Chi sa giocare a scacchi prenda una scacchiera, la disponga in
bell'ordine davanti a sé ed immagini ciò che sto per descrivere.
Immagini al posto degli scacchi bianchi un uomo dal volto
intelligente; due forti gibbosità appaiono sulla sua fronte, un po' al
disopra delle ciglia, là dove Gall mette la facoltà del calcolo; porta
un collare di barba biondissima ed ha i mustacchi rasi com'è costume
di molti americani. È tutto vestito di bianco e, benché sia notte e
giuochi al lume della candela, porta un _pince-nez_ affumicato e
guarda attraverso quei vetri la scacchiera con intensa concentrazione.
Al posto degli scacchi neri c'è un negro, un vero etiopico, dalle
labbra rigonfie, senza un pelo di barba sul volto e lanuto il crine
come una testa d'ariete; questi ha pronunziatissime le _bosses_
dell'astuzia, della tenacità; non si scorgono i suoi occhi perché tien
china la faccia sulla partita che sta giuocando coll'altro. Tanto sono
oscuri i suoi panni che pare vestito a lutto. Quei due uomini di
colore opposto, muti, immobili, che combattono col loro pensiero, il
bianco con gli scacchi bianchi, il negro coi neri, sono strani e quasi
solenni e quasi fatali. Per sapere chi sono bisogna saltare indietro
sei ore e stare attenti ai discorsi che fanno alcuni forestieri nella
sala di lettura del principale albergo d'uno fra i più conosciuti
luoghi d'acque minerali in Isvizzera. L'ora è quella che i francesi
chiamano _entre chien-et-loup_. I camerieri dell'albergo non avevano
ancora accese le lampade; i mobili della sala e gli individui che
conversavano, erano come sommersi nella penombra sempre più folta del
crepuscolo; sul tavolo dei giornali bolliva un _samovar_ su d'una gran
fiamma di spirito di vino. Quella semi-oscurità facilitava il moto
della conversazione; i volti non si vedevano, si udivano soltanto le
voci che facevano questi discorsi:
--Sulla lista degli arrivati ho letto quest'oggi il nome barbaro di un
nativo di Morant-Bay.
--Oh! un negro! chi potrà essere?
--Io l'ho veduto, milady; pare Satanasso in persona.
--Io l'ho preso per un _ourang-outang_.
--Io l'ho creduto, quando m'è passato accanto, un assassino che si
fosse annerita la faccia.
--Ed io lo conosco, signori, e posso assicurarvi che quel negro è il
miglior galantuomo di questa terra. Se la sua biografia non vi è nota,
posso raccontarvela in poche parole. Quel negro nativo del Morant-Bay
venne portato in Europa fanciullo ancora da uno speculatore, il quale,
vedendo che la tratta degli schiavi in America era incomoda e non gli
fruttava abbastanza, pensò di tentare una piccola tratta di _grooms_
in Europa; imbarcò segretamente una trentina di piccoli negri,
figliuoli dei suoi vecchi schiavi, e li vendé a Londra, a Parigi, a
Madrid per duemila dollari l'uno. Il nostro negro è uno di questi
trenta _grooms_. La fortuna volle ch'egli capitasse in mano d'un
vecchio lord senza famiglia, il quale dopo averlo tenuto cinque anni
dietro la sua carrozza, accortosi che il ragazzo era onesto ed
intelligente, lo fece suo domestico, poi suo segretario, poi suo amico
e, morendo, lo nominò erede di tutte le sue sostanze. Oggi questo
negro (che alla morte del suo lord abbandonò l'Inghilterra e si recò
in Isvizzera) è uno dei più ricchi possidenti del cantone di Ginevra,
ha delle mirabili coltivazioni di tabacco e per un certo suo segreto
nella concia della foglia, fabbrica i migliori zigari del paese; anzi
guardate: questi vevay che fumiamo ora, vengono dai suoi magazzeni, li
riconosco pel segno triangolare che v'è impresso verso la metà del
loro cono. I ginevrini chiamano questo bravo negro _Tom_ o l'_Oncle
Tom_ perché è caritatevole, magnanimo; i suoi contadini lo venerano,
lo benedicono. Del resto egli vive solo, sfugge amici e conoscenti;
gli rimane al Morant-Bay un unico fratello, nessun altro congiunto; è
ancora giovine, ma una crudele etisia lo uccide lentamente; viene qui
tutti gli anni per far la cura delle acque.
--Povero _Oncle Tom_! Quel suo fratello a quest'ora potrebbe già
essere stato decapitato dalla ghigliottina di Monklands. Le ultime
notizie delle colonie narrano d'una tremenda sollevazione di schiavi
furiosamente combattuta dal governatore britannico. Ecco intorno a ciò
cosa narra l'ultimo numero del _Times_: "I soldati della regina
inseguono un negro di nome Gall-Ruck che si era messo a capo della
rivolta con una banda di 600 uomini ecc. ecc."
