I Teatri — Teatro Comico.

Passione degli antichi pel teatro — Cause — Istrioni — Teatro

Comico od _Odeum_ di Pompei — Descrizione — _Cavea, præcinctiones,

scalæ, vomitoria_ — Posti assegnati alle varie classi — Orchestra

— Podii o tribune — Scena, proscenio, _pulpitum_ — Il sipario

— Chi tirasse il sipario — _Postscenium_ — Capacità dell’Odeum

pompejano — _Echea_ o vasi sonori — Tessere d’ingresso al teatro

— Origine del nome _piccionaja_ al luogo destinato alla plebe — Se

gli spettacoli fossero sempre gratuiti — Origine de’ teatri, teatri

di legno, teatri di pietra — Il teatro Comico latino — Origini —

Sature e Atellane — Arlecchino e Pulcinella — Rintone, Andronico

ed Ennio — Plauto e Terenzio — Giudizio contemporaneo dei poeti

comici — Diversi generi di commedia: _togatæ, palliatæ, trabeatæ,

tunicatæ, tabernariæ_ — Le commedie di Plauto e di Terenzio

materiali di storia — Se in Pompei si recitassero commedie greche

— Mimi e Mimiambi — Le maschere, origine e scopo — Introduzione

in Roma — Pregiudizj contro le persone da teatro — Leggi teatrali

repressive — Dimostrazioni politiche in teatro — Talia musa della

Commedia.

Gran parte della vita publica erano nell’orbe romano, massime al tempo

de’ Cesari, i Teatri.

Quando si consideri che solo in questa, elegante sì, ma piccola

città di Pompei vi fossero due teatri, il comico e il tragico ed un

anfiteatro, tutti di tanta capacità, si può avere una prova abbastanza

conveniente di questa asserzione, ed un’altra poi se ne avrà ancora

nel fatto che non si fosse paghi di uno spettacolo solo al giorno, ma

se ne volesse a tutte l’ore di esso, e s’egli è vero quel che taluni

pretesero e che io ho pur riferito, che i Pompejani fossero stati

sopraggiunti dal loro estremo disastro nell’anfiteatro, sappiamo allora

che dovesse essere circa l’ora meridiana.

Non fu detto però a torto che il popolo non vivesse che di pane e di

spettacoli, _panem et circenses_, e ognun s’avvede che qui sotto il

generico nome di giuochi del circo s’abbiano ad intendere ben anco gli

scenici ludi.

Una ragione più alta aveva contribuito a radicare profondamente

nell’animo di tutti la passione e nelle consuetudini generali

la frequenza de’ teatrali spettacoli, — la religione: — perocchè

rimontandosene alle origini si trovi, per testimonianza di Tito Livio,

che nella epidemia, onde fu Roma afflitta nel 390 di sua fondazione,

la collera celeste serbandosi inesorabile alle continue supplicazioni,

si fosse ricorso alle sceniche rappresentazioni, in cui attori

erano commedianti etruschi, detti nella loro lingua _istrioni_, i

quali trattavano artifiziosamente a suon di flauto e gestendo senza

parole[1]. Fra i Romani stessi sorsero subito dopo imitatori; i giuochi

scenici attecchirono e vennero per ciò considerati non come un semplice

passatempo soltanto, chè per tali non si ebbero che gli spettacoli del

circo, ma come una vera istituzione civile e sacerdotale.

Noi medesimi, se avessimo in oggi a restringere il teatro in que’

confini che lo fecero definire la morale in azione, e se la coscienza

degli scrittori non escisse dai limiti assegnati dai veri intenti

dell’arte, per libidine di facili e funesti plausi, non potremmo

ricusarci dall’averlo tuttavia per una vera istituzione civile.

Nel desiderio di abozzare alla meglio anche questa parte della

vita romana, di cui Pompei fornisce a noi ne’ suoi monumenti le più

ineccepibili prove, converrà che prima m’intrattenga del Teatro Comico,

detto altrimenti _Odeum_, nel quale poi c’intratterremo, giusta i

richiami, della sua storia, delle sue produzioni; poscia del Teatro

Tragico e della sua storia; riserbando all’ultimo il discorso intorno

all’Anfiteatro e a’ suoi ludi; quantunque a vero dire si dovrebbe

premettere di questi ultimi, se noi pure, come gli antichi, ritenessimo

che gli spettacoli scenici non siano che appendici meno importanti di

quelli del Circo.

Fin dal 13 maggio 1769 veniva scoperta sulla muraglia del Gran Teatro,

o Teatro Tragico che si voglia dire e del quale sarà l’argomento nel

capitolo venturo, la iscrizione seguente:

C . QVINCTVS C . F . VALG .

M . PORCIVS M . F .

DVO VIR . DEC . DECR .

THEATRVM TECTVM

FAC . LOCAR ; EIDEMQVE PROBARVNT[2].

Tale scoperta confermava la designazione, che fin dal 23 marzo

precedente era stata fatta, che quivi esister dovesse l’Odeo, o

Teatro Comico, avvalorata altresì da ciò che contiguo vi fosse il

Teatro Tragico, pur in questo avendo i Pompejani seguito la comune

consuetudine in congenere materia, e che noi troviamo consegnata nelle

seguenti parole del capo IX, libro V di Vitruvio: _exeuntibus e theatro

sinistra parte Odeum_[3].

L’Odeo, in greco Ωδεῖον, che in questo passo medesimo ci fa sapere

Vitruvio essere per la prima volta stato eretto in Atene, ornato da

Pericle di colonne, di pietre e coperto di alberi e antenne di navi,

spoglie riportate in guerra contro de’ Persiani, vogliono tutti che

fosse stato un piccolo teatro; ove si facessero le prove e le disfide

musicali, come derivatone l’appellativo dalla voce greca ωδή, che

significa canto.

In Pompei l’_Odeum_ era destinato alla recitazione delle commedie,

ai concorsi poetici, alle rappresentazioni mimiche e satiriche, e se

si vuole argomentare dall’uso generale di tali ritrovi, alle dispute

filosofiche ed anche agli spettacoli d’inverno, e per ciò coperto;

onde, per dirla con Tertulliano, l’impudico divertimento non fosse dal

rigore della stagione turbato[4]. Il severo giudizio di questo padre

della Chiesa cristiana era giustificato dalla licenziosa libertà sempre

esistita nei ludi scenici e circensi, ma fatta ancor più sfrenata negli

ultimi tempi dell’Impero.

Dal 1793 al 1796 venne questo teatro sgombro dalle macerie, messo nelle

condizioni nelle quali trovasi di presente e in guisa da prestarsi alla

sua intera descrizione.

Esso è fabbricato, egualmente che il Teatro Tragico e il Foro, sopra

uno strato di lava vulcanica antichissima, che porge a questi edifizj

il più solido fondamento; ma la sua costruzione è di tufo di Nocera,

all’infuori delle scale che separavano le gradinate che son di

durissima lava. Sopra l’estremità del muro semicircolare, ossia sul

cornicione, ancor si veggono i luoghi ove stavano le colonne su cui

il tetto poggiava, il quale si apriva tra l’una e l’altra colonna uno

spazio vacuo, pel quale s’intromettevano la luce e l’aria. Tali colonne

si rinvennero rovesciate, onde anche per la certa quantità di tegole

numerizzate con carbone e là ordinatamente disposte, si argomentò che

rovinato il teatro dal tremuoto del 63, si ritrovasse poi nel 79 in

istato di restaurazione. Dyer crede rimonti la sua prima costruzione

a poco tempo dopo la Guerra Sociale, così forse ottant’anni avanti

Cristo.

