CAPITOLO V.

La pioggia era cessata, le nubi si diradavano, e all'orologio del

campanile battevano i tre tocchi.

--Non mi farebbe male l'adagiarmi per qualche ora su quel divano,

pensava il visconte, dopo aver sorseggiato un mezzo bicchiere di

malvasia. Alle cinque i miei reverendi ospiti saranno in piedi, ed

io... Ma... ho ben inteso? Qualcuno ha bussato alla porta di strada...

Due colpi ancora... Chi sarà il malcreato che ad ora sì avanzata della

notto osa martellare con tanta ferocia la porta della casa

parrocchiale?...

Balzò dalla seggiola, prese il lume, attraversò lesto lesto il

porticato, fu alla porta, l'aprì, e il visconte si trovò di faccia un

giovinotto, il quale teneva tra le mani un bambinello mal coperto di

cenci, che strillava come una capretta...

--Chi siete? che volete? domandò il visconte, fissando nello

sconosciuto il suo sguardo penetrante e sereno.

--Mi scusi tanto, rispose il giovine, se ho dovuto disturbarlo a

quest'ora... Ma si tratta di un caso molto grave... Un disgraziato

forastiero che questa notte ha preso alloggio all'albergo del

_Pappagallo_, versa in grave pericolo di vita e reclama gli estremi

conforti della religione. È necessario che vi affrettiate.... Una

bella e pietosa dama, che ha prestato al poveretto le prime cure, mi

ha raccomandato la maggior sollecitudine. Voi vedete dunque,

monsignore reverendissimo...

--Io vedo, rispose il visconte al colmo dello stupore, un neonato che

strilla; e tu mi parli di un moribondo!... Che istorie son queste?...

--In verità sono istorie da perderci la testa.... Mentre io bussava

alla porta, ho sentito guaire sul lastrico questo marmocchio mal

fasciato. Sulle prime ho creduto di aver messo il piede sulla coda

d'un gatto... Ma poi... toccando... palpeggiando... ho dovuto

convincermi...

--Sta bene! interruppe il visconte; tu m'hai l'aria di un buon

figliuolo, ed io do fede alle tue asserzioni.... Questa povera

creaturina abbandonata dev'essere il frutto di qualche amore

illegittimo; fino quando non saremo riusciti ad emancipare la donna

dalla doppia tirannia che la opprime, pur troppo questi casi dello

snaturato abbandono della prole non cesseranno di riprodursi

spaventevolmente ad obbrobrio della società umana.

--Ma.... signor mio reverendissimo... mi permetto di ricordarvi che il

povero moribondo dell'albergo del _Pappagallo_... non aspetta che il

passaporto per andarsene all'altro mondo.

--Là si muore... e qui si nasce! esclamò il visconte, dimenticando per

un istante la sua compostezza da sacerdote per assumere

l'atteggiamento di Amleto.--Là si muore... e qui si nasce! Prima di

assistere al moribondo, è giusto che si provveda al neonato!

E dopo breve silenzio, il visconte si prese il marmocchio tra le

braccia, e raccomandato al giovinotto di attenderlo un istante,

rientrò frettoloso nella casa parrocchiale.

Puoi tu immaginare, o lettore, da quale farraginoso tramestío di

pensieri, di speranze, di dubbi, di desideri e di paure andasse

sconvolto, durante quel breve tragitto dalla porta di strada al

salottino della parrocchia, il cervello del nostro brillante

avventuriere?

Non era egli partito da Borgoflores per correre sulle traccie della

vezzosa contessa di Karolystria, che a mezzo del doganiere gli aveva

indicato il suo itinerario, e dimostrato il più vivo desiderio di

rivederlo? Non dovea la contessa di Karolystria prendere alloggio a

quel medesimo albergo del _Pappagallo_, che a lui si apriva quasi

prodigiosamente alle tre ore dopo mezzanotte pei reclami di un

moribondo? E chi era quel moribondo? E la dama che gli prestava

amorosamente le ultime cure, non dovea, secondo ogni probabilità,

essere la contessa di Karolystria? E quali ragioni poteva avere la

contessa per vegliare al capezzale di un morente, dopo le tante

peripezie e i tanti travagli della giornata trascorsa?

