I togati Romani arbitri in tutto?

e commise agli edili che quind’innanzi più alcun cittadino non

comparisse nel foro o nel circo, se non deposto prima il mantello.» C.

XL.

[80] «A Marco Olconio Rufo, figlio di Marco, duumviro incaricato per

la quinta volta dell’amministrazione della giustizia, quinqueviro

per la seconda volta, tribuno dei soldati eletto dal popolo, flamine

d’Augusto, patrono della colonia, per decreto de’ decurioni.»

[81] «Marco Olconio Rufo e Marco Olconio Celere a propria spesa

eressero una cripta, un tribunale, un teatro a lustro della Colonia.»

[82] «A Marco Olconio Celere duumviro di giustizia, cinque volte

designato sacerdote d’Augusto.»

[83] De Rich, _Diz. d’Antichità_, voce _Thymele_.

[84] Parte I, cap. I, p. 6.

[85] Lib. cap. 13. 2.

[86] _Epist. Ex Ponto._ Epist XVI.

[87]

Indi fidai con gravi accenti al tragico

Coturno, qual dovea, regal subbietto.

Trad. dell’ab. Paolo Mistrorigo.

[88]

Io salvarti potei e mi domandi

Se struggerti non possa?...

_Instit. Orat._ VIII. 5.

[89]

Quasi invasa da un Dio, qua e là son tratta.

[90]

Le pugne de’ centimani

Sacrileghi giganti

Cantar tentai: ho cetera

Pe’ carmi altisonanti.

[91] _Tristium_, lib. II. 519.

[92] Id. lib. V. 7. 25.

[93] _Inst. Orat._ X. I. «che può essere paragonata a qualunque

tragedia greca.»

[94]

LA NUTRICE.

Partiro i Colchi; nulla fu la fede

Del tuo consorte e di dovizie tante

Più nulla resta a te.

MEDEA.

Resta Medea.

_Atto_ II. _Sc._ I.

[95]

TESEO.

Di’, qual delitto colla morte intendi

D’espiar?

FEDRA.

Quello ch’io vivo.

[96]

Tempo vegg’io propizio

In avvenir lontano,

In cui torrà gli ostacoli

Fremente l’oceano,

Ed ingente una terra apparirà;

Nè Tile fia più l’ultima;

Ma nuovi mondi Teti scoprirà.

Mia trad.

[97] Lipsia, 1822.

[98] Lipsia, 1852.

[99] _Antichità di Pompei._ Vol. IV.

[100]

Ecco d’eroici sensi menar vampo

Cianciator grecizzante.

_Sat._ I. v. 69. Trad. V. Monti.

[101] Le publicai tradotte in un volume: _Publio Siro — I Mimiambi._ —

Pagnoni, 1871.

[102] _Nat. Hist._, IX. 59.

[103]

Quei cui parrà tuo genio al suo conforme

Con l’un pollice e l’altro avvien che innalzi

Fautor suoi plausi a’ marzïal tuoi ludi.

_Epist._ lib. 1. ep. XIX 66. Trad. Gargallo.

Vedi anche Plinio _Nat. Hist._ XXVIII, II. 3.

[104]

Nè l’opra tua puoi vendere a cotesta

Gente nel foro o nel teatro.

_Epig._ Lib. VII. 64.

[105] Lib. IV. 15.

[106] _Paradox._ III, 2. _De Orat._ III.

[107] Pag. 46.

[108] _In Pericle_ 13.

[109] Lib. V. 9. 10.

[110] Cap. V.

[111] «Egualmente sono a lui dovuti e il tempio della gente Flavia e

uno stadio e un odeum ed una naumachia, delle cui pietre di poi valsero

alla riparazione del gran circo, i due lati del quale erano stati

incendiati.»

[112] I giuochi di Achille in onor di Patroclo sono narrati nel libro

XXIII dell’_Iliade_.

[113]

Questi torneamenti, e queste giostre

Rinnovò poscia Ascanio, allor ch’eresse

Alba la lunga; appresegli i Latini;

Gli mantenner gli Albani; e d’Alba a Roma

Fur trasportati, e vi son oggi; e come

E l’uso e Roma e i giochi derivati

Son dai Trojani, hanno or di Troja il nome.

_Æneid._ Lib. V. 596-601. Trad. Annib. Caro.

[114] _Annales._ Lib. XI. C. XV.

[115] Da αμφι, _da ambe le parti_, e da θεατρον, _teatro_.

[116] _Nat. Hist._ Lib. XXXVI.

[117] «Ciò che non fecero i Barbari fecero i Barbarini.»

[118] Narra a tal proposito Dione che Nerone accolse benignamente

e onorevolmente quel re, facendo, oltre altre solennità, anche ludi

gladiatorj in Pozzuoli. Fu prefetto di essi Patrobio Liberto, e ne

fu tanta la magnificenza, che nessuno nello spazio d’un sol giorno

potesse entrar nell’anfiteatro all’infuori degli uomini, delle donne

e dei fanciulli Etiopi; onde Patrobio ne riportasse onore. Ivi il Re

Tiridate, sedendo in luogo principale, con dardo colpiva le fiere e con

un solo colpo ferì due tori ed uccise. Queste feste compiute, Nerone lo

condusse a Roma e gl’impose la corona.

[119] «Cajo Quinzio Valgo figlio e Marco Porcio figlio di Marco

Duumviri Quinquennali, hanno per onore della Colonia costruito col

proprio denaro l’anfiteatro, concedendone ai Coloni il posto in

perpetuità.»

[120] Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, pontefice Duumviro incaricato

di rendere giustizia.

[121] Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, padre, Duumviro per la

giustizia, quattroviro quinquennale, prefetto, per decreto de’

Decurioni, al mantenimento della legge Petronia.

[122] Gli scavi ripresi nel 1813 e durati fino al 1816 lo misero

interamente alla luce, come trovasi di presente.

[123] «Il Patrono del sobborgo Augusto Felice sopra i ludi per decreto

de’ decurioni — T. Atullio Celere figlio di Cajo Duumviro sopra i

ludi, le porte e la costruzione de’ cunei, per decreto de’ Decurioni. —

Lucio Saginio, Duumviro, incaricato dalla giustizia fece, per Decreto

de’ Decurioni, gli aditi. — Nonio Istacidio figlio di Nonio, cilice,

Duumviro sopra i ludi fe’ gli aditi. — Aulo Audio Rufo figlio di

Aulo Duumviro sopra i ludi, e fe’ gli aditi. — Marco Cantrio Marcello

figlio di Marco Duumviro sopra i ludi e fece tre cunei, per decreto de’

Decurioni.»

[124] Io ho creduto di tradurre _sopra i ludi_ e non _pour les jeux_,

come tradusse Bréton, e la parola _lumina_, non come il Garrucci e il

Mommsen e altri per illuminazione, ma per aditi, cioè i vomitorj, porte

e spiragli de’ sotterranei, perchè mi parve più naturale e probabile

che coi cunei si facessero i relativi aditi, androni ecc., e nel

diritto romano si trovi sempre usata la parola _lumina_ per indicare le

finestre. Così anche l’abate Romanelli.

[125] _Pompeja_ p. 227 e 228 seguendo la lezione di Rénier: la ragione

ne è fornita dopo la lettera di Rénier.

[126] Lib. 5, 24:

Ermete de’ Locarii arricchimento.

Trad. Magenta.

[127]

All’alte file io giunsi, ove la turba,

Dalla bruna e vil veste, spettatrice

Tra le femminee cattedre sedea;

Però che tutto quanto era all’aperto

Di cavalieri e di tribuni in bianco

Abbigliamento si vedea stipato.

Mia trad.

[128] La famiglia gladiatoria di Numerio Popidio a 28 ottobre darà

in Pompei una caccia, e a’ 20 di aprile si metteranno le antenne ed i

velarj.

[129] La famiglia gladiatoria di Numerio Festo Ampliato giostrerà

di nuovo a’ sedici maggio e vi sarà la venazione e si metteranno i

velarii.

[130] Senec. _Epist._ 95 e Lamprid. _Commod._ 18 e 19.

[131]

Scorpo son io, del circo onor solenne,

Tuo plauso, o Roma, e breve tuo contento.

Morte al ventisettesmo anno m’ha spento;

Contò mie palme, e già vecchio mi tenne.

Lib. X, ep. 57. Trad. Magenta

[132]

Oggi.... il solo Circo

Tutta nel suo giron comprende Roma....

Sì, dal fragor che intronami l’orecchio,

Vincitor ne argomento il verde panno.

_Sat._ XI. v. 195-96. Trad. Gargallo

[133]

De’ vincenti ronzon proclamatore,

Siede il Pretor in trionfal corredo.

_Sat._ XI. 191-93. Trad. Gargallo.

[134] «Abbia contro sè irata Venere pompejana chi a questa insegna

porterà offesa.»

[135]

Gli abbattimenti

Colla sinopia, e col carbon dipinti,

Quand’io talor di Rutuba, di Flavio,

O di Placideian, a gamba tesa

Stommi a guatar, qual se verace fosse,

Di que’ prodi il pugnare, il mover l’arme,

Lo schermirsi, il ferir....

Trad. Gargallo.

[136] _Hist._ Lib. 11. 88.

[137] «Giurammo fede ad Eumolpione, sotto pena di essere abbruciati,

legati, battuti, ammazzati, e quant’altro fosse esatto da lui,

consecrandogli religiosamente, come i veri gladiatori consacrano a’

loro padroni, i corpi nostri e la vita.» _Satyricon_. Cap. XXVII, trad.

Vinc. Lancetti.

[138]

Di peggio che si può, tranne l’arena?

E ancor qui trovi il disonor di Roma.

Eccoti un Gracco: mirmillonic’arme

Egli non veste: non impugna scudo,

O adunca falce: arnesi son cotesti

Ch’egli condanna; anzi condanna e abborre.

Nè il volto asconde sotto l’elmo; il mira:

Squassa il tridente, e poi che mal librata

La mano scaglia le sospese reti,

Dassi a fronte scoperta e a gambe alzate

Spettacolo a l’intorno. — È desso, è Gracco!

(Gridan tutti); la tunica l’attesta,

E l’aurea nappa che gli fascia il collo

E avvolta al pileo sventolando ondeggia.

Ond’è che il seguitor, vistosi astretto

Con un Gracco a pugnare, in sè ne freme

Qual d’un’onta peggior d’ogni ferita.

_Sat._ VIII. Trad. Gargallo.

[139] «I Campani, per odio de’ Sanniti, armarono di quelle ricche

spoglie i gladiatori, che appellarono col nome di Sanniti.»

[140]

Chi non le ha viste impalandrate e d’unto

Atletico incerate; e chi non vide

Lor colpi, bagordando a la quintana?

Con l’asta in pugno e con lo scudo in braccio

Assal, ferisce, martella, disbarba,

Tutte osservando del giostrar le leggi....

O matrona arcidegna de la tromba

Che di Flora all’agon le prodi invita!

Se non che, a maggior opra il cor rivolto,

Già s’apparecchia a la verace arena.

Qual vuoi trovar pudor in una donna,

Che il biondo crin in lucid’elmo accolga;

Che, schiva al sesso, a vigor maschio aneli?

_Sat._ VI, 218 e segg. Trad. di T. Gargallo.

[141] Atto III.

[142]

Cogniti a tutti i borghi un di costoro

Cornette e trombettier, de’ gladiatori

Girovaghi compagni, indivisibili;

Questi già un dì spettacolo, son ora

Que’ che danno spettacoli; e del popolo

Adulatori, a un suo volger di pollice,

Uccidon chi si sia popolarmente.

Trad. _Gargallo_.

[143]

...... il pollice chinato,

La pudibonda vergine commanda

Che sia trafitto del giacente il petto.

[144] Atto V.

[145] _Nat. hist._ lib. XXXIV. «Fece un ferito morente, in cui si

potesse comprendere quanto in lui restasse ancora di anima.»

[146] Byron. Pellegrinaggio di Childe Harold c. IV. st. CXL., CXLI.

[147] «Stima (il popolo) ingiuria, perchè non periscano volontieri.»

[148] «Il cadavere del gladiatore venga trascinato coll’uncino e lo si

ponga nello spoliario.»

[149] Bond, scoliaste d’Orazio, le vuol dette Ambubaje dall’essere per

ebrietà balbuzienti.

[150]

Or qual mai sia la razza prediletta

A’ nostri maggiorenti, e che mi sprona

A fuggir come lepre, in brevi detti

(Nè pudor men ritiene) io ti confesso

Roma, o Romani, divenuta greca

(Benchè la feccia achea qual può formarne

Picciola quota?) digerir non posso.

