Belle Arti.
Opere sulle Arti in Pompei — Contraffazioni: Aneddoto — Primordj
delle Arti in Italia — Architettura etrusca — Architetti romani
— Scrittori — Templi — Architettura pompejana — Angustia delle
case — Monumenti grandiosi in Roma — Archi — Magnificenza nelle
architetture private — Prezzo delle case di Cicerone e di Clodio —
Discipline edilizie — Pittura — Pittura architettonica — Taberna
o venditorio di colori in Pompei — Discredito delle arti in Roma
— Pittura parietaria — A fresco — All’acquarello — All’encausto
— Encaustica — Dipinti su tavole, su tela e sul marmo — Pittori
romani — Arellio — Accio Prisco — Figure isolate — Ritratti —
Pittura di genere: Origine — Dipinti bottegai — Pittura di fiori
— Scultura — Prima e seconda maniera di statuaria in Etruria —
Maniera greca — Prima scultura romana — Esposizione d’oggetti
d’arte — Colonne — Statue, _tripedaneæ, sigillæ_ — Immagini de’
maggiori — Artisti greci in Roma — Caio Verre — Sue rapine — La
Glittica — La scultura al tempo dell’Impero — In Ercolano e Pompei
— Opere principali — I Busti — Gemme pompejane — Del Musaico —
Sua origine e progresso — _Pavimentum barbaricum, tesselatum,
vermiculatum_ — _Opus signinum_ — _Musivum opus_ — _Asarota_ —
Introduzione del musaico in Roma — Principali musaici pompejani —
I Musaici della Casa del Fauno — Il Leone — La Battaglia di Isso —
Ragioni perchè si dichiari così il soggetto — A chi appartenga la
composizione.
Nel corso omai avanzato di questa mia opera mi avvenne le tante volte
già di parlare di statue, di bronzi, di pitture e di musaici, di stili
architettonici e di colonne, d’edifizi e di templi, che appena il
lettore si compiaccia di raccogliere in una le disseminate notizie,
può farsi diggià una ragionevole e conveniente idea delle condizioni
dell’arte in Pompei, sotto qualsivoglia sua manifestazione la si voglia
considerare. Nè il consacrarvi per me un capitolo apposito significar
vuole ch’io presuma dir di tutto questo argomento così largamente, da
nulla, o poco men di nulla lasciarvi addietro; perocchè a ben altro che
ad un capitolo ascender vorrebbe allora il materiale che mi verrebbe
tra mano, come può informare chi di proposito vi si è messo intorno.
La grand’opera di Mazois, cominciata nel 1812 e terminata nel
1838[313], non ha infatti per oggetto principale che la descrizione e
l’esatta rappresentazione de’ monumenti architettonici. Essa era stata
per altro preceduta fin dal 1858 dalla stampa della magnifica opera
degli Accademici di Ercolano, che, come ognun sa, fu di parecchi volumi
in folio. Nel 1824 poi ebbe incominciamento la pubblicazione del _Museo
Borbonico_[314], destinato a riprodurre tutti gli oggetti d’arte che
formavano dapprima i musei di Portici e di Napoli, e che poscia vennero
concentrati nel solo Museo Nazionale.
Importantissima del pari fu l’opera _Le Case ed i Monumenti di Pompei
disegnati e descritti_, edita in Napoli che, iniziata dal cav. Antonio
Nicolini architetto della Casa Reale e Direttore dell’istituto di
Belle Arti, venne continuata dagli egregi fratelli Fausto e Felice
Nicolini, ed è tuttavia in corso di publicazione. È sventura davvero
che opere, come queste, degnissime e che meriterebbero di andar diffuse
e consultate, non lo possano, perchè dispendiose di troppo. — Più alla
mano e pel sesto e per il prezzo riuscì l’altra _Ercolano e Pompei_,
che mandò fuori in Venezia il tipografo Antonelli nel 1841, e furono
publicati sette volumi, voltandola dal francese di Bories e di Barré
e che si giovò di tutte le anteriori publicazioni, divisa essa in due
parti: Pitture e Scolture e Musaici e suddivisa in più serie.
Nè vogliono essere pretermesse altre opere congeneri e di merito
singolare, come quella di Goldicutt di Londra; di Ternite e Zahn di
Berlino; di Goro di Vienna, e meglio forse di tutte queste, quelle di
William Gell, della quale si fece una versione a Parigi con moltissime
aggiunte.
Intorno all’autenticità dei disegni publicati nelle più antiche opere,
molti dubbj elevar si potrebbero, da che sia noto come prima il Governo
Borbonico avesse opposto formale divieto alla copia delle pitture
antiche, onde in quanto si avesse a diffondere di quelle d’Ercolano e
di Pompei non si potesse riscontrare tutta quella esattezza e fedeltà,
che non concede il copiar di memoria.
Su di che tolgo al Barré l’aneddoto seguente, abbastanza curioso e che
mette conto di riferire.
In onta alle precauzioni alcuna volta esagerate, con cui erano guardati
gli affreschi del Museo che in quel tempo era a Portici, alcune copie
furtive fatte vennero per mezzo di ricordi, e il publico le ricercava
con tanta maggior avidità, quanto ch’ell’erano più rade, e con più
riserbo vendute. Giuseppe Guerra, pittore veneziano, stabilito a Roma,
mentre mancava di lavoro, quantunque non assolutamente sprovveduto
d’ingegno, imprese ad innalzare, con una frode anche più ardita,
l’edificio della sua fortuna. Guerra non si avventurò solo a spacciar
copie di antiche pitture, ma vendette quelle pitture medesime.
Egli dipinse differenti affreschi di antico stile sovra frammenti
di intonaco, e li cesse ad alcuni amatori, confessando loro, sotto
sigillo di alto segreto, averli acquistati egli medesimo da un qualche
sovrintendente agli scavi napolitani. Fecesi rumore per ciò a Napoli,
dove invano cercavasi il colpevole; ma per indizii positivi ricavati
da Roma, i direttori del Museo fecero in sulle prime segretamente
comperar tre degli affreschi che giravano in questa capitale. Quindi
uno dei loro agenti portossi dal Guerra chiedendogli l’Achille e il
Chirone, dipinti pompejani di recente scoperti, allora già incisi e
publicati nel primo volume delle _Antichità di Ercolano_. Guerra, senza
diffidenza alcuna, fece la copia, o meglio, l’imitazione domandata,
mentre egli non poteva lavorare coll’originale sott’occhio. In questa
copia da lui sottosegnata, si conobbe esattamente lo stile dei tre
affreschi acquistati; i medesimi sforzi per raggiungere un modello
veduto alcun poco solamente da lungi; le medesime differenze sfuggite
in onta a questi sforzi e sovratutto la perfetta analogia delle copie
fra loro, quantunque si scorgesse molta diversità ne’ modelli. Il
Governo di Napoli a nulla si valse della sua influenza nello Stato
Pontificio per far redarguire il Guerra. Limitossi a esporre le quattro
imitazioni unite agli originali, con una illustrazione diffusa, onde
por sull’avviso i curiosi contro ogni frode di genere siffatto. Guerra,
più non potendo alienare false antichità, ripigliò, non senza qualche
profitto, l’uso legittimo del suo pennello[315].
Tutto questo premesso, avanti entrare a parlare partitamente delle
preziose cose in fatto d’arte scoperte a Pompei, oltre quel che
già toccai e che il lettor già conosce, non sarà inopportuno che io
l’intrattenga delle condizioni generali delle arti nel mondo romano;
onde questo mio lavoro illustrativo dell’antica vita di Roma col mezzo
delle scoperte pompeiane non sia in questa parte cotanto importante
difettivo.
Dopo che nel Capitolo antecedente ho chiarite le ragioni per le quali
da agricoltori che erano i romani per nascita e per tendenza, passarono
insensibilmente a divenir soldati e conquistatori, ed ho tracciate le
cause che tolsero a Roma d’avere un florido commercio coll’estero,
non credo necessario ritessere i motivi per i quali pur nelle arti
non furono i romani eccellenti, ma anzi piuttosto delle medesime
ignoranti. Sono essi identici a quelli che rattennero lo sviluppo del
commercio; onde il ragionamento intorno all’arti romane vuol essere una
logica deduzione di que’ motivi, che però mi accorciano il dirne qui
particolarmente e più a lungo.
Architettura.
L’arte nondimeno, come ogni altra intellettuale coltura, non aveva
così le medesime sorti nelle altre parti d’Italia. Nell’Etruria
singolarmente era in fiore; la sua architettura, o a dir meglio, il
suo ordine che serbò il nome di etrusco, comunque ne sia meno ornato,
si accosta al dorico. Nè io già reputo che importato fosse, com’altri
opina, da’ Pelasgi; ma dividendo le opinioni del chiarissimo Mazzoldi,
penso che la civiltà etrusca fosse anteriore all’incivilimento di
Grecia. Gli scavi fattisi pure ai nostri giorni in diverse parti
di quella nobile provincia, oltre quanto è nelle storie antiche
consegnato, fornirono monumenti e dati attissimi a comprovare queste
condizioni antiche dell’arte in Etruria. Nè diversamente nella Magna
Grecia e in Sicilia, dove alla coltura nazionale s’aggiunse la greca
importatavi dai più frequenti commerci. E qui giova osservare che sotto
la denominazione di civiltà etrusca, vuolsi abbracciare come in essa
compresa tutta quella parte di territorio che dall’odierna Toscana o
dal piede dell’Alpi si distende fino allo stretto di Sicilia.
Le prime opere infatti de’ Romani si assegnano ad architetti etruschi.
Così fu la Cloaca Massima, immaginata per disseccare i terreni bassi
situati nelle circostanze del Foro, che, intrapresa sotto il reggimento
del vecchio Tarquinio e continuata da Servio Tullio, venne compita
sotto Tarquinio il Superbo[316] e che somministra un dato interessante
alla storia dell’Architettura, venendo essa a provare che l’invenzione
dell’arco appartenga a’ Romani e non ai Greci, poichè vi si vegga esso
grandiosamente sviluppato in un’epoca in cui, se esisteva in Grecia,
non era punto in uso. Sul qual proposito, osserva Hope che l’arco già
fosse introdotto in Etruria in monumenti che sembrano anteriori alla
costruzione della cloaca ed alla fondazione di Roma[317]. Per i primi
cinque secoli, Roma pare non prendesse cognizione affatto dell’arte
architettonica, e i templi e i pubblici e privati edifizj suoi si sa
perfino che non sapesse coprire che di stoppie mescolate all’argilla,
come i viaggiatori trovarono praticarsi pur oggidì in molte terre
selvagge. Nè l’acquedotto della Via Appia, che fu costrutto nell’anno
trecentodieci di Roma, può fornir argomento che smentisca codesta
asserzione, perocchè la sua opera correndo tutta sotterranea, non porga
aspetto alcuno di forme architettoniche.
Tuttavia tracce di una architettura disciplinata addita la storia in
Roma nel sepolcro in peperino di Scipione Barbato, il quale fu console
nell’anno 456 della fondazione della città, sormontato da un triglifo
dorico pur sormontato da dentelli jonici, e tre secoli avanti l’Era
volgare si costrussero intorno al foro portici per le _tabernæ_ degli
_argentarii_ o banchieri.
Per le conquiste fatte nella Grecia, vennero di là in Roma dietro il
carro de’ trionfatori, colle scienze e colle lettere, anche le arti,
che pur vi accorsero dalla Magna Grecia e dalla Sicilia, e delle
spoglie delle vinte città, fra cui oggetti pregevolissimi d’arte, si
fregiarono templi, monumenti e case de’ vincitori. Incominciò anche per
Roma ad essere pure l’architettura, che abbandonò da allora lo stile
etrusco, per adottare il greco, quel che disse il Milizia, depositaria
della gloria, del gusto e del genio dei popoli, ad attestare ai futuri
secoli il grado di potenza o di debolezza degli stati. Così nel 205
avanti Cristo si ornò da Cajo Muzio, su pensiero di Marco Claudio
Marcello, di fregi tolti a Siracusa, il tempio dell’Onore e della
Virtù, e si impiegarono marmi nella costruzione. Metello nel 147 inviò
dalla soggiogata Macedonia pitture, statue e tesori; per cui si eresse
coll’opera di Ermodoro da Salamina il tempio periptero a Giove Statore,
e quindi quello sacro a Giunone, prostilo e cinto da gran cortile con
bel colonnato all’intorno.