--Buon Dio!--esclamò uno voce di donna,--e quando finiranno queste
lotte mortali fra i bianchi ed i negri?!
--Mai!--rispose qualcuno dal buio.
Tutti si rivolsero verso la parte di chi aveva profferito quella
sillaba. Là v'era sdraiato su d'una poltrona, con quella elegante
disinvoltura che distingue il vero _gentleman_ dal _gentleman_ di
contraffazione, un signore che spiccava dall'ombra per le sue vesti
candidissime.
--Mai,--riprese quando si sentì osservato,--mai, perché Dio pose odio
fra la razza di Cam e quella di Iafet, perché Dio separò il colore del
giorno dal color della notte. Volete udire un esempio di questo
antagonismo accanito fra i due colori?
--Tre anni fa ero in America e combattevo anch'io per la "buona
causa", volevo anch'io la libertà degli schiavi, l'abolizione della
catena e della frusta, benché possedessi nel Sud buon numero di negri.
Armai di carabine i miei uomini, dicendo loro: «Siete liberi. Ecco una
canna di bronzo, delle palle di piombo; mirate bene, sparate giusto,
liberate i vostri fratelli». Per istruirli nel tiro avevo innalzato un
bersaglio in mezzo ai miei possedimenti. Il bersaglio era formato da
un punto nero, grosso come una testa, in un circolo bianco. Lo schiavo
ha l'occhio acutissimo, il braccio forte e fermo, l'istinto
dell'agguato come il _jaguar_, in una parola tutte le qualità del buon
tiratore, ma nessuno di quei negri colpiva nel segno, tutte le palle
escivano dal bersaglio. Un giorno, il capo degli schiavi,
avvicinandosi a me, mi diede nel suo linguaggio figurato e fantastico
questo consiglio: "Padrone, mutate colore; quel bersaglio ha una
faccia nera, fategli una faccia bianca e colpiremo giusto". Mutai la
disposizione del circolo e feci bianco il centro; allora su cinquanta
negri che tirarono, quaranta colsero così....,--e dicendo queste
ultime parole il raccontatore prese una pistoletta da sala ch'era sul
tavolo, mirò, per quanto l'oscurità glielo permise, ad un piccolo
bersaglio attaccato al muro opposto e sparò. Le signore si
spaventarono, gli uomini corsero alla fiamma del _samovar_, la presero
e andarono a constatare da vicino l'esito del colpo. Il centro era
forato come se si fosse tolta la misura col compasso. Tutti guardarono
stupefatti quell'uomo, il quale con una squisita cortesia domandò
perdono alle dame della repentina esplosione, soggiungendo:--Volli
finire con una immagine un po' fragorosa, altrimenti non mi avreste
creduto.
Nessuno ardì dubitare della verità del racconto.
Poi continuò:--Ma combattendo per la libertà dei negri, mi sono
convinto che i negri non sono degni di libertà. Hanno l'intelletto
chiuso e gli istinti feroci. Il berretto frigio non dev'esser posto
sull'angolo facciale della scimmia.
--Educateli--rispose una signora--e il loro angolo facciale si
allargherà. Ma perché ciò avvenga non opprimeteli, schiavi, con la
vostra tirannia, liberi, col vostro disprezzo. Aprite loro le vostre
case, ammetteteli alle vostre tavole, ai vostri convegni, alle vostre
scuole, stendete loro la mano.
--Consumai la mia vita a ciò, signora. Io sono una specie di Diogene
del Nuovo Mondo: cerco l'uomo negro, ma finora non trovai che la
bestia.
In questo momento comparve sull'uscio un cameriere con una gran
lampada accesa; tutta la sala fu rischiarata in un attimo. Allora si
vide in un angolo, seduto, immobile, l'_Oncle Tom_. Nessuno sapeva
ch'egli fosse nella sala, l'oscurità l'aveva nascosto; quando tutti lo
scorsero fecesi un lungo silenzio. Gli sguardi degli astanti passavano
dal negro all'Americano. L'Americano s'alzò, parlò all'orecchio del
cameriere e tornò a sedersi. Il silenzio continuava. Il cameriere
rientrò con una bottiglia di Xeres e due bicchieri. L'Americano riempì
fino all'orlo i due bicchieri, ne prese uno in mano; il cameriere
passò coll'altro dal negro.
--Signore, alla vostra salute!--disse l'Americano al negro, alzando il
bicchiere verso di lui come insegna il rito della tavola inglese.
--Grazie, signore; alla vostra!--rispose il negro e bevettero tutti e
due. Nell'accento del negro v'era una gentilezza tenera e timida e una
grande mestizia. Dopo quelle quattro parole si rituffò nel suo
silenzio, s'alzò, prese dal tavolo de' giornali l'ultimo numero del
_Times_ e lesse con viva attenzione per dieci minuti.
L'Americano, che cercava un pretesto per ritentare il dialogo, si
diresse verso l'angolo dove leggeva Tom, e gli disse con delicata
cortesia:--Quel giornale non ha nulla di gaio per voi, signore; potrei
proporvi una distrazione qualunque?
