AMBRA E RAMAR

Non t'accadde mai d'udir favellare i caratteri? Per me quei due nomi

risplendevano non solo, risuonavano anche. Il mio orecchio percepiva

fonicamente ciò che il mio occhio abbagliato leggeva. E andavo

ripetendo: _Ambra e Ramàr!_ Quell'"e" situato in mezzo ai due nomi

sonava maligno e pareva più che una congiunzione grammaticale. Per una

stranezza tipografica quell'"e" splendeva singolarmente, quasi fosse

fra le cinque lettere d'_Ambra_ e le cinque di _Ramàr_ un centro

luminoso, un punto focale di convergenze e di raggi.

Quanta affinità fra i due nomi! cinque cifre nell'uno, cinque

nell'altro, bisillabi ambidue, e nell'uno e nell'altro una sola

vocale, la più pura, la più umana, dominante e due volte ripercossa.

Oh! come dolcemente preludiava quella vocale e cadenzava il nome

d'_Ambra_! Con arte parimenti perfetta la più romoreggiante fra le

consonanti vibrava al principio ed alla fine del nome di _Ramàr_. Una

indistinta femminea soavità emanava dal primo, tutta la baldezza

virile irrompea nel secondo; eppur l'uno parea composto coll'armonia

dell'altro. Già i due nomi s'amavano nei loro bei caratteri d'oro. E

il nome di _Yao_, tutto solo, se ne stava quasi reietto nella sua

gloria.

_Yao_ e _Ramàr_ simboleggiavano parecchie profonde antitesi: il

calcolo e l'intuizione, l'esattezza e l'audacia, la pazienza e

l'impeto, la scienza e l'arte. _Ambra e Ramàr_ una più profonda

sintesi più sublimemente stavano per simboleggiare: _la Bellezza e la

Forza nell'armonia dell'Amore_.

E due vere figure da simbolo parevano quando sui loro bruni corsieri

entravano nell'arena avvinti in un plastico allacciamento. I cavalli,

alteri del loro carco, incedevano con lenta violenza incurvando il

collo e le zampe anteriori come archi tesi fino all'estremo. Il pugno

possente di Ramàr tendeva colle briglie quegli archi pronti a

scattare. A un tratto le briglie cadevano e i cavalli volavano

scagliati nella rotazione della corsa, colle membra leggiere, distese,

eleganti, furibonde, sfrenate, e incominciava il poema d'Ambra e

Ramàr, poema più chimerico d'un sogno, pieno di emozioni terribili e

vaghe. Io lo miravo dal di fuori dello steccato, confuso nella folla

dei palafrenieri e dei _clowns_.

Quel poema principiava come una fuga e finiva come un trionfo.

Nei primi aggruppamenti lo zingaro e l'andalusa spiravano tanta

ansietà d'orrore che parevano evasi dall'antro d'un drago. I nodi

dello spavento avviticchiavano quei corpi e quelle anime. Lo zingaro

guidava la fuga inginocchiato col ginocchio sinistro sul dorso del suo

cavallo, premeva col piede la groppa dell'altro. L'andalusa si

aggrappava al collo dell'ansimante Ramàr. I due puledri, lanciati a

briglia sciolta, alternavano i loro valchi come due onde d'uragano; le

loro brune criniere sferzavano il volto d'Ambra, più pallido di

un'agonia, spume tenebrose; ed il plastico gruppo era ad un tempo

equestre ed equoreo.

Io m'immaginavo, tanto il terrore tragico m'invadeva, di seguire

coll'occhio non già una finzione mimica ricirculante intorno allo

stesso cerchio, ma una vera fuga attraverso una distesa di terreni

spaventosi. Ed erano deserti immensurabili percorsi in un baleno dai

due fuggiaschi, o precipizi varcati miracolosamente, o boschi

fantasmati dal raggio della luna, irti di mandragore e di serpi. Ma a

poco a poco Ambra si ridestava alla vita, al sorriso, e già nei due

vaghi erranti l'abbracciamento della paura mutavasi, per la sola

trasfigurazione dei volti, in abbracciamento d'amore. Ed allora anche

il fondo immaginario del quadro si trasformava, e vedevo una

plenitudine di paesaggi aerei disciolti in un'iride immensa. Il rapido

gruppo spiccava in nero or sulla zona d'oro, or sulla verde, or sulla

rosea dell'iride, come un'ombra chinese del cielo, sfilante di plaga

in plaga. E l'iride apriva lentamente il suo arco, simile ad un

colossale ventaglio. Questa immagine dell'iride pigliava certamente le

sue cause dalla forma circolare dell'anfiteatro e dalle sue

conseguenze prospettiche e dalle magiche irradiazioni del tramonto, e

dallo scintillare della sabbia scossa sotto le zampe dei corsieri, e

dalla vertiginosa rapidità della corsa e dal fluttuar della folla che

or allargava or ristringeva lo spazio davanti ai miei sguardi, ma più

ancora dalla stessa equestre visione che nel suo volo e nel suo

aspetto portava un non so che di meteorico.

Quando, verso il fine, la fuga diventava apoteosi, Ambra e Ramàr ad

ogni giro mutavano aggruppamento. Le pose che essi, inebbriati,

trovavano, non sono paragonabili a scultura terrena, e in verità mi

pareva che un nuovo Zodiaco si svolgesse davanti ai miei occhi con

istrana e sublime novità di segni. Ambra e Ramàr erano invasi da una

vera ispirazione delle membra. Spesse volte Ambra gettava al collo del

suo puledro un velo bianco ed alle sue estremità s'aggrappava, e tale

in quel momento era il furor della corsa, che il leggerissimo corpo

dell'andalusa rimaneva sospeso d'attimo in attimo, come uno di quei

cervi volanti che i nostri avi trascinavano in battaglia per incantare

i nemici. Le pose dell'andalusa e dello zingaro per effetto della

rotazione incessante pendevano fuori di piombo e da ciò ne veniva

un'impressione di slancio meravigliosa. Le zampe del corsiero di Ambra

non battevano più la sabbia, ma attratte da una violentissima forza

centrifuga, scalpitavano sul parapetto stesso dell'arena con un fragor

di tempesta, mentre il corpo della fanciulla, tutto convergente verso

il centro, disegnava una linea obliqua, inclinata sull'orizzonte, vaga

ipotenusa.

Ad ogni giro, quando Ambra e Ramàr, avvinti nelle loro pose, passavano

vicino a me, mi sentivo combattuto da due moti contrari, da un fascino

e da un terrore; volevo torcere gli sguardi per non veder quei corpi e

li figgevo con maggior forza in essi; e in quell'estrema vicinanza mi

pareva che gli otto ferri dei cavalli scalpitanti battessero tutti sul

petto mio; poi, quando s'allontanavano, respiravo più liberamente.

Spesso m'univo ai clamori entusiasti del pubblico o anche li

biasimavo, perché non ti nascondo che gli atteggiamenti dell'andalusa,

pur idealissimi, facevano salire al mio volto di quando in quando il

sangue del pudore ferito.

A giorni, cotanta interna confusione mi turbava che desideravo

gettarmi sotto i corsieri accorrenti. Inorridivo con orror di fratello

all'idea che le due belle creature cadessero; e altre volte (vedi

contraddizione), come si coglie un malfattore all'agguato, coglievo il

mio pensiero spiante l'attimo della caduta.