Altri templi si erano venuti erigendo nella stessa Roma durante la
seconda guerra cartaginese, al tempo cioè d’Annibale, che fu intorno
al 220 avanti Cristo; ma, ripeto, che le discipline accertate e stabili
dell’arte architettonica non si venissero fondando che colle conquiste
e coll’arricchimento del Popolo Romano e col diffondersi di sua
coltura; perocchè ben dicesse il succitato Milizia, che l’architettura
non incomincia ad essere un’arte presso i differenti popoli, dov’ella
può estendersi, che quando sono pervenuti ad un certo grado di coltura,
d’opulenza e di gusto. Allora, allontanandosi sempreppiù dai lavori
e dalle occupazioni rustiche, gli uomini si rinchiudono nella città,
dove ai perduti piaceri della natura sottentrano i godimenti delle arti
imitatrici. Prima di quel tempo, l’architettura non si deve contare che
tra i mestieri necessarj ai bisogni della vita, ed essendo fin allora
i bisogni limitatissimi, il suo ufficio si riduce a non far che un
ricovero contro le intemperie.
I tre ordini più nobili, il dorico, l’jonico e il corintio del pari che
la scultura, passarono dalla Grecia in Roma belli e perfetti, portati
da quella schiera di artisti, che le nuove vie aperte dalle conquiste e
il desiderio di far fortuna sospinsero alla capitale del mondo.
Cicerone ricorda fra coloro che si diedero ad architettare in quel
tempo i principali monumenti in Roma, nello stile greco, un Cluazio,
un Ciro e Vezio liberto suo. E fu intorno alla medesima epoca che si
scrissero anzi opere su quest’arte e citasi a tal proposito un Rutilio,
che ne dettava una assai stimata allora, sebbene incompleta; restato
essendo il vanto di questo più degnamente fare a Vitruvio, vissuto al
tempo d’Augusto, che però invano Hope, con altri, dà per greco; ma che,
per sentimento dei più, vuolsi nascesse per contrario in Formia, posta
ove è oggi Mola di Gaeta.
Allora sul colle capitolino, settantott’anni avanti l’Era volgare,
sorse il _Tabulario_, di cui esistono tuttavia considerevoli avanzi,
uffizio od archivio nel quale si conservavano i registri e documenti
publici e privati, i cui archi esterni si aprono tra mezze colonne
doriche; poi il tempio della Fortuna Virile e il delubro funerario
di Publicio Bibulo sullo stesso colle; quello rinnovato per cura di
Lucio Cornelio Silla e dedicato a Giove Capitolino, quello all’Onore
eretto da Cajo Mario e quello finalmente sacro a Venere Genitrice fatto
costruir da Pompeo.
Ma quello che lasciò addietro ogni altro edificio, per la sua
magnificenza, fu il tempio alla Fortuna, che il medesimo Silla fabbricò
a Preneste, delle rovine del quale si costruì ne’ secoli posteriori
Palestrina. Vuolsi vi si ascendesse per sette vasti ripiani, nel primo
ed ultimo dei quali correva per tubi latenti e serbatoj copia di acqua
e del quale serviva a pavimento quel prezioso musaico, che Plinio il
naturalista afferma essere stato il primo che fosse lavorato in Italia,
e il quale andò poscia a costituire uno de’ pregi precipui del palazzo
Barberini in Roma.
Ventisei anni prima di Cristo, Vipsanio Agrippa, genero di Augusto,
dedicò a Giove Ultore il Panteon, che fu una rotonda che riceveva la
luce unicamente dalla apertura della cupola, dell’altezza e diametro di
quarantatre metri, e il frontone della quale, bello per sedici maestose
colonne corintie di marmo di un sol pezzo, dell’altezza di trentasette
piedi e di cinque di circonferenza, e, superstite, viene tuttavia
ammirato e sta in testimonio eloquente delle egregie condizioni
dell’architettura di quel tempo.
Io ho già descritto a suo luogo i templi, il foro civile, la basilica
e vie via altri publici edifizi di Pompei: la loro architettura
ne interessò: essa rimonta per tutti ad epoche anteriori a Cristo
e principalmente vi dominano gli ordini greci; ciò che forse
scaltrisce come prima fors’anco che a Roma, in ragione dei maggiori
commerci, artisti di quella contrada avessero visitato e lavorato
nella Magna Grecia. Ciò che di particolare vuol essere notato in
queste architetture pompejane si è che le colonne, parte principale
e caratteristica delle fabbriche greche, e divenute ornamento nelle
romane, quivi venissero mutate da un ordine all’altro col rivestirle di
stucco, senza curarsi più che tanto dell’alteramento delle proporzioni.
Ho già notato altrove come nelle sostruzioni degli edifici pompejani si
riscontrino traccie di una preesistente e più antica civiltà, e come
pei diversi cataclismi intervenuti a quella città, appajano quelli
edifizj non di molto remoti, nelle date di lor costruzione, da quella
della loro ultima rovina: di qui è dato argomentare che alla storia
dell’arte italiana tornerebbe più vantaggioso il disseppellimento della
città d’Ercolano. Ognun s’accorda nel ritenere che Ercolano possa
essere stata una città più artistica di Pompei, perocchè in questa
meglio si fosse dati alle commerciali speculazioni, e in quella vi
concorressero invece più i facoltosi e fosse luogo meglio acconcio alle
villeggiature de’ più ricchi e voluttuosi romani, non altrimenti che
Baja, Bauli e Pozzuoli.
Infatti le pitture, i marmi, i bronzi che si rinvennero in Ercolano, si
riconobbero generalmente superiori d’assai in merito alla maggior parte
di quelli che uscirono dalle rovine della città sorella, della quale
specialmente è il mio dire.
Se non che io non credo, e l’ho già detto, che, ciò compiere si possa
con quella grande facilità, che per avventura sembrava al Beulé si
potesse fare[318]; perocchè non è vero che si riducano, com’egli
dice, a due sole le difficoltà che si incontrano al diseppellimento:
le costruzioni moderne che abbisogna espropriare e le quantità delle
ceneri che convien d’asportare. E le lave e le ceneri petrificate? Vi
hanno luoghi in cui le prime hanno perfino diciotto metri di spessore
e su di esse si è fabbricato, tal che dove già s’era penetrato, e
s’erano tratte le più interessanti preziosità, si fu costretti a
rimettere il materiale cavato onde ovviare alla rovina. Notisi poi
che le costruzioni finitevi sopra sono di tale natura da riuscire
dispendiosissima la espropriazione, nullamente è in proporzione dei
mezzi che sono messi a disposizione degli scavi. Del resto l’età che
corre è più cotoniera e trafficante che archeologa e poeta, gareggiano
con essa di pillaccheria, in fatto di publica istruzione, i nostri
uomini di governo che parteggiano per la teoria, d’invenzione del
nostro tempo, _delle economie infino all’osso_[319].
Ciò che particolarmente dovrebbe chiamare la nostra attenzione è
l’architettura delle case private di Pompei. Era essa etrusca? era
greca? era romana? Chi lo saprebbe, rispondo io, definire in modo
irrecusabile? I dotti questionarono tra loro e non s’intesero; forse
non va errato chi di tutti questi generi d’architettura afferma
riscontrare un miscuglio, che non lascia tuttavia che vi campeggi, per
la semplicità ed eleganza degli ornati, la caratteristica greca. Chi
credesse peraltro immaginare alcun lontano riscontro nella maniera
odierna d’architettare, si ingannerebbe a partito; l’architettura
delle case pompejane è quanto di più originale presenta lo studio
della dissepolta città. La massima parte di esse si costituisce di due
soli piani: rado avviene che se ne trovi alcuna che lasci presumere
essere stata di tre, e dico che lasci presumere, perchè in nessuna
il terzo piano sussiste e solo è dato argomentarne la esistenza dalle
traccie delle scale del secondo. Anche il secondo piano, che sarebbe
il così detto _solarium_, o meglio _cœnaculum_, era assai basso e
destinato alla abitazione degli schiavi addetti al servizio della
famiglia. Esternamente esse erano allineate tutte l’una dopo l’altra
in ogni via; se interruzione vi era circa l’altezza, veniva prodotta
da talun edificio publico, che sopravanzava. Erano poi intonacate e
colorate, non avevano finestre respicienti sulla via, le camere venendo
rischiarate all’interno, rada era qualche apertura al piano superiore,
e balcone, come avverrà di vedere nella casa del _Balcone pensile_.
Per ciò che riguarda la distribuzione interna, sarà argomento che
procaccierò trattare nel capitolo _Le Case_. Nondimeno fin d’ora non
mi è lecito di passar oltre senza far cenno della picciolezza delle
case pompejane, o piuttosto delle camere ond’esse si componevano, la
qual non lascia di colpire chi per la prima volta visita questa città.
Nè forse potrebbe esserne una ragione quella che i suoi abitatori
suolessero, più che chiudersi dentro delle medesime, vivere in piazza
e per le vie, siccome consentiva la dolcezza del clima; quando pure non
si voglia interamente ammettere, ciò che per altro io credo verissimo,
che per costumanze antichissime greche, importate in Pompei, siasi
appunto seguitata la moda greca, che appunto assai picciole aveva
tutte le parti architettoniche delle abitazioni, procedendo nondimeno
una non dubbia eleganza dalla esatta armonia delle medesime. Tuttavia
voglionsi per alcuni ritrovarvi altre cause, della cui aggiustatezza
lascio volontieri giudice chi legge. Si dice che occorrendo nelle
case per tanti usi svariati una quantità di stanze, queste dovevano
necessariamente risultare nella maggior parte di piccole dimensioni,
che l’occhio però non se ne avvedesse troppo, mercè un artificio
di dipinture prospettiche sui muri e di decorazioni combinate con
accortezza[320]. Ma forse queste ragioni, che potrebbero attagliarsi
a taluna casa costretta fra l’altre, non pajono troppo plausibili
per tutte, non vedendosi perchè, abbisognando di molte camere, non
si potesse procacciarsele, come si pratica di presente, estendendo
l’area de’ fabbricati. Le decorazioni prospettiche, appunto per la
soverchia angustia degli ambienti, potevano esse poi produrre tutti
i loro effetti e simulare uno spazio maggiore? Ne dubito e preferisco
attenermi a quelle altre ragioni che per me si sono recate.
Del resto fu solamente al cominciar dell’epoca imperiale, cioè ai
giorni d’Augusto, che l’architettura divenne più fiorente e si sviluppò
ne’ romani il gusto delle costruzioni colossali. Prima, come in Pompei,
templi, edifizii pubblici e case private non avevano che proporzioni
esigue: in ragione della maggior vastità di concetti politici delle
conquiste e della crescente ricchezza eransi venute ingrandendo ed
assumendo un proprio carattere nazionale. Nelle forme esteriori poi si
restò, è vero, fedeli allo stile greco; ma per guarentirne la solidità
dell’interno vi si introdussero colonne ed archi.
Ma per seguire la cronologia delle opere più celebrate in fatto
d’architettura di quel tempo, uopo è ricordare la basilica di Fano
architettata da Vitruvio e da lui descritta nella sua opera _De
Architectura_; i portici onde si cinse il circo Flaminio sotto l’impero
di Augusto, la piramide di Cajo Cestio, il teatro di Marcello e il
tempio di Giove Tonante. Quindi il mausoleo di Augusto nel campo
Marzio, divenuto ben presto quasi una città marmorea e il Palazzo d’oro
fabbricato da Nerone sulle macerie degli edifizi da lui incendiati, il
quale abbracciava l’area del monte Palatino, del Celio, dell’Esquilino
e la frapposta valle estesa quanto l’antica città, dove correva un
portico a triplici colonne della lunghezza d’un miglio, e dove nel
vestibolo, sorgeva la statua colossale in rame dell’imperatore, opera
del greco Ateneo, alta quaranta metri, secondo alcuni, secondo altri di
Zenodoro d’Alvernia, alta cento metri. Dovunque poi e fani e colonne
ed archi, divenuti questi in breve distintivo singolare della romana
architettura, poichè ignoti ai Greci. Il primo che sorse — giova allora
ricordarlo — fu 139 anni prima di Cristo, e fu ad onore di Fabio
vincitore degli Allobrogi e degli Alvernii. Anche in Pompei ho già
segnalato l’esistenza di quattro archi di trionfo, e rimangono essi
novella prova del modellarsi interamente delle colonie sugli usi della
capitale.
