CAPITOLO III.

Non era scritto nei fatti che il nostro gentiluomo in gonnella,

dovesse passare la intiera notte in quell'antro di lupi polizieschi.

Infatti, trascorsi pochi minuti, i catenacci cigolarono, e il

commissario ricomparendo sulla soglia annunzio con lugubre voce al

detenuto la visita del conte Bradamano di Karolystria, elettore

dell'impero e arcidecano del grand'ordine della Cervia Massonica.

--Il marito! pensò il visconte trasalendo; s'egli si avvede

dell'equivoco, la contessa è perduta... Procuriamo di ritardare la

catastrofe...

E mentre il conte Bradamano di Karolystria si avanzava con passo da

tiranno, stampando sul suolo delle orme che spaccavano i mattoni, il

nostro cavalleresco eroe cadeva in ginocchio a ridosso d'una seggiola

appoggiata alla muraglia, e giungendo le mani in atto dì pregare,

seppelliva in quelle le sue guancie rubiconde e paffute.

Il conte Bradamano pregò il commissario di ritirarsi, e facendosi più

innanzi, investì il genuflesso con una occhiata fulminea. I suoi

speroni mandavano un sinistro cigolìo.

La persona, che in atto di umile e desolata preghiera gli volgeva le

spalle e le calcagne, non poteva che essere una donna colpevole. Il

cappellino bizzarro a piume azzurre, la magnifica veste da amazzone

stabilivano l'identità di quella dama. Quel cappellino il conte

l'aveva donato a sua moglie nell'anniversario del malassortito imeneo.

L'elegante ciarpa di raso, ricamata in oro, che il visconte teneva

annodata al collo, ricordava al terribile marito un altro regalo da

lui fatto all'indegna, in un lucido intervallo di tenerezza

coniugale... Quella ciarpa gli era costata cinquecento rubli...

Cappellino, amazzone, ciarpa, tutto concorreva a denunciare la perfida

moglie... La contessa era là... L'occhio grifagno, l'artiglio adunco

del marito le stavano sopra.

--Sciagurata! tu preghi? esordì il conte con voce sepolcrale...

Il visconte, compreso dalla stranezza quasi inverosimile della propria

situazione, sprofondando la testa nelle mani, diede in uno scroscio di

risa che sembrava una scarica di singhiozzi.

--E tu piangi! proseguì l'altro, ingrossando la voce...

La seggiola sulla quale il visconte era appoggiato, scricchiolava

sotto gli scoppi delle sue risa irrefrenabili.

--Per chi preghi? Per chi piangi?... Ma alzati, dunque! Questi mattoni

screpolati ti sciupano la gonnella... Dio! uno strappo!... due

strappi!... Quante ammaccature sul cappello!... Un cappello che mi è

costato seicento rubli!... Non importa... Oramai tu hai finito di

smungermi... Le tue lagrime, le tue moine non fanno più breccia. Mi

hai detto mille volte che ero un mezzo uomo; diverrò uomo tutto

intero, e un uomo corazzato, per giunta. Non credere che io sia mai

per ricondurti al castello dei miei padri. Se ho spedito dei

telegrammi a cento città dello impero per ottenere il tuo arresto,

l'ho fatto perchè pretendo, perchè esigo che tu mi renda il denaro e i

gioielli che mi hai rubati. Mi hai tu capito, o femmina immonda? Il

mio denaro, i miei gioielli, e poi il diavolo ti porti!

Le parole: _denaro_, _gioielli_, erano articolate su due note rauche e

stridenti, che mettevano raccapriccio.

Il visconte, sempre inginocchiato colla testa sprofondata tra le

braccia, studiava uno stratagemma per uscire da quella posizione che

oramai cominciava ad annoiarlo.

--Ah! tu vuoi dunque che io ricorra ai mezzi estremi! riprendeva

l'altro con voce più cupa; ebbene: tal sia di te; ma bada che questa

volta ti lascerò il segno... Sai tu cosa significa la forza

irresistibile? Rispondi, sciagurata, lo sai?... Or bene: te lo diranno

gli avvocati, te lo diranno i giurati alla Corte di Assise... quand'io

con queste mie mani, tramutate in artigli da pantera, ti avrò

afferrata per il collo e strozzata come un pollastro...