Un giorno caddero. L'urlo della folla fu tragico e tragico il silenzio

che lo seguì. Io avevo presentito la catastrofe e l'aspettavo. Vedevo

chiaramente che quei due si perdevano. L'abbraccio era troppo intenso

e l'animo dell'uno e dell'altra troppo errante sulle pupille. Il

circo, i cavalli, il pubblico, il mondo, la vita, la morte, tutto essi

parevano obbliare pei loro voli. Uno dei cavalli, indovinando

l'obblio, rallentò d'un attimo la ferocità della corsa e si staccò

dall'altro. Sotto Ambra e Ramàr s'aperse una voragine: precipitarono

annodati alle briglie in mezzo al furiar degli scalpitii. Quando

poteronsi arrestare i cavalli, Ramàr tentò sollevarsi da terra, ma

ricadde tosto tramortito; Ambra stette immobile e distesa come una

morta.

La rappresentazione fu interrotta; si trasportarono i due svenuti

all'ambulanza del circo. Parecchi medici accorsero dalle loggie del

pubblico per soccorrere Ambra e Ramàr. Molti giovani ammiratori della

bella andalusa affollavano l'ambulanza e chiedevano con elegante zelo

il verdetto dei medici.

Dentro e fuor della sala era un favellio sommesso, un timido agitarsi

di pedate: William Wood, pallido, s'affaccendava colle più cortesi

supplicazioni a diradar la calca.

Mezz'ora dopo, accanto ai due letti rimanevo io con William Wood e con

tre medici, compreso il medico di guardia.

Né Ambra, né Ramàr non avevano ricuperato i sensi. Il fiero urto

cerebrale si manifestava in Ramàr colle forme del delirio, in Ambra,

assai più gravemente, colle apparenze della catalessi. Ramàr

sanguinava, Ambra no. Un rigagnolo rosseggiante scorreva dalla fronte

dello zingaro, si stagnava un poco sulle sue labbra, poi discendeva

sul petto, e quel corpo immobile d'un color di bronzo, stillante

sangue, rendeva immagine di statua ferita. Col pugno destro lo zingaro

serrava tenacemente l'amuleto d'oro che gli pendea dal collo fin dagli

anni più teneri. La ferita salvava Ramàr alleggerendo col sangue

scorrente la congestione del cerebro.

Sul corpo d'Ambra né contusione, né scalfitura: immacolato ma spento.

La bella donna nel suo sereno aspetto pareva aver preferito entrar

nella morte conservando intatta la bellezza sua, anziché sopportare la

vita collo sfregio d'una cicatrice.

Mentre i medici deliberavano intorno al letto d'Ambra, io me ne stavo

accanto all'amico, tutto chino a rassodare le bende, a tergere il

sangue della sua fronte piagata, e appena il ghiaccio si liquefaceva

sul bollente capo, m'affrettavo a ricollocarne dell'altro con quella

attenta pazienza per cui vanno decantati i popoli della nostra razza.

Quando gli ripigliava il delirio, io mi mettevo in disparte; non

volevo arrischiare di sorprendere qualche sua segreta idea nei

vaneggiamenti suoi e volgevo gli occhi dalla parte d'Ambra.

Quasi nuda giaceva la tramortita fanciulla sotto le mani dei medici.

La catalepsi aveva resistito ad una forte applicazione di corrente

elettrica; gli strofinamenti coi lini caldi avevano valso a rianimare

la circolazione del sangue, non a sgombrare la stupefazione cerebrale.

Era urgente un più efficace soccorso. Vidi il medico di guardia

avvicinarsi al braccio d'Ambra con una lama piccola e lucidissima.

Quello stesso ribrezzo fisico che ci coglie alla vista di un'unghia

che striscia su d'un pezzo di raso, mi fece torcere gli occhi per non

vedere più avanti.

Ritornai pian piano alla destra del capezzale di Ramàr, lungo il muro.

I medici dall'altro lato s'agitavano nella stretta che divideva i due

letti e occultavano colle loro spalle, a me seduto, la fanciulla. La

luce del giorno s'era tutta spenta. William Wood sollevava una lampada

accesa sul letto d'Ambra. Io quietavo le mie pupille su Ramàr

dormente. Nessuno più si curava dello zingaro. Il suo braccio

sinistro, là dove era tatuato, trascolorava a seconda dell'allentare o

dell'incrudelir della febbre come il marchio dei cavalli arabi di

purissimo sangue. Se rinnovavo spesso le bende ghiacciate sulla fronte

dell'amico mio, il suo sopore diventava più calmo, il tremito febbrile

cessava e la cicatrice del braccio, in cui si leggeva il suo nome,

illividiva. Se permettevo invece che la _compressa_ si riscaldasse sul

suo capo, il tatuaggio assumeva poco a poco una tinta pavonazza e il

delirio ripigliava il suo corso. Io potevo dunque a mio capriccio

temperare o sconvolgere quella organizzazione così squisitamente

impressionabile. I miei pensieri si rivolgevano a Ramàr spinti da

tenerezza verace.

--O buon Ramàr,--pensavo--, sarebbe stato assai meglio che quella

fanciulla, non ti fosse apparsa mai, perché ora tu non saresti qui,

tremebondo, col cranio spaccato. Yao solo sapeva stornare i pericoli

dalla tua testa, il suo occhio vigilava su te, cauto ed acuto, la

vertigine non ti coglieva guardandolo, e quando insieme al tuo vecchio

amico ti dondolavi nell'aria, sospeso ai cordami del circo, eri più

sicuro che in una culla.

I miei pensieri erano accompagnati da un picchio uniforme come d'una

grossa goccia cadente, ad ogni minuto secondo, in una vasca metallica

colla regolarità d'un oriolo ad acqua.

Già la mia mente incominciava ad essere distratta dalle cose esterne,

quando udii queste frasi staccate proferite da diverse labbra:

--Tentativi inutili!

--Sostengo che il deliquio era vinto...

--Ora si tratta stagnare il dissanguamento.

--Avrei bisogno d'una mano paziente e ferma.

--La mia!--esclamai, sorgendo dallo scanno su cui stavo ed

avvicinandomi al letto d'Ambra.

--Pigliatelo in parola,--disse William Wood ai medici, accennando alla

mia persona.

Fu collocata una sedia fra il letto d'Ambra e quello di Ramàr; poscia

uno di que' medici osservò attentamente l'epiderme delle mie palme,

prese la mia mano sinistra e la collocò in modo che il grosso del

metacarpo aderisse fortemente alla vena aperta del braccio d'Ambra, e

m'invitò a sedere. Indi rivolto a' suoi colleghi, disse:

--Vedete? Portiamo spesso i migliori rimedii con noi. L'epiderme umana

stagna assai meglio il sangue che qualunque altro più ricercato

farmaco.

Poi pose un piccolo guanciale sotto il braccio d'Ambra acciò stesse

sollevato. Mi raccomandò di star fermo colla mano e di non sollevarla

dalla vena ferita prima di mezzanotte; soggiunse che la salvezza della

fanciulla dipendeva dalla mia pazienza. Se all'indomani mattina Ambra

avrebbe parlato, ogni pericolo cessava. Dovevo guardarmi dal sonno e

dai movimenti repentini.