Il paragone della romana colla greca architettura è così a un
dipresso come l’ho già pur io superiormente dimostrato, da Hosking
istituito. «Benchè inferiore, scrive egli, in semplicità ed armonia
all’architettura greca, la romana è evidentemente della stessa
famiglia, distinta per esecuzione più ardita ed elaborata profusione
d’ornamenti. Il gusto delle due nazioni è espresso dal dorico pel
primo, dal corintio per l’altro: uno è modello di semplice grandezza,
perfetto nelle particolari convenienze e inapplicabile ad oggetto
diverso; l’altro è men raffinato, ma molto adorno; sfoggia nell’esterno
la bellezza di cui manca nell’interno; imperfetto in ciascuna
combinazione, ma applicabile ad ogni proposito.»
La storia poi della romana architettura segna le diverse fasi della sua
politica, e come che Roma si pose alla testa del mondo, anche la sua
architettura, più che ogni altra giganteggiò; perocchè sia anche l’arte
più alta a rappresentare la terribile e vastissima grandezza di quel
popolo.
Infatti a’ tempi più liberi e primitivi appartiene il modo
d’architettare derivato dall’Etruria, che si palesa solido e severo: a
que’ dell’impero se ne spiegò la magnificenza: al declinar del medesimo
si mostrò cincischiata di fregi e deviò dal gusto antico; per poi
corrompersi affatto, parallelamente alla corruzion dei costumi.
Nè questi caratteri e questa magnificenza furono distintivi de’
publici edifizj soltanto: essi riscontransi eziandio ne’ privati e
nelle loro abitazioni. Così furono celebri le costruzioni di Lucullo,
di Lepido, di Scauro, d’Aquilio, di Mamurra; così nel Capitolo che
verrà delle _Case_ designerò pure in Pompei abitazioni di cittadini
magnificentissime. Per dare un’idea ancorchè imperfetta di tanta
magnificenza, basterà l’accennare qui il grandissimo loro prezzo.
La casa che Cicerone possedeva sul monte Palatino, gli era stata
venduta da Crasso per tre milioni e cinquecento mila sesterzi, che si
vorrebbero ragguagliare in oggi a lire nostrali 736,125. Quella di P.
Clodio, che Cicerone tanto avversò e che fu poi ucciso da Annio Milone,
era costata quattordici milioni ed ottocento mila sesterzi, vale a dire
3.027,833 lire e centesimi trentuno.
Non credo fuor di proposito, dopo tutto il fin qui detto, di qui
soggiungere ora brevemente alcuni cenni intorno a talune discipline
dell’edilizia romana, al tempo della Republica.
Allorquando accadeva di dover costrurre o riparare un edificio,
praticavasi ad un dipresso quello che già notai si facesse in Pompei
per le riparazioni delle vie. I Censori mettevano l’opera al publico
incanto, quando pure essi medesimi non se ne fossero costituiti
direttori, o non si fossero fatti rappresentare da loro delegati,
_duumviri, triumviri, quinqueviri_. Compiuta la costruzione, i censori
o gli edili venivano da un senato-consulto incaricati di collaudare
e ricevere le opere, il cui prezzo veniva pagato dal publico tesoro.
Spesso occorse che facoltosi uomini, in caccia di popolarità, previo
aver riportato un senato-consulto, costruir facessero e riparare
a propria spesa publici edificj: nel primo caso essi ottenevano
l’autorizzazione di far iscrivere il loro nome sul monumento; nel
secondo essi avevano facoltà di scriverlo a fianco del fondatore.
Pittura.
L’architettura interna delle case, per ispiegare tutto quel lusso
e magnificenza che superiormente dissi, si giovò ben presto anche
dell’arte sorella, la pittura; e se sappiam per le istorie che Ludio
coprisse le pareti delle case di paesaggi, di vendemmie e di scene
campestri; gli scavi di Pompei ci hanno messo in grado di stabilire con
tutta certezza che altrettanto si dovesse fare ovunque a que’ giorni.
Nè furono soltanto dipinti, fregi, festoni, fiori, uccelli, delfini e
animali, tritoni, sfingi, paesaggi, genj od altri leggieri soggetti,
che ne fecero le spese; ma vi si istoriarono fatti mitologici e veri e
perfino soggetti di genere, come avvenne già di più volte mentovare in
queste mie pagine, nelle quali, in difetto di meglio, dovetti ricorrere
a cotali dipinti per chiarire la natura di commerci e de’ mestieri che
si esercitavano nelle diverse _tabernæ_.
Ma dirò per ordine di tutte queste specie di pittura e prima di queste
che direi strettamente architettoniche.
Descriverle partitamente è impossibile all’economia di quest’opera, per
la loro infinita varietà, tal che costituirono per chi lo volle fare
i soggetti di più volumi: basti adunque il constatarne per la massima
parte l’eleganza delle linee e dei fregi, l’interesse delle storie
che vi sono congiunte e la bontà de’ paesaggi, i quali, se non sempre,
tuttavia offrono talvolta la conferma di quanto venne dagli scrittori
d’arte affermato, della profonda cognizione, cioè, che avevano gli
antichi delle discipline della prospettiva sì aerea che lineare. Spesso
giovano alle cornici, uccelli, grifoni, ippocampi, pesci e bestie,
frutta ed arbusti, talvolta patere, genietti, Vittorie alate e Fame,
e vie via mille altre leggiadrie del miglior gusto. L’arte decorativa
de’ nostri giorni vi avrebbe indubbiamente a studiare, desumere e
guadagnare; nè chi s’è fatto nome in essa, ha veramente lasciato di
attingervi a piena mano.
I colori rosso e giallo vi campeggiano nella parte architettonica
e nella decorativa: già l’osservai parlando sovente de’ colonnati
rivestiti di stucco di questi colori e di altre parti di edificj
e templi. È per altro da notarsi come nelle più antiche pitture e
in Pompei ed altrove si facesse uso di un sol colore, dette perciò
monocromatiche, fondendosi quindi l’interesse nel concetto e nel
disegno.
Ma poichè sono a dir de’ colori, la riserva che ne ho fatto nel
Capitolo antecedente mi invita a parlare della _Taberna_ del mercante
di colori, che fu rinvenuta negli scavi pompejani e che doveavi
necessariamente essere in una città nella quale anche nelle più
modeste case si ammiravano buoni dipinti. Essa è in quella località
che vien designata dalle Guide per la casa dell’Arciduca di Toscana,
così chiamata, perchè spazzata dalle ceneri nel 1851 alla presenza del
principe ereditario del granduca Leopoldo II; ed è segnata dai n. 47,
48 e 49 che stanno su tre botteghe, in cui vennero appunto trovati
in grandissima quantità molti colori, coi relativi mulini che li
dovevano macinare, suppergiù eguali a quelli di cui si valevano per la
macinazione de’ grani. La differenza consiste forse unicamente nella
maggior piccolezza loro.
Sottoposti questi colori alla analisi chimica, si conobbe come vi
fosse commista molta resina, che, per quel che verrò a dire tra breve,
serviva nella pittura all’encausto, per far attecchire i colori colla
azione del fuoco e così fu in certo modo strappato al silenzio dei
secoli una parte del processo di che si valeva appunto l’encaustica.
Quantità di resina pura fu rinvenuta nelle stesse botteghe, dove si
raccolsero eziandio quattordici scheletri; forse il personale tutto
impiegato in quella officina.
Uscendo adesso da questa interessante _taberna_, e passando a dir
della restante pittura, seguì ella, come la scoltura e l’altre arti,
le medesime origini, fasi e condizioni. In Roma non si può dire che
avesse avuto favore dapprima: di pochi artisti pertanto romani è fatto
cenno dalle storie: Plinio ricorda appena tra essi Fabio, Arellio,
Amulio, Cornelio Pino e Accio Prisco, pittori, oltre Pacuvio, che
distinto poeta tragico, trattò anche la pittura. La coltura delle
arti consideravasi poco più che opera servile, e se la rapacità de’
proconsoli tolse a Grecia, per arricchirne Roma e le ville ad essi
spettanti, tanti preziosissimi oggetti; essi tuttavia riguardavansi più
come stromenti di lusso, che altro, nè svegliavano quell’intellettuale
interesse che si suscitò di poi; se Virgilio non fu rattenuto dal
sentimento di nazionale orgoglio dal riconoscere che il merito di
foggiare marmi e bronzi da farne volti animati e quello del perorar
meglio le cause spettassero a gente straniera:
_Excudent alii spirantia mollius æra,_
_Credo equidem vivos ducent de marmore vultus,_
_Orabunt causas melius, cœlique meatus_
_Describent radio, et surgentia sidera dicent:_
_Tu regere imperio populos, Romane, memento:_
_Hæ tibi erunt artes; pacisque imponere morem,_
_Parcere subjectis, et debellare superbos_[321].
Orazio, malgrado proclamasse i Romani giunti al sommo della fortuna,
faceva tanto conto dell’arti del pingere e del cantare, da metterle a
paro di quella del lottare:
_Venimus ad summum fortunæ. Pingimus atque_
_Psallimus, et luctamur Achivis doctius unctis_[322].
e ascrisse in vizio a Grecia l’aver pregiato marmi, bronzi e pitture:
_Ut primum positis nugari Græcia bellis_
_Cœpit, et in vitium fortuna labier æqua:_
_Nunc athletarum studiis, nunc arsit æquorum,_
_Marmoris aut eboris fabros, aut æris amavit:_
_Suspendit picta vultum, mentemque tabella_[323],
e prima di loro Cicerone vergognasse quasi di ricordar i nomi di
quei divini scultori che furono Prassitele e Policleto e credesse
menomar l’importanza loro confessandosi, egli abbastanza vanaglorioso,
dell’arti belle ignorante.
Eccone i passi, perocchè paja tutto ciò veramente incredibile e strano:
_Erat aput Hejum lararium cum magna dignitate in ædibus, a majoribus
traditum, perantiquum: in quo signa pulcherrima quattuor, summo
artificio, summa nobilitate, quæ non modo istum, hominem ingeniosum,
verum etiam quemvis nostrum, quos iste idiotas appellat, delectare
possent: unum Cupidinis marmoreum, Praxitelis. Nimirum didici etiam,
dum in istum inquiro, artificum nomina.... Erant ænea præterea duo
signa non maxima, verum esimia venustate, virginali habitu, atque
vestitu quæ manibus sublatis sacra quædam, more Atheniensium virginum,
reposita in Capitibus, sustinebant. Canephoræ ipsa vocabantur.
Sed earum artificem quem? quemnam? recte admone: Policletum esse
dicebant_[324]. Più tardi invece sì l’arte del dipingere che quella
dello scolpire parvero crescere in maggiore estimazione, se Nerone
imperatore vi si applicò e distinse.
La più gran parte delle pitture antiche erano parietarie, quelle che
in oggi, dai diversi procedimenti adottati nel pingere, chiameremmo
affreschi. Nondimeno anche allora non è escluso che si potesse da
quegli artisti dipingere sull’intonaco recente. Anzi il dottissimo
cav. Minervini ha constatato non dubbie differenze nei diversi sistemi
onde sono condotti gli intonachi che ricoprono le pareti pompejane.
Ne ha distinti di più fini, per i quali, a suo credere, gli antichi
dipingevano a fresco le composizioni meglio accurate, i paesaggi e le
figure; mentre che le semplici decorazioni erano dipinte a secco da
pittori inferiori.
Il più spesso rilevasi evidentemente come suolessero dipingere a
guazzo od all’acquerello con colori preparati a gomma, ovvero con
altro genere di glutine, e se ne adducon le prove in gran numero di
dipinti pompejani esistenti nel Museo di Napoli, i colori de’ quali si
ponno separare e staccare dall’intonaco, talvolta ben anco vedendosi
ricomparire, nel cadere lo strato superiore, la sottoposta tinta,
ciò che non può accadere di pitture frescate. Quando poi si ponga
mente che fra i colori adoperati allora eranvi quelli che chiamavano
_purpurissum, indicum, cæruleum, melinum, auripigmentum, appianum_ e
_cerussa_, e i quali non resistono alla calce[325], si mette in sodo
che il processo non poteva essere a fresco.
Uno dei metodi più usitati in quel tempo era del pingere all’encausto,
e se ne valeva assai per le pitture sulle pareti. Più sopra nella
_taberna_ del mercante de’ colori, abbiam trovato molti ingredienti
che servivano a tale scopo. Era l’encaustica l’arte di dipingere con
colori mescolati con cera e di poi induriti coll’azione stessa del
fuoco. Di qual modo si praticasse in antico, di presente più non si
sa, essendosene smarrito il procedimento. Vero è che il conte Caylus
pretese averlo rivendicato e ne scrisse al proposito un trattato;
ma per general sentimento non credasi che sia riuscito ad ottenerne
i medesimi risultamenti. Pare, scrive Rych[326], ch’essi seguissero
diversi metodi e conducessero l’operazione in differentissime guise:
o con colori mescolati con cera, distesi con una spazzola asciutta e
poi bruciati con un cauterio (_cauterium_), ovvero marcando i contorni
con un ferro rovente (_cestrum_) si incideva sopra l’avorio; nel qual
processo non pare che la cera entrasse punto, o infine liquefacendo la
cera con cui i colori erano mescolati, cosicchè la spazzola era intinta
nel liquido composto e il colore disteso in istato di fluidità, come
si fa all’acquerello, ma di poi rammorbidito e fuso coll’azion del
calorico.
Contrariamente a quanto afferma Bréton, che l’encausto fosse bensì in
uso allora, ma indubbiamente solo pei quadri e non per le pitture di
semplice decorazione[327], vogliono altri che il metodo dell’encausto
fosse quello adottato in tutte le pitture pompejane, come in quelle
scoperte ad Ercolano. Mengs per altro portava opinione che esse fossero
invece condotte a fresco[328].
Ho poi detto che la più gran parte dei dipinti fossero parietarii, ciò
che significa che non tutti lo fossero; ben sapendosi come alcuna volta
si dipingesse sulle tavole di legno, ch’erano di larice, preparate
prima con uno strato di creta, specie di pietra tenera, friabile e
bianca, sì che _tabula_ equivalesse, senz’altro, a quadro, come a mo’
d’esempio leggasi in Cicerone: _Epicuri imaginem non modo in tabulis,
sed etiam in poculis et in anulis habere_[329]; e altrove: _Tabulas
bene pictas collocare in bono lumine_[330], come istessamente oggidì
ogni artista domanda di collocare sotto buon punto di luce le sue
opere, per conseguirne i migliori effetti. Plinio poi aggiunge che
si pingesse pure sovra pelli o membrane[331] ed anche sulla tela. Su
tela, per la prima volta venne dipinta quella grande demenza che fu la
colossale immagine di Nerone, alta centoventi piedi, che fu consunta
dal fulmine, come disse lo stesso Plinio, nei giardini di Maja: _Nero
princeps jusserat colosseum se pingi CXX pedum in linteo incognitum ad
hoc tempus. Ea pictura cum peracta esset in Majanis hortis, accensa
fulmine cum optima hortorum parte conflagravit_[332]. Nè fu sola
codesta prova del pingere sulla tela allora. Un liberto dello stesso
Nerone, dando al popolo in Azio uno spettacolo di gladiatori, coprì
i publici portici di tappezzerie dipinte su cui rappresentavansi al
naturale i gladiatori e i loro inservienti.
Del resto anche le pitture pompejane offrirono dati, di cui giova tener
conto, in conferma di quest’uso di dipingere a pittura sulla tela,
avendosene una su parete, la quale rappresenta una dama che sta dinanzi
al cavalletto intenta a dipingere un quadro o piuttosto a copiare un
Bacco che le sta davanti; un’altra in cui si raffigura un pigmeo, che
dipinge nella medesima guisa, ed una terza, nella quale è un’altra
donna che pur così dipinge, la quale, scoperta nel 1846, gli Archeologi
opinarono potesse essere la famosa Jaia di Cizica conosciuta da Varrone
e celebrata da Plinio[333].
Recenti scavi fatti a Pompei (1872) rivelarono come si dipingesse anche
sul marmo. Su di una tavola appunto marmorea, rinvenuta non ha guari,
si ammirò una buona pittura a più figure, che l’illustre Fiorelli
interpretò per la scena tragica dell’infelice Niobe; importante
scoperta codesta che viene ad aggiungere una notizia di più alla storia
della pittura.
Le Pitture di Pompei si possono classificare, oltre quelle
architettoniche e decorative, di cui dissi più sopra, in istoriche
— intendendo comprendersi in esse tutti i soggetti mitologici od
eroici — e giovan moltissimo, oltre che a rischiarare quanto noi
sappiamo di mitologia e della storia dei secoli favolosi ed eroici,
a fornire altresì nozioni circa la scienza del costume, l’arte
drammatica e l’antichità propriamente detta; in quelle delle figure
isolate e di genere; di paesaggi e animali e fiori; ommettendo per
ora qui d’intrattenermi particolarmente di quelle delle insegne delle
_tabernæ_, perchè ne ho già detto abbastanza nel Capitolo antecedente,
per quel che ne importava di sapere; molto più che a rigore
implicitamente io ridirò di esse, favellando della pittura di genere a
cui appartenevan le dipinte insegne.
Ho più sopra, sulla fede di Plinio, ricordato alla sfuggita i nomi
di alcuni pittori conosciuti in Roma: or ne dirò il giudizio che
di loro opere fu lasciato ai posteri. Per Fabio, l’arte non doveva
essere che un divertimento, perchè, come patrizio, non aveva d’uopo
d’esercitarla, ne diffatti riuscì grande la riputazion sua come
pittore. D’altronde così ragionava Cicerone: «Crederemmo noi che ove si
fosse fatto titolo di gloria a Fabio l’inclinazione che mostrava per la
pittura, non fossero stati anche fra noi dei Polignoti e dei Parrasii?
L’onore alimenta le arti: ciascuno è spronato dall’amor della gloria
a dedicarsi ai lavori che possono procurargliela: ma languono gli
ingegni ovunque sieno tenuti in non cale.» Pacuvio, poeta e pittore,
quantunque arricchisse de’ proprii dipinti il Tempio di Ercole nel Foro
Boario, sembra nondimeno che queste sue opere d’arte non oscurassero
del loro bagliore la maggior fama acquistata da lui colla tragedia di
Oreste, ancorchè la drammatica si trovasse in quel tempo nella sua
infanzia. Arellio, vissuto qualche tempo appena prima d’Augusto, si
rese celebre, ma fu rimproverato d’aver corrotto l’onore dell’arte sua
con una insigne turpitudine e quando toglieva a pingere una qualche
Iddia, le prestava i tratti e le sembianze di qualche sciupata, della
qual fosse innamorato; suppergiù come fanno tanti dei pittori odierni
col dipinger sante e madonne, onde la pittura sacra cessò di produrre
que’ capilavori, che ispirava ne’ tempi addietro la fede. Amulio invece
fu severo e si narra che la sua Minerva riguardasse lo spettatore
da qualunque parte le si fosse rivolto; Accio Prisco si loda per
accostarsi meglio alla maniera antica, e quest’ultimo viveva ai tempi
di Vespasiano, quindi presso agli ultimi giorni di Pompei.
In questa città, più ancora che in Roma, risentono le pitture del far
greco: certo molti artefici greci quivi furono e lavorarono. Voler
tener conto, oltre quelli che già rammentai lungo il corso dell’opera,
di tutti i dipinti di storia e di mitologia, non mi trarrei sì presto
di briga: d’altra parte ho accennato in capo di questo articolo che
tratta delle Arti belle, le opere che ne discorsero in proposito
partitamente e ne riprodussero i disegni. Tuttavia, come non dire del
quadro di Tindaro e di Leda, meritamente considerato come uno dei più
preziosi avanzi della pittura degli antichi? Vivacità di colorito,
armonia di tinte e leggiadria di composizioni fecero lamentare che i
suoi colori oggi sieno di tanto smarriti. Così la bella Danae scoperta
nella casa di Pansa; l’Adige ferito nelle braccia di Venere, che diede
il nome alla casa in cui fu trovato; il Meleagro, onde fu detta la
casa in cui era, nella quale pur si trovarono Achille e Deidamia; Teti
che riceve da Vulcano le armi d’Achille; Dejanira su d’un carro che
presenta Ilio figliuol suo ad Ercole, mentre il Centauro Nesso offre
di tragittarla sul fiume Eveno, e Meleagro vincitore del cinghiale
Calidonio; ambe rinvenute nella casa detta del Centauro; Castore e
Polluce, il Satiro ed Ermafrodito, Apollo, Saturno, Achille fanciullo
immerso nello Stige, Marte e Venere, Endimione e Diana, Eco e Narciso,
Giove, La Fortuna, Bacco, pitture tutte scoperte nella preziosissima
casa che fu detta di Castore e Polluce od anche del Questore; Venere
che pesca all’amo; Ercole ed Onfale, grande pittura scoperta nella Casa
di Sirico e i diversi subbietti spiccati all’Iliade, che si giudicarono
fra i dipinti più egregi per composizione ed esecuzione finora tratti
in luce, che si videro nella Casa d’Omero, detta altrimenti del Poeta;
fra cui pure fu ammirata la bellissima Venere, che Gell non esitò
punto a paragonare per la forma a quella sì celebrata de’ Medici, e pel
colore a quella non men famosa di Tiziano.
Fu nel peristilio della medesima casa di Sirico che si trovò il
Sacrificio di Ifigenia, copia del rinomato quadro che fu il capolavoro
di Timanto.
Certo che tutte le opere di pittura in Pompei non hanno egual merito,
nè vantar si ponno di molta correzione; ma in ricambio quasi sempre
vi è l’evidenza, l’espressione, la verità, vivacità di colorito
e intonazione ad un tempo e la luce ben diffusa e tale spesso da
rischiarare di sè la piccola camera. «_Et quel mouvement dans toutes
ces figures_, sclama Marc Monnier, che amo citare, perchè autorità
di straniero, _quelle souplesse et quelle vérité!! Rien ne se tord;
mais rien ne pose. Ariane dort réellement, Hercule ivre s’affaisse, la
Danseuse flotte dans l’air comme dans son élément, le centaure galope
sans effort; c’est la réalité simple (tout le contraire du Réalisme),
la nature belle qu’elle est belle, dans la pleine effusion de sa grâce,
marchant en reine parce quelle est reine et qu’elle ne saurait marcher
autrement. Enfin ces peintres subalternes, vils barbouilleurs de
parois, avaient à defaut de science et de correction, le genie perdu,
l’instinct de l’art, la spontaneité, la liberté, la vie_[334].
La quale splendida testimonianza che ho recata colle parole del
francese scrittore, applicar non si vogliono — intendiamoci bene — a
quelle principali composizioni storiche o mitologiche che ho più sopra
annoverate, ma sì a quelle altre sole che superiormente ho distinte
nella classe delle Figure isolate. Sentimento di quel critico, diviso
pure da ben altri e da me, è che alle più importanti opere di pittura,
alle storie onde si decoravano le pareti più ampie delle case si
ponessero artisti i meglio riputati, e che invece a quelle isolate, si
applicassero altri di minor levatura.
Queste figure isolate servivano il più spesso a decorare le pareti
minori, quando pure le grandi non venissero disposte a piccoli
quadri, a decorar lacunari ed agli effetti architettonici: erano
il più spesso Ninfe, Danzatrici, Baccanti, Centauri, Sacerdotesse,
Canefore e Cernofore, Genj alati, Amorini, Fame, Vittorie e Fauni,
Muse e Iddii. Ma non furon sempre opere di poco momento o di merito
secondario; perocchè talune, che si ebbero conservate, fossero
altrettanti capolavori. Le raccolte infatti che si publicarono de’
pompeiani dipinti, fra le tante figure isolate, recarono i disegni di
veri piccoli capolavori. Tale a mo’ d’esempio è la imponente Cerere
rinvenuta nella Casa detta di Castore e Polluce o del Questore, in
cui sembrarono essere di proposito state accumulate le più leggiadre
opere di arte; il Giove che stava nella casa detta _del Naviglio_ di
fronte ad uno dei lati del tempio della Fortuna, e il quale ha tutta la
maestà del padre degli Dei. Ma forse la figura isolata più pregevole,
è per generale avviso la Meditazione seduta su d’una sedia dorata, i
lineamenti della quale sono eseguiti con tanta cura e dotati di tanta
espressione, direbbesi individuale, da essere indotti a credere che
dovesse essere un ritratto. E poichè sono a dire di questo genere di
pittura, che è de’ ritratti, il lettore ricorderà i due ritratti di
Paquio Proculo e di sua moglie, de’ quali m’ebbi ad intrattenere nel
passato capitolo: se non sono essi da collocarsi fra le migliori opere,
attestano nondimeno della costumanza che si aveva fin d’allora di farsi
ritrarre, oggi divenuta omai una mania, atteso il buon mercato della
fotografia.