Come di consueto, e come Vitruvio ne fa regola generale de’ teatri,

la forma della cavea è d’un emiciclo, e sotto il nome di _cavea_

designavasi quella porzione dell’interno di un teatro od anfiteatro,

che conteneva i sedili sui quali stavano gli spettatori, e che era

formata da un numero di ordini concentrici di gradini sopra più ordini

di arcate, quando essi non fossero praticati in qualche parte, od

addossati a montuosità di terreno. Secondo la dimensione dell’edificio,

questi giri di sedili erano divisi d’ordinario in uno, due o tre

scompartimenti, distinti, separati l’uno dall’altro da un muricciolo

detto _præcinctio_, abbastanza alto per impedire la comunicazione fra

essi; cosicchè i diversi scompartimenti assumevano i qualificativi di

prima, seconda, terza ed anche più spesso di _ima, media_ e _summa

cavea_, cioè ordine inferiore, di mezzo e superiore. E così era

dell’_Odeum_ pompejano.

Il pavimento per nove passi di diametro tocca l’uno e l’altro corno

dell’emiciclo terminato in due zampe di leone di tufo vulcanico. Quindi

incomincia la prima cavea in quattro ordini di gradini più grandi e

spaziosi degli altri, ove sedevano i magistrati ed ivi erano collocati

i bisellii e le sedie curuli. Indi seguono quattordici gradini in

cui l’ordine equestre aveva il suo posto: vi tengono poi dietro

diciotto altri ordini, ognun dei quali sempre più si va allargando

nei lati per formare il diametro dell’emiciclo e stretto pel contrario

nell’orchestra, della quale dirò fra poco.

Dopo i primi quattro gradini si vede un parapetto di separazione con

un ripiano, o gradino più largo. Si riconosce da ciò subito una delle

precinzioni, che i Greci chiamavano δίαζωματα, con cui, come dissi

testè, precingeva, o separava il primo dal secondo, ordine della cavea,

dove stava la gente più distinta.

V’era poscia una seconda precinzione, che separava la media, o seconda

cavea, dall’ultima, dove sedevano la plebe e le donne. I gradini della

media cavea, sono intersecati da sei piccole scale per linea retta

dall’alto al basso, chiamate _viæ, itinera, scalæ_ e _scalaria_, che

hanno principio da sei _vomitoria_, o porte superiori corrispondenti

al corritojo coperto, donde arrivavasi alla prima precinzione. Da essi

entravano gli spettatori per prendere il rispettivo posto, e da essi, a

spettacolo ultimato, uscivano.

Quelle scalarie, intersecando i gradini circolari, costituivano cinque

cunei o scomparti, ciascun dei quali veniva poi assegnato a determinata

classe di spettatori; onde vi fosse quello de’ magistrati, quello de’

mariti, quello de’ giovani pretestati, quello de’ conjugati, e vie

via degli efebi, oratori, legali, pedagoghi, soldati, che giammai

si confondevano colla plebe, e le altre distinzioni del popolo,

le quali venivano osservate, da che un decreto d’Augusto, secondo

lasciò ricordato Svetonio nella vita di questo Cesare, le avesse

a prescrivere, a ciò indotto dalle ingiurie che un senatore aveva

ricevuto nel teatro di Pozzuoli.

«Egli, Augusto, scrisse quello storico, rimediò alla confusione

ed al disordine estremi che regnavano negli spettacoli, mosso

dall’ingiuria ricevuta da un senatore, che nella occasione di

celeberrimi ludi in Pozzoli, che avevano attirato immenso concorso,

non aveva trovato posto, ordinando con un senato consulto, che in

tutte le rappresentazioni publiche il primo ordine spettasse a’

senatori. Vietò ai deputati delle nazioni libere e alleate di sedere

nell’orchestra, perchè avesse sorpreso che molti fra di essi fossero

del genere de’ liberti. Separò dal popolo il soldato. Assegnò posti

particolari a’ mariti, speciali gradini a coloro che portavano ancor la

pretesta, collocandone i precettori appresso. Agli abbigliati in bruno

(_pullatorum_) interdisse il centro della cavea. Alle femmine, già

confuse cogli uomini, non concesse assistere che dal posto superiore

alle lotte de’ gladiatori. Destinò alle sole Vergini Vestali un

separato posto nel teatro di contro alla tribuna del pretore»[5].

Petronio nel suo _Satyricon_, ci ha lasciato alla sua volta memoria

che l’ordine più alto ne’ teatri fosse quello riserbato agli schiavi,

alle cortigiane ed all’infima plebe, in quel passo in cui Criside,

l’ancella della dissoluta Circe e mezzana de’ suoi amori, accostando

Encolpo e invitandolo da parte della sua padrona, alla maraviglia di

costui che schiavo di Eumolpione s’era infinto e mutato il nome in

quello di Polieno, così risponde: «Quanto al dirti schiavo ed abbietto,

questo è lo stesso che accendere il desiderio di colei che ti aspetta;

perchè hannovi alcune donne che dilettansi di sucidume, o non sentonsi

brulichio se non alla vista di schiavi, o di sergenti ben infiancati:

ad altre un mulattiere coperto di polvere, ad altre un attore che

figura su per le scene. Insigne fra queste è la padrona mia: ella sale

dall’orchestra al quattordicesimo ordine, e in mezzo all’ultima plebe

rintraccia chi più le piace»[6].

Eravi poi l’orchestra, che occupava, rispetto al rimanente

dell’edificio, un posto corrispondente alla platea de’ nostri teatri

e consisteva in uno spazio aperto, in piano, nel centro dell’edificio

sul fondo, circoscritto di dietro dalle più basse file de’ sedili

degli spettatori e dinanzi dal muricciuolo della scena. Il pavimento

di questa parte è di marmi greci disposti in varii quadrati, e nel

mezzo sopra una larga fascia di marmo cipollino, che ne occupa tutto

il diametro, si legge in grandi lettere di bronzo incastonata questa

iscrizione:

M . OCVLATIVS M . F . VERVS .

VIR PRO LVDIS[7].

Dalla quale iscrizione apprendiamo il nome d’uno de’ due sovrintendenti

dei giuochi o spettacoli in Marco Oculazio Vero.

Ai lati della scena ed al disotto de’ vomitorii o porte che mettevano

all’orchestra, sonvi due _podii_ o tribune, a cui si giunge per quattro

gradini praticati di dietro. Il _podium_ in un anfiteatro o circo o

teatro, era un basamento alto circa sei metri dal suolo dell’arena

destinato ad essere occupato dall’imperatore, da’ magistrati curuli e

dalle Vestali, che sedevano quivi sopra i loro seggi d’avorio. Svetonio

e Giovenale ne fanno menzione[8].

La scena poi, misurata da Bréton di 17.m 50, è assai bene conservata,

è formata di mattoni e di opera reticolata di tufo rivestita di marmo

bianco.

Il _proscenium_, o intero spazio del palco rialzato, chiuso fra il muro

permanente della scena di dietro e l’orchestra di fronte, e che con

moderno vocabolo diremmo palcoscenico, non appare così profondo come

ne’ moderni teatri; nel mezzo di esso, in sito più elevato, sorgeva il

_pulpitum_, o alta e lunga predella su cui gli attori stavano quando

recitavano i loro dialoghi, o discorsi.

Vitruvio, parlando dei pulpito, che i Greci appellano λογεῖον,

avverte essersi esso usato già ristretto in Grecia, meno altrove, e

però colà i tragici e comici recitavan sulla scena, gli altri attori

tutti nell’orchestra; onde hanno in greco diverso nome, gli uni di

scenici, gli altri di timelici[9], forse sonatori codesti ultimi, se

decomponendo la parola, troviamo che essa significhi _sollevar l’animo

annojato_, dove pur non derivi da _Hymele_, con che si designava l’inno

di Bacco.

In questo primo senso avrei avuto ragione anch’io, se imitando

l’esempio greco, ebbi a chiamare orchestra il luogo che è destinato nei

nostri teatri a’ suonatori.

Davanti al _pulpitum_, scorgasi ancora nell’ammattonato, al posto

che ne’ moderni teatri serba la _ribalta_ dei lumi, un incavo correre

tutto lungo la scena, nel quale stava il cilindro a cui s’avvolgeva

l’_Aulæa_ od _Aulæum_, che era la tappezzeria o cortina, che faceva

le veci dell’odierno sipario, ornata di figure ricamate su di essa,

il più spesso rappresentanti storici fatti e paesane vittorie, come

raccogliesi dal seguente passo delle _Metamorfosi_ d’Ovidio:

_Sic ubi tolluntur festis aulæa theatris,_

_Surgere signa solent, primumqne ostendere vultus,_

_Cætera paulatim; placidoque educta tenore_

_Tota patent, imoque pedes in margine ponunt_[10].

Tal cortina veniva adoperata nei teatri greci e romani per lo stesso

uso che i nostri siparii, a fine di nascondere il palco scenico

prima del principio della rappresentazione e negli intermezzi. Questa

cortina, scrive De Rich[11], non era però sospesa come i siparii e

non scendeva giù dall’alto; ma tutt’al contrario, quando cominciava

la rappresentazione, si lasciava cadere la cortina entro l’incavo

suddescritto, e per conseguenza, finito l’atto, si tirava su dallo

stesso; quindi l’espressione _aulæa premuntur_[12] di Orazio, _cala

il sipario_, significa che la rappresentazione sta per incominciare

ed _aulæa tolluntur_ di Ovidio[13], il _sipario si alza_, che l’atto

o la rappresentazione è finita. Questo incavo entro cui scendeva

l’_aulæum_, per essere sotto il _proscenium_, appellavasi con altro

nome _hyposcenium_.

Del resto v’han di coloro che l’_aulæum_ pretendono fosse proprio del

teatro tragico soltanto, e che la commedia si servisse del _siparium_,

che il succitato De Rich definisce una scena o paravento, adoperato

nei teatri, e consistente in più spicchi, che potevano essere aperti o

ripiegati l’uno sull’altro, come si fa ne’ paraventi che usiamo ora.

Se non che Apulejo ha questo passo: _Aulæo subducto et complicatis

sipariis scena disponetur_[14]; e si vede così usar egli de’ due

vocaboli promiscuamente; quantunque il suo linguaggio implichi che

l’_aulæum_ era fatto calare (_subductum_) sotto la scena, quando lo

spettacolo principiava, e il _siparium_ era invece ripiegato in su

(_complicatum_) nello stesso momento. Pare poi che questo ufficio

di abbassare gli aulei, o siparii, de’ teatri spettasse specialmente

a’ Britanni, cioè agli schiavi fatti nelle guerre della Britannia e

condotti, secondo il costume, a Roma, se questi versi Virgilio pose in

una sua Georgica, che vi fanno non dubbia allusione:

_Vel scena ut versis discedat frontibus, utque_

_Purpurea intexti tollant aulæa Britanni_[15].

Finalmente le due lunghe camere dietro la scena, di cui l’una doveva

essere coperta, l’altra scoperta, e servivano alla preparazione degli

attori, si chiamava il _postscenium_, o dietroscena, al quale ha tratto

Lucrezio nel suo Poema al libro IV[16].

Il teatro Comico od _Odeum_ di Pompei era della capacità di forse

millecinquecento spettatori: quindi abbastanza grande per tale città,

pur calcolando che alle rappresentazioni tanto sceniche che circensi

traessero molti dalle città vicine e borgate. Perocchè s’egli è vero

che il Teatro Tragico ne contenesse quasi quattro volte di più e

l’anfiteatro molte migliaja, come a suo luogo dirò, è altresì vero

che la minore importanza degli spettacoli dell’Odeum voglia essere

considerata; vedendo noi pure oggidì anche nelle più vaste e popolose

città esservi diversi teatri, e secondo l’entità degli spettacoli che

vi si offrono, avere anche la capacità.

Compirà la descrizione materiale di questo teatro pompejano, quale

fu rinvenuto cogli scavi, l’accennare come presso all’ingresso siensi

vedute molte iscrizioni graffite, evidentemente da schiavi, liberti e

gladiatori, taluna recante spavalde imprese, tal altra oscenità, di cui

non giova tener conto; ove si eccettui d’una di quest’ultimo genere

publicata dal De Clarac, che portando la data dei 13 delle calende

di dicembre dell’anno del consolato di M. Messala e L. Lentulo, cioè

l’anno 731 di Roma, prova l’esistenza dell’Odeum a tre anni avanti

Cristo, quindi più di ottant’anni prima della catastrofe della città.

Finalmente a tutto dire di quelle particolarità che sono attinenti

al teatro antico, e che possono altresì riuscire a noi di non dubbio

interesse e studio, per quelle applicazioni che nella costruzione

di congeneri edifizj si potrebbero fare, ricorderò che nella parte

superiore di esso dov’erano le carrucole e gli altri congegni del

_velarium_, del quale non ho a dire in questo capitolo, non occorrendo

di esso perchè l’Odeo era coperto, ma me ne riserbo nel venturo,

sospendevansi specie di campane di bronzo o di terra cotta chiamate

_echea_, la cui apertura era rivolta in basso verso la scena, sicchè

la voce ferendone la cavità, ne produceva il suono più chiaro e più

armonioso, come si legge in Vitruvio[17]. Queste campane, o vasi di

bronzo o di terra cotta, erano proporzionatamente una più piccola

dell’altra, acciocchè producesse l’una il suono più acuto dell’altra,

e servivano solo, come chiaramente leggesi nel detto autore, per

aumentare le voci corrispondenti, non per sonarsi con de’ martelli,

come taluno si è avvisato di dire.

Una particolarità che non vuol essere a questo punto negletta, sono le

tessere state ritrovate negli scavi dell’_Odeum_, e le quali servivano,

come ora servono i biglietti, per avere ingresso al teatro. Esse sono

di figura circolare e di un pollice di diametro ed è a presumersi che

fossero in uso anche in tutti gli altri di Roma ed altrove in quel

tempo, per quanto eziandio sto adesso per dire.

La dichiarazione di esse importa venga qui fatta, perchè mi aprirà

l’adito a intrattenermi più avanti del genere delle rappresentazioni.

[Illustrazione: Teatro Comico od _Odeum_ di Pompei. _Vol. II,

Cap. XII._]

Di tre tessere si hanno esemplari, rinvenuti negli scavi pompejani,

senza tener tuttavia conto di quelle altre a forma di mandorle o di

piccioni, le quali ultime credesi valessero per i posti destinati alla

plebe; ragione forse codesta per la quale anche oggidì a siffatti posti

si suol dare da noi il nome di _piccionaja_, scambiato per sinonimo di

loggione, o di quel posto che è destinato alla plebe; o, dirò meglio,

ai paganti prezzi minori.

La prima di quelle tre tessere rappresenta da un lato una specie di

edificio e nel rovescio sono malamente incise queste parole:

XII

AICX-YAOY

IB

che si vollero interpretare, nella supposizione che nelle città della

Campania si rappresentassero ancora le tragedie del più antico tra

i sommi tragici greci, per XII _d’Eschilo_ e le parole IB come la

ripetizione in greco della cifra XII.

Nella seconda è rappresentato in rilievo come una cinta di mura con

porte rozzamente indicate, e che però si vuol indurre rappresentassero

l’anfiteatro, e nel mezzo più alta una torre o _pegma_, specie appunto

di torre eretta col mezzo di macchine, sulla quale collocavansi nel

circo i gladiatori combattenti. Nel rovescio leggesi:

XI

EMIK-KAIA

IA

cioè undecimo Emiciclo: le lettere di sotto, IA, significano in greco

ancora la cifra XI. Pretendesi poi che sia questa la tessera per lo

spettacolo diurno; ma io confesso che non so argomentarne la ragione;

perochè il dir solo che il disegno rappresenti l’anfiteatro, non

significa che dunque si accenni a spettacoli diurni di combattimenti;

mentre il fatto stesso d’esserci rinvenuta la tessera in luogo

destinato a rappresentazioni musicali o comiche spiegherebbe

tutt’altro; e d’altronde chi oserebbe affermare con asseveranza che

un’identica tessera d’ingresso valesse e per spettacoli diurni e

per rappresentazioni notturne, per scenici ludi e per esperimenti

gladiatorj, se pur a’ dì nostri veggiamo che un identico biglietto,

portante al bisogno emblemi musicali, o maschere di commedia, vale

promiscuamente per rappresentazioni d’ogni genere, non escluse serate

magiche od esercizj equestri?

La terza tessera reca un’iscrizione latina più completa delle altre,

recinta da un serpe che stringendo nella bocca l’estremità della coda

forma un circolo, e suona così:

CAV . II

CVN . III

GRAD . VIII

CASINA

PLAVTI

cioè cavea II, cuneo III, gradino VIII, _La Casina_ di Plauto.

Io non mi inframmetterò alla quistione agitatasi da Giusto Lipsio,

dal Casaubono, dal Bolangero, dal Pitisco e da altri antichi, e

rinvergate pur da’ moderni, se, cioè, queste tessere rappresentassero

il prezzo d’ingresso, o il posto di favore, e se in teatro si andasse

gratuitamente o contro pagamento.

Credo che tutti possano avere ragione. — Quando erano duumviri, edili

ed altri supremi magistrati, che all’entrare in carica, o per taluna

speciale solennità largivano spettacoli, questi naturalmente, come

portava il costume, dovevano essere gratuiti a tutti, sostenendone

la spesa chi con essi voleva solennizzare il proprio avvenimento

al potere e ingraziarsi la plebe: quando invece venivano offerti da

uno speculatore, come in Pompei poteva essere stato Livinejo Regolo

allorchè accadde nell’anfiteatro la gravissima contesa tra Pompejani

e Nocerini, allora l’entrata ai medesimi avrà dovuto essere certamente

onerosa.

Si comprende in tal guisa come, quando fossero gratuiti gli spettacoli,

la plebe tumultuasse fin a mezzo della notte davanti al circo od a’

teatri per occuparne i posti, a un di presso come veggiamo accadere

avanti a’ nostri teatri all’evenienza di straordinari spettacoli cui

prendano parte celebrati artisti, e Caligola però in Roma se ne dicesse

assai disturbato, giusta quel passo di Svetonio nella vita di quel

Cesare: _inquietatus fremitu gratuita in Circo loca occupantium_[18];

mentre poi nel _Pœnulus_ di Plauto si legge:

_Servi ne obsideant, liberis ut sit locus,_

_Vel as pro capite dent: si id facere non queunt,_

_Domum abeant;_[19]

lo che vuol dire che quella rappresentazione non fosse gratuitamente

data.

Descritto il Teatro Comico pompejano, che abbiam trovato già al

livello dei più celebrati di quell’epoca, male da esso ci faremmo ad

argomentare del come fossero i primi teatri. Nondimeno mi studierò

di racimolare quelle notizie che si hanno e di restringerle a breve

dettato, a beneficio di chi le brami.

Lasciando in disparte il carro di Tespi, del quale mi riserbo a tener

parola nel capitolo vegnente, e che segna il primo progresso dell’arte

drammatica, che dal suolo ascese in luogo più elevato per isvolgere

la sua qualunque azione, i primi teatri che questo nome assunsero

desumendolo dal vocabolo greco Θέατρον, che significa spettacolo, erano

fabbricati di legno, alla opportunità, posticci e duravano il tempo

assegnato alla festa per cui si celebravano que’ ludi scenici a’ quali

servivano: comunque venissero dipinti, argentati, dorati, decorati di

statue, adorni d’opime spoglie di vinti popoli. Scauro ne alzò uno in

Roma capace persino di ottantamila spettatori, ricco di tremila statue

e trecentosessanta colonne di marmo, di vetro e di legno dorato, 479

anni avanti Gesù Cristo.

Ma già in Grecia erasi da Temistocle assai prima provveduto, nella 75.ª

olimpiade, a sostituire al teatro di legno di Atene, crollato circa

vent’anni prima, uno di pietra; se pure anteriori adesso non furono

quelli di Sicilia, fra cui il teatro di Segeste, le cui rovine appajono

della più vetusta antichità, e quello di Adria, colonia degli Etruschi,

eretti assai e assai più in là de’ teatri in pietra di Roma.

Pompeo, dopo vinto Mitridate, ne fabbricò uno stabile in Roma capace di

quarantamila spettatori con quindici ordini che salivan dall’orchestra

fino alla galleria superiore; uno, e fu quel di Marcello, fatto fare

da Augusto fra il colle Capitolino e il Tevere, fu più vasto ancora;

e Statilio Tauro ne eresse un altro fra la porta Nevia e Celimontana:

Ovidio alluse a questi tre teatri in quel verso del libro III _De

Arte_:

_Visite conspicuis terna theatra locis_[20].