Pochi minuti dopo nella sala dell'ambulanza restavamo io, il medico di

guardia e William Wood. Mezz'ora dopo William Wood si ritirò nelle sue

stanze raccomandando l'andalusa al medico di guardia. Un'ora dopo

anche quest'ultimo, sopraffatto dalla noia, escì dall'ambulanza dopo

aver rinnovato il ghiaccio sulla fronte di Ramàr e dopo aver

raccomandato a sua volta, sbadigliando, l'andalusa.

Suonavano le dieci ore dal campanile della cattedrale di Lima, quando

in quella sala, dove due ore prima si accalcavano forse duecento

persone, non restavo che io solo, fra Ambra e Ramàr.

Immobile al mio posto, subivo quel tedio delle membra che prova la

sentinella notturna nella prim'ora di guardia. Incominciai a volgere

gli occhi e la testa lentamente qua e là. Mi vidi circondato da una

luce verde, direi quasi umida, da una luce come di fondo di mare che

scoloriva l'aspetto delle cose e mutava i contorni secchi della realtà

in torbide sfumature d'_aquarium_.

William Wood, prima d'escire, aveva collocato, per amor dei dormienti,

l'unica lampada sull'unico tavolo della sala, dietro ad un largo

recipiente di cristallo, colmo fino al collo d'una tintura d'assenzio.

I raggi del lume filtrati da quell'ampio smeraldo producevano,

divergendo, la misteriosa luce che mi circondava. Quel tavolo,

distante molte braccia dai letti fra i quali io stavo, offriva al mio

sguardo, falsato dall'anormalità della luce, fra i molti oggetti che

lo ingombravano, un oggetto che era un persistente enigma da

sciogliere. Lo vedevo come un'apparizione confusa, irta, violacea che

terminava in una sfumatura tricuspidale; quella vista tormentava il

mio pensiero e la mia pupilla; non arriva a scoprire che cosa fosse;

il solo concetto che me ne formavo, era questo: _lo spettro d'una

fiamma_. Accanto vi luccicavano parecchie fiale di medicinali. Io, che

non potei mai sopportare senza angoscia il più frivolo dubbio, mi

smaniavo di verificare la natura dell'oggetto incomprensibile che

tanto aizzava i miei occhi pur acutissimi.

L'impossibilità dell'avvicinarmi al tavolo inaspriva la curiosità mia;

la mia mano non doveva staccarsi dalla ferita d'Ambra neppure per un

attimo, ma ad ogni minuto mi assaliva la tentazione di avvicinarmi a

quell'oggetto. Pensavo che tre soli passi avanti mi avrebbero rivelata

la natura di quella forma inesplicabile. La solitudine, il silenzio,

l'immobilità, la noia alla quale era condannato, imbizzarrivano sempre

più questa mia già inasprita curiosità. Mi provai di condurre lo

sguardo sovra altri obbiettivi. Contro la sponda del tavolo stava

appoggiata una frusta. Entro una vetrina appariva disposta in

bell'ordine tutta una batteria di strumenti chirurgici. Sparse per

terra giacevano le vesti d'Ambra e di Ramàr luccicanti d'oro e

d'argento. Quel miscuglio d'attrezzi da teatro e da ospedale

meravigliava lo sguardo e più ancora il pensiero. Un odore di farmacia

graveolente, aromatico, giungeva fino alle mie nari; da una catasta di

ghiaccio accumulata in un angolo veniva alle mie membra una frescura

quasi montanina. Più che sospingevo lo sguardo e più vedevo

annebbiarsi la glauca luce d'assenzio. Respiravo un'aria torbida,

amara, che dai miei polmoni passava nella circolazione del mio sangue

e invadeva il cervello. Pensavo anche idee torbide ed amare. L'oggetto

inesplicabile, _lo_ _spettro della fiamma_, attirava sempre la mia

attenzione. Per sottrarmi da quell'incubo decisi di torcere

coraggiosamente lo sguardo a sinistra, sul corpo della svenuta. Ramàr

dormiva. L'animo mio si scagliò repentinamente in un nuovo corso di

pensieri. La prima impressione che provai nel guardare Ambra, fu di

ribrezzo. Credetti quasi di trovarmi accanto al cadavere

d'un'annegata, nel fondo d'una laguna, io pure sommerso. Sentivo sotto

la mia palma il braccio della ideale fanciulla freddo più dello

ambiente che ci avvolgeva.

Ci sono dei pensieri che gridano, altri che mormorano. Io udii dentro

di me, non so dove, mormorare queste parole: _è proprio morta_.

Il lenzuolo col quale l'avevano coperta, segnava su quel meraviglioso

corpo delle pieghe funerarie, come quei drappeggiamenti marmorei che

avvolgono le effigi delle imperatrici, distese sull'alto dei mausolei.

La piega dei piedi pareva in ispecial modo lugúbre; poi, come il mio

occhio saliva verso il bel grembo e verso il bel seno, i bianchi

panneggiamenti ammorbidivano le loro curve e pareva rasserenarsi il

sudario. La parte destra del petto rimaneva scoperta per causa del

braccio nudo affidato alla mia pazienza.

--Ma se è morta--pensai--a che giova ch'io mi rimanga?--Pur non

rimuovevo d'un atomo la mano dalla ferita.--Se è morta il pensiero

continuava così--Yao e Ramàr torneranno fratelli. Se è viva sono io

che l'avrò salvata.

Allora tutta la mia mente si destò per risolvere questo nuovo dubbio.

Mi alzai oncia ad oncia dalla scranna avendo sempre riguardo di non

distrarre la mia mano dall'ufficio impostole, e colla destra scopersi

il seno sinistro della fanciulla; poi, lento come una sfera di

quadrante, mi chinai fino a collocare un orecchio sul cuore di lei. Un

olezzo d'olio di rosa lambì le mie narici. Le candide carni erano

fredde e mute, sotto l'eburneo costato non vibrava la più languida

pulsazione; pur continuai ad origliare adagiando le mie ginocchia per

terra, ché la bassezza del letto me lo permetteva. Acuivo l'udito su

quella soave epiderme coll'avidità d'una spia, invaso da non so quale

devozione feroce.

Stetti così attento, prostrato, immobile per lungo spazio; ad un

tratto sentii come uno scoppio di palpiti irruenti, convulsi; mi alzai

in piedi precipitosamente, atterrito dall'idea d'Ambra viva e desta.

Le pulsazioni continuavano a rimbombare nel mio cervello: non era il

cuore della fanciulla che batteva, erano le mie arterie, le mie tempie

agitate da tumulto febbrile. Udivo dietro a me Ramàr respirare

tranquillo come uno che dorme. Allora l'idea d'ascoltare il respiro

d'Ambra mi colse violenta. Tornai a inginocchiarmi e feci per

avvicinare il mio volto al suo, ma fui tosto impedito da un

inesprimibile sgomento. Mi arrestai lontano due palmi. La fredda

fanciulla teneva gravosamente calate le palpebre, ma la sua bocca

brillava socchiusa e tutta la pallidissima faccia splendeva. Non

dubitai più che fosse morta e questa idea mi dié coraggio ad

appressarmi al suo volto. Volli vedere un'ultima volta le divine

pupille e sollevai col pollice e coll'indice le pesanti palpebre, ma

non vidi che due occhi bianchi, da statua. Ritrassi la mano; le

palpebre ricaddero. Allora mi invase una pietà profonda e fu tutta

scossa l'irremovibilità del mio cuore.