Il negro cessò di leggere e s'alzò con dignitoso rispetto davanti al
suo interlocutore.
--Intanto permettete ch'io vi stringa la mano,--riprese l'altro;--mi
chiamo sir Giorgio Anderssen. Posso offrirvi un'avana?
--Grazie, no; il fumo mi fa male.
Allora l'americano, gettando lo zigaro che teneva fra le labbra, tornò
a dimandare:
--Posso proporvi una partita al bigliardo?
--Non conosco quel giuoco; vi ringrazio, signore.
--Posso proporvi una partita agli scacchi?
Il negro titubò, poi rispose:--Sì, questa l'accetto volentieri,--e
s'avviarono ad un piccolo tavolo da giuoco che stava all'angolo
opposto della sala; presero due sedie, si sedettero l'uno di fronte
all'altro. L'Americano gettò i pezzi e le pedine sul panno verde del
tavolino per distribuirli ordinatamente sulla scacchiera. La
scacchiera era un'arnese qualunque a quadrati di legno grossamente
intarsiati, ma gli scacchi erano dei veri oggetti d'arte. I pezzi
bianchi erano d'avorio finissimo, i neri d'ebano, il re e la regina
bianchi portavano in testa una corona d'oro, il re nero e la regina
nera una corona d'argento, le quattro torri erano sostenute da quattro
elefanti come nelle primitive scacchiere persiane. Il lavoro sottile
di questi scacchi li riduceva fragilissimi. All'urto che presero
quando l'Americano li riversò sul tavolo, l'alfiere dei neri si ruppe.
--Peccato!--disse Tom.
--È nulla,--rispose l'altro;--s'aggiusta subito.--E s'alzò, andò allo
scrittoio, accese una candela, pigliò un pezzo di ceralacca rossa, la
riscaldò, intonacò alla meglio i due frammenti dell'alfiere, li
ricongiunse e riportò al compagno lo scacco aggiustato. Poi disse
ridendo:--Eccolo! se si potesse riattaccare così la testa agli uomini!
--Oggi a Monklands molti avrebbero bisogno di ciò,--rispose il negro
sorridendo tetramente. L'accento di questa frase destò nell'Americano
un'impressione di stupore, di compassione, di offesa, di ribrezzo.
Tom continuò:--Con che colore giuocate, signore?
--Coll'uno o coll'altro senza predilezione.
--Se ciò v'è indifferente, pigliamo ciascuno il nostro. A me i neri,
se permettete.
--Ed a me i bianchi. Benissimo,--e si misero a disporre i pezzi sulle
loro case. S'aiutavano scambievolmente con eguale cavalleria
nell'ordinamento de' loro scacchi; il negro, quando gli capitava,
metteva a posto una pedina bianca, il bianco ricambiava la cortesia
mettendo al loro posto alcuni pezzi neri. Quando furono tutti e due
schierati, Anderssen disse:--Vi avverto che sono piuttosto forte;
potrei chiedere di darvi il vantaggio di qualche pezzo, d'una torre,
per esempio?
--No.
--D'un cavallo?
--Nemmeno. Mi piacciono le armi eguali s'anco è disuguale la forza.
Apprezzo la vostra delicatezza, ma preferisco giuocare senza vantaggi
di sorta.
--E sia. A voi il primo tratto.
--Alla sorte,--e il negro chiuse in un pugno una pedina nera e
nell'altro pugno una pedina bianca; poi diede a indovinare
all'Americano.
--Questo.
--Ai bianchi il primo tratto. Incominciamo.
Intanto le persone che stavano nella sala si erano avvicinate una ad
una verso il tavolo da giuoco.
Fra quelle persone v'era chi conosceva il nome di Giorgio Anderssen
come quello d'uno fra i più celebri giuocatori a scacchi d'America e
costoro prendevano un particolare interessamento alla scena che stava
per incominciare. Giorgio Anderssen, originario d'una nobile famiglia
inglese emigrata a Washington, si era fatto quasi milionario sulla
scacchiera. Giovane ancora, aveva già vinto Harwitz, Hampe, Szen e
tutti i più sapienti giuocatori dell'epoca. Questo era l'uomo che si
misurava col povero Tom.