Cajo Curione volendo sorpassare i predecessori in bizzarria, nei

funerali di suo padre, costruì due teatri semicircolari, tali che

potessero girare sopra un pernio con tutti gli spettatori; sicchè,

compite le rappresentazioni sceniche, venivano riuniti, e gli

spettatori si trovavano trasportati in un anfiteatro; ma di questa

stranezza, feconda di conseguenze maggiori di quelle avvertite dal suo

autore, tornerò a parlare in un capitolo successivo.

L’architettura dei teatri in pietra fu suppergiù eguale a quella che

vedemmo nel teatro di Pompei: qualche variante tuttavia si ha fra i

teatri greci e i romani, massime nell’ordinamento della scena e si vuol

dire che i teatri di Pompei si accostassero più al fare dei primi.

Dentro, erano ordinariamente scoperti, sì che fosse mestieri agli

attori di forzare ancor più la voce, che già dovevasi emettere tutta

intera per la vastità della _cavea_, se, come or vedemmo, i teatri

poterono capire fino ottantamila spettatori.

Or brevemente dirò della storia del teatro comico latino, perchè con

essa si verranno a conoscere le produzioni che avranno pur dovuto

rappresentarsi sulle scene dell’Odeo Pompejano.

E prima di tutto, delle origini, importandone l’argomento, massime a

rivendicarle a favore della Italia nostra.

I Poeti le rinvengono alla campagna, tra i pacifici e allegri

agricoltori, e Lucrezio infatti ne fa così non dubbia menzione:

_Sæpe itaque inter se prostrati in gramine molli_

_Propter aquæ rivum sub ramis arboris altæ_

_Non magnis opibus jucunde corpore habebant,_

_Tum joca, tum sermo, tum dulces esse cachinni_

_Consuerunt, agrestis enim tum musa rigebat_[21].

Virgilio alla sua volta nella seconda _Georgica_ volea accennare a

questa allegra costumanza del villaggio; comunque appaja le creda egli

dedotte dall’Attica in Italia, constatando singolarmente essere ciò

avvenuto all’occasione delle vendemmie ed in onore di Bacco:

_Non aliam ob culpam Baccho caper omnibus aris_

_Cœditur et veteres ineunt proscenia ludi,_

_Præmiaque ingentes pagos, et compita circum_

_Thesidæ posuere, atque inter pocula læti_

_Mollibus in pratis unctos saliere per utres._

_Nec non Ausonia Troja gens missa, Coloni_

_Versibus incomptis ludunt, risuque soluto_

_Oraque corticibus, sumunt horrenda cavatis,_

_Et te Bacche vocant per carmina læta, tibique_

_Oscilla ex alta suspendunt mollia pinu_[22].

Dai quali versi si raccoglie altresì di qual modo traessero origine le

maschere, dalle corteccie d’albero, cioè, non che dal tingersi della

faccia colle vinaccie che facevano nella vendemmia i campagnuoli; primo

cenno tuttociò alle teatrali rappresentazioni, come Servio avverte:

_Primi ludi theatrales ex Liberalibus nati sunt_[24].

Nè dissimile fu l’opinione del Venosino, che di arti vuole affatto

ignaro il Lazio fin dopo l’occupazione della Grecia, se potè dire:

_Græcia capta, ferum victorem cœpit et artes_

_Intulit agresti Latio: sic horridus ille_

_Defluxit numerus Saturnius, et grave virus._

_Munditiæ pepulere; sed in longum tamen ævum_

_Manserunt, hodieque manent vestigia ruris_

_Serus enim Græcis admovit acumina chartis etc._[25]

Con che per altro, in certo modo, smentisce sè stesso, perocchè

pur rammenti in questi versi che un’arte già vi fosse in Italia

sussistente. Infatti era già gran pezza che in Sicilia esisteva: recite

si facevano pur altrove in versi _saturnici_, o _fescennini_ così

chiamati da Fescennia, città dove molto erano invalse le _Sature_,

mescolanza di musica, recita e danza, ed anco i ludi scenici già

esistenti in Etruria e dedotti in Roma, come superiormente riferii, fin

dall’anno 380 di Roma, provano che l’Italia non attese che Grecia le

apprendesse l’arte drammatica.

E prima ancora della importazione dell’arte greca, sono le _Atellane_,

così nomate da Atella, città antica della Campania fra Capua e Napoli,

favole esse, o specie di commedie che furono del pari introdotte in

Roma, e vi ottennero largo favore sotto il nome di _ludi osci_, perchè

scritte in lingua osca e dagli Osci inventate. Taluno vorrebbe perfino

somigliare le atellane alle nostre commedie a soggetto; certo, recitate

da’ giovani bennati, allettavano grandemente il popolo per lo scherzo

continuamente vivace e per la loro originalità.

Il Macco o Sannio, progenitore del nostro Zanni o Arlecchino, era già

allora in voga ed era un buffone, raso il capo, vestito di cenci a

vario colore ed anche negli scavi di Pompei si trovò il Pulcinella,

maschera atellana, pervenuta insino a noi, ed alla quale in Napoli è

specialmente destinato pur a’ dì nostri un teatro, quello detto di San

Carlino, frequentatissimo dal popolo e da chi ama alle facezie di lui

esilararsi.

Aristotele e Solino riconobbero l’arte drammatica anch’essi come nata

in Sicilia e trasportata in Atene da Epicarmo e Formione, ovvero dalla

Magna Grecia, ove molti Pitagorici avevano scritto commedie, e tra essi

il tarantino Rintone, che inventò una commedia che in Roma designavasi

appunto dal suo nome _Rintonica_.

Ma chi è dato generalmente pel più antico de’ scrittori comici romani,

che introdusse la favola teatrale, che compose drammi con unità di

azione, fu Livio Andronico, nativo, credesi, egli pure di Taranto,

schiavo e poi fatto libero. Egli rappresentò il suo primo dramma

nell’anno 240 avanti l’era volgare, sotto il consolato di C. Claudio e

di M. Tuditano, secondo leggesi in Cicerone. Recitando egli medesimo,

perdè la voce, ed introdusse allora a rimedio d’avere davanti a

sè un giovane, il quale cantasse i suoi versi, mentr’egli faceva i

corrispondenti gesti, vieppiù questi espressivi, perchè non distratto

dalla cura della voce; d’onde venne poi l’uso agli istrioni di

accompagnare col gesto ciò che un altro cantava, non parlando essi che

nel dialogo.

Di tre parti si fe’ constare la commedia: dialogo, cantico, coro.

Nella prima comprendevasi l’atteggiare di più persone, nella seconda

parlava una sola, o se ve n’era un’altra, udiva di nascosto e parlava

da sè; nella terza poi era indeterminato il numero dei personaggi.

Distinguevansi le commedie in _palliatæ_ o _togatæ_, secondo che

fossero di soggetto greco o romano; nelle _prætextatæ_ s’introducevano

persone di grande affare, vestite della pretesta; inferiori erano le

_tabernariæ_ e i _mimi_ che agivano in esse. La recitazione veniva poi

sempre accompagnata dal suon della tibia, come più avanti verrò meglio

notando.