Pria di questa nel Tebro il siro Oronte

Era sboccato; e già sermon, costumi,

E flauti e cetre da le corde oblique

Seco tratti vi avea, frigi timballi,

E merce di fanciulle al Circo esposta.

Voi, cui fan gola barbare lupatte

Vario-mitrate, itene pure a loro.

Trad. Gargallo.

[151]

E truppe d’ambubaje e speziali,

Mimi, accattoni e zanni, afflitta è tutta

Questa bordaglia dell’estremo fato

Di Tigellio cantor, poichè per essa

Generoso fu sempre.

Mia trad.[152]

[152] A Gargallo mi sono sostituito, non avendo egli serbato fedeltà al

primo verso d’Orazio, che tradusse:

Troppo di canterine e vendi-empiastri.

La citazione, mettendo in disparte la parola _ambubaje_, sarebbe stata

perfettamente inutile.

[153]

Ditelo voi di Lepido nepoti,

Di Fabio il ghiotto e di Metello il cieco,

Qual gladiatrice (_ludia_) mai vestì tai vesti.

Trad. Gargallo.

[154] Svetonio, _in Neronem_. Cap. XII.

Vedemmo Pasifae dal toro coperta

E la prisca favola or fede ha più certa.

Gli antichi più, o Cesare, non vantin lor gesta:

Checchè fama celebra l’arena ci appresta.

Trad. Magenta.

[155] _In Claud._ c. XXI.

[156] _Id. In Neron._ 12.

[157] _Id. In Tit._ c. VII.

[158] _In Domitianum_, c. V.

[159]

Checchè ti mostrano di più preclaro

L’Anfiteatro e il Circo i splendidi

Flutti di Cesare qui ti mostraro.

Il lago scordinsi Fucin le genti,

E di Nerone gli stagni: ai posteri

Questo spettacolo sol si rammenti.

Trad. Magenta.

[160] _In August._ c. XLIII.

[161] _Ad V. Æneid._ 114.

[162] _Epist._ VII, ep. 1.

[163] _Hist._ Lib. XXXIX, c. 22.

[164]

Quel toro, che già poco

Scorrea, punto dal fuoco,

Nell’arena i bersagli a rovesciar,

Cadde alfin, dal suo tratto

Cieco furor, nell’atto

Che credea l’elefante in aria alzar.

_De Spectaculis._ Ep. 21. Tr. Magenta.

[165] _In Cæsar._ c. 39.

[166] _Nat. Hist._ Lib. VIII, c. 2.

[167] _In Galbam_, c. 6.

[168] Lib. LXI. c. 17, anche Svetonio il riporta _In Neronem_, c. XI.

[169] _Epig._ lib. 1. 7.

L’aquila, onde su l’etere

Recare il putto illeso,

Al sen con l’ugne timide

Si strinse il caro peso.

Tr. Magenta.

[170] _Id._ Lib. V. 55.

Dimmi, o regina degli augei, chi porti?

Il Tonante.

Trad. id.

[171] _In Domit._ c. 4.

[172]

Che il Dio belligero

Per te distinguasi

Nell’armi ognor,

Non basta, o Cesare,

Per te distinguesi

Venere ancor.

La fama d’Ercole

Vantava l’inclita

Nobil tenzon,

Quando nell’ampia

Nemea boscaglia

Spense il lion.

Taccian le favole,

Chè fatti simili

Per tuo favor

Oprarsi, o Cesare,

Da man femminea

Vedemmo or or.

_Epigr._ 8. Trad. Magenta.

[173]

Come al scizio ciglion Prometeo stretto

Nutre l’augel col rinascente petto,

Laureol così da vera croce pende,

E ad orso caledonio il fianco stende.

Palpitavan sue viscere, grondanti,

Lacere, e a corpo uman più non sembianti.

La pena alfin scontò del parricidio,

Del fero nel padron commesso eccidio,

Del rapito nei templi oro nascosto,

O dell’iniquo fuoco a Roma posto.

Nei delitti costui gli antichi ha vinti;

Ma fur gli strazj suoi veri e non finti.

Lib. _De Spectæ. Epig._ 9. Trad. Magenta.

[174] _Storia della Prostituzione_, Vol. I. Cap. XVIII.

[175] Ode, _La Ghigliottina_.

[176] Schroek: Christliche Kirchengeschichte. Vol. VII, p. 254.

[177] _Storia degli Italiani_, vol. I, pag. 277.