Prima che Anderssen avesse avuto tempo di muovere la prima pedina, il
negro prese dalla sua destra la candela che era rimasta accesa sul
tavolo da giuoco e la collocò a sinistra. Anderssen notò quel
movimento e pensò meravigliato:--Quest'uomo ha certamente letto la
_Repeticio de Arte de Axedre_ di Lucena e segue il precetto che dice:
"_Se giocate la sera al lume d'una candela, mettetela a sinistra; i
vostri occhi saranno meno offesi dalla luce ed avrete già un grande
vantaggio a fronte dell'avversario_"--; e pensando ciò, prese i suoi
occhiali affumicati e se li piantò sul naso; poi staccò la prima
mossa. Indi si volse a coloro che s'erano fatti attorno e disse con
gaia disinvoltura:--I primi movimenti del giuoco degli scacchi sono
come le prime parole d'una conversazione, s'assomigliano sempre;
eccoli: pedina bianca, due passi; pedina nera, due passi; poi gambito
di re, ecc. ecc. ecc.--E così, ciarlando sbadatamente, fece la seconda
mossa e mise avanti due passi la pedina dell'alfiere di re, aspettando
che l'avversario gliela prendesse colla sua. Il negro non prese la
pedina, ma invece con una mossa meno regolare difese la pedina propria
sollevando il suo alfiere di re sulla terza casa della regina.
Anderssen rimase un po' sorpreso anche di ciò e pensò:--Quest'uomo
risparmia le pedine; segue il sistema di Philidor che le chiamava
l'anima del giuoco.
Seguirono ancora cinque o sei mosse d'_apertura_; i due giuocatori si
esploravano l'un l'altro come due eserciti che stanno per attaccarsi,
come due _boxeurs_ che si squadrano prima della lotta. L'Americano,
abituato alle vittorie, non temeva menomamente il suo antagonista;
sapeva inoltre quanto l'intelletto d'un negro, per educato che fosse,
poteva fievolmente competere con quello d'un bianco e tanto meno con
Giorgio Anderssen, col vincitore dei vincitori. Pure non perdeva di
vista il minimo segno del nemico; una certa inquietudine lo
costringeva a studiarlo e, senza parere, lo andava spiando più sulla
faccia che sulla scacchiera. Egli aveva capito fin dal principio che
le mosse del negro erano illogiche, fiacche, confuse; ma aveva anche
veduto che il suo sguardo e gli atteggiamenti della sua fronte erano
profondi. L'occhio del bianco guardava il volto del negro, l'occhio
del negro era immerso nella scacchiera. Non avevano giuocato in tutto
che sette od otto mosse e già apparivano evidenti due sistemi
diametralmente opposti di strategia.
La marcia dell'Americano era trionfale e simmetrica, rassomigliava
alle prime evoluzioni d'una grande armata che entra in una grande
battaglia; l'ordine, quel primo elemento della forza, reggeva tutto il
giuoco dei bianchi. I cavalli, che dagli antichi erano chiamati i
"piedi degli scacchi", occupavano uno l'estrema destra, l'altro
l'estrema sinistra; due pedoni erano andati ad ingrossare da una e
dall'altra parte l'avamposto segnato dalla pedina del re; la regina
minacciava da un lato, l'alfiere di re dall'altro lato, ed il secondo
alfiere teneva il centro davanti due passi del re e dietro le pedine.
La posizione dei bianchi era più che simmetrica: era geometrica;
l'individuo che disponeva così quei pezzi d'avorio, non giuocava ad un
giuoco, meditava una scienza; la sua mano piombava sicura, infallibile
sullo scacco, percorreva il diagramma, poi s'arrestava al punto voluto
colla calma del matematico che stende un problema sulla lavagna. La
posizione dei bianchi offendeva tutto e difendeva tutto; era
formidabile in ciò che circoscriveva l'inimico ad un ristrettissimo
campo d'azione e, per così dire, lo soffocava. Immaginatevi una parete
animata che s'avanzi e pensate che i neri erano schiacciati fra la
sponda della scacchiera e questa parete, poderosa, incrollabile.
A volte pare che anche le cose inanimate prendano gli atteggiamenti
dell'uomo, il più frivolo oggetto può diventare espressivo a seconda
di ciò che lo attornia. Ecco perché i pezzi d'ebano de' quali
componevasi l'armata dei neri, parevano, davanti allo spaventoso
assalto dei bianchi, colti anch'essi da un tragico sgomento. I
cavalli, come adombrati, voltavano la schiena all'attacco, le pedine
sgominate avevano perduto l'allineamento, il re che s'era affrettato a
_roccarsi_, pareva piangere nel suo cantuccio il disonore della sua
fuga. La mano di Tom, fosca come la notte, errava tremando sulla
scacchiera.
Questo era l'aspetto della partita veduta dal lato dell'Americano.
Mutiamo campo. Veduto dal lato del negro l'aspetto della partita si
rovesciava. Al sistema dell'ordine sviluppato dall'_apertura_ dei
bianchi, il negro contrapponeva il sistema del più completo disordine;
mentre quegli si schierava simmetrico, questi si agglomerava confuso,
quegli poneva ogni sua forza nell'equilibrio dell'offesa e della
difesa, questi aumentava ad ogni passo il proprio squilibrio, il
quale, pel crescente ingrossar della sua massa, diventava esso pure,
in faccia allo schieramento dei bianchi, una vera forza, una vera
minaccia. Era la minaccia della catapulta contro il muro del forte,
della _carica_ contro il _carré_: mano mano che la parete mobile del
bianco s'avanzava, il proiettile del negro si faceva più possente. I
due eserciti erano completi uno a fronte dell'altro; non mancava né un
solo pezzo né una sola pedina, e codesta riserva d'ambe le parti era
feroce. L'Americano non iscorgeva in sul principio nella posizione del
negro che una inetta confusione prodotta dal timor panico del povero
Tom; ma appunto per la sua inettitudine gli pareva che quella
posizione impedisse un regolare e decisivo assalto. Ma il negro vedeva
in quella confusione qualcosa di più: tutta la sua natural tattica di
schiavo, tutta l'astuzia dell'etiopico era condensata in quelle mosse.