Tali le ansie, i dubbî, i desiderî. A sopracarico di questi, nella

mente vulcanizzata del visconte si introducevano scrupoli e paure

agghiaccianti.--Non era imprudenza e sacrilegio uscire nella strada in

abito da prete, ingannando la buona fede di un uomo presso a morire, e

ponendosi nella situazione di dover volgere in parodia gli

augustissimi riti del sacramento? E quale indignazione nei due buoni

reverendi che gli erano stati tanto larghi di cortesie, se

all'indomani venisse a svelarsi l'indegno abuso ch'egli aveva fatto

delle loro sottane venerande? E poi..... quel bambinello sudicio e

ghiacciaio... uscito dalla terra come un rannocchio... E poi... e

poi..,

Che volete, lettori garbatissimi? Gli uomini sono fatti così... Se in

questo complicatissimo guazzabuglio non ci fosse entrata una donna,

una bella e seducentissima donna, qual era (ve lo giuro sull'onor mio)

la contessa Anna Maria di Karolystria, il nostro eroe avrebbe dato la

sveglia ai due sacerdoti per informarli dell'accaduto, e avrebbe

seguito una linea di condotta più conforme alla squisitezza del suo

temperamento ed alle sue abitudini di perfetto gentiluomo.

In quella vece...

Osservate! Il bambinello testè raccolto sulla via ora giace adagiato

sul divano del salottino. La Società per la protezione dei. fanciulli

non ci troverebbe a ridire. Il visconte, prima di andarsene, non ha

obliato di avvolgere il neonato in un nitido tovagliolo, al quale ha

sovrapposto un soppedaneo per riparare dal freddo le gracili membra.

Il lume è spento--le imposte sono ben chiuse--il bambino ha cessato di

strillare--egli ha poppato un bicchiere di malvasia, e dorme

saporitamente colle gotuzze iniettate di porpora.

Non mostriamoci dunque troppo severi nel giudicare la condotta del

visconte. È ben vero che, per far buona figura nella città, egli si è

messo in capo un bel cappello a triangoli: ma è forse detto ch'egli

intenda di appropriarselo? Appena sbrigate le sue faccende al di

fuori, non ha egli in animo di venire a riprendere gli abiti della

contessa e di riconsegnare ai due buoni reverendi ciò che ad essi

appartiene?

Via! le intenzioni sono ottime. Per conto mio, do piena assoluzione al

visconte.

Ed ora, chi mi sa dire di quanti battiti vada pulsando il nobile cuore

del nostro eroe dacché egli ha potuto scorgere, al chiarore della

pallida luna, la desiata insegna dello albergo del _Pappagallo_?

Si arrestò sulla porta, perplesso, smarrito.

Il garzone che lo accompagnava, dovette spingerlo innanzi.

Entrarono--salirono al secondo piano--si diressero verso la stanza

segnata col numero 74.

Il garzone bussò leggermente, la porta si aperse, e una bellissima

dama.... (via! non facciamo misteri!) la contessa Anna Maria di

Karolystria si presentò sulla soglia.

Era pallida, aveva i capelli in disordine, tremava... Pure, un occhio

perspicace (il tuo, per esempio, o lettore) osservando con attenzione

quelle sembianze, non vi avrebbe scorta veruna impronta di dolore.

--Troppo tardi, reverendo! esclamò la contessa avanzandosi di un passo

verso il falso prete.--Il notaio fu più sollecito del ministro di

Dio... Così, se lo zingaro Nabakak non ha potuto, prima di esalare

l'ultimo sospiro, accomodare le sue partite coll'Essere supremo, egli

ebbe però il conforto di veder raccolta e legalizzata la sua ultima

volontà relativamente agli affari terreni. La vostra presenza, o

sacerdote, sebbene tardiva, non riesce però inopportuna. Sarà bene che

voi assistiate alla lettura del testamento che ora verrà fatta nella

sala terrena dello albergo, acciò questo atto di volontà suprema,

esercitato dal povero defunto in circostanze straordinarie e

gravissime, acquisti maggiore autorità, e possa, all'occasione, venire

appoggiato da testimonianze sotto ogni aspetto rispettabili. Signor

abate, compiacetevi dunque di seguirmi!

Proferite queste parole, la contessa, dalla porta socchiusa, accennò

al notaio di seguirla, e tutti discesero nella sala terrena, dove il

padrone dell'albergo li attendeva.