Dopo Andronico, de’ cui diciannove drammi non sopravvivono che

frammenti, venne Quinto Ennio di Calabria, di cui son raccolti i

frammenti nel _Teatro dei Latini_ di Levêe, quindi Tito Accio Plauto,

o Maccio, come Martino Herz vuole si legga, il quale nato 227 anni

prima di Cristo, scrisse molte commedie, di cui venti sopravvanzano,

fra le quali l’_Anfitrione_, in cui si burla degli Dei, l’_Aulularia_

incompleta, il _Trinummus_ e i _Captivi_ di savio e morale intreccio,

non che la _Casina_, che sappiamo dalla tessera, di che ho già

intrattenuto il lettore, recitata nel teatro comico di Pompei.

Ma tutti costoro trattarono soltanto soggetti greci, nè di meglio seppe

fare egualmente Publio Terenzio Africano, che tutti i predecessori

superò; comunque a Plauto ed a Terenzio stesso si anteponesse a

quei giorni Cecilio Stazio. Delle centotto commedie che Terenzio

tradusse da Menandro, perdute in un naufragio, non ci vennero che sei

tramandate, le quali per altro ne fanno sentir gravemente la jattura

delle naufragate per la loro purezza ed eleganza di stile. Nondimeno

l’_Eunuco_ sembra originale, sebbene i caratteri di Gnatone e Trasone

sieno desunti dall’_Adulatore_ di Menandro; e tanto piacque che fu

replicato fin due volte al giorno, e guadagnò all’autore la cospicua

somma di ottomila sesterzj.

Plauto, sentenzia Cesare Cantù[26], coll’asprezza e la facezia palesasi

famigliare col vulgo, Terenzio ritrae dalla società signorile: quello

esagera l’allegria, questo la tempora e i caratteri e le descrizioni

esprime al vivo. Orazio, che giudicando solo dall’espressione,

vilipende tutti i comici della prima maniera, chiama grossolano Plauto

e lo taccia d’aver abborracciato per toccare più presto la mercede.

Alle commedie di Terenzio fu asserito mettesser mano i coltissimi fra

i Romani d’allora, Scipione Emiliano e Lelio: l’un e l’altro però son

troppo lontani dalla finezza dei comici greci, vuoi nel senso, vuoi

nell’esposizione.

La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al padroncino

scapestrato, il ligio parassito, il padre avaro, il soldato

millantatore, ricorrono in ciascuna commedia di Plauto, fin coi

nomi stessi, come la maschera del vecchio nostro teatro; e si

ricambiano improperj a gola, o fanno eterni soliloquj, o rivolgonsi

agli spettatori, o scapestransi ad oscenità da bordello. Egli stesso

professa in qualche commedia di non seguire l’attica eleganza, ma la

siciliana rusticità, come nel prologo dei _Menechmi_:

_Atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen_

_Non atticissat, verum at sicilissat_[27].

Grossolano e licenzioso il frizzo, il dialogo da plebe, verso talmente

trascurato che si dubita se verso sia, lo che per altro imputar si può

anche a Terenzio, onde vi fu chi pretese avesse scritto in prosa; tante

sono le licenze a cui bisogna ricorrere per ridurlo a versi giambi

trimetri.

Meno che pei letterati, ha lo scrivere di Plauto importanza pei

filologi che vi riscontrano idiotismi ancor viventi sulle bocche nostre

e ripudiati dagli autori forbiti: altra prova che il parlare del vulgo

si scostasse da quello dei letterati, e forse vie più nell’Umbria.

Meglio si splebejò Terenzio. Neppur egli poteva produrre altre donne

che cortigiane, ma le fa involate da bambine, e consueta soluzione

della commedia è il riconoscimento loro per mezzi miracolosi:

anche all’uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: più corretto

nella morale, men procace nel motteggio, eletto e spontaneo nel

dialogo, pittorescamente semplice nei racconti, attraente nelle

situazioni, resta inferiore in vivezza comica e gaje fantasie; quanto

all’invenzione, e’ si scusa col dire che non è possibile più atteggiar

cosa nuova:

_Quod si personis iisdem uti aliis non licet,_

_Qui magis licet currentes servos scribere,_

_Bonas matronas facere, meretrices malas,_

_Parasitum edacem, gloriosum militem,_

_Puerum supponi, falli per servum senem,_

_Amare, odisse, suspicari? Denique_

_Nullum est jam dictum quod non dictum sit prius_[28].

Nè Plauto, nè Terenzio conobbero l’_ammaestrare ridendo_, proponendosi

unicamente di recare sollazzo al publico.

Del resto qual giudizio si portasse de’ poeti comici, del loro vivente,

ed a chi se ne aggiudicasse la palma, non è sì presto detto e valga a

ciò persuadere quel che ne lasciò scritto Volcazio Sedigito, vissuto

sotto gli imperatori, ne’ seguenti poco poetici versi:

_Multos incertos certare hanc rem vidimus_

_Palmam poetæ comico cui deferant._

_Eum, meo judicio, errorem dissolvam tibi,_

_Ut, contra si quis sentiat, nihil sentiat._

_Cæcilio palmam Statio do comico;_

_Plautus secundus facile exsuperat ceteros:_

_Dein Nævius qui fervet, pretio, in tertio est:_

_Si erit quod quarto detur, dabitur Licinio:_

_Attilium post Licinium facio insequi;_

_In sexto sequitur hos loco Terentius_

_Turpilius septimum, Trabea octavum obtinet;_

_Nono loco esse facile facio Luscium;_

_Decimum addo causa antiquitatis Ennium_[29].

Pare che questo critico abbia obbliato Afranio, a meno che non

essendosi accontentato di tener conto che degli autori di commedie

_palliatæ_, lo dimenticasse avvertitamente, come quello che illustre

fosse sì, ma solo nelle _togatæ_.

Di qui vede il lettore una prima distinzione della commedia in _togata_

e _palliata_, derivante per avventura dal valore che alle due parole

veniva più comunemente assegnato. «_Palliatus_, dice De Rich a questa

voce, chi porta il _pallium_ greco, sorta di coperta di lana di forma

quadra e bislunga, fissato intorno al collo e sulle spalle con una

fibbia; quindi per induzione _vestito come un greco_; giacchè gli

si contrappone in latino _togatus_, che vuol dire un Romano, di cui

l’abito nazionale era la toga.» Così stando, _palliatæ_ dovrebbonsi

ritenere le commedie, come quelle di Plauto e di Terenzio, i cui

soggetti ed anzi gli originali essendo greci, importar dovevano per

necessità che gli attori fossero abbigliati alla greca, e viceversa

_togatæ_ quelle che avevano argomento e personaggi romani.

E così m’accade altresì di rammentare diversi altri generi della

commedia romana. — Era la condizione dei personaggi che qualificava la

favola; onde distinguevansi eziandio le commedie in _togatæ_, perchè

di personaggi da toga, _trabeatæ_, perchè di attori fregiati della

_trabea_, decorazione dell’ordine equestre, _tunicatæ_, dalla tonaca

propria del basso popolo, e _tabernariæ_, cioè da gente di bottega.

Dopo tutto, è a lamentare che le opere di Plauto e di Terenzio sieno

le sole a noi pervenute del teatro comico de’ Latini. Esse nondimeno

stanno come non irrilevanti monumenti storici, atti a renderci

l’immagine morale della loro nazione. Nè ciò mi si contrasti, per

averci essi medesimi avvertito ne’ prologhi delle loro commedie di non

aver fatto che tradurre i greci.