E il conte Bradamano, cogli occhi iniettati di sangue, colla bocca

spumosa e le narici frementi, già stava per slanciarsi a ghermire la

sua vittima, quando il visconte, balzato in piedi lestamente, lo

investì di fronte e gli applicò sulle guancie due schiaffi così

poderosi, che avrebbero ammaccata la faccia della luna.

Il conte barcollò...

Tentò di avventarsi... voleva parlare... voleva gridare... ma le gambe

lo reggevano a stento e la voce non gli usciva dalla strozza.

All'impeto della collera era succeduta in lui una sincope di stupore.

Schiaffeggiato da una donna!... Un conte Bradamano, un elettore

dell'impero, un arcidecano del grand'ordine della Cervia Massonica,

che si riteneva inviolabile...!

E quella donna (oramai egli era in grado di giudicarne) non era sua

moglie, bensì una incognita minacciosa e terribile, che aveva mostrato

di saper picchiare più forte di lui.

Mentre i due antagonisti si sfidavano collo sguardo, il commissario di

polizia entrò nella stanza, e inchinandosi rispettosamente, presentò

al conte una lettera.

Lo scritto era umido ancora... i caratteri eran quelli della contessa

di Karolystria.

Livido dallo stupore, il conte leggeva battendo i denti.

«Uomo brutale,

«È vano che tu mi insegua. Al momento in cui ti verrà consegnato

questo scritto, io non sarò più in Borgoflores; la mia puledra mi

trarrà lungi, ben lungi, ben lungi... Se vorrai prendere alla _Maga

rossa_ delle informazioni sulla mia partenza, ti converrà saldare i

due conti che qui ti accludo, due conti da me liquidati e fatti

iscrivere al tuo nome. Tanto per tua norma.

»ANNA MARIA.»

Sulle due noticine involte nella lettera stava scritto:

» Abito di moerro confezionato, con guarnizione

di raso e bott. di corallo L. 600 50

» Per rinfresco a due cavalli e

vino al doganiere » 3 50

» Candele steariche e servizio » 10 75

--Commissario, urlò il conte Bradamano, sbarrando gli occhi come un

ossesso; per quante porte credete voi che una donna a cavallo possa

uscire da Borgoflores?

--La cittadella ha dieci porte, rispose il commissario, e queste,

salvo errore, servono tanto per l'uscita come per l'entrata delle

persone d'ambo i sessi.

--Or bene: è necessario che sull'istante, da ciascuna porta escano due

carabinieri a cavallo... Si tratta di inseguire mia moglie... avete

capito, signor commissario?... mia moglie che mi tradisce, che mi

deruba, che mi assassina nell'onore... Su, dunque! Che fate lì, con

quell'aria da trasognato?... Se entro un'ora voi non riuscite a far

trascinare quella perfida a' miei piedi, vi do parola che domani

sarete dimesso dall'impiego e punito della vostra negligenza con

ventiquattro giri di verghe.

Il commissario, punto atterrito da quelle minaccie, rispose colla

massima calma:

--Vi prego, o signore, di riflettere che noi ci troviamo in presenza

di una dama la quale venne testè arrestata sotto l'imputazione di

essere vostra moglie. Come si spiega ora?...

--Se costei fosse mia moglie, disse il conte bruscamente, credete voi,

uomo di poco senno, che io reclamerei l'intervento dei vostri

carabinieri per arrestarla?

--Gentildonna, riprese il commissario indirizzandosi al visconte,

quando noi, in ossequio agli ordini ricevuti, vi abbiamo intimato di

presentarci il passaporto, voi ci avete esibito una carta da visita,

affermando nello stesso tempo a viva voce di essere voi la contessa

Anna Maria di Karolystria. Ora, come avete udito, l'eccellentissimo

signor conte oppone un formale diniego alle vostre asserzioni....