--Signori: disse il notaio colla falsa intonazione di una mestizia

rettorica; il forastiero alloggiato al numero 74 ha cessato di vivere

poco dianzi nelle braccia dell'illustrissima signora contessa Anna

Maria di Karolystria qui presente, dopo aver segnato di sua mano un

codicillo contenente le sue ultime disposizioni. Vi prego, signore e

signori, di prendere atto di questo documento. «Io, sottoscritto,

nomino ed istituisco erede di ogni mio avere la signora contessa Anna

Maria di Karolystria, la quale pietosamente mi ha assistito negli

ultimi istanti della vita, e intendo che immediatamente dopo la mia

morte, la suddetta vada al possesso dell'intero mio patrimonio, il

quale, essendo in massima parte costituito di enti animati, verrebbe a

subire un irremediabile deperimento qualora dovesse anche per poche

ore rimanere negletto. Intendo però e voglio che del fenomenale

individuo nominato Boo-bom-bomm, da me per molti anni condotto in giro

ed esposto sulle piazze di Europa, dove per la sua straordinaria

grassezza fu oggetto della universale ammirazione, la signora contessa

di Karolystria non abbia a godere che l'usufrutto; e questo fino al

giorno in cui alla suddetta venga dato, come io verbalmente le ho

indetto, di riconsegnare a chi di diritto quei duecentoventitrè

chilogrammi di carne viva, da me illecitamente posseduti e fatti

oggetto di lucro. Dopo questo, raccomando la mia anima a Dio e impongo

alla mia erede di far celebrare cento messe ad espiazione de' miei

peccati.

» Segnato: NABAKAK.»

Durante la lettura di quel documento, la contessa non avea mai

distolti gli occhi dal visconte. I tratti di quel volto

aristocraticamente profilato, che tanto distonavano colle rozze e mal

foggiate sottane del prete, richiamavano al di lei pensiero delle

confuse reminiscenze. Ella si chiedeva, non senza un leggero

turbamento, dove mai e in quale epoca della vita le fosse accaduto di

vedere quell'uomo.

Il visconte, leggendo nel cuore della contessa, la guardava

maliziosamente sorridendo, ciò che irritava davvantaggio la di lei

curiosità di donna galante e capricciosa.

Nessuno degli astanti, il grosso albergatore compreso, si avvisò di

constatare se il testamento, dichiarato olografo dal notaio, fosse

redatto nei termini e modi dalla legge prescritti. La eredità di un

povero saltimbanco non fa gola a nessuno; e poi... (questa osservazione

prima di me l'avranno fatta i lettori), essendo il massimo capitale

del legato costituito da un ammasso di carne vivente, da un individuo

che pesava duecentoventi chili e altrettanti chili di commestibili

poteva divorarsi in una settimana, l'affare, sotto le apparenze più

grasse, era da ritenersi magrissimo.

La contessa, dopo aver congedato il notaio promettendogli di recarsi

quel giorno istesso al suo studio per adempiere alle ultime formalità

dell'atto, pregò l'oste e i camerieri che eran stati presenti alla

lettura, di volerla per un istante lasciare sola col prete. La sala in

un attimo fu sgombra--il visconte e la contessa si trovarono di

fronte.

--Voi comprenderete, diss'ella guardando fissamente lo strano

sacerdote che le stava dinanzi col viso compunto e in atteggiamento

sommesso--voi comprenderete, reverendo signore, quali ragioni mi

obblighino a trattenervi meco un istante, mentre oggi avete tanto da

fare in chiesa. In questa casa c'è un morto; nella mia qualità di

ereditiera io debbo provvedere alle esequie, e voglio che queste sieno

celebrate splendidamente. Circostanze dolorose, stranissime, quasi

inverosimili, hanno condotta la contessa Anna Maria di Karolystria,

che vi sta innanzi, nella situazione di dover fare assegnamento sul

credito del suo nome e della sua alta posizione sociale per ottenere

l'esonero dalle anticipazioni richieste dalla Chiesa e dal Municipio

per le funebri pompe. Vi parlo schiettamente, signor abate.... Al

momento io mi trovo affatto sprovveduta di denaro, nè saprei, in

questa umile borgata, dove trovarne. Prima di indirizzare le mie

suppliche al Municipio, io mi rivolgo a voi, a voi, ministro di Dio, e

membro del capitolo... Fra dieci, fra otto giorni io sarò in grado di

rimborsarvi--al momento, ve lo ripeto, sono povera come Eva appena

uscita dalle coste di Adamo.