Imperocchè se Terenzio ritrasse più dilicatamente l’atticismo de’ suoi

modelli e ne fu anche un discepolo più timido e servile; Plauto di

rincontro si rese più padrone della materia che toglieva a prestanza

e la foggiava poscia a propria fantasia. Ei poneva molto del proprio

nelle sue imitazioni. Si scorge alla vena della sua poesia, alle

irregolarità e bizzarrie stesse com’egli si abbandoni alla propria

immaginazione, e come sia spesso originale. Puossi insomma affermare

senza essere tacciati di temerità, che sotto nomi e costumi greci e

particolarmente nel suo dialogo ed in talune parti dell’azione delle

sue commedie, egli presenti spesso uno schizzo fedelissimo del costume

romano.

Infatti, a parte anche delle frequenti volte che già m’avvenne in

quest’opera di citarlo nel dire della romana società e di quello che

mi sarà necessità di fare nel seguito, nulla certo di grave vi ha

nell’itinerario che il _choragus_, o direttore della compagnia comica,

viene a sciorinarvi nell’intermedio dei _Curculio_ all’atto IV Scena

I. — Sono bene i quartieri di Roma che ci fa percorrere, quando lo

stesso _choragus_ nella I scena dell’atto III del _Cartaginese_, ci

consiglia, se vogliamo incontrare de’ falsarj o degli spergiuri, di

andare al comizio, nel luogo delle assemblee legislative, politiche e

giudiziarie, in cui si mercanteggiano i suffragi dei cittadini e le

deposizioni dei testimonj. Così ci mostra i mariti libertini che si

rovinano in folli e scandalose spese presso la Basilica e presso il

tempio di Leocadia-Oppia: nella Via Toscana ci fa fare la conoscenza di

spavaldi oziosi, e nel foro piscatorio de’ crapuloni; come sul confine

del gran foro degli uomini di credito e d’affari, e prima del lago

_Curtius_ de’ ciarloni impertinenti e maldicenti.

Egualmente, sia che v’introduca nelle case de’ privati, sia che

v’accompagni nelle piazze, ne’ mercati, nelle vie, voi avrete sempre

davanti gli occhi i Romani trasvestiti, di forma che quando ei finge

un’azione contraria agli usi di Roma, ve ne avverta nel prologo, o nel

corso della scena.

E poichè nella tessera teatrale rinvenuta negli scavi di Pompei è

ricordata la _Casina_ di Plauto, essa pure può tornare di storico

documento. L’intrigo di questa commedia volge intorno al matrimonio

d’una giovine schiava con un uomo della medesima condizione. Questa

era cosa che allora poteva sembrar inverosimile a spettatori romani

e urtare nelle loro idee: ebbene l’esposizione del soggetto previene

questo cattivo effetto:

_Sunt hic, quos credo nunc inter se dicere;_

_Quæso, hercle, quid istuc est? serviles nuptiæ_

_Servine uxorem ducent, aut poscent sibi?_

_Novum attulerunt, quod sit nusquam gentium._

_At ego ajo hoc fieri in Græcia et Carthagini,_

_Et hic in nostra terra, in Apulia._

_Majoreque opera ibi serviles nuptiæ,_

_Quam liberales etiam curari solent_[30].

Plauto è senza dubbio più geloso di conformarsi al gusto ed alla

conoscenza del publico, che di osservare la convenienza della scena:

dimentica spesso, ed io penso lo faccia espressamente, che i suoi

personaggi son greci, perchè frequentemente ci parla degli edili,

dei questori, del pretore, nomina il Campidoglio, la Porta Mezia ed

altri luoghi celebri di Roma. I suoi attori, quantunque vestiti del

_pallium_, affettano un gran disprezzo per la mollezza dei Greci; la

parola _pergræcari_ usa spesso per significare abbandonarsi ad orgie,

mentre adula il suo publico, lodando la romana frugalità.

Non finirei sì presto se tutte volessi in Plauto raccogliere le

costumanze, gli usi e le leggi di Roma: solo piacemi conchiudere

che una ricca sorgente di istruzione troverà sempre colui che nelle

di lui commedie vorrà attingere e che un prezioso supplemento può

somministrare questo poeta alle indagini ed agli scritti degli storici.

Quantunque esso morisse l’anno 570 di Roma, nondimeno dalla

summentovata tessera conosciamo che sulle scene del teatro comico di

Pompei si rappresentassero tuttavia le di lui commedie, cioè negli

anni di Roma 832: or bene, si può egli dire con altrettanta sicurezza,

per le altre due tessere aventi lettere greche, che veramente si

rappresentassero in Pompei drammi e tragedie greche e nel greco idioma?

Può presumersi; perchè famigliare la lingua greca a’ più colti; come

avviene a un di presso tra noi, che abbiamo altresì rappresentazioni in

lingua francese: ma meglio ne dirò nel capitolo venturo, trattando del

teatro tragico di Pompei.

Di un genere affine alla commedia mi corre debito ancora, a compimento

del soggetto che ho tra mano, di mentovare: di quello intendo de’

_Mimi_ o _Mimiambi_ che dir si vogliano, perocchè questi nomi si

scambiassero anche per sinonimi. Ad averne una certa idea, è bene

mettere sull’avviso il lettore, acciò non abbia a confonderli nè

colla pantomima, in cui la danza e i gesti rappresentavano soli una

serie di quadri staccati, nè coi mimi greci, piccole rappresentazioni

in verso, i cui subbietti importavan meglio del gesticolar degli

attori. I mimiambi de’ Romani, da’ quali la danza si venne mano mano

escludendo, consistevano dapprima in burleschi atteggiamenti, in farse

grossolane e il più spesso licenziose, avanzo delle antiche atellane,

alle quali erano venute succedendo, più gradevoli alla moltitudine che

non lo fossero quelle regolarmente imitate dal greco, e più acconcie

d’altronde ad essere rappresentate in teatri aperti ed assai grandi,

ne’ quali s’avevano perfino, siccome ho già avvertito, ottantamila

spettatori.

Scopo de’ Mimiambi era quello anzi tutto di muovere all’allegria ed

al riso, parodiando il più spesso negli abiti, nel portamento, in

determinate e spiccate pose e in consuete e notorie frasi e maniere di

dire, personaggi celebri e popolari, cogliendoli nel loro ridicolo, o

ne’ più saglienti loro atti, o nelle viziose locazioni e solecismi.

Gli attori di essi chiamavansi mimi, come i versi, e mimografi i soli

compositori de’ mimiambi, quando pure non ne fossero costoro a un tempo

stesso gli attori.

Si assegna ad inventore di questo genere di rappresentazioni, che

die’ tanto nel genio del popolo romano, Decimo Giunio Laberio,

cavaliere romano, non come attore ma come scrittore; finchè giunto

a’ suoi sessant’anni, Giulio Cesare, nell’occasione dei ludi d’ogni

maniera dati da lui per cinque giorni in Roma a festeggiare la sua

seconda dittatura, e ne’ quali superò le pompe e le spese di quelli

precedentemente offerti da Pompeo suo rivale, come verrò a ricordare in

altro capitolo, così seppe pregarlo, che parve un comando, egli montò

sulla scena a lottar di bravura con Publio Siro, mimo e mimografo del

cui valore, percorrendola, egli aveva già riempita l’Italia tutta.