Non vogliono poi essere passati sotto silenzio l’Apollo Musagete, o
duce delle Muse e le nove Muse, isolatamente dipinti in tanti quadri,
che si rinvennero negli scavi nell’anno 1785 nella vicina Civita,
avente ognuna figura i proprj emblemi, e più che questi, la propria
peculiare espressione.
In quanto alla pittura di genere, non voglio dire si possano vantare
tante meraviglie quante se ne ammirarono in quella istorica, e quel che
ne vado a dire ne fornirà le ragioni. In quella vece vuolsene segnalare
un certo pregio in ciò che a me, come agli scrittori delle cose
pompejane, giovarono alla interpretazione di importanti cose attinenti
l’arti e i mestieri.
Fin da quando le scuole greche piegarono a decadenza, per la smania
del nuovo, molti artisti si buttarono ad una pittura casalinga e di
particolari, che i moderni chiamarono di genere. Là, dove l’arte
si ispirava sempre al grande ed al meraviglioso ed era aliena per
conseguenza dal realismo, l’avvenimento non fece che sollevare il
dispregio e questi artisti si designarono come pittori di cenci, e noi
diremmo da boccali. Tuttavia sulla mente del popolo que’ dipinti che si
esponevano ad insegna di bottega facevano impressione: erano richiami
influenti e que’ dipinti si ricercarono a furia da merciai e venditori.
Così Pireico ottenne fama, sapendo dipingere insegne da barbiere e
da sarto; Antifilo, pingendo uno schiavo soffiante nel fuoco ad una
fabbrica di lana; Filisco un’officina da pittore e Simo il laboratorio
d’un follone[335]. Orazio ci ha poi ricordato ne’ versi, che in altro
Capitolo (Anfiteatro) ho citati, un’insegna gladiatoria e nel capitolo
delle _Tabernæ_ ne ho pur toccato: or ne dirò, poichè mi cade in
taglio, qualche cosuccia ancora.
L’Accademia d’Ercolano publicò ne’ suoi atti una serie di quadri
scoperti fin dal 25 maggio 1755 in cui sono appunto espressi mercanti e
lavoratori in pieno mercato, forse nel Foro di Pompei, dal quale appena
differenziano i capitelli delle colonne, che in quel di Pompei son
dorici, mentre nella architettura de’ quadretti summentovati appajono
corintii; perocchè nel resto tutto vi sia fedelmente riprodotto.
In uno si veggono due mercanti di drappi di lana, che trattan di loro
merce con due avventrici: in altro è un calzolajo che in ginocchio
prova a calzare delle scarpe a un suo cliente e nel fondo appiccate
veggonsi al muro diverse calzature.
Un altro calzolajo è raffigurato in un altro quadro e colla bacchetta
alla mano con cui misura il piede, porge un calzaretto a quattro
pompejane sedute, di cui l’una ha in grembo un fanciullo. Buona la
composizione, pessima ne è la esecuzione. Evvi un’altra pittura, in
cui sono due genietti pure calzolai: l’uno ha nelle mani una forma,
l’altro ha il cuojo che si dovrà adattare su di essa, onde foggiarlo
a calzatura. In un armadietto a due battenti aperti veggonsi scarpe
diverse e presso un vasetto e un bacino contenenti il colore per dare
il lucido alle pelli. Evvi anche il commerciante di forbici, fibule,
spilloni; il vasajo e il panattiere seduto alla turca sul suo banco.
Parlando della _Fullonica_, già dissi del dipinto che vi si trovò
nel 1826 e che reca tutto il progresso di quell’arte de’ gualcherai,
di esecuzione assai migliore delle altre, nè mi vi arresterò di più:
invece nelle pitture di decorazione veggonsi fabbri, genietti alati
con arnesi fabbrili, altri recanti nelle mani quelli del pistrino e del
torchio.
Del pregio de’ paesaggi, che formavano soventissime volte il fondo dei
dipinti storici più importanti, dissi più sopra, e noterò meglio ora,
che pur frequenti volte si trovino nei fregi e sotto altri dipinti di
figura, riprodotti animali, come buoi, lupi, pantere, capre ed uccelli,
talvolta condotti con non dubbia abilità.
Ora una breve parola della pittura de’ fiori. Nulla, scrive Beulé,
nulla è più grazioso che le pitture rappresentanti piccoli genii che
figurano il commercio de’ fiori. La gran tavola coperta di foglie
e di fiori, i panieri che essi portano, che vuotano e riempiono,
le ghirlande sospese, tutto ci richiama Glicera, la bella fioraia
di Sicione che il pittor Pausia amava, e della quale egli copiava
i bei mazzi, tanto sapeva comporli, disponendovi i colori ed ogni
loro gradazione. Le più leggiadre rappresentazioni in questo genere,
trovansi in quattro comparti decorativi d’una camera sepolcrale che
Santo Bartoli ha disegnati. V’hanno fanciulli che colgono de’ fiori,
ne riempiono i cestelli, ne caricano le spalle loro, attaccati in
equilibrio su d’un bastone. Il picciolo mercante che va tutto nudo
recando questa serie di ghirlande, è veramente degno di osservazione.
Scultura.
Veniamo ora alla parte statuaria, seguendo anche in questo argomento
l’egual sistema di trattar delle sue condizioni generali nel mondo
romano, particolareggiando poi intorno alle opere pompejane.
Io intendo trattare in proposito non solo delle statue in marmo, ma
ben anco di quelle in bronzo e de’ bassorilievi; perocchè sieno tutte
opere attinenti la scultura; solo omettendo di quelle ne’ più preziosi
metalli, per averne già toccato alcunchè parlando degli orefici e delle
orificerie in Pompei.
Anche nella statuaria l’Etruria precedette ogni altra parte d’Italia.
Se le sue prime produzioni presentarono un genere presso che eguale
alle produzioni de’ popoli incolti, presto per altro assunsero una
propria maniera: anzi dai molti saggi recati alla luce dagli scavi in
più località praticati, e di cui sono arricchiti i nostri musei, si
può asserire che due fossero le maniere, o stili affatto distinti di
disegno. Del primo, dice Winkelmann, esistono ancora alcune figure
e somigliano le statue egiziane, in quanto che hanno esse pure le
braccia pendule ed aderenti alle anche, ed i piedi posti parallelamente
l’un presso l’altro: il secondo è caratterizzato dalle esagerazioni
dei movimenti e di una ruvidezza di espressione che gli artisti si
sforzarono di imprimere ai loro personaggi.
Da questa seconda maniera si fa passaggio alla maniera de’ Greci, di
cui gli Etruschi, dopo l’incendio di Corinto e il saccheggio d’Atene
datovi da Silla, che spinse gli artisti di Grecia in Italia, divennero
discepoli e collaboratori.
Tuttavia i primi Etruschi potevano a buon dritto vantarsi d’aver con
successo trattato scultura e pittura fino dai tempi in cui i Greci
non avevano che assai scarsa cognizione delle arti che dipendono dal
disegno: argomento pur questo che avvalora la credenza dal Mazzoldi
espressa nelle sue _Origini Italiche_, non abbastanza apprezzate
come si dovrebbe, che la civiltà fosse prima dall’Italia importata
alla Grecia, i Pelasghi appunto e gli Atalanti procedendo dalla terra
nostra.
Plinio ne fa sapere infatti che in Italia venisse eseguita una
statua innanzi che Evandro, mezzo secolo prima della guerra di Troja,
giungendo dalla nativa Arcadia, sostasse sulle sponde del Tevere e
vi fondasse Pallantea, che ho più sopra ricordato; e ne trasmise pur
la notizia che nel suo tempo si vedevano ancora a Ceri, una delle
dodici principali città dell’Etruria, affreschi d’una data anteriore
alla fondazione di Roma. Egualmente le pitture del tempio di Giunone,
condotte da Ludio Elota, prima che Roma esistesse, in Ardea, città del
Lazio, capitale dei Rutuli e soggiorno del re Turno, come raccogliesi
dal Lib. VII dell’_Eneide_, della freschezza delle quali rimaneva
quell’enciclopedico scrittore maravigliato, non meno che dell’Atalanta
e dell’Elena di Lanuvio, la prima ignuda, la seconda invece
decentemente palliata e spirante timidezza e candore.
Fondata Roma, Romolo e Numa ricorsero, come mezzo di civilizzazione, a
imporre il culto a quelle immagini di numi che Evandro ed Enea avevano
recato in Italia ne’ più remoti tempi, quantunque poi per crescere loro
autorità, li avessero a circondar di mistero tenendoli gelosamente
ascosi agli sguardi profani. Le prime opere di scultura presso i
Romani si vuole essere state statue di legno o di argilla, raffiguranti
divinità. D’altri personaggi si citano le statue: di Romolo, cioè, di
Giano Gemino, consacrate da Numa, la prima anzi delle quali coronata
dalla Vittoria, fu poscia collocata sopra una quadriga di bronzo tolta
dalla città di Camerino. Più innanzi il simulacro dell’augure Accio
Nevio e delle due Sibille e le statue equestri di Orazio Coclite e di
Clelia trovasi scritto che venissero fuse in bronzo in epoca assai
prossima a quella in cui siffatti personaggi avevano vissuto. Anche
nel Foro Boario venne collocata in quei primi tempi una statua d’Ercole
trionfatore; come più tardi sulla piazza del Comizio venne posta quella
di un legista di Efeso, appellato Ermodoro. Un Turriano, scultore di
Fregela lavorò in rosso una statua di Giove e fu cinque secoli avanti
l’Era Volgare. Un Apollo di smisurata grandezza fu da Spurio Carvilio,
dopo la sua vittoria contro i Sanniti, fatta fondere in bronzo, usando
all’uopo delle spoglie tolte a’ vinti nemici.
Non è che dugentottanta anni prima di Cristo, dopo la sconfitta di
Pirro, che a Roma venne offerto lo spettacolo di una esposizione di
molti e pregevoli oggetti d’arte, quadri e statue che dall’esercito
Romano erano stati predati in un con ingente quantità d’oro e
d’argento, ed altre preziosità negli accampamenti del Re epirota, che
alla sua volta erano stati da lui derubati nella Sicilia ai Locri, nel
saccheggio dato al tesoro del loro tempio sacro a Proserpina.
I monumenti che la nazione consacrava ad eternare i fasti più gloriosi
consistevano d’ordinario in semplici colonne, rado a’ più valorosi
capitani concedevasi l’onoranza di una statua, limitata l’altezza a
tre piedi soltanto, onde designate venivano codeste statue col nome
di _tripedaneæ_; mentre poi _sigillæ_ dicevansi quelle più piccole
d’oro, d’argento, di bronzo od avorio, le quali erano per solito
d’accuratissimo lavoro.
Pel contrario nelle case private, i patrizj collocavano in apposite
nicchie le immagini dei loro illustri maggiori, e se n’era anzi
costituito un diritto, solo concesso a coloro che avessero sostenuto
alcuna carica curule, come il tribunato e la questura, ed erano la più
parte lavorate in cera; talvolta per altro in legno, in pietra od in
metallo. Chi di tal diritto fruiva, poteva processionalmente siffatte
immagini portare nelle pompe funerali, lo che ognuno si recava a sommo
di onore.
La presa di Siracusa per opera di Marcello e le conquiste della
Macedonia, della Grecia e dell’Asia, per quella di Paolo Emilio, di
Metello e de’ Scipioni, dovevano rendere più acuto il desiderio di
possedere oggetti d’arte, comunque non fosse giunto, come dissi più
sopra, a farsene il virtuale apprezzamento neppur a’ tempi della
maggiore coltura, come furono quelli di Cesare e di Cicerone. Perocchè
i trionfatori tutte le meraviglie dell’arte, di cui i Re macedoni
avevano impreziosito le loro principali città, mandassero a centinaja
di carra a Roma, in un con tante altre ricchezze; per modo che per
centoventitre anni di seguito non s’avesse bisogno di prelevare imposte
sui cittadini.
Come già narrai, si travasarono dalla Grecia in Roma, coi capolavori
dell’arte, anche i loro artefici, e poterono così stabilirvi le loro
scuole e sistemi e farli prevalere, che il Senato con apposito decreto
mandò multarsi gli scultori che si fossero allora allontanati dalle
dottrine di essi, la eccellenza delle quali veniva tanto splendidamente
attestata da sì egregie ed immortali opere.