Non volli più che quella bella creatura fosse morta, e come fanno i

fanciulli sui leggiadri insetti agonizzanti, avvicinai la mia bocca

alla faccia d'Ambra per ravvivarla col caldo alito mio. Le mie labbra

caddero sulle sue, sentii l'avorio freddo de' suoi denti che mi fece

tremare. Un gemito di Ramàr mi scosse; tornai a ricompormi sulla

scranna.

Egli dormiva ancora. Scoccarono due ore da un campanile lontanissimo.

Stetti lungo tempo immerso in una strana novità di pensieri. Verso le

tre sentii sotto la mia palma sinistra una sensazione di leggiero

tiepore: Ambra non era dunque morta! Le toccai il polso: viveva; il

suo seno, benché quasi impercettibilmente, ondulava sollevato e

abbassato da un principio di respiro. La catalepsi era vinta. Io avevo

salvato Ambra, io avevo impedito che tutto il suo sangue uscisse dalle

sue vene; mi pareva d'averle infuso parte della mia vita, del mio

calore, e riconoscevo ciò dispettosamente, irato contro la mia stessa

virtù. Non so perché, mi pareva d'averla salvata troppo presto.

La commovente passività del cadavere era svanita. Il volto solo

portava ancora il peso del letargo, ma le stupende forme dell'andalusa

assumevano già, sempre più vivificate, una fatale potenza che

m'annichiliva. Pure, se il sangue ch'io frenavo non era ancora

stagnato, quella vita stava sempre sotto la mia mano e poteva

giuocarla e illanguidirla a mio talento e rianimarla poi. Questa idea

mi fece battere vertiginosamente il cuore, per immenso orgoglio, per

acre curiosità, per desiderio violento. Del resto la lunga immobilità

de' muscoli aveva affrante le forze del mio braccio e della mano;

provavo un estremo bisogno di mutar posizione. Se la vena era

rimarginata, potevo liberarmi a mia voglia da quella catena. Sollevai

un attimo la palma. Tosto una goccia di sangue rigò il braccio

d'Ambra. Ricollocai immediatamente la mano sulla ferita, tutto

sgomento. Bisognava tergere il braccio dalla macchia sanguigna prima

che arrivassero i medici. Quel sangue era soavemente tiepido e più

dolce del miele. Una goccia me n'era caduta sulla mano e l'avevo

succhiata. Portai le mie arse labbra su tutta la striscia che maculava

l'incantevole braccio dell'andalusa, e poco a poco giunto colla bocca

presso alla viva fonte di quel voluttuoso sangue di donna, allontanai

la mano, e mi posi a suggerlo a larghi fiotti come si sugge l'umore

d'un preziosissimo frutto. A un tratto mi sentii ghermito

spaventosamente pel collo e udii la voce di Ramàr ululare:--Vampiro!

Non feci un gesto per difendermi, benché sentissi la mia vena iugulare

contorcersi sotto le dita di Ramàr; a un tratto la mano che mi

strozzava si allentò e lo zingaro stramazzò per terra, fra i due

letti, ai miei piedi. Io avevo già ricollocata la mia palma sulla

ferita d'Ambra. Quell'assalto fulmineo mi ridonò la smarrita

impassibilità del corpo e del pensiero. Così un meccanismo turbato è

spesse volte rimesso a posto subitaneamente da un urto. Le violenze

degli uomini produssero sempre questo effetto su di me: aumentarono la

mia calma. Ramàr, disteso sul suolo, si dibatteva affannosamente sotto

l'incubo del delirio. Egli subiva una grave reazione febbrile dacché

l'ultimo pezzo di ghiaccio gli si era liquefatto sulla fronte. Ne'

suoi vaneggiamenti ritornava sempre più angoscioso il nome d'Ambra. Io

aiutarlo non potevo; nel tempo che mi sarebbe occorso per rifasciare

la testa di Ramàr colle bende gelate e riadagiarlo sul letto, Ambra

avrebbe potuto morire. La coscienza della mia missione tutta ridestata

costringeva tenacemente la mia mano al braccio della bella andalusa,

tiepido ancora; il rimorso del fallo che avevo commesso poco prima,

dava di sproni al mio dovere ch'era di non muovermi, per necessità che

fosse, dalla posizione in cui stavo. Se Ramàr abbandonato moriva, la

colpa non era mia. Avvertivo sugli angoli della mia bocca ancora il

dolce sapore del sangue d'Ambra, purissimo. L'idea ch'io tenevo un

poco di quel sangue nelle mie viscere, m'inteneriva stranamente.

Sentivo anche una fitta dolorosa nella parte destra del collo, dove le

ugne dello zingaro avevano serrato; ed ero contento di portare i segni

dell'ira di Ramàr; questo pensiero mi alleggeriva il cuore da un grave

peso indistinto. Mi rammento d'aver mormorato allora cinque o sei

volte, guardando l'amante d'Ambra disteso a terra, queste parole in

chinese: "_eulh weï eulh, ngo weï ngo_"¹.

¹ Traduzione letterale: _te per te, me per me_.

Quando i primi bagliori dell'alba illuminarono l'ambulanza, giunse il

medico di guardia ancora scarmigliato e cogli occhi imbambolati dal

sonno. Vide Ramàr svenuto, così come l'ho descritto, e tornò ad escire

in cerca di soccorso. Alcuni minuti dopo entrarono nella sala cinque

attori della compagnia, il medico, un _clown_ e William Wood. Poi che

lo zingaro fu rimesso a giacere sul suo letto, tutti accorsero ad

Ambra. Essa respirava dolcemente. Il medico mi ordinò di staccare pian

piano la palma dal braccio dell'ammalata.

Il sangue non colava più. Allora il medico disse a William Wood:--Se

parla è salva.

Io che non mi ero mosso ancora dal mio scanno, avvicinavo di tanto in

tanto una boccetta di sali ammoniaci alle narici d'Ambra.

Tutti aspettavano ansiosamente una parola dalla bocca dell'andalusa,

tutti pendevano da quelle labbra mute. Poco a poco Ambra aperse gli

occhi, ma soltanto poi parve realmente destarsi; guardò intorno

stupita; quando s'accorse di me che tenevo pazientemente il sale sotto

l'alito suo, mi guardò fiso in volto e mi disse con accento languido e

gentile:--Grazie, buona donna.

Uno scroscio di risa plebeo assordò la mia testa; un fiume di sangue

affluì al mio cuore. Mi guardai in uno specchio che mi stava di

fronte, e ringraziai col pensiero la divinità che mi fece nascere nel

paese degli uomini pallidi.

Qui una spiegazione mi pare necessaria; poi ripiglierò il mio racconto

sommariamente fino a tanto che un altro fatto grave m'obbligherà

d'arrestarmi. Ambra non mi aveva mai parlato, né, forse, visto prima

di quella mattina in cui disse quelle malaugurate parole. Essa

trionfava in una gloria così diversa dalla mia, che mai non s'avvide

di me, né de' miei campanelli di legno di sandalo. Che il suo sguardo

di donna europea non avesse ravvisato sul mio volto l'aspetto di

virilità, non me ne meravigliai io stesso, e ciò aumentava l'onta mia,

giacché sul mio mento neppur l'ombra della lanuggine rivelava l'uomo,

e le mie vesti chinesi e la mia treccia, che in quel giorno portavo

attortigliata sul capo, potevano essere scambiate, da un occhio non

avvezzo ai nostri costumi, per acconciamenti muliebri.

Quindici giorni dopo il dì della catastrofe, ch'ebbe per me

conseguenze così bizzarre, lo zingaro e l'andalusa volteggiavano nel

circo già gagliardi e lieti, fra le acclamazioni del pubblico.

Intanto tramavasi una beffarda congiura da' miei colleghi contro di

me; l'equivoco d'Ambra, tosto noto a tutta la compagnia, dava diritto

all'infimo staffiere di sogghignarmi in faccia. Tutti si dettero

parola di non palesare l'inganno all'andalusa, a fine di prolungare

più che fosse possibile la celia e le risate. Nessuno mi chiamava più

_Mister Yao_ o _Señor Yao_ come per lo innanzi, ma invece _Miss Yao_ o

_Señorita Yao_, e Ramàr si rallegrava di questa burla più d'ogni altro

e cercava assiduamente l'occasione di rinnovarla. Quando Ambra mi

rivolgeva il discorso, tutti trattenevano il fiato per poter squittire

più fragorosamente dopo la parlata. Io intanto rimuginavo nella

memoria il capitolo VII del _Lun-yu_, là dove Tseng-sse, l'amico di

Kon-fu-tseu, dice queste savie parole:--Lasciati offendere senza

mostrare risentimento,--e stavo ligio alla antica sentenza: non

_mostravo_ risentimento, ma nel profondo del pensiero contavo le

offese, una ad una, e tenevo interna, indelebile nota.

La mia imperturbalità eccitava i derisori fino all'accanimento; quando

lo scherno si mutava in rabbia, io trionfavo entro me; m'accontentavo

intanto di questa pigra vendetta. Io, rettificare l'abbaglio ad Ambra,

sdegnavo; il mio decoro non mi permetteva una così bizzarra

rettificazione. La dignità mia non trovava altro modo d'atteggiarsi

fuorché questo: dare a pensare cioè, ch'io credessi l'andalusa conscia

e partecipe dello scherzo e che non me ne curassi. Brutto destino,

amico mio, è quello di vivere in mezzo a gente di razza diversa dalla

propria; l'amarezza di questo destino m'era stata un tempo raddolcita

dalla fratellanza di Ramàr; ora egli stesso m'abbandonava.

La nostra amicizia aveva subíto come una specie d'attossicamento;

evitavamo di incontrarci colle pupille.

Io lo studiavo di soppiatto. Volevo arrivare a scoprire se gli era

rimasta nella memoria qualche reminiscenza di quella notte ch'egli

m'aveva chiamato _vampiro_. Quella parola era stata pronunciata da

esso in un attimo così violento, fra un assalto di delirio e una crisi

di febbre; se anche egli se la rammentava, doveva, pensavo,

confonderla cogli altri vaneggiamenti. In queste induzioni mi

tranquillavo un poco, ma in una pace breve e non soddisfatta. Un punto

nero stava fra me e lo zingaro tutte le volte che ci trovavamo di

fronte: un punto nero, fatale, incancellabile, come quello che turba

la vista d'una retina malata. Ed anche Ramàr vedeva quel punto; me ne

accorsi poi tutte le volte che eseguimmo insieme nel circo il _giuoco

delle freccie_, di cui ti narrai nelle pagine già scritte.

William Wood volle un giorno che quell'esercizio, da molti mesi

trascurato, ritornasse nel repertorio degli spettacoli. Ubbidimmo.

Ambra fu atterrita un poco a quest'annunzio; essa non si capacitava

che una _donna_ sapesse trar d'arco. Un _clown_ la rassicurò con tal

celia ch'essa ne rise e la paura scomparve. Il pubblico rivedeva con

emozione intensa il nostro giuoco. Io ridiscendevo nell'arena a fianco

di Ramàr come nei sereni giorni della nostra gloria comune.

Ramàr si piantava fermo, diritto, davanti alla mia mira, con aspetto

più temerario, forse, di una volta; io però vedevo, sotto la finissima

seta che lo copriva, battere il suo cuore. Il punto nero stava allora

in mezzo a noi.

Pur le nostre pupille dovevano incontrarsi per forza. L'antica

intuizione dei nostri sguardi era smarrita. Un'altra intuizione, tutta

morale, le era subentrata. Quando le freccie dovevano correre lungo il

costato, io mi trattenevo dolorosamente dal mirare il cuore palpitante

di Ramàr; l'abitudine del polso e dell'occhio vinceva il traviamento

della volontà, e la freccia, malgrado mio, si conficcava esatta

rasente il contorno. Per tutto il tempo che durava il giuoco io e

Ramàr ci leggevamo biecamente nell'anima; a giuoco finito il cupo

incanto svaniva e riappariva il dubbio. Il pubblico applaudiva, ma lo

zingaro aveva da me solo l'ammirazione che meritava, giacché io solo

potevo essere allora il vero giudice del suo coraggio.

Fu appunto in quell'epoca che io, sempre deriso, per distrarmi

dall'astio e per rifugiarmi in un affetto qualunque che mi fosse

accessibile, mi diedi all'ammaestramento dei cani.

In quel nuovo stato della vita mia avventurosa imparai a conoscere

cinque buoni amici, i più umani, i più nobili di quanti ne avevo

sperimentato fin allora. Li trovai nelle stalle del circo dove

miseramente vivevano, e li portai nella mia cameretta e attesi alla

loro educazione.

Questi miei ottimi amici erano due cani barboni, un bassetto, un

bracco e un stupendo _bull--dog_ d'un anno, mio prediletto fra tutti.

Quando nel tempo della mia senilità mi dedicai all'ammaestramento

degli uomini, non riscontrai fra i miei simili tanto intelletto

d'amore e di ragione quanto ne avevo ammirato in quelle umili bestie.

Io insegnavo a ciascuno di quei cani certe meravigliose facezie da far

ridere il volgo e ciascuno d'essi insegnava mutuamente e in vario

stile a me le virtù d'umanità, che gli uomini m'avevano nascosto.

Imposi ad essi dei nomi cinesi.