Degnatevi dunque, o signora, di sciogliermi questo enigma. Sebbene

nella condotta del signor conte io riconosca esservi qualche cosa di

anormale e di inesplicabile, voi converrete, o signora, che anche il

vostro contegno in questa imbrogliata vertenza non si presenta

abbastanza corretto per escludere ogni supposizione meno favorevole

alla vostra onoratezza.

Il visconte, che fin là era rimasto mutolo cercando una scappatoia per

uscire da quella falsa posizione, atteggiando il volto a mestizia, con

voce supplichevole rispose:

--Io vi ho dichiarato il mio nome, io vi ho presentato un documento,

mio marito poco dianzi ha mostrato di riconoscermi. Signor

commissario, ne attesto il cielo, ne attesto tutti i santi, io sono la

sola donna che sulla terra abbia il dritto di chiamarsi Anna Maria

contessa di Karolystria, Via, Bradamano! guardami bene...

riconoscimi... Questo elegante cappellino ch'io tengo in testa...

questa splendida ciarpa ricamata in oro... questa veste... questi

gioielli... non rappresentano altrettanti pegni della tua generosità e

del fervido amore che mi portavi in altri tempi?

Il conte guardava fissamente, cogli occhi gonfi di lacrime, e pareva

affermasse con meccanico ondulamento del capo.

Poi, come riscuotendosi da una momentanea allucinazione, slanciossi

col pugno alzato verso il visconte.

--In nome di Dio! esclamò questi riparandosi dietro le spalle del

commissario, difendetemi da questo pazzo furioso!

--Pazzo! lo aveva sospettato... Venite, povera contessa... mettetevi

in salvo!

Il conte, avventandosi con tutto l'impeto della sua rabbia, andò a

stramazzare presso l'uscio che si chiudeva fragorosamente dietro i

passi del commissario e del visconte,

--Maledizione! Maledizione! ruggiva lo sventurato, avvoltolandosi sul

pavimento.

Frattanto, il commissario spediva al manicomio un avviso perché gli

mandassero due guardie provvedute di una camicia di forza; e il

visconte, rimasto libero, scambiate poche parole con un doganiere che

lo attendeva alla porta, si dirigeva a passo concitato verso l'albergo

della _Maga-rossa_.

Chi era quel doganiere? domanderanno i lettori meno perspicaci. Perché

era là, appostato, ad attendere il visconte? Cosa si dissero in quel

breve colloquio?...

Il doganiere era quello stesso (fate di sovvenirvene), al quale il

visconte, al momento del suo arresto, aveva affidata la puledra perché

la conducesse all'albergo della _Maga rossa_.

Il buon ragazzo, adempiendo scrupolosamente alla commissione ricevuta,

aveva parlato colla contessa, e questa a sua volta lo aveva

incaricato, se per caso gli fosse occorso di poter abboccarsi col

visconte, di comunicargli colla maggior segretezza i suoi divisamenti.

Per tal guisa, il nostro gentiluomo venne a sapere che la bella

signora di Karolystria intendeva partire quella notte istessa alla

volta di Mirlovia; che giunta colà, essa avrebbe pernottato

all'albergo del _Pappagallo_ per proseguire il viaggio al mattino

seguente; ch'ella aveva ripresa la sua puledra, lasciando il cavallo

del visconte nella scuderia dell'albergo; che infine gli abiti del

visconte erano stati rinviati alla foresta di Bathelmatt a mezzo di un

guattero di buona volontà, del quale non si era più avuta contezza.

Raccolte queste informazioni, e promessa una larga mercede al

doganiere, il visconte, come abbiam detto, correva alla _Maga rossa_;

quivi giunto traeva dalla stalla il suo Morello, e senza mutare

d'abiti, nel suo splendido abbigliamento da amazzone, montava in sella

e partiva di galoppo sulle orme della bella fuggitiva.

Il visconte amava dunque la contessa? No. Il visconte amava le

avventure, ed era anche (è tempo che i lettori ne siano informati) un

enfatico propugnatore dell'emancipazione della donna.

La contessa di Karolystria: Storia tragicomica · 第 9 / 20 题