Le statue, che dapprincipio avevano giovato soltanto ad illustrare
i trionfi, vennero pertanto adoperate ben presto a decorar piazze e
monumenti e quindi a crescere il fasto delle abitazioni private. Silla,
Lucullo, Ortensio e il cliente di lui Cajo Verre, diedero il primo
esempio: dietro di essi vennero tutti i più facoltosi degli ultimi
tempi della Republica, seguiti pure da tutti quelli delle colonie, come
rimangono ad attestarcelo tanti capolavori, de’ quali più avanti dirò,
rinvenuti in Ercolano e Pompei.
Di tal guisa gli artisti greci venuti a Roma vi trovarono molto lavoro
e fortuna. Si citano fra essi un Pasitele, che eseguì una statua nel
tempio di Giove e n’ebbe il diritto di cittadinanza; i suoi allievi
Colote e Stefanio; Arcesilao, che scolpì la Venere genitrice per
Cesare, il qual si vantava da lei discendere; Apollonio e Glicone,
autore dell’Ercole Farnese, condotti a Roma da Pompeo; Alcamene
e Cleomene, Poside e Menelao, Decio e Damasippo, e sotto Augusto
Menofante e Lisia, Nicolao e Critone e l’ateniese Diogene, che condusse
le statue che si collocarono sul frontone del Pantheon di Agrippa.
Augusto stesso fece erigere sotto il portico del suo Foro le statue
degli oratori e de’ trionfatori più illustri, e in Campidoglio si vede
tuttavia una statua di questo imperatore con un rostro di nave a’ suoi
piedi in memoria di sua vittoria sovra Sesto Pompeo.
Ma ho ricordato testè Cajo Verre. Or come si può, anche sommariamente,
come faccio io qui stretto dall’economia dell’opera, ritessere la
storia dell’arti, o piuttosto compendiarla, senza ricordare le gesta
infami di quest’uomo, contro cui si scagliarono le folgori della
eloquenza del sommo Oratore?
Cajo Licinio Verre, senatore, era stato proquestore dapprima in
Cilicia, poscia pretore per tre anni in Sicilia, dove, non pago
dell’ordinaria rapacità de’ suoi colleghi, trattò la Sicilia più che
paese di conquista. Abusando del suo potere, fece man bassa su tutte le
preziosità publiche e private. Quadri e statue de’ più celebri artisti
attiravano specialmente la sua cupidigia, nè ristava davanti alcuna
legge divina ed umana per venirne in possesso. Cicerone, difendendo
contro lui le ragioni de’ Siciliani, aveva potuto senza iperboli
esclamare: «Dove sono le ricchezze strappate a forza a tanti popoli
soggetti e ridotti omai alla miseria? Potete voi chiederlo, o Romani,
quando vedete Atene, Pergamo, Mileto, l’Asia, la Grecia inghiottite
nei palagi di alcuni spogliatori impuniti?» Minacciato per ciò
d’accusa capitale, egli aveva prese le sue cautele, nè restava punto
dal dichiararle svergognatamente a’ suoi amici, dicendo: io feci del
prodotto del triennio che durò la mia pretura tre parti: una per il mio
difensore, una per i miei giudici e la più grossa per me.
Il suo difensore fu Ortensio, che oltre essere rinomatissimo oratore,
era appassionatissimo delle opere di arte, vantandosi fra gli altri
di possedere il dipinto degli Argonauti di Cidia, che aveva costato
centoquarantaquattro mila sesterzi, che sarebbero lire ventottomila
delle nostre. Cicerone dice di Verre: che in lui la cupidigia
d’artistiche cose era un furore, un delirio, una malattia, dacchè
in tutta la Sicilia non esistesse un vaso d’argento o di bronzo,
fosse di Delo o di Corinto, non una pietra incisa, non un lavoro di
oro, d’avorio, di marmo, non un quadro prezioso, non un arazzo, che
quell’avido governatore non volesse vedere co’ proprj occhi, per
trattenere poi quanto gli sembrava opportuno ad arricchire la di lui
raccolta. Basti per tutti il seguente aneddoto. Antioco, figlio del re
di Siria, volendo sollecitare l’amicizia del Senato romano, viaggiava
alla volta della grande città, seco recando un ricchissimo candelabro,
per donarlo al tempio di Giove Capitolino. Transitando per la Sicilia,
ricambiando Verre d’una cena, questi vedute le mille preziosità che
aveva, sotto pretesto di mostrarle a’ suoi orefici, se le faceva col
candelabro portar a casa. Vi consentiva Antioco; ma quando si trattò
della restituzione, il ladro pretore tanto insistè per aver tutto in
dono, che alla perfine, a lasciargli ogni cosa si decise, purchè almeno
gli rendesse il candelabro destinato al popolo romano. Verre ricorse
dapprima a pretesti per ricusargli anche questo; ma poi impose termine
a ogni contesa, intimando recisamente al re che sgombrasse avanti notte
dalla provincia.
Chiederà il lettore se tanto ladro venisse poi condannato. Risponderò
che non fossero questi soltanto i gravami contro lui formulati:
altri furti e depredamenti d’ogni genere da lui commessi in Acaja, in
Cilicia, in Panfilia, in Asia ed in Roma; la venduta giustizia, le
violenze, gli stupri, l’oltraggiata cittadinanza; sì che li potesse
così Cicerone riassumere nella Verrina _De Frumento: Omnia vitia, quæ
possunt in homine perdito nefarioque esse, reprehendo, nullum esse dico
indicium libidinis, sceleris, audaciæ, quod non in unius istius vita
perspicere possitis_[336].
Ebbene, Cicerone appena ne potè assumere l’accusa protetto da Pompeo;
ma il fece con tanto vigore fin dalla prima arringa, che spaventatone
Ortensio, disperando dell’esito del suo patrocinio, ne dimise tosto
il pensiero, e Verre stesso persuaso, andò spontaneamente in esiglio,
dove passò la trista vecchiezza e morì proscritto da’ Triumviri, come
ce lo lasciarono ricordato Seneca e Lattanzio[337], condannato però a
restituire a’ Siciliani quarantacinque milioni di sesterzi, dei cento
che essi avevano addomandato e che forse non rappresentavano tutto il
danno della sua rapina.
Le altre orazioni che contro Verre si hanno di Cicerone, non furono
recitate, attesa la contumacia dell’accusato; ma corsero allora
manoscritte per le mani di tutti e a’ posteri rimasero monumento, come
di eloquenza, così della condotta de’ magistrati romani, che nella
propria Verre compendiava.
Toccai più sopra di Augusto, come l’arti favorisse e gli artisti, e da
Tito Livio infatti egli venne chiamato per antonomasia _riedificatore
dei templi_, ed a buon diritto però potè morendo dire di sè: Trovai
Roma fabbricata di mattoni e la lascio fabbricata di marmo.
Fu sotto di lui che Dioscoride portò la glittica, od incisione in
pietre dure, al più perfetto suo grado e si levano a cielo il suo
Perseo, la Io, il Mercurio Coriforo, ossia portante un capro, e il
ritratto dell’oratore Demostene inciso su d’un’ametista. Nello stesso
genere furono pure lodatissimi Eutichio figliuolo di Dioscoride,
Solone, Aulo e chi sa quanti altri, se i Musei tutti serbano i più
squisiti cammei di quel tempo e se dagli scavi di Pompei se ne tolsero
di preziosissimi, tali da formare la meraviglia di chi li vede adesso
nel Museo Nazionale di Napoli.
E poichè m’avvenne di ricordare la glittica o glittografia, come altri
la chiama, nel difetto di trattati antichi intorno a quest’arte, —
perocchè non se n’abbiano che pochi cenni nelle opere di Plinio, —
parmi potersi ritenere che avessero a un dipresso in antico i metodi
che si han pur di presente in Italia, dove a preferenza fu sempre
coltivata e portata a perfezione. Ad intaccar la pietra, si usava
dagli artefici romani una girella che chiamavano _ferrum obtusum_, e
la cannella da forare appellata da Plinio _terebra_, giovandosi del
_naxium_, specie di grès di Levante, poi dello schisto d’Armenia, a
cui sostituirono da ultimo lo _smirris_, che noi diremmo smeriglio.
Credesi nota agli antichi la punta di diamante come strumento attissimo
all’incisione. Delle pietre dure incise valevansi principalmente
a farne anelli e sigilli; onde, litoglifi dicevansi gli artisti
intagliatori di pietre, e dattilioglifi gli intagliatori di anelli,
usandosi anche nello stesso significato le parole più prettamente
latine _sculptores_ e _cavatores_.
E qui chiudo la parentesi, che parvemi necessaria a dare una qualunque
idea di questa particolare arte del disegno e ritorno al primo
subbietto.
Del tempo di Tiberio, ha poco a registrare la storia dell’arte, se
non è la statua di quel Cesare che fu ritrovata in Carpi e una effigie
colossale ricordata da Flegone, liberto d’Adriano, nel suo _Trattato
delle cose meravigliose_. Nè di meglio del tempo di Caligola e di
Claudio; comunque del primo si sappia ch’ei chiedesse agli artisti
invenzioni straordinarie e prodigiose: di quello di Nerone varrebbe
invece intrattenerci, se di lui stesso ebbe a scrivere Svetonio:
_pingendi fingendique, non mediocre habuit studium_[338]; ciò che
inoltre gioverebbe a provare che la professione dell’Arti Belle, non
fosse più, come per lo addietro, cotanto disprezzata.
A lui è imputato d’aver dato l’incendio a parecchi quartieri della
città; ma lo si pretende escusare, dicendo averne avuto il pensiero
per distruggere tante indecenti catapecchie, onde in luogo di esse
sorgessero palagi, si ampliassero le vie, e potesse meglio allinearne
le mura e imporre alla città il proprio nome, appellandola Neropoli.
E vi fabbricò infatti la Casa di Oro, che dissi più sopra quant’area
occupasse e vi fe’ portare statue e quadri de’ più famosi autori,
arredi d’oro, d’argento, d’avorio e madreperla, e collocarvi quel
colosso, di cui pure più sopra accennai, eseguitovi da Zenodoro, alto
cento piedi, nel cui lavoro impiegò l’artefice ben dieci anni e il cui
valore fu di quaranta milioni di sesterzi, a dir come nove milioni di
lire italiane.
Sotto gli imperatori di casa Flavia, Vespasiano e Tito, dai quali
veduto abbiamo eretto l’Anfiteatro, detto il Colosseo, non si sa
che importanti opere scultorie venissero in Italia condotte, dove si
eccettuino una bella statua rappresentante l’imperatore Tito ed una
bella testa colossale del medesimo imperatore, che Winkelmann ricorda.
È anche a quest’epoca appartenente di certo, secondo l’opinione
d’Ennio Quirino Visconti, l’incomparabile gruppo del Laocoonte, degli
artisti rodii Agesandro, Atenodoro e Polidoro, che Plinio non esitò a
dichiarare _Opus omnibus et picturæ et statuariæ præponendum_[339].
Viste così le principali cose di scultura pertinenti all’epoca
imperiale infino ai giorni del cataclisma vesuviano, mi conviene ora
completarne il discorso colle opere scoperte in Ercolano e in Pompei.
Le più grandi si rinvennero in Ercolano: tali la statua equestre in
marmo di Nonio Balbo e quella del figliuol suo, che ne fiancheggiavano
la basilica e la importanza delle quali opere lasciò indovinare
l’importanza altresì de’ personaggi che rappresentavano; onde ne dolse
che nè la storia, nè gli scavi abbiano finora portato alcun lume su di
essi; tali il magnifico cavallo in bronzo, rinvenuto nel teatro e già
spettante ad una quadriga, che nei primi scavi colà praticati venne
messa sventuratamente a pezzi, e ricomposta poi, forma oggidì una delle
più interessanti e preziose opere del Museo di Napoli in un con alcune
figure del bassorilievo del carro, con un Bacco, otto statue consolari,
quelle di Nerone, Claudio Druso e sua moglie Antonia, un ministro di
sagrifici in bronzo e due teste di cavallo, e una statua di Vespasiano,
e due di bronzo rappresentanti Augusto e Claudio Druso. Nello stesso
Museo di Napoli, sono pure le statue di sei celebri danzatrici, trovate
nella casa detta dei Papiri[340], il magnifico Fauno ebbro, in bronzo,
ch’era a capo della piscina nello xisto di essa casa, i busti di
Claudio Marcello, di Saffo, di Speusippo, Archita, Epicuro, Platone,
Eraclito, Democrito, Scipione l’Africano, Silla, Lepido, Augusto,
Livia, Cajo e Lucio Cesare, Agrippina, Caligola, Seneca, Tolomeo
Filadelfo, Tolomeo Filometore, Tolomeo IX, Tolomeo Apione, e Tolomeo
Sotero I; di due Berenici e di due altri personaggi sconosciuti. Una
statua e cinque busti in bronzo si trovarono nella stessa casa, su l’un
de’ quali si lesse il nome dell’artefice: Apollonio figlio di Archia
ateniese.