Un uomo di poca levatura, meno atto ad assaporare gli squisiti diletti

di una bella situazione drammatica e di un equivoco piccante, al posto

del visconte si sarebbe sfasciato in una grassa risata; ovvero,

dandosi prontamente a conoscere, avrebbe precipitato lo scioglimento

del duetto con una di quelle cabalette che mettono la febbre ai

vagneristi.

Da quell'uomo di gusto che egli era, il falso abate rilevò il capo, e

posando dinanzi alla contessa in atteggiamento da Levita

crucciato:--Signora, le disse, se ciò che voi asserite è la verità,

come potrete voi render conto al tribunale del supremo Giudice, alla

banca dell'Eterno cassiere, delle trecento cedole da lire venti che

ieri sera all'albergo della _Maga-rossa_ erano ancora nel vostro

portafoglio, o meglio, nel portafoglio del visconte Daguilar, vostro

salvatore ed amico?...

--In nome di Dio! chi siete voi? gridò la contessa arretrando.

--Chi son io! rispose il visconte, passando dal solenne al patetico

con una modulazione degna di Salvini--l'ingrata, non mi riconosce! Io

sono uno, che per due ore ho respirato, ho palpitato, ho sofferto i

più atroci brividi dentro le vostre gonnelle....

--Stelle del firmamento!

--E voi, signora? non avete voi pure la scorsa notte galoppato sul mio

Morello e sudato per un'ora nella mia giacca elegante di stoffa di

Bristol?...

--Voi siete... dunque!!!...

--Sì, contessa, proruppe l'altro gettandosele ai piedi e

abbracciandole le ginocchia con trasporto--io sono il visconte

Daguilar... io son quel desso che nella foresta di Bathelmatt, agli

incerti crepuscoli della sera, ho potuto ammirare di sbieco i contorni

di una Diana nuotante nelle foglie...

--Tacete! alzatevi, uomo incomparabile!... Dio!... Ciò che mi accade è

così strano... così fuori dell'ordine naturale... Se sapeste quanto

desideravo di rivedervi!... Ma... ditemi... come avviene che io vi

trovo qui? Perchè indossate quell'abbigliamento che sì male vi si

attaglia? In verità, la sarebbe da ridere, se di ridere fosse capace

una donna, agitata, qual io mi sono, da avvenimenti e da

preoccupazioni sì gravi, da soperchiare ogni frivolo istinto.

Il visconte, ripresa la spigliatezza della indole sua cavalieresca e

brillante, narrò succintamente alla contessa quanto gli era accaduto

dacchè si erano separati. Immagini il lettore se quel racconto venne

ascoltato con meraviglia e commozione!

--Visconte! esclamò la contessa stendendo al giovane la sua bella mano

diafana e sottile--la vostra avventura è davvero singolarissima; pure,

se io avessi a narrarvi le strane sorprese a me toccate dacché giunsi

in questo albergo, voi rimarreste, pel restante dei giorni che il buon

Dio ha segnati alla vostra esistenza, colle ciglia inarcate, Ma questo

non è luogo dove si possano senza pericolo rivelare certi segreti...

Qualche briccone potrebbe spiarci.... Ascoltate! le campane suonano

l'_Angelus_... a momenti la chiesa sarà aperta ai fedeli... Là potremo

rivederci e stabilire i nostri patti d'alleanza offensiva e

difensiva... Andate! precedetemi!... fra dieci minuti prometto

raggiungervi...

--Ma, vi pare, contessa! con questo abito da prete!...

--È l'abito che conviene all'ambiente.

--E le vostre superbe vesti rimaste nella casa del parroco?...

--A me non preme di riaverle, e il buon prete si terrà soddisfatto del

cambio.

--Ma il vostro portafoglio... il vostro orologio...

--Miserie che appartengono al passato. Fra il mio passato ed il mio

--avvenire da questo momento si apre un abisso.

--Contessa di Karolystria, vado ad attendere i vostri ordini.

E il visconte, fatto un inchino sbilenco da prete digiuno, usciva

dignitosamente dall'albergo per avviarsi alla chiesa, mentre la

contessa in preda ad una esaltazione indescrivibile, soffermandosi al

banco dell'oste ordinava una colazione di ventiquattro _bistecche_

guarnite di dieci chili di patate fritte.

Quella colazione era destinata a Boo-boom-bom, l'uomo più grasso del

mondo, sul quale, in seguito al legato dello zingaro Nabakak, la

contessa cominciava ad esercitare i suoi diritti di usufrutto.

La contessa di Karolystria: Storia tragicomica · 第 11 / 20 题