Uno dei due barboni, il più ilare, il più bianco, lo chiamavo

_Ani-kaine_ (buon augurio). _Scing-tscie_ (perfetto) era il nome

dell'altro. Chiamava il can bassetto _Buddha_, perché realmente quando

stava in riposo assomigliava all'idolo del nume per la pingue serenità

del suo volto. _Ta-fu_ (mandarino) era il can bracco. Al giovane

_bull-dog_ avevo imposto il nome _uomo_ (_Gin_). E così vivevo nel

consorzio de' miei amici amandoli e conversando con essi nella mia

lingua materna, e da essi riamato. Gin, forse perché più giovane degli

altri e più violento negli istinti suoi, per la fierezza della razza,

mi si affezionò appassionatamente e in breve tempo. Egli aggiungeva

pregio all'affetto perseguitando i miei colleghi coll'odio suo. Io

esercitavo questo generoso animale nelle doti mirabili del corpo più

che nella memoria: Gin saltava una barriera di sei metri d'altezza. Il

mio affetto per questo cane era così coscienzioso che non volli mai

umiliare l'indole sua caratteristica coll'applicarlo alle buffonesche

celie che si impongono agli altri cani così detti sapienti; e di

questo delicato rispetto Gin pareva riconoscente. Io stesso scopersi

che fra il mio ed il suo volto correva una rassomiglianza bizzarra,

proveniente dal naso schiacciato e dalla esiguità del labbro

superiore, che lasciava due denti scoperti sul davanti delle nostre

bocche. La prominenza dell'osso frontale dava al cranio di Gin ed al

mio la stessa espressione grave e meditabonda.

Una affinità singolarissima, della quale m'onoravo, mi legava al

giovane molosso. Gin odiava i miei nemici forse più che io stesso non

li odiassi, e da essi era egli pure ferocemente odiato; pur non

osavano offenderlo né offender me in presenza sua, perché un giorno ad

un _clown_, che in pieno circo mi gettò per brutta celia una corda al

collo, s'avventò il _bull-dog_ alla gola, e la mia autorità bastò

appena a salvare il beffardo.

A questi cinque cani dimenticai di aggiungere un sesto e dimenticai

perché poco o nulla lo amavo, tanto mi pareva inintelligente e pigro.

Era un catellino chinese di lungo pelo, obeso nelle sue movenze e

tutto tenerello nelle sue membra, uno di quei piccoli cagnuoli che nei

nostri paesi si mangiano dagli uomini e son tenuti per giottornia

perfetta quando sieno bene scuoiati e molto accuratamente purgate le

loro interiora e cotti in quattro cucchiaiate d'olio d'oliva e in due

di miele, insieme a pistacchi e cipolle. Di questo minuscolo cane

ch'era venuto cogli altri, io non ne facevo nulla; pur me lo tenevo

perché sapevo che ad Ambra piaceva ed aspettavo l'opportunità

d'offrirglielo e farmene così un vanto.

Un giorno William Wood venne al mio canile e mi disse:

--Yao, ho destinato per te (quel "_te_" patronale plebeo, basso quanto

il nostro "_ju_", squarciava le mie orecchie), per _te_ e le _tue_

bestie una camera assai più vasta di questa.

Lo stesso dì Yao, Gin, Buddha, Ani-kaine, Ta-fu e Scing-tscie e il

cagnetto chinese mutarono quartiere. Quel nostro nuovo ricovero era un

ampio locale attiguo alla camera d'Ambra (non ti dissi che tutti noi

dimoravamo nel circo?); la porta dell'andalusa e la mia riescivano

sullo stesso andito, il quale non dava uscita a nessun'altra stanza.

Quando fui lì co' miei cani, William Wood, che ci aveva seguiti,

disse, additando a destra:

--Qui dimora la bella andalusa; so che molti calabroni vorrebbero

ronzarle d'attorno; scopersi alcuni biglietti ne' mazzi di fiori che

le vennero presentati iersera dai damerini delle loggie. Che ciò sia,

è naturale, e fin che i tentatori ronzano e non pungono, fanno assai

bene e li lodo; aumentano così il rumor della fama intorno ad Ambra;

ma se uno solo d'essi arrivasse a pungere, il mio danno sarebbe

irreparabile. Una danzatrice che pel pubblico è casta, frutta

l'ottanta per certo, e assai meno se non lo è. So che Ambra ama Ramàr

e ciò mi piace e mi rassicura un poco. Pure sarò più tranquillo ora

che tu, saggio ed accorto, dimorerai qui co' tuoi cani. Bada di far

buona guardia. Ambra non indovinerà lo scopo pel quale ti ho collocato

così vicino ad essa.

--Farò buona guardia,--risposi. Wood escì confortato. Allora io

chiamai:--Gin!--e tosto il _bull-dog_ si slanciò contro le mie

ginocchia.--A noi due,--gli dissi, e Gin dimenava la coda così

gaiamente come quando leggeva ne' miei occhi qualche lieto pensiero.

Ramàr, allorché seppe la mia nuova dimora (Wood stesso gliela indicò e

gliene confidò lo scopo ed io ero presente), s'oscurò in fronte; poi

disse assai turbato:--Non può essere!--Ma Wood riprese tosto:--E

perché non può essere? guardiano migliore del nostro chinese non

troveresti in tutta Lima. Ambra sarà rallegrata dalla vicinanza di

_miss Yao_. Sai che essa ride sempre guardandolo in viso. Aggiungi

ch'egli è devoto ad Ambra e che le salvò la vita con un miracolo di

pazienza.

--È vero, è vero,--rispose lo zingaro, e rise come ad una sua ubbia

segreta e stolta e mi stese la mano.

Wood continuò:--e anche i suoi cani sono utili. Le macchinazioni dei

nostri signori di Lima potrebbero esserci fatali. Quando sarete sposi

(Ramàr stringeva sempre la mia mano) il custode d'Ambra sarai tu (e

Wood sorrideva) e saprai custodirla meglio che una intiera muta di

segugi e cento chinesi; ma la moralità del nostro circo impedisce che

tu ora viva troppo d'accanto alla fidanzata.

Scorsero due placide settimane, senza avvenimenti nuovi. Ambra mi

credeva sempre una donna, ed a me conveniva il lasciarglielo credere

per non isgomentarla d'un tratto e per non perdere nulla della sua

lieta famigliarità. La assistevo spesso quando s'acconciava per

comparire nel circo; stavo allora in mezzo alle sue serventi, né

queste si meravigliavano della mia presenza e, ben lungi dallo

scandolezzarsi, sorridevano come d'un fatto di nessun conto. Io

divoravo silenziosamente la mia vergogna e colla vergogna un'acre

gioia segreta.

Spesso quando Ambra esciva dal bagno, io, chiamato da essa, accorrevo.