Circa alle opere di statuaria rinvenute in Pompei, esse sono in numero
minore che non ad Ercolano; ma non sono meno pregevoli. Io ne ricorderò
taluna e saranno le principali.
Nel tempio d’Iside fu rinvenuta una bella statua in marmo
rappresentante Bacco, che fu detto, forse dal luogo in cui fu trovato,
_Isiaco_. Essa appare coronata di pampini la testa, e colla destra
alzata, cui tien rivolto affettuosamente lo sguardo, ci fa supporre che
stringesse un grappolo. Al piede sta una pantera, e sulla base leggesi
la iscrizione che ho già riferita parlando di questo tempio[341], dove
ho pur ricordata la statua di Venere Anadiomene coll’ombilico dorato.
Nel Pantheon, o piuttosto, come più rettamente fu giudicato, tempio
d’Augusto, nel 1821 si trovarono quelle due statue che già ricordai, le
quali si ritennero rappresentare l’una Livia sacerdotessa d’Augusto,
l’altra Druso: la prima sopratutto è una delle opere di scultura più
rimarchevoli che vi si scoprissero. Ha essa una tale maestà che a chi
la riguarda incute reverenza.
Ma siccome a suo luogo ho già ogni volta ricordate le opere di
plastica; così de’ marmi, altro non ricorderò qui che il bassorilievo
in marmo di Luni, o come direbbesi oggi di Carrara, raffigurante
una biga, su cui sta un africano, e alla quale sono attelati due
corridori preceduti da un araldo, come si usava comparire in publico
da’ magistrati. La purezza dei disegno e della esecuzione rivelano
l’artefice greco.
Dirò meglio de’ bronzi.
Leggiadra è la statuetta trovata in una nicchia innalzata nel mezzo
di una stanza, rappresentante Apollo, e sì ben conservata, che
neppure appajano danneggiate le corde argentee della lira. Taluni,
all’acconciamento alquanto muliebre de’ capelli, alla delicatezza de’
lineamenti del volto, ed all’espansione del bacino, vollero invece
ravvisarvi un Ermafrodito.
Una Diana vendicatrice, sarebbe la più armonica figura, se non vi
disdicessero certe alacce mal attaccate: più lodevole e prezioso lavoro
è il gruppo di Bacco ed Ampelo, dove gli occhi sono intarsiati in
argento.
Ma tre statuette vi sono che vengono considerate come altrettanti
capolavori e i migliori che furono scavati in Pompei: l’una
rappresentante il Fauno danzante; l’altra Narciso; la terza un Sileno.
Il loro merito si costituisce principalmente dalla maravigliosa
e caratteristica espressione, dalla perfetta concordanza di tutte
le parti, dalla irreprensibile finezza d’ogni particolare, da una
esecuzione insomma completa del bello ideale.
Il Fauno ritrovato nella casa, cui per la propria eccellenza fu imposto
il suo nome ed era nel mezzo dell’_impluvium_, ha il capo incoronato
di foglie di pino, le braccia alzate, le spalle alquanto rigettate
all’indietro, ogni muscolo in movimento e il corpo tutto in atto di
chi sta per muovere alla danza. Non può essere ammirato il minuto
lavoro del metallo, se non che vedendolo: l’epidermide è così resa
morbidamente, da vedervi sotto la vita: opera certo codesta della più
perfetta fusione, che non ebbe d’uopo per bave o altre scabrosità, di
lima o di cesello dell’artefice.
Fa riscontro al Fauno, il Narciso, statuetta trovata in una povera
casuccia, ed è d’una grazia tutta particolare e nell’atteggiamento
scorgesi come stia in ascolto della Ninfa Eco. La sua testa piega da
una parte, come appunto farebbe chi sta ascoltando voce che giunga
da lontano, teso ha l’orecchio, e il dito rivolto verso dove la voce
muove. L’espressione non poteva essere più felicemente côlta.
Il Sileno finalmente, più recentemente trovato dal comm. Fioretti,
è ancora più perfetto, se è possibile; quantunque pel soggetto si
mostri rattrappito e curvo. Era pur desso decoro d’una fonte: ciò che
ne fa ragionevolmente supporre che dunque nell’interno delle camere
vi fossero ancora maggiori preziosità di quelle ritrovate, se così
all’aperto si tenevano siffatte maraviglie.
Molte opere peraltro della statuaria pompejana accusano la decadenza
dell’arte, come infatti al tempo della catastrofe della città l’arte
romana se ne andava degenerando nel barocco. E fu in questo tempo che
alle statue prevalsero i busti, l’abbondanza de’ quali segna appunto
il nuovo periodo della decadenza cui si veggono spesso aggiunte le
spalle, parte del torace e talvolta le mani e qualche panneggiamento.
Peccano questi assai sovente d’esagerazione, ma in ricambio conservano
l’individualità. Sempre a’ giorni del decadimento si fecero busti di
più marmi e colori, l’una parte nell’altra innestando, massime gli
occhi e le vesti.
[Illustrazione: Marco Bruto. _Vol. II. Cap. XVIII. Belle
Arti._]
Per completare quanto è attinente alla scultura nel suo più esteso
significato, dovrei dire delle gemme. Qualche cenno ne ho fatto non
ha guari più sopra, parlando della glittica, e per non entrare in
maggiori particolari, ai quali assai si presterebbe il Museo Nazionale
di Napoli, per quanti oggetti si raccolsero negli scavi d’Ercolano e
Pompei, mi basti riassumerne in concetto generale il discorso; che cioè
anche in questo ramo dell’arte i Romani furono dapprima imitatori de’
Greci, adottandone i soggetti e desumendoli da fatti patrizii, sempre
però con espressione allegorica. Ho già pur detto che in seguito,
nell’epoca del risorgimento, Italia predominò tutte le altre nazioni
nella perfezione di quest’arte. Impiegavasi questa principalmente nel
lavoro di anelli e sigilli, de’ quali, come dissi in questa mia opera,
usavasi moltissimo e però di pompejani se ne hanno molti: e la glittica
poi conta inoltre fra’ suoi capolavori una maravigliosa coppa nel Museo
napolitano summentovato.
[Illustrazione: Gneo Pompeo. _Vol. II Cap. XVIII. Belle
Arti._]
Finchè si provò allora la influenza greca, l’arte romana grandeggiò;
mano mano che scemava, amenenciva contemporaneamente di sua degnità, e,
abbandonata a sè, ricadde nel fare pesante, secco e freddo.
Così ritengonsi di greci artefici i musaici, ai quali ho riserbato
le ultime parole in questo capitolo dell’Arti, e dei quali Pompei ne
largì di superbi, anzi il più superbo che si conti fra quanti si hanno
dell’antichità, nella Battaglia d’Arbela o di Isso, come dovrebbesi
per mio avviso più propriamente dire, ed a cui consacrerò peculiare
discorso.
Ma prima si conceda che rapidi cenni io fornisca intorno a quest’arte.
Ne derivano la denominazione da Musa; quasi il suo lavoro ingegnoso
fosse invenzione ispirata dalle figlie di Mnemosine, o forse perchè
se ne decorasse dapprima un tempio delle Muse. Ciò che più importa
sapere si è com’essa unicamente consista nell’accozzamento di
pietruzze, o pezzetti di marmo, di silice, di materie vetrificate e
colorate, adattate con istucco o mastice sopra stucco e levigandone
la superficie. Si chiamò dapprima _pavimentum barbaricum_, quando del
musaico si valse per coprire aree alle quali si volle togliere umidità.
Poi si disposero a disegni semplici, come a quadrelli di scacchiere,
onde si venne al _tesselatum_, che era formato di pietre riquadrate.
Progredendo l’artificio, ne seguì la specie del _sectile_, formato di
figure regolari combinate insieme, che è quel lavoro che noi chiamiamo
_a commesso_ od _a compartimento_. Poi con frammenti orizzontali di
forme diverse si giunse a piegare l’artificio a tutte le idee, capricci
e disegni, come greche, festoni, ghirigori, ed a tutto quanto insomma
costituisce ciò che chiamavasi _opus vermiculatum_, come si trova
ricordato dal verso di Lucilio:
_Arte pavimento, atque emblemata vermiculato_
E qui piacemi avvertire come tutto questo processo non abbiasi a
confondere con quello che dicevasi _opus signinum_, nome dato ad
una peculiare sorta di materiale adoperato pure a far pavimenti,
consistente in tegole poste in minuzzoli e mescolate con cemento,
quindi ridotte in una sostanza solida colla mazzeranga. Ebbero questi
lavori il qualificativo di signini, dalla città di Signia, ora Segni,
famosa per la fabbricazione delle tegole e che prima introdusse questo
genere di pavimentazione.
Tutti questi primitivi saggi non erano ancora il _musaicum_
propriamente detto, ma quel che i Greci chiamavano litostrato; per
giungere al _musivum opus_, che rappresenta oggetti d’ogni natura,
_emblemata_, non bastavano per avventura i marmi e ciottoli: convenne
fabbricare de’ piccoli cubi di cristalli artifiziali colorati. Tornò
facile il connettere le _asarota_, ossia musaici rappresentanti
ossa e reliquie di banchetto, o un pavimento scopato, che con tanta
naturalezza fu imitato, da ingannare chiunque.
Così, avanti ogni altro paese, in Grecia si spiegò il lusso de’
pavimenti e, prima di ogni altra città, presso gli effeminati sovrani
di Pergamo. Citansi di poi i musaici del secondo piano della nave
di Gerone II, che in tanti quadretti di meravigliosa esecuzione
rappresentava i fatti principali dell’_Iliade_, tutti condotti a
musaico; quindi i lavori eguali del magnifico palazzo in Atene di
Demetrio Falereo.
È probabile che similmente si lavorasse a Roma coll’introdursi
dell’arte greca; e quanto si rinvenne in Pompei potrebbe essere
irrecusabile prova, se già noi non sapessimo come in questa città usi e
costumanze vi fossero eziandio speciali e dedotti da Grecia, e come di
colà vi si rendessero agevolmente artisti. Tuttavia dal seguente passo
di Plinio, pare che ai giorni di Tito imperatore, ne’ quali Ercolano
e Pompei toccarono l’estrema rovina, questa del musaico fosse nuova
importazione, e che appena facesse capolino in Roma verso il tempo di
Vespasiano.
Plinio adunque, dopo aver detto che i terrazzi grecanici a musaico
vennero da’ Romani adottati al tempo di Silla e citato ad esempio il
tempio della Fortuna a Preneste, dove quel dittatore vi fece fare il
pavimento con piccole pietruzze; così sostiene che l’introduzione
de’ pavimenti di musaico nelle camere con pezzetti di vetro fosse
affatto recente: _Pulsa deinde ex humo pavimenta in cameras transiere,
e vitro: novitium et inventum. Agrippa certe in Thermis, quas Romæ
fecit, figlinum opus encausto pinxit: in reliquis albaria adornavit:
non dubio vitreas facturus cameras, si prius inventum id fuisset, aut a
parietibus scenæ, ut diximus, Scauri pervenisset in cameras_[342].
Checchè ne sia, se recente consideravasi a’ tempi di Plinio il Vecchio
l’introduzione in Italia del musaico, questo si presenta nondimeno
fiorentissimo d’un tratto e grande nelle opere pompejane.
Gli scavi offrirono saggi appartenenti a tutte le epoche di progresso
di quest’arte, e in ognuno si manifesta una prodigiosa fecondità
d’invenzione negli artisti della Magna Grecia, e chi si assunse di
riprodurli con disegni ne ammanì interessantissimi volumi.
Non è possibile dunque occuparmene qui per ricordarli tutti; solo mi
restringerò a dire de’ più importanti.
Un musaico quadrato di circa cinque piedi e tre pollici, fu rinvenuto
nella casa detta di Pane, rappresentante un genio alato che a cavalcion
d’un leone si inebbria. L’espressione del fanciullo è mirabile, come
mirabile è la mossa del leone: la cornice a foglie, a frutti ed a
maschere teatrali compiono la perfetta esecuzione.
Un altro di forma circolare, di sette piedi di diametro, trovato
nella casa appellata del Centauro, rappresenta allegoricamente la
Forza domata dall’Amore, in un leone ricinto da alati amori che gli
intrecciano di fiori la fulva chioma. Nella parte superiore del musaico
vedesi una sacerdotessa che fa una libazione; nella parte inferiore
stanno l’una di fronte all’altra due donne sedute. Se non il disegno,
che lascerebbe desiderj, l’esecuzione e l’effetto de’ colori sono
sorprendenti.
Nella casa detta di Omero, nel _tablinum_ si trovò un musaico istoriato
raffigurante un _choragium_, o luogo in cui si facevano le prove
teatrali, come già sa il lettore, per quel che ne ho detto nei capitoli
intorno ai Teatri. Sono diverse figure in piedi, attori che stanno
intorno al corago, o direttore, che li sta istruendo, il manoscritto
della commedia alla mano. Un tibicine soffia nelle tibie, come
accompagnando la recitazione del corago, perocchè paja veramente che
ogni teatrale rappresentazione fosse dal suon delle tibie secondata. Vi
hanno maschere disposte per gli attori e uno sfondo pure interessante:
il tutto condotto con una rara maestria.
Nella stessa casa detta di Omero, sulla soglia si vide un musaico
rappresentante un cane incatenato colla leggenda CAVE CANEM. Si
raccoglie da tal lavoro artistico come all’usanza comune presso i
Latini di tenere alla porta della casa un vero cane, quasi a custodia
di essa, si fosse sostituito in tempi più civili una pittura del cane,
eseguita in musaico e collocata, varcato appena il limitare, sul suolo
colla suddetta leggenda; o altre parole, composte pure in musaico,
bastassero, come SALVE, giusta quanto si vede nella casa delle Vestali,
o SALVE LVCRV, ecc. consuetudine quest’ultima che vediamo copiata in
molte case signorili de’ nostri giorni.
Ma eccoci alla casa del Fauno. In essa, ove già trovammo sorgere dal
mezzo dell’_impluvium_ la stupenda statuetta in bronzo che forma
altra delle opere più preziose degli scavi, si rinveniva altresì
nel _tablinum_ un musaico quadrato incorniciato da una greca assai
corretta e dipinta a svariati colori, nel cui mezzo è un leone, che
in uno stupendo scorcio, sembra stia per islanciarsi, così da incutere
spavento a chi lo guarda. È a rimpiangere che sia assai danneggiato.
Nella stessa casa v’ha inoltre la maraviglia di quest’arte del musaico,
la giustamente famosa Battaglia d’Arbela, o di Isso, o il passaggio
del Granico che si voglia ritenere, che per grandezza, invenzione ed
esecuzione sorpassa quanti musaici si conoscano finora. Mette conto che
qui ne dica più largamente che non degli altri.
Anzitutto noto che esso misura un’altezza di otto piedi e mezzo, e una
larghezza di sedici piedi e due pollici, senza calcolare il fregio,
che a mo’ di cornice circonda il soggetto; onde hassi a ragione a
proclamarlo per il più grande musaico conosciuto.
Ora eccone la descrizione.
A manca di chi riguarda, che è anche la parte più guasta, vedesi su
d’un corsiero un giovane guerriero, che tosto distinguesi per il posto
concessogli di fronte al capo dell’esercito nemico, come il capo esso
pure dell’una delle armate. Ha la lorica di finissimo lavoro al petto
e la purpurea clamide agli omeri ondeggiante. Ha scoperto il capo,
perocchè il cimiero gli sia nel calor della mischia caduto, e stringe
nella destra la lancia, che sembra aver egli appena ritratta dal fianco
d’un guerriero, cui è caduto sotto il cavallo ferito di strale che
gli rimase confitto. L’agonia di questo infelice guerriero è espressa
con toccante verità. Dietro di lui ve n’ha un altro, che comunque ei
pur vulnerato, combatte tuttavia: ambi formanti intoppo a suntuosa
quadriga, i cui cavalli veggonsi disordinati, ma che indubbiamente
traggono altro importante personaggio, il qual rivolge l’attenzione sui
due feriti e intima a’ suoi di venir loro in aiuto; mentre un soldato
tiengli presso un corsiero in resta, su cui potrà quel personaggio
montare appena ei ne abbia l’opportunità e pigliar diversa parte
all’azione. Lo scorcio di questo cavallo è d’una prodigiosa bellezza.
Tutto il resto dello spazio a destra non è che una scena di desolazione
e scompiglio, comunque una selva di picche accenni che l’impeto de’
combattenti da ambe le parti prosegue.
Quanti studiarono la composizione di questo musaico, ne inferirono che
le assise de’ guerrieri vinti, come la forma della quadriga, esser non
possano che d’un esercito persiano, avendo tutti la tiara, propria di
questo popolo, come si vede in altri antichi monumenti, e più ancora
si distinguano per Persiani ai grifi ricamati sopra le anassiridi, o
calzoni come essi portano, e sopra le selle.
Se dunque il guerriero vittorioso e feritore vestito alla greca, per
la somiglianza al tipo assegnatogli da statue e medaglie è Alessandro
il Grande: il capo de’ Persiani non può essere allora di necessità
che Dario, perchè avente la tiara diritta, che solo aveva diritto
il re di così portare[343]; com’egli solo la candice, o mantello di
porpora, e la tunica listata di bianco[344] ed egli solo l’arco di
sì straordinaria grandezza, ond’ebbero que’ della sua dinastia il
nomignolo di _Cojanidi_, cioè arcieri.
Constatati i due capi principali degli eserciti nel musaico
raffigurati, nelle persone dei due re, Alessandro e Dario, il soggetto
allora deve rappresentare la Battaglia di Isso, non il passaggio
del Granico, nè il combattimento di Arbela. Imperocchè il primo fu
operato in estate; i Persiani in esso si servirono di carri falcati,
che qui non si veggono, nè i due re si trovarono a fronte, e nulla poi
indichi l’esistenza di un fiume, ciò che dall’artista non si sarebbe
negletto di riprodurre a segnalare quel fatto, s’egli avesse inteso
d’esprimere il passaggio del Granico. Egualmente la battaglia di Arbela
fu combattuta ai primi di ottobre; v’ebbero pure carri falcati ed
Alessandro incontro a Dario non si valse della lancia, come vedesi nel
mosaico, ma dell’arco con cui uccise l’auriga del re. Ora l’albero, che
qui si vede tutto privo di foglie, esclude inoltre che non si potesse
essere nè in estate, nè in ottobre, mentre in Assiria tutto un tal mese
gli alberi serbino intatto l’onore delle frondi; ma nel verno, venendo
anche da Plutarco ricordato che la battaglia di Isso fosse combattuta
in dicembre, quando le piante dovevano essere, come nel musaico, prive
di foglie. Diodoro Siculo e Quinto Curzio narrano per di più che a
tal battaglia assistessero i dorifori, o guerrieri armati di lance,
scelti per la guardia del re fra i dieci mila immortali, coi loro abiti
ricamati d’oro e coi loro monili, e qui li vediamo appunto.
Tutte queste particolarità si raccolgono dai _Cenni_ publicati dal
dotto cav. Bernardo Quaranta[345], ravvicinandovi altresì i particolari
storici che spiegano ognor meglio la composizione del musaico.
Dario tentò dapprima di decidere il combattimento d’Isso con l’ajuto
della cavalleria; e già i Macedoni si vedevano accerchiati, allorquando
Alessandro chiamò a sè Parmenione con la cavalleria tessala. Allora la
mischia divenne terribile: Alessandro, scorto da lunge il re di Persia
che incoraggiava i suoi dall’alto del suo carro ed alla testa della sua
cavalleria, combatte egli come semplice soldato, per penetrare fino
a colui che riguardava come suo nemico personale e sperava la gloria
di ucciderlo di sua mano. Ma ecco che offresi una scena sublime di
coraggio e di devozione. Osoatre, fratello del re di Persia, vedendo
il Macedone ostinato a cogliere Dario, spinge il suo cavallo dinnanzi
la reale quadriga e trascina sopra tal punto la cavalleria scelta che
egli comanda: ivi segue una spaventevole carnificina; ivi mordono la
polve Atiziete e Reomitrete e Sabacete, Alessandro stesso vi è ferito
nella coscia. Finalmente Dario prende la fuga, abbandonando la candice
e l’arco reale.
Io plaudo e convengo pertanto col dotto illustratore, credendo sia
qui veramente trattata la Battaglia d’Isso, e non altro combattimento
d’Alessandro il Grande.
Tutto poi, per quanto riguarda esecuzione, è in questo musaico
stupendamente trattato. Il guerriero che spira, cogli intestini
lacerati, è di una verità insuperabile: i cavalli non potrebbero essere
più belli e animati. Correzione di disegno, espressione di teste,
movenza di figure, disposizione di gruppi, sapienza di scorci, colorito
ed ombre, tutto vi è con una incredibile superiorità trattato.
«Or bene, conchiude un illustratore di questa insuperata opera, tutte
siffatte bellezze non sono che quelle d’una copia: quei vivi lumi sono
soltanto riflessi, perocchè il musaico fu imitato certamente da un
quadro. Che dobbiamo dunque pensare dell’originale? A chi attribuirlo?
A Nicia, a Protogene, ad Eufranore, che dipinsero Alessandro? o
piuttosto a quel Filosseno di Eretria, discepolo di Nicomaco, la
pittura del quale, superiore a tutte le altre, a detta di Plinio, e
fatta pel re Cassandro, rappresentava il combattimento di Alessandro e
di Dario? Non si andrebbe per avventura più d’accosto al verisimile,
pensando al divo Apelle stesso, che accompagnò Alessandro nella sua
spedizione, e che solo ottenne in seguito il dritto di pingere il
suo ritratto, come Lisippo quello si ebbe di gittarlo in bronzo, e
Pergotele di scolpirlo sopra pietre preziose.»
Dopo ciò, mi trovo in debito di avvertire che il disegno che ho
procurato per questa edizione del rinomatissimo musaico, appare
completato dal lato sinistro, — che, come ho già avvertito, fu non so
dire se dall’ultimo cataclisma toccato a Pompei, o dal precedente, o
fors’anco dall’incuria di chi lo sbarazzò dalle rovine, come or si vede
al Museo Nazionale, guasto, — per opera del ch. pittore napolitano
Maldarelli padre, da un acquarello del quale, fornitomi dal mio
eccellente amico Adolfo Doria, l’ho fatto ricavare perchè il lettore
avesse un’idea esatta della maravigliosa composizione.
Non tenni conto più sopra, onde non interrompere il corso della storia
dell’arti, delle botteghe o studj di scultura, che emersero dagli scavi
di Pompei: trovi qui il cenno di essi il proprio posto.
Nell’uscire dalla nuova Fullonica, e discosto di poco dalla medesima,
designata dal N. 5, fu scoperto uno studio di scultura, riconosciutosi
tale dalla esistenza di più un blocco di marmo, già digrossato e
abozzato, e diversi arnesi atti appunto a lavorare il marmo e condurre
oggetti d’arte.
Ma uno studio di scultura, anzi tutta una dimora, più interessante
all’epoca di sua scoperta, che fu verso la fine del passato secolo
(1795-98), perocchè adesso lo si ravvisi nel più deplorevole stato di
abbandono e di rovina, sorgeva nella casa presso il tempio di Giove e
di Giunone, nella via di Stabia. Ivi pure, nell’atrio della casa, si
raccolsero statue appena abozzate, talune presso ad essere compite,
elegantissime anfore di bronzo, blocchi di marmo, fra i quali uno
appena segato colla sega vicina ed altri utensili artistici. Vi si
trovò pure un orologio solare, un uovo di marmo da collocarsi nel
pollajo, per correggere la chiocciola onde non rompa i suoi, un bacino
e un vaso di bronzo, con basso rilievo.
In una città come Pompei, nella quale, se non al pari di Ercolano,
certo nondimeno in modo non dubbio le Arti erano in onore, così che
ci avvenne trovarne capolavori nelle più umili dimore, doveva essere
impossibile che gli scavi non ci additassero magazzeni e studj di
scultura; nè è presumere troppo il pronosticare che pur ne’ futuri
sterramenti se ne troveranno altri.
La città si risvegliava da quel mortale letargo, in cui l’aveva gittata
il terremuoto del 63, e sgomberando le rovine e rimettendosi a nuovo,
era naturale che artisti giungessero, chiamati d’ogni dove ed aprissero
studj e botteghe per tanto lavoro.