Quel disordine era fatto ad arte per nascondere l'agguato, le pedine
fingevano la rotta per ingannare il nemico, i cavalli fingevano lo
sgomento, il re fingeva la fuga. Quello squilibrio aveva un perno,
quella ribellione aveva un capo, quel vaneggiamento un concetto.
L'alfiere che Tom aveva collocato fin dal principio alla terza casa
della regina, era quel perno, quel capo, quel concetto. Le torri, le
pedine, i cavalli, la regina stessa attorniavano, obbedivano,
difendevano quell'alfiere. Era appunto l'alfiere ch'era stato rotto ed
aggiustato dall'Americano; un filo sanguigno di ceralacca gli rigava
la fronte e calando giù per la guancia, gli circondava il collo. Quel
pezzo di legno nero era eroico a vedersi; pareva un guerriero ferito
che s'ostinasse a combattere fino alla morte; la testa insanguinata
gli crollava un po' verso il petto con tragico abbattimento; pareva
che guardasse anche lui, come il negro che lo giuocava, la fatale
scacchiera; pareva che guatasse di sott'occhi l'avversario e
aspettasse stoicamente l'offesa o la meditasse misteriosamente. Nel
cervello di Tom quello era il _pezzo segnato_ della partita; egli
vedeva colla sua immaginosa ed acuta fantasia diramarsi sotto i piedi
dell'_alfier nero_ due fili, i quali, sprofondandosi nel legno del
diagramma e passando sotto a tutti gli ostacoli nemici, andavano a
finire come due raggi di mina ai due angoli opposti del campo bianco.
Egli attendeva con trepidazione una mossa sola, l'_arroccamento_ del
re avversario, per dare sviluppo al suo recondito pensiero. Senza
quella mossa tutto il suo piano andava fallito; ma era quasi
impossibile che Anderssen ommettesse quella mossa. Tom solo vedeva e
sapeva la sua occulta cospirazione e nessun giuocatore al mondo
avrebbe potuto indovinarla. Al vasto ed armonico concepimento del
bianco, il negro opponeva questa _idea fissa:_ l'_alfiere segnato_;
alla ubiquità ordinata delle forze dei bianchi i neri opponevano la
loro farraginosa unità, al giuoco aperto e sano il giuoco nascosto e
maniaco. Anderssen combatteva colla scienza e col calcolo, Tom colla
ispirazione e col caso; uno faceva la battaglia di Waterloo, l'altro
la rivoluzione di San Domingo. L'_alfier nero_ era l'Ogè di quella
rivoluzione.
La partita durava già da un paio d'ore; erano circa le nove della
sera; alcune signore si allontanarono dalla scacchiera, stanche
d'osservare, per darsi quale ad un lavoro, quale ad un ricamo, e
quale, caricando e ricaricando la pistoletta da sala, si dilettava al
piccolo bersaglio.
I due antagonisti erano sempre fissi al loro posto. L'Americano, che
non vedeva ancora lo scaccomatto e che non capiva la selvaggia tattica
del negro, cominciava ad annoiarsi ed a pentirsi dell'eccessiva
cortesia che l'aveva spinto a quella partita. Avrebbe voluto finirla
presto ad ogni costo, anche a costo di perdere; ma dall'altra parte il
suo orgoglio di razza glielo impediva; un bianco ed un gentiluomo non
poteva esser vinto da uno schiavo; inoltre la sua coscienza di gran
giuocatore e il lungo studio de' scacchi non gli permetteva di fare un
passo che non fosse pensato. Giunto alla quindicesima mossa, s'accorse
che il suo re non s'era ancora _arroccato_, alzò le mani, colla
sinistra sollevò il re, con la destra la torre, e stava già per
compiere il movimento, quando scorse nell'occhio del negro un ilare
lampo di speranza; non indovinò la ragione; stette ancora coi due
scacchi per aria studiando la partita, titubò; l'occhio di Tom seguiva
affannosamente, fra la gioia e il timore, i più piccoli segni delle
due mani, bianche come l'avorio che serravano. Anderssen, turbato,
stava per rimettere al loro posto prima i due pezzi, quando il negro
esclamò vivamente:
--Pezzo toccato, pezzo giuocato.
--Lo sapevo,--rispose in modo urbano ma secco, mentre cercava ancora
un sotterfugio per evitare la mossa, senza darsene precisamente
ragione; ma i _pezzi toccati_ erano due, bisognava _giuocarli_ tutti e
due: il codice del giuoco parlava chiaro; non era possibile altro
passo che l'_arroccamento_. Anderssen si _arroccò alla calabrista_,
come dice il gergo della scienza, cioè pose il re nella casa del
cavallo e la torre nella casa dell'alfiere. Poi piantò gli occhi nel
volto del nemico. Il negro, fatta che vide la mossa tanto sperata e
tanto attesa, tornò a fissare più intensamente che mai l'_alfiere
segnato_, ed acceso dalla emozione e dalla sua natura tropicale, non
si curava né anche di temperare gli slanci della sua fisionomia.
Correva su e giù coll'occhio dall'alfier nero al re bianco, facendo e
rifacendo venti volte la stessa via quasi volesse tirare un solco
sulla scacchiera. Anderssen vide quelle occhiate, le seguì, notò
l'alfiere, indovinò tutto; ma sulla sua faccia non apparve un indizio
solo di quella scoperta. Del resto Tom non guardava mai l'Americano;
era sempre più invaso dall'_idea fissa_ che lo dominava, Tom in quella
stanza non vedeva che una scacchiera, in quella scacchiera non vedeva
che uno scacco: fuor di quel piccolo quadrato nero e di quella figura
d'ebano, nessuno e nulla esisteva per esso. Coi pugni serrati
s'aggrappava agli ispidi capelli, sostenendosi così la testa,
appoggiato coi gomiti alla sponda del tavolo; la pelle delle sue
tempia, stiracchiata dalla pressione che facevangli i polsi delle due
braccia, gli rialzava l'epiderme della fronte; le palpebre, in quel
modo stranamente allungate all'insù, mostravano scoperto in gran parte
il globo opaco e bianchissimo de' suoi occhi. In questo atteggiamento
stette maturando il suo colpo per ben quaranta minuti, immoto, avido,
trionfante; poscia attaccò; prese una pedina all'avversario e gli
offese un cavallo. L'Americano aveva previsto il colpo. Il fuoco era
incominciato. A quella prima scarica rispose un'altra dell'Americano,
il quale prese la pedina nera ed offese la torre; cinque, sei mosse si
seguirono rapidissime, accanite. La vera lotta principiava allora. A
destra, a sinistra della scacchiera vedevansi già alcuni pezzi ed
alcune pedine messe fuori di combattimento, primi trofei dei
combattenti; l'assalto lungamente minacciato irruppe in tutta la sua
violenza; da una parte e dall'altra si diradavano i ranghi, un pezzo
caduto ne trascinava un altro, i bianchi facevano la vendetta dei
bianchi, i neri facevano la vendetta de' neri, un bianco prendeva ed
era preso da un nero, un nero offendeva ed era offeso da un bianco;
mai la legge del taglione non fu meglio glorificata. Anderssen
cominciava anch'esso ad eccitarsi. Egli aveva tutto preveduto, tutto
combinato prima; appena scoperta la trama di Tom, durante quei
quaranta minuti nei quali Tom immaginava il suo colpo fatale,
Anderssen aveva letto nelle sue intenzioni ed aveva risposto al primo
urto in modo da condurre il negro di pezzo in pezzo ad una posizione
senza dubbio attraentissima e favorevolissima pel negro stesso; ma
voleva trarlo a quella posizione a patto di sacrificargli l'alfiere.
Anderssen sapeva già che, tolto l'alfiere, Tom non avrebbe più saputo
continuare.
V'hanno degli entomati che non sanno due volte tessersi la larva, dei
pensatori che non sanno rifar da capo un concetto, dei guerrieri che
non sanno ricominciar la pugna: Anderssen pensava ciò intorno al suo
antagonista.
Giunto al varco dove l'Americano l'attendeva, Tom non vacillò un
momento, rinunciò alla posizione, sacrificò invece dell'alfiere un
cavallo, costrinse l'avversario a distruggere le due regine e la
partita mutò aspetto completissimamente.
Il pieno della mischia era cessato, i morti ingombravano le due sponde
nemiche, la scacchiera s'era fatta quasi vuota, all'epica furia degli
eserciti numerosi era succeduta l'ira suprema degli ultimi superstiti,
la battaglia si mutava in disfida. Ai bianchi rimanevano due cavalli,
una torre e l'alfiere del re; al negro rimanevano due pedine e
l'_alfiere segnato_.
Erano le undici. Evidentemente i neri avrebbero dovuto abbandonare il
giuoco. Gli astanti, vedendo la partita condotta a questi termini,
salutarono i due giuocatori e congratulandosi con Anderssen, escirono
dalla stanza ed andarono a letto.
Rimasero soli, faccia a faccia, i due personaggi nostri.
Anderssen chiese al negro:--Basta?
Il negro rispose quasi urlando:--No!--e fece un movimento; poi, nella
sua agitazione, volle mutarlo....