[178] _In Ner._, c. XI.

[179] _Diz. delle Antichità._

[180] _Varr._ 8 L. L. 41.

[181] _Delle antiche Terme di Firenze_, pp. 67 e 68.

[182] La camicia di tela che usiamo noi, imitò l’uso ed il nome dal

_camiss_ persiano, e pare introdotta verso la metà del XII secolo.

[183]

L’ottava ora tien fissa:

Di Stefano sai quanto ha i bagni accosto.

Ci laverem tantosto:

Tr. Magenta.

[184]

Il bel verde, sottil marmo caristo,

L’agata, il tasio e la gentil corniola,

Non han qui luogo, e di restarne escluso

Lagnasi ancora il serpentin più raro:

Sol qui fan pompa e il porporin granito

Porfido di Numidia e il marmo frigio

Cui d’Ati il sangue colorì la vena;

E i più preziosi di Sidonia e Tiro.

Per ornamento delle porte, appena

S’ammette il verde di Laconia unito

Al sinadico marmo in lunghe strisce,

Onde si forma un color misto e vago.

De’ chiari vetri al vario raggio opposte

Splendon le stanze e gli archi d’or fregiati,

E di chi parte od entra in essi i volti

Stupido il foco stesso in tante avvolto

Lucide spoglie men superbo impera;

Il sole allor che l’ampia casa investe

Sè stesso adorna e fa più chiaro il giorno,

E nel passar fra queste fiamme ardenti

Acquista forza, e ’l proprio foco accresce.

Nulla v’è di plebeo, nè qui si vide

Faticar l’arte in liquefar metalli.

Son d’argento i canali, ove felice

Ha l’onda il corso e son d’argento i vasi

Ov’ella cade, e di sè stessa amante

Si specchia in essi e di partir ricusa.

Trad. dell’ab. Fr. Maria Biacca.

[185]

Chi di Neron peggiore?

E quale di sue terme opra migliore?

Trad. Magenta.

[186]

Di Tigellin nei bagni, o in quei si pone

D’Agrippa o Tito?

[187] _Roma._ Amstelodami apud Io. Wolters 1689, p. 491.

[188] _Diz. delle antich. Greche e Rom._ Vol. 2 p. 342.

[189] «Che mai convenga provvedere nelle pubbliche terme e ne’ ninfei

per l’abbondanza de’ cittadini.» — _Impp. Theodos. et Valent._ Cod.

II. 42. 5 e al n. 6: «Amiam meglio che l’acquedotto del nostro palazzo

abbia a servire alle commodità delle pubbliche terme e de’ ninfei.»

[190] «Se diligentemente alcuno avesse a tener conto delle copiose

acque pubbliche nei bagni, nelle piscine, nelle case, negli sbocchi,

nelle ville suburbane, e la grandezza degli archi costruiti per

condurre, i monti scavati, le convalli appianate, confessar dovrebbe

nulla esservi di più maraviglioso nell’universo.»

[191] «Agrippa, nella sua edilità, annessa l’Acqua Vergine, le altre

regolate ed emendate, fece 700 laghi (grandi serbatoj), oltre 105

salti, 130 castelli e molte altre cose magnifiche di manutenzione. Alle

opere impose 300 statue tra di bronzo e di marmo e 400 colonne marmoree

e tutte queste cose nel solo spazio di un anno.»

[192] «E il soprintendente delle acque debbe pertanto essere non solo

diretto dalla scienza del periti, ma eziandio dalla propria esperienza,

e non deve servirsi dei soliti architetti che s’impiegano in quella

tal parte, ma ancora consultare non meno la fedeltà che l’acutezza

dell’ingegno di altri per conoscere quali cose domandino un pronto

riparo, quali ammettano dilazione; quali opere debbansi compire dagli

appaltatori, quali si abbiano a far eseguire dagli artefici delle

famiglie.»

Frontin. _De Aquæduct._ CXIX. Tr. di Baldassare Orsini.

[193] _Pompejanarum Antiquitatem Historia Curante, J. Fiorelli edita.

Neapoli_ 1860. I. 8.

[194] «Nelle Terme di Marco Frugio, da bagni di acqua marina e di acqua

dolce, Gennaro Liberto.»