Laberio aveva avvicinati a’ suoi Mimiambi morali sentenze ed apoftegmi

che nobilitavano lo scorretto vezzo fin allora seguito di una soverchia

licenza ne’ medesimi; onde Ovidio potesse giustamente così appuntarli

nel suo libro _Dei Tristi_:

_Quodque libet, mimis scena licere dedit_[31];

Publio Siro, che vide il merito della innovazione, lo superò nell’egual

via e di costui sono però superstiti tuttora presso che un migliaio

di massime da disgradarne il più severo scrittore gnomico. Laonde e

Seneca se ne fe’ bello ne’ suoi filosofici scritti, e gli educatori a

que’ giorni le posero nelle mani de’ giovanetti scolari a studiare, con

miglior senno di quello si adoperi a’ dì nostri con certi catechismi

e libercoli didattici con cui vengono ribadite la superstizione e

l’ignoranza.

È meraviglia allora più grande che, possedendo l’Italia ripetute

traduzioni di tutti i classici dell’aurea latinità, non abbia finora

avuto un volgarizzatore nel suo idioma de’ Mimiambi di Publio Siro,

mentre n’ebbe una ghiribizzosa in greco dallo Scaligero; nè credo però

aver io fatta opera ingrata elaborandola, come l’originale, in versi, e

mandandola alla luce.

Nella lotta fra Laberio e P. Siro succennata, Cesare aggiudicò la palma

al secondo: non si sa tuttavia se mosso da giustizia o da dispetto

per avere Laberio scagliato sanguinosi giambi al di lui indirizzo.

Nondimeno, siccome in un dignitoso prologo che la storia ci ha

conservato, con qualche altro mimiambo appena, e che io do tradotto

coi Mimiambi di P. Siro nell’edizione che ho fatta, s’era fieramente

espresso sull’usatagli violenza di dover vecchio salire la scena, onde

ne fosse venuto, a lui cavaliere romano, sfregio nella sua dignità,

tal che i suoi pari lo avessero poi a disdegnare; generosamente Cesare

il regalava d’un anello d’oro, e di cinquecentomila sesterzi, che si

vorrebbero eguali a lire centomila nostrali.

Nè questi due egregi soltanto andavano celebrati come Mimografi e

Mimi nell’antica Roma: altri si ricordano, di ottima rinomanza, come

Filistione Niceno, Gneo Mattio, Lentulo, Marco Marullo e Virginio

Romano, vissuto ai tempi della catastrofe di Pompei e ricordato con

parole di miglior lode in una lettera di Plinio il Giovane; quantunque

di tutti costoro nulla in vero ci sia rimasto.

Io ricordando questi nomi, a cagione d’onore, comunque non l’abbia

detto espressamente, ho lasciato supporre, molto più ricordando

l’ultimo mimografo, che non breve stagione corresse fra gli uni e

gli altri; e s’anco si volesse prendere a dato di partenza i due

sommi, Laberio e Publio Siro, per giungere insino a Virginio Romano,

percorreremmo uno spazio di oltre un secolo. Or bene, la voga de’

mimiambi non durò sempre in tal tempo. Venne la nausea e fu ripresa

l’Atellana, per merito di Mummio, regnando Tiberio; poi si alternarono

atellane e mimi, che diventarono entrambi la commedia dell’Impero, la

quale ritraeva il colore del suo tempo, che si andava facendo di più in

più licenzioso.

Mimi ed atellane aggiunsero anzi alla primitiva oscenità un eccesso di

licenza empia; onde si tollerarono non solo, ma piacquero scellerati

subbietti, come _Diana flagellata, Il Testamento di Giove, Gli

Amori di Cibele, I Tre Ercoli affamati_, che sollevarono giustamente

l’indegnazione di Tertulliano[32].

Se di tutte le prostituzioni infami della musa comica antica dovessi

qui tener conto non la finirei sì presto: giustizia vuol nondimeno che

non le si neghi il merito d’essere stata più d’una volta coraggiosa,

sollevando, tanto nell’atellana che nel mimiambo, la propria voce

contro la tirannide trionfante.

Poichè così ho finito di trattare de’ varj generi di comiche

composizioni, mi rimane a toccare d’una importante particolarità del

teatro antico: intendo del costume degli attori comici di portar,

recitando, applicata al volto la maschera; onde poi dalle diverse

qualità di essa si argomentasse tuttavia ne’ fregi architettonici

ed emblemi teatrali, la indicazione della tragedia e quella della

commedia.

Se l’origine della maschera, vuolsi, come vedemmo più sopra, derivata

dal tingersi, nelle gazzarre del contado, la faccia di mosto e

dalle corteccie d’albero ritagliate e foggiate che applicavansi i

villani alla faccia, venutasi poscia migliorando e formando d’altre

più convenienti materie; non pare che l’uso di essa venisse subito

introdotto in Roma e nelle altre parti d’Italia; dove, al dir del

Pitisco, prima di Livio Andronico si usasse dagli attori portar

cappello od elmo, non maschera. Roscio Gallo fu il primo a servirsene,

secondo la più generale opinione, e vuolsi ne fosse causa l’aver egli

avuto gli occhi torti.

«Il fine però della maschera, scrive Francesco De Ficoroni, non fu

propriamente il coprire qualche difetto del volto, fu piuttosto un

capriccio, e il diletto degli spettatori, che nasce dall’inganno, preso

dagli occhi; ma ben scoperto dall’intelletto nel vedere un travisato

o più terribile, o più ridicolo del suo essere naturale. Fu anche la

maggior libertà, che si prendevano gli attori così travestiti in dire

e fare ciò che volevano. Le maschere antiche non velavano solamente

la faccia, come le nostrali, ma coprivano una parte almeno del capo,

secondo Gellio al 7, che dice: _Caput et os cooperimento persona

tectum_[33]. Che se alcun vuol che la voce _Persona_, significhi

l’abito tutto mutato a maschera, non ripugno, purchè conceda che

significhi ancora la sola maschera del volto, conforme il detto di

Fedro, lib. 17:

_Personam tragicam forte vulpes viderat,_

_O quanta species, inquit, cerebrum non habet_»[34].

Poscia oltre che si formarono, come notai, le maschere di pelli e

d’altre materie, vennero altresì ridotte a caricature di ridicolo o

di terribile, spesso poi foggiandole al naturale ed in sembianza de’

personaggi che si volevano rappresentare.

Generalmente erano schiavi o liberti greci, che per virtù di studio

avevano appreso la pronunzia del latino, quelli che davansi al

recitare, e le parti di donna erano il più delle volte sostenute dagli

uomini. Istrioni e mimi erano nel disprezzo pubblico, poichè si tenesse

infame chi per denaro fingesse affetti e si esponesse spettacolo e mira

ai possibili insulti. I mimi però privavansi delle civili prerogative,

i censori potevano degradarli di tribù, i magistrati farli staffilare

a capriccio; un marchio impresso sul loro capo gli escludeva da ogni

magistratura e fin dal servire nelle legioni.

Questo pregiudizio contro i comici, i mimi, i danzatori, i cantanti

e in genere gli artisti tutti da teatro, quantunque