Anderssen lo interruppe, dicendogli con ironica intenzione:--Casa
toccata, pezzo lasciato.
Tom obbedì. Ripiombarono nel più sepolcrale silenzio. La sicurezza
della vittoria faceva Anderssen nuovamente annoiato, e già la testa
cominciava ad infiacchirglisi ed il sonno ad offuscarlo.
Tom era sempre più desto, sempre più acceso e sempre più cupo.
L'alfier nero stava in mezzo alla nuda scacchiera, ritto, deserto,
abbandonato dai suoi; una pedina soltanto gli era rimasta per
difenderlo dagli attacchi dalla torre; le altre due pedine erano
avanzatissime nel campo dei bianchi: una di queste toccava già la
penultima casa. Tom pensava. Le lucerne della sala si oscuravano. Non
s'udiva altro rumore fuor che quello d'un grande orologio che pareva
misurare il silenzio. Scoccava la mezzanotte quando l'ultima lampada
si spense; quel vasto locale rimase illuminato dalla sola candela che
ardeva sul tavolo dei giuocatori. Anderssen cominciava a sentire il
freddo della notte. Tom sudava.
Il selvaggio odore della razza negra offendeva le nari dell'Americano.
Vi fu un momento che in fondo al giardino s'udì cantarellare il
_bananiero_ di Gotschalk da un forestiere attardato che ritornava
all'albergo: Tom si rammentò quella canzone, una nuvola di
lontanissime memorie si affacciò al suo pensiero; vide un banana
gigante rischiarato dall'aurora dei tropici e fra quei rami un _hamac_
che dondolava al vento, in questo _hamac_ due bamboli negri
addormentati e la madre inginocchiata al suolo che pregava e cantava
quella blandissima nenia. Stette così dieci minuti, rapito in queste
rimembranze, in questa visione; poi quando tornò il silenzio profondo,
riprese la contemplazione dall'alfiere.
Vi è una specie di allucinazione magnetica che la nuova ipnologia
classificò col nome di _ipnotismo_ ed è un'estasi catalettica, la
quale viene dalla lunga e intensa fissazione d'un oggetto qualunque.
Se si potesse affermare evidentemente questo fenomeno, le scienze
della psicologia avrebbero un trionfo di più: ci sarebbe il
_magnetismo_ che prova la trasmissione del pensiero, il così detto
_spiritismo_ che prova la trasmissione della semplice volontà sugli
oggetti inanimati, l'_ipnotismo_ che proverebbe l'influenza magnetica
delle cose inanimate sull'uomo. Tom pareva colto da questo fenomeno.
L'_alfier nero_ lo aveva ipnotizzato. Tom era terribile a vedersi:
egli si mordeva convulsivamente le labbra, aveva gli occhi fuori
dell'orbita, le goccie di sudore gli cadevano dalla fronte sulla
scacchiera. Anderssen non lo guardava più, perché l'oscurità era
troppo fitta e perché anch'esso, come attirato dalla stessa
elettricità, fissava l'_alfier nero_.
Per Tom la partita poteva dirsi perduta; non erano le combinazioni del
giuoco che lo facevano così commosso, era l'allucinazione. Lo scacco
nero, per Tom che lo guardava, non era più uno scacco, era un uomo;
non era più _nero_, era _negro_. La ceralacca rossa era sangue vivo e
la testa ferita una vera testa ferita. Quello scacco egli lo
conosceva, egli aveva visto molti anni addietro il suo volto, quello
scacco era un vivente..... o forse un morto. No; quello scacco era un
moribondo, un essere caro librato fra la vita e la morte. Bisogna
salvarlo! salvarlo con tutta la forza possibile del coraggio e della
ispirazione. All'orecchio del negro ronzava assiduamente come un
orribile bordone quella frase che l'Americano aveva detto ridendo,
prima d'incominciare la partita:--_Se si potesse riattaccare così la
testa ad un uomo!_--e quell'incubo aumentava l'allucinazione sua.
La fronte di quella figura di legno diventava sempre più umana, sempre
più eroica, toccava quasi all'ideale e, passando da trasfigurazione in
transumanazione, da uomo diventava _idea_, come da scacco era
diventata uomo. L'_idea fissa_ era ancora là, nel centro dell'anima
del negro, sempre più innalzata, sempre più sublimata. Da mania si era
mutata in superstizione, da superstizione in fanatismo. Tom era in
quella notte, in quel momento la sintesi di tutta la sua razza.
Passarono così altre quattro ore, mute come la tomba: due morti o due
assopiti avrebbero fatto più rumore che non quei due uomini che
lottavano così furiosamente. Il pugilato del pensiero non poteva
essere più violento: le idee cozzavano l'una contro l'altra; i
concetti cadevano strozzati da una parte e dall'altra. I volti non si
guardavano più, le due bocche tacevano. A una certa mossa l'alfier
nero perdette terreno, la torre bianca colla sua marcia potente e
diritta lo offendeva e ad ogni passo minacciava di coglierlo.