La trovavo seduta sulla sponda della vasca, avviluppata in una tunica

scarlatta di finissima lana. Nella camera vaporavano ancora i caldi

fumi dell'acqua. Il sole del meriggio filtrava attraverso le tende di

seta gialla e illuminava un pezzo di sapone opalino che appena

estratto dal lavacro scivolava da sé, lentamente, sui gradini di marmo

del bagno, come una cosa viva. Io, senza dir parola, poiché già sapevo

a quale ufficio ero chiamato, cercavo sotto allo specchio una lima

d'argento e una piccola cesoia e un pezzo di pomice e una fiala d'olio

odorifero; poi m'inginocchiavo davanti la bella andalusa e pigliavo

nelle mie mani i suoi piedini nudi e in un soffice lino li asciugavo

ben bene, con quella cura con la quale un intagliatore d'avorio terge

i suoi ninnoli preziosi. Indi collocavo sul mio naso un paio

d'occhiali da presbite che serbavo esclusivamente per l'opera a cui

stavo per accingermi, acciocché la mia vista, meravigliosamente acuta

per discernere da lungi, ma sulle minute vicinanze un po' fiacca, non

avesse a tradirmi. Essa allora rideva d'un ridere represso da bimba e

mi sporgeva il suo piede più asciutto, sul quale io incominciavo il

mio lavoro di cesello e d'intaglio, che nessun testimonio profano

turbava. Ho ancora impresse nella memoria una ad una le unghiette di

quei piedi incantevoli. Nell'ovale di ciascuna d'esse io ravvisavo una

certa vaga espressione di volto; la più leggiadra era quella del

quarto dito del piede sinistro; i pollici robusti brillavano come un

fulgido quarzo; su' due mignoli apparivano due unghiettine, vaghe

cornee dilicate così che era un intenerimento a vederle, benché

avessero un poco la curva di due artiglieri nascenti. Io limavo,

levigavo, tornivo, arrotondavo quelle opale, quelle madreperle con

tocco leggiero e devoto. Ambra di nessun altro si fidava fuorché di me

in quella operazione paziente, e ciò venne da un giorno che mi vide,

per mio sollazzo, scolpire sull'avorio alla maniera dei nostri

diligenti artefici. Io di questa fiducia sua me ne stavo orgoglioso.

Il mio fido Gin m'accompagnava quasi sempre. Mentre io lavoravo essa

accarezzava il cagnetto chinese che io le avevo donato e che teneva

assai caro, accoccolato nei tiepidi lini del bel grembo. Sotto la sua

tunica scarlatta Ambra non aveva altre vesti, e a volte, mentre le mie

mani erravano da un all'altro dei sottili ordegni coi quali abbellivo

i piedi dell'andalusa, il mio sguardo si smarriva un po' più alto

degli alabastrini malleoli, nella rosea penombra delle carni colorate

dalla intonazione calda delle pieghe vagamente succinte.

Il mio cuore batteva allora violento, gaio come un applauso interno, e

lo era, perché io trionfavo segretamente di coloro che credevano

beffarmi.

Quando, compiuto il lavoro, mi sollevavo da terra e mi rimettevo sui

calcagni (io che pur sapevo resistere per molti minuti penzolante col

capo in giù dall'alto d'un trapezio, senza temer vertigini), sentivo

in quel momento alla tempia ed al petto un subbuglio di sangue così

impetuoso che mi faceva traballare.

Un giorno che m'ero appena quetato da questo turbinio delle arterie e

m'avviavo alla porta della camera per escire (Gin mi seguiva passo

passo), incontrai Ramàr sulla soglia, che entrava. Io evitai, non so

perché, di fissarlo nel volto. Ad un tratto il mio _bull-dog_ ruggendo

gli si avventò al petto come una fiera; un mio comando bastò a salvare

Ramàr, che con un bel sorriso sulle labbra corse a tranquillare Ambra

sgomenta. Io percossi il cane, che mi guardò con uno sguardo di

disapprovazione sommessa, e li lasciammo soli. Mentre m'allontanavo

udii Ramàr mormorare ad Ambra quel proverbio spagnuolo che dice: _tal

padrone tal cane_, e ciò mi dispiacque e biasimai nel mio interno

l'amico d'aver mormorato alla sua bella una malignità a mio riguardo

che sentivo di non meritare. Gin mugolava ai miei piedi dimenando la

testa come un muto che cerca ansiosamente la parola. Il _bull-dog_

prima d'allora non s'era mai mostrato ostile allo zingaro e tanta

repentina ira non poteva spiegarsi senza una causa. L'istinto

meraviglioso del cane aveva visto qualche indubbio segno di

malevolenza verso di me nello sguardo dello zingaro. Promisi a me

stesso di studiare l'occhio di Ramàr e di trar vantaggio

dall'avvertimento della povera bestia, poiché il filosofo dice:--Se

ascoltate attentamente le parole d'un uomo e se scrutate le pupille

de' suoi occhi, come mai potrebb'egli celarsi a voi?

Da quel giorno Ramàr non poté più penetrar nella camera d'Ambra senza

rischio per via della guardia del cane e de' suoi latrati che

attiravano gente con grande ira dello zingaro e soddisfazione di

William Wood.

Avvenne poco tempo dopo ch'io, nell'escir dalla mia camera più tardi

del consueto e nell'avviarmi col _bull-dog_ ai trapezi per le

esercitazioni del mattino, m'imbattei in un gruppo di dieci o dodici

compagni, fra i quali scorsi Ramàr. Ridevano tutti sguaiatamente; ma

quando mi videro da lungi, si ricomposero e parvero proseguire una

animatissima conversazione in cui ripetevasi spesso la parola

"scommessa". Come fui loro d'accosto, Ramàr con piglio allegrissimo mi

disse:

--_Señora Yao_, capiti appuntino. C'è qui Flibbertigibbet (e accennò

il _clown_ inglese) che non istima abbastanza il tuo cane.

--Salta lungo, ma non salta alto,--aggiunse strillando il _clown_.

--Flibbertigibbet scommette che a tre metri d'altezza Gin non

coglierebbe un pezzo di lardo,--soggiunse Ramàr.

--Distinguo. Non ho detto un pezzo di lardo,--replicò il _clown_;--ho

detto un pezzo di pane.

Questo "distinguo" sottile fece ridere la comitiva, e lo zingaro

ripigliò:

--Vada pel pezzo di pane! Io scommetto un dollaro che Gin a tre metri

d'altezza lo coglie, se è Yao stesso che glielo porge.

--Non ne dubito,--dissi io.

--_All right!_ Dollaro per dollaro, acconsento alla scommessa. Dov'è

il pane?--gridò il _clown_.

--L'ho qui io,---rispose Ramàr, estraendo una mollica informe dalla

sua tasca. Io presi il pane, salii su d'un tavolato. Flibbertigibbet

in quattro salti corse a provvedersi d'un metro, misurò lo spazio

stabilito dalla terra alla mia mano. Tutti mi stavano d'attorno con

certe faccie stranamente immobilizzate in un bizzarro sorriso. Io

gridai:--Gin, hop!--e il buon _dog_ spiccò un salto e colse il pane

mirabilmente bene e lo ingoiò tutto lieto come per ricompensa a se

stesso della fatica fatta.

All'indomani mattina, quand'io mi destai, trovai il mio povero Gin

morto; una gomma verdastra gli esciva dalle nari. Allora mi sovvenne

di non aver visto Flibbertigibbet pagare il prezzo della scommessa a

Ramàr, e mi ricordai dello sghignazzo infernale che scoppiò nella

comitiva quando Gin inghiottò il pezzo di pane. Infamia! m'avevano

avvelenato il mio _dog_, e Ramàr aveva posto nelle mie stesse mani il

veleno. Quando riconobbi ciò, lo sdegno mio fu così violento che in

sulle prime soffocò il dolore. Poi piansi amaramente. L'alba spuntava

appena; tutti dormivano. Raccolsi il cadavere del mio povero Gin e

scesi nell'arena. Là, sotto al mio trapezio, scavai una fossa e

seppellii la povera bestia; poscia rassettai diligentemente la sabbia

dorata sulla sepoltura e ripensai le parole di Confucio: "Se un uomo

ti offende gravemente una volta, non mostrare risentimento; ricordati

l'offesa, ma non correre ancora alla vendetta". Mi prostrai sulla

fossa del cane e presi in mano la mia lunga treccia e feci un groppo

alla sua estremità; poi dissi a me stesso:--Ramàr mi ha offeso _una

volta_.--E rientrai nella mia cella.

E mi diedi ad assaporare irosamente l'amarezza dei miei pensieri.

Dissi a me stesso che in terra non mi restava più nessun affetto.

Senza madre (un presentimento incessante mi susurrava nel cuore che

dovevo esser orfano), senza amici, senza amore, straniero, deriso,

avevo collocato in quel povero _bull-dog_ tutta la tenerezza di cui mi

sentivo capace. Egli divideva le mie fatiche e i miei rancori; non ero

uno straniero per quella povera bestia; quando quell'onesto cane mi

guardava dilatando le labbra del suo grugno sagace e mostrando gli

acutissimi denti come una persona che ride, non mi guardava

coll'occhio sospettoso di Ramàr, non rideva col riso beffardo dei

_clowns_. Povero Gin, era morto! me l'avevano ucciso! Mentre il mio

dolore muto m'abbruciava l'interno petto come un fuoco rinchiuso, udii

graffiare sul basso dell'uscio; lo apersi e mi trovai fra i piedi il

cagnoletto chinese prediletto dell'andalusa. Lo sollevai da terra

pigliandolo per la pelle del collo, afferrai un coltello e lo scannai.

Lo scuoiai poscia, e purgate ch'ebbi le sue interiora, accesi un

fornello e posi a cuocere l'animaluccio pingue in una certa mia

pentola, con un po' di mele e di cipolle, commestibili questi che

tenevo sempre ne' miei ripostigli.

In un paio d'ore il manicaretto fu all'ordine; lo trinciai

accuratamente e mi accinsi a mangiarlo. Intanto udivo dal di fuori

Ambra che correva di qua e di là e chiamava ad alta voce:--_Niño!

Niño!_--ch'era il nome da essa imposto alla bestiuola. Io rosicchiavo

gli ossicini di Niño coi miei denti robusti, quando si aperse l'uscio

ed entrarono Ambra, Ramàr e Flibbertigibbet.

Ramàr mi chiese:--Ov'è Niño?

Io, compiendo tranquillamente il gesto voluto dalle mie parole,

risposi:--È qui, e se posso offrirvene una costola...

Ambra svenne. Ramàr la soccorse indirizzandomi parole di furore. Io

replicai, continuando a rosicchiare i garetti di Niño, che il cagnuolo

era mio e che potevo farne il mio pro' quando volevo. Non feci la

minima allusione all'avvelenamento di Gin. Ramàr trasportò Ambra nella

camera attigua.

Flibbertigibbet, che si smascellava dalle risa, corse a raccontare a

tutta la compagnia il caso di Niño che gli pareva stranissimo.

M'avvidi troppo tardi che avevo commesso un errore. La vita di scherno

nella quale m'illividivo da tanto tempo s'aggravò dopo quel fatto. I

miei colleghi mi chiamarono d'allora in poi il _mangia-cani_,

soprannome che in China non sarebbe parso per nulla vergognoso, ma che

pareva ridicolosissimo a quella gente plebea.

La storiella varcò le mura del circo, passò nelle gazzette e macchiò

la mia rinomanza.

Quando entravo nel circo, ai dì delle rappresentazioni, le damine

galanti, nascondevano per celia i loro catellini avanesi, fingendo di

temere che li dovessi divorare belli e crudi, e ridevano.

Ho avuto sempre cura d'analizzare i moventi delle risoluzioni

repentine della mia vita, le quali furono per buona sorte poche. Così,

perché tu mi assolva un poco dal mio errore, voglio aiutarti a

scoprire le cause che mi spinsero all'uccisione del cagnuolo

dilettissimo ad Ambra. Le cause minori furono l'istinto di rabbia

contro l'amante dell'andalusa che m'aveva attossicato il povero

_bull-dog_; l'antipatia invincibile che nutrivo contro quell'obeso

Niño; un brutale bisogno di distruggere una creatura viva per

vendicare il mio Gin e me stesso. Ma il movente maggiore di quel fatto

di sangue, di miele e di cipolle, mi venne da un lungamente maturato

bisogno di ghiottoneria, di cui era forse inconscio io stesso nel

momento della catastrofe. Il Niño d'Ambra era l'ideale delle mie

merende e delle mie cene. La vendetta fu il pretesto della gola. E

quella fu la terza e, fino ad oggi, ultima volta che la mia innata

ghiottoneria m'aveva tratto ai cattivi passi.

Un'altra volta questo malo istinto mi valse quella tale staffilata che

mi diede il _gin-mù_ quando nella stiva del vascello andai alla cerca

delle cose dolci promessemi dalla madre. E quando dieci anni dopo

succhiai il dolcissimo sangue della voluttuosa vena dell'andalusa, fu

la seconda volta. Ma tu sorridi, savio Meng-pen, col sorriso di chi

nota un errore nella dimostrazione di un teorema, e i tuoi occhi mesti

non concordano coll'espressione della tua bocca. Ma lasciami

proseguire il racconto.

Una sera, dopo gli spettacoli, stanco di servire da bersaglio alle

beffe dei _clowns_ e alle risate del pubblico (Flibbertigibbet aveva

attaccato quella sera un pezzo di lardo all'estremità della mia coda,

senza che me ne fossi avvisto, per modo che tutti i cani e tutti i

gatti del circo mi stavano alle calcagna con grande tripudio della

plebe), irritato, eppur con passo paziente, mi diressi verso la camera

del direttore. Trovai William Wood intento a numerare dollari e

banconote.

--Che c'è di nuovo?--mi disse come appena mi vide.

Io risposi con voce umile, ma franca:--Domando la mia licenza, voglio

partirmene dal circo.

Uno scroscio di risa riempì così fattamente le fauci di William Wood

che queste parole smozzicate s'udirono appena:

--E perché, _miss Yao_?

--Parto perché sono un ginnasta e non un buffone, sclamai

risolutamente.

--Sta bene, sta bene, sta bene--ripeté cantarellando l'americano;

m'accorgo che hai bisogno di leggere certa scrittura.

E mi porse una vecchia carta, un contratto. Discesi cogli occhi alla

firma e lessi un nome a me ignoto: _Tom Tompson_. Poi nel mezzo di una

linea scorsi il mio nome, "Yao", e nella stessa linea queste due

parole: "tremila dollari", e più sotto, alla distanza di tre righe:

"venduto, colle vesti che indossa e con una preziosa edizione di

Confucio, a William Wood direttore del Circo di Lima". Altro non

lessi. Mi appoggiai ad una parete e rividi in un baleno della memoria

l'orrendo stivaggio del vascello del _pastore d'uomini_. Tom Tompson,

il _gin-mù_, aveva ingannato mia madre. William Wood sorrideva. Ero

uno schiavo!

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Novelle e riviste drammatiche · 第 28 / 46 题