[195] «Per la dedicazione delle terme, a spesa di Cneo Allejo Nigidio

Majo, vi saranno caccia, atleti, spargimento di profumi e velario. Viva

Majo principe della Colonia!»

[196]

Per finirla, tu re, mentre ne andrai

Al bagno d’un quattrin.[197]

Trad. Gargallo.

[197] _Quadrante_ più propriamente, ed era una piccola moneta di rame

pari in valore di un asse.

[198]

Dopo i torridi bagni vi tuffate

Nell’onda algente, onde così col gelo

La calda cute più in vigor rendiate

_Carm._ IX.

Petronio afferma la stessa cosa.

[199] «Marco Nigidio Vaccula con denaro proprio.»

[200] «Gneo Melisseo Apro; figlio di Gneo, e Marco Stajo Rufo, figlio

di Marco, Duumviri incaricati di nuovo della giustizia, hanno per

decreto de’ decurioni e con pecunia publica fatto fare questo bacino

che costa settecentocinquanta sesterzi.»[201]

[201] Circa 160 lire Italiane.

[202] Era una stanza ove apprendevano i giovani i primi rudimenti degli

esercizi ginnastici.

[203] Forse luogo dove giuocavasi alla palla. Alcuni lo vorrebbero

destinato agli esercizi ginnastici per le fanciulle.

[204] Ho già spiegato altrove il valore di questa parola: indicava

cioè il luogo ove stava la polvere di cui servivansi i lottatori

onde detergere il sudore e involgere l’avversario per poterlo meglio

abbrancare.

[205] Era la stanza delle unzioni. Vi si conservavano a tal uopo olj ed

unguenti, sia per ungersi prima della lotta e rendere così le membra

sfuggevoli; sia dopo la lotta a ristoro delle membra scalfitte, sia

come cura prima di entrare nel bagno. Il P. Ilario Casarotti, dotto e

purgato scrittore e mio maestro nel milanese Collegio Calchi-Taeggi,

solevami dire essere da questa antica consuetudine originata l’unzione

della cresima cristiana, quasi a simbolo della lotta coll’avversario

eterno.

[206] Forse sinonimo di _hypocausis_, più latinamente _præfurnium_,

luogo della fornace per riscaldare le stanze e i bagni.

[207] Ricordo che lo stadio denota una lunghezza di 125 passi; ma vale

altresì come luogo atto agli esercizi atletici e per gli spettatori dei

medesimi.

[208] Non isfuggirà al lettore che Vitruvio usa della parola sisto per

esprimere l’opposto del suo valore primitivo greco. Infatti i latini

chiamarono sisto un luogo scoperto mentre per i greci significava un

luogo coperto.

[209] _De Architect._ L. V. c. XI. Trad. Galiani.

[210] «Cajo Vulio figlio di Cajo, Publio Aninio figlio di Cajo,

duumviri, incaricati della giustizia, han fatto eseguire un laconico e

un districtario e rifare i portici e la palestra col denaro che, per

decreto dei decurioni, dovevano spendere in giuochi od in monumento,

e i decurioni hanno approvato.» _Pompejan. Antiqu. Hist._ V. 648. È

testuale l’error grammaticale nell’iscrizione _pequnia quod_ invece di

_pecunia quam_; ma non è il primo, nè forse sarà l’ultimo che avrò a

notare.

[211] «Mi pare ora, ancorchè non sieno di moda italiana, dovere

spiegare la forma della palestra, e dimostrare come la costruiscano i

Greci.» _De Arch._ c. XI.

[212] «Mario Atinio figlio di Mario, questore, fece fare per decreto

dell’Assemblea col denaro prodotto dalle multe.»

[213] «All’imperatore Cesare Augusto, figlio del divo Cesare,

comandante per la tredicesima, tribuno per la decimaquinta, padre della

patria, console per l’undicesima volta.»[214]

[214] Il XV tribunato e l’XI consolato d’Augusto corrispondono all’anno

di Roma 755 e 2 dell’Era Volgare.

[215]

. . . : Va recami, garzone,

Le stregghie al bagno di Crispin.

_Sat._ V. v. 126. Trad. di Vinc. Monti.

[216]

Il Sarno ondoso i pingui colti irriga

E col placido corso al mar sospira.

_Jacobi Sannazzarii Poemata. Patavii 1751._

_Trajano Cabanilio Salices._

[217] «Verna co’ suoi discepoli vi prega di eleggere Cajo Capella

duumviro di giustizia.»