L'alfiere schivava obliquamente con degli slanci da pantera la sua
formidabile persecutrice; Anderssen seguiva perplesso la corsa
furibonda dell'alfiere spingendo sempre più avanti il suo pezzo e
rinserrando il pezzo nemico verso un angolo della scacchiera. Questa
fuga febbrile, ansante, durò una intiera mezz'ora; i due re anch'essi
prendevano parte in questa frenetica scherma; e lottando anch'essi
l'uno contro l'altro, parevano due di quegli antichi re leggendarii
d'Oriente che si vedevano errare dopo la battaglia sul campo
abbandonato, cercandosi ed avventandosi fra loro tragicamente.
Dopo mezz'ora la scacchiera aveva di nuovo mutato faccia; la fuga
dell'alfiere e lo sconvolgimento dei due re, della torre e delle
pedine avevano trascinato cosifattamente i pezzi fuori dai loro
centri, che il re bianco era andato a finire nel campo nero,
sull'estremo quadrato a sinistra; il re nero gli stava a due passi
sulla casa stessa del proprio alfiere. Anderssen, abbagliato dalle
evoluzioni fantastiche dell'_alfier nero_, continuava ancora ad
inseguirlo, a rinserrarlo, a soffocarlo.
A un tratto lo colse! lo afferrò, lo sbalzò dalla scacchiera assieme
agli altri pezzi guadagnati e guardò in faccia con piglio trionfante
la sconfitta nemica.
Erano le cinque del mattino. Spuntava l'alba. La faccia del negro
brillava d'uno splendore di giubilo. Anderssen, nella foga della
caccia al pezzo fatale, aveva dimenticato la pedina nera che stava
sulla penultima casa dei bianchi alla sua destra. Quella pedina era là
già da quattro ore ed egli ne aveva sempre differita la condanna.
Quando Anderssen vide quella gran gioia sul volto del negro, tremò;
abbassò con rapida violenza gli occhi sulla scacchiera.
Tom aveva già fatta la mossa. La pedina era passata regina? No. La
pedina era passata alfiere, e già l'_alfiere_ segnato, l'_alfiere
nero_, l'alfiere insanguinato, era risorto ed aveva dato scacco al re
bianco. Il negro guardò alla sua volta con orgoglio la scacchiera.
Anderssen stette ancora un minuto secondo attonito: il suo re era
offeso obliquamente per tutta la diagonale nera del diagramma; da un
lato l'altro re gli chiudeva il riparo, dall'altro lato era inceppato
da una sua stessa pedina. Il colpo era mirabile! _Scaccomatto!_
Tom contemplava estatico la sua vittoria.
Giorgio Anderssen spiccò un salto, corse al bersaglio, afferrò la
pistola, sparò.
Nello stesso momento Tom cadde per terra. La palla l'aveva colpito
alla testa, un filo di sangue gli scorreva sul volto nero, e colando
giù per la guancia, gli tingeva di rosso la gola ed il collo.
Anderssen rivide in quest'uomo disteso a terra l'_alfiere nero_ che lo
aveva vinto.
Tom agonizzando pronunciò queste parole:--Gall-Ruck è salvo... Dio
protegge i negri...--e morì.
Due ore dopo il cameriere che entrò nella sala per dar ordine ai
mobili, trovò il cadavere del negro per terra e lo scaccomatto sul
tavolo.
Giorgio Anderssen era fuggito.
Venti giorni dopo arrivava a New-York, e là incalzato dai rimorsi, si
era costituito prigioniero e denunciato come assassino di Tom.
Il Tribunale lo assolse, prima perché l'assassinato non era che un
negro e perché non poteva sussistere l'accusa di omicidio premeditato;
poi perché il celebre Giorgio Anderssen si era denunciato da sé,
infine perché si era scoperto nelle indagini giudiziarie che il negro
ucciso era fratello di un certo Gall-Ruck che aveva fomentata l'ultima
sollevazione di schiavi nelle colonie inglesi, quel Gall-Ruck che fu
sempre inseguito e non si potè mai trovare.
Anderssen rientrò nelle sue terre col rimorso nel cuore non
alleggerito dalla più tenue condanna.
Dopo la catastrofe che raccontammo giuocò ancora a scacchi, ma non
vinse più. Quando si accingeva a giuocare, l'_alfier nero_ si mutava
in fantasma. Tom era sulla scacchiera! Anderssen perdé al giuoco degli
scacchi tutte le ricchezze che con quel giuoco aveva guadagnate.
In questi ultimi anni povero, abbandonato da tutti, deriso, pazzo,
camminava per le vie di New-York facendo sui marmi del lastricato
tutti i movimenti degli scacchi, ora saltando come un cavallo, ora
correndo dritto come una torre, ora girando di qua, di là, avanti e
indietro come un re e fuggendo ad ogni negro che incontrava.
Non so s'egli viva ancora.