e quasi tacitamente
ringraziate colui che pose delle frasi senza costrutto sopra una
musica divina, e vi lasciò la libertà di adattarvi tutte quelle
che la vostra immaginazione può plasmare. Forse il popolo non è
poeta vero nel pensiero, ma è tale nel sentimento--stroppia il
concetto ed è insuperabile nella musica. Vi è qualcuno che
preferisce questa seconda poesia alla prima.
* *
*
La scienza è la misura del dolore--è una severa verità. Più si procede
nel regno del pensiero e più l'occhio della mente discopre abissi
paurosi, e l'anima sitibonda di pace vorrebbe ritornare all'antica
ignoranza: in alto vi sono dei fatali miraggi che attirano,
affascinano e non si fanno raggiungere mai, in alto il pensatore e
l'artista soffrono. Ma in basso, nell'ignoranza anche, si soffre: in
alto vi è la povertà smagliante, in basso la povertà nera. In basso vi
è il pensiero del domani senza pane, dei figli senza tetto, della
vecchiaia che si approssima: tutto questo può fermentare e diventare
odio. Allora si maledirà al lavoro continuo senza l'adeguata
ricompensa, si maledirà all'ingiusta divisione dei beni della terra e
la cattiva idea del socialismo sotto la sua forma più rozza si farà
strada. Ma no, no; il popolo non può odiare, il popolo non può
maledire, perchè canta: la povera cucitrice con gli occhi stanchi ed
il petto logorato accompagna con la voce il _tic-tac_ della macchina;
il muratore, arrampicandosi per le impalcature dove arrischia la vita,
gitta al vento le note della sua canzone; nel seno della terra dove
non entra barlume di sole, il minatore unisce ai colpi regolari della
sua piccozza un monotono ritornello. Il popolo non ha svaghi, non ha
consolazioni, non ha gli strani piaceri in cui noi ci anneghiamo--il
popolo per dimenticare, per non maledire, per sorridere, non ha che il
canto. Lasciatelo cantare...
Chi sa! È forse così che parla a Dio.