[218] _Pompejan. Antiqu. Hist._ Vol. III, 169.

[219] «Valentino e i suoi scolari invocano Sabino e Rufo edili degni

della Republica.»

[220] _Epist._ Lib. II, I. 70.

[221]

E ancor noi finalmente abbiam sottratto

La mano alle spalmate.

[222] Lib. VII. c. 3.

[223] _Del Commercio dei Romani_, Cap. III.

[224] _Hist. Nat._ Lib. VI. c. 60.

[225] Vedi _Cicero, De Oratore_, 37.

[226] Cic. _Pro Flacco_. 15. _Dionis. Alicarnas._ VII. 70.

[227] Plin. _Nat. Hist._ XIII. 13. «Abbruciati, perchè fossero scritti

di filosofia.»

[228] _Epist._ II. 1.

[229]

Questi Greci, ravvolti in lor mantello,

Colla testa coperta, intorno vanno:

Son carichi di libri e ne’ panieri

Hanno i rilievi della mensa: or questi

Disertor’ ch’hanno l’aria di trattare

Fra lor di cose gravi, ora s’arrestano,

Ora vanno, sputando lor sentenze;

Ma poi li trovi sempre al termopolio[230]

Che trincan e così, coperto il capo,

Bevono caldo quel ch’hanno rubato,

Poi tristi e brilli incedono.

_Curculio._ Atto II. Sc. 3. Mia trad.

[230] Venditorio di bevande calde, come vedremo nel capitolo venturo

delle _Tabernæ_.

[231] «Essere i nostri uomini simili agli schiavi siri, che quanto son

più periti del greco, tanto sono più nequitosi.»

[232]

Chi loda il carme salïar di Numa

E dotto ei solo in quel, che meco ignora,

Vuolsi ostentar, non favorisce, e applaude

Gli estinti ingegni; ma nostr’opre impugna,

Le cose nostre, e noi livido adonta.

Che se stata odïosa a’ Greci fosse

Novità, quanto a noi, che avrian di antico?

Degli uomini a ciascuno il public’uso

Or che darebbe a logorar, leggendo?

_Epist._ lib. II. Epist. I.

[233] _Divina Comm._ Inf. c. IV.

[234] _In Bruto._

[235]

Voi su greci esemplar’ la man stancate

La notte, voi le man stancate il giorno.

_De Arte Poetica._ Tr. id.

[236] Lib. 11.

[237] _Satira_ I.

[238] _Epigr._ Lib. 2.

[239] Lib. 3, _epist._ 5.

[240] Lib. 1, cap. 9.

[241]

Medico fosti, gladiator se’ omai;

E medico facevi

Appunto quel che gladiatore or fai.

_ Epigr._ VIII. Lib. 74. — Tr. Magenta.

[242] _Primum e medicis venisse Romam Peloponneso Archagatum Lysaniæ

filium anno urbis DXXXV... Vulnerarium eum fuisse e re dictum, etc._

_Hist. Nat._ lib. XX. c. 6.

_Tum primum artis medicæ nomen auditum Romæ agnitumque est._ Tit. Liv.

Lib. XXV. 2.

[243] «Giurarono fra loro i Barbari (chiamavano i Romani barbari i

forestieri) di uccider tutti colla medicina. E questo fanno, ripetendo

per sopraggiunta la mercede, onde acquistar maggior credenza e

più agevolmente sperdere. Vanno inoltre dicendo noi barbari e più

sporcamente con siffatta appellazione noi insozzano che non gli altri

Opici. In quanto a me, mi sono interdetto i medici.» _Hist. Nat._ XXIX.

1.

[244] I libri superstiti sono dal VI al XIV e sono una compilazione

per via d’estratti, di cui avanza tuttavia una parte sulla medicina

e la chirurgia; abbracciava molte scienze, come la giurisprudenza,

la filosofia, la rettorica, l’economia, l’arte militare. Sono scritti

con purità di stile e sono di gran pregio segnatamente le istruzioni

dietetiche e la parte che ha riferimento alla chirurgia.

[245]

E ormai da un pezzo

Tua vota zucca le ventose invoca.

_Sat._ XIV. v. 58, trad. Gargallo.

[246] _Celsus_, lib. 11.

[247] _Storia degli Italiani_, I. 1, c. XLI.

[248] «Udite per tanto, ma non ascoltate come fareste d’un farmacista.

Imperocchè le parole di costui si odono, ma nessuno che malato sia gli

si commette in cura.» _Gell. Notti Att._ 1. 15.

[249] Vedi tutta l’ultima Ode degli Epodi di Orazio, che è appunto

rivolta a Canidia.

[250] _Pompei_, pag. 350.

[251] «I nostri maggiori così lodavano l’uomo dabbene, chiamandolo buon

agricoltore, buon colono, e stimavasi essere amplissimamente lodato

colui che così chiamavasi.»

[252] Lib. III. 22:

Terra più ch’alla offesa, all’armi adatta.

[253] «Razza d’uomini agreste, senza legge e comando, libero e

indipendente.»

[254] «Ire incontro ai nemici, e coprire dagli avversi attacchi la

libertà, la patria, ed i parenti.» _Catilin._ 6.

[255] Epoca Prima. Capitolo I.

[256] «Il valor militare va innanzi a tutte l’altre virtù: esso

procacciò eterna gloria al popolo romano ed a codesta città.» _Or. pro

Murena._

[257] «Rimase chiusa in casa e filò la lana.»

[258] Lib. III. c. 22. 23. 24.

[259] Zonara. Lib. VIII. c. 6.

[260] _Or. Pro Lege Manilia._

[261] Freret le assegna 13,549 piedi geometrici di circonferenza,

che sarebbe maggiore di quella dell’odierna Parigi. Jacob vuole che

avesse solo 1,200,000 abitanti; ma altri eruditi pretesero ampiezza e

popolazione maggiori e com’io scrissi.

[262]

Mandaci o Nil, le messi tue copiose,

Da noi ricevi le fragranti rose.

[263]

Degli Etiopi le selve, ove la lana

Morbida cresce.

[264] «In tutta guisa estorcono denaro e molestano; ma per quanta

libidine spieghino, non giungono ad esaurire mai la ricchezza loro.»

_De Bello Catilin._

[265] «Pessima cosa è il coltivarsi i campi da gente d’ergastolo,

perchè tutto vi si fa da uomini che non hanno speranza alcuna.» _Hist.

Natur._ Ho già altrove detto che gli schiavi assegnati alla coltura

delle terre si tenessero duramente e incatenati negli ergastoli.

[266]

Gli arditi rivenduglioli

Avean già tutte le contrade invase,

E sin gli usci turavano alle case.

Tu, di sgombrar, Germanico,

Quegli spazii ordinasti, e in larga via

Si cangiarono i vicoli di pria.

Da incatenate bombole

Or più nessun pilastro interno è stretto;

Nè più il pretor nel fango è agir costretto.

Fra densa moltitudine

Non più il cieco rasojo alzasi, e tutti

Da bettole non sono i calli ostrutti.

Ebbe il barbier suoi limiti,

L’oste, il cuoco, il beccajo: in Roma or stanzi:

In una gran taverna eri poc’anzi.

_Epig._ Lib. VII 61. Trad. Magenta.

[267] _Pœnulus_. 4. 2. 13:

E si mangia e si bee come in _popina_.

[268]

Siccome il pan dal panattier cerchiamo,

Dall’enopolio il vino, e se il denaro

Loro si dà, cedon la merce.

_Act._ 1. x. 3.

[269] «Qui dimora la felicità.»

[270] Paris, Michel Lévy Frères, 1872.

[271] Cic. _Philip._ XII, 9, _De Senectute_ 23. — T. Liv. 28.

[272] Cic. _Philip._ II, 28; Plaut. _Pœnulus_, att. IV, sc. 2.

[273] _Descrizione delle Rovine di Pompei_, dell’arch. Gaspare Vinci.

Terza edizione, Napoli, pag. 68.

[274] «Sittio riparò l’Elefante.» Nell’iscrizione è scorrettamente

ommessa la lettera H in capo alla parola _elephantum_. Qui poi mal si

comprende se Sittio sia stato il proprietario dell’Albergo o il pittore

che ne ristorasse l’insegna. Par più probabile la prima ipotesi.

[275] «Albergo: qui si dà in affitto un triclinio con tre letti e colle

relative commodità.»

[276] «Marco Furio Pila invita Marco Tullio.» Altri legge TVTILLVM.

[277]

Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3) · 第 31 / 37 题