_Rogas?_
_Murrhinam, passum, defrutum mellinam, mel cujusmodi._
_Quin in corde instruere quondam cœpit thermopolium_[277].
Pur tuttavia v’erano molti e speciali termopoli. Sul corso principale
evvi quello di Perennio, o Perennino, Ninferoide, così interpretandosi
la cancellata epigrafe PERENIN NIMPHEROIS. Vi si osserva ancora il
fornello, il davanzale di marmo bianco, in cui riscontransi le impronte
lasciate dalle tazze colme di liquori, e una nicchia, contenente una
testa di fanciullo in marmo, e alcuni gradini su cui disponevansi le
tazze. Quivi pur si trovò un _phallus_ di bronzo con campanelle, vasi
di terra d’ogni forma e una lampa e varj oggetti di vetro colorato.
Vicino al _Ponderarium_, che già conosciamo, per averne trattato
nel Capitolo Quarto, sonvi due altre _tabernæ_, ch’erano egualmente
termopolii, o mescite di bevande calde, e vogliono essere ricordati per
esservisi trovati una cassa col coperchio di rame, uno scheletro umano
e due d’animali.
E così da codesti venditorj di vino e di bevande calde, di liquori e
di commestibili, da quelli soltanto, cioè, che già si sono scoperti,
vuolsi a ragione inferire che ne dovessero in Pompei sussistere in
quantità; perocchè nel restante della città ancor sepolta abitasse,
come sappiamo, la parte più povera della popolazione, e la quale più di
tali vendite e mescite dovesse necessariamente abbisognare, da che la
classe meglio provveduta avesse modo di prepararsi nella propria casa
di cosiffatte bevande.
E poichè sono a dire delle taberne e commestibili, parmi vi possa star
presso il discorso de’ _pistrini_ o delle taberne da panattiere, o
_pistores_ od anche _siliginari_, come venivano chiamati, esprimendo
il primo nome piuttosto l’operazione del macinare, il secondo invece
quella dell’impasto, da _seligo_, latinamente detta farina di frumento.
_Pistrinum_ era dunque dapprima presso i Romani il luogo in cui veniva
il frumento ridotto in farina. Usavasi a ciò un profondo mortajo detto
_pila_, e d’un grande e forte stromento che ve lo pestava e stritolava
dentro chiamato _pilum_, che per la sua grandezza adoperavasi a due
mani, a differenza dei _pistillum_, il nostro pestello, a testa grossa,
con cui si polverizzavano o impastavano nel _mortarium_ altre sostanze,
come droghe e pasticci. Più tardi, quando si pensò a sostituire altro
stromento che stritolasse maggior quantità di grano e si inventò la
macina, _mola manuaria_ o _trusatilis_, o mulino a mano, _pistrinum_
valse ancora a designare il mulino, che veniva messo in movimento
continuo, di giorno e di notte, o da schiavi o da bestie da soma,
cui si bendavan gli occhi, o da acqua[278]: _nec die tantum, verum
perpeti etiam nocte prorsus instabili machinarum vertigine membrabant
pervigilem farinam_[279], come disse Apulejo.
Ne venne così che il _pistrinum_ si usasse comunemente per luogo di
punizione degli schiavi rei d’alcuna colpa, che vi venivano condannati
a subire un periodo di prigionia con lavoro forzato, lo che era una ben
miserevole pena per quegli sventurati pareggiati alle bestie.
Di questi pistrini se ne trovarono parecchi in Pompei, onde è dato
fornirne ora la più esatta descrizione.
Tutti appajono costruiti d’un solo sistema, consistente, cioè, in
due grosse pietre tagliate ora in forma di due vasi o campane, l’una
arrovesciata sull’altra, che posa su d’una base, che è l’altra pietra,
ed ora in forma di colonna che vien mano mano incavandosi o riducendosi
a’ fianchi, pur posata sulla egual base cilindrica di un metro e mezzo
di diametro ed uno in altezza. Da essa sorge uno sporto conico alto
circa sessanta centimetri, che forma la macina inferiore, _meta_, ed ha
un pernio di ferro infisso nel vertice. La pietra esterna, _catillus_,
è fatta in forma di due vasi, come dissi, ed anche di oriuolo a
polvere, _clessydra_, siffattamente, che una metà di esso si adatti
come un berretto sopra la superficie conica della pietra inferiore,
ricevendo il pernio summenzionato in un buco, forato a posta nel
centro della sua parte più stretta tra i due coni vuoti, che serviva al
doppio fine di tenerla fissa al suo posto e di scemare od eguagliare
l’attrito. Il grano era quindi versato nella coppa vuota in cima, che
così serviva di tramoggia e scendeva a mano a mano per quattro buchi
forati nel suo fondo, sul solido cono di sotto; dov’era macinato
in farina tra la superficie interna ed esterna del cono e del suo
berretto, vie via che questo era fatto girare attorno dagli schiavi che
lo movevano coll’ajuto d’una stanga di legno infissa in ciascuno de’
suoi fianchi. La farina cadeva dall’estremo orlo in un canale tagliato
tutto intorno alla base per riceverla.
È a questo sistema ed alla miseria che vi pativano gli schiavi, che si
condannavano a metterlo in movimento marcati in fronte d’una lettera
infame, rasati da una parte i capelli e con un anello al piede[280],
che Plauto allude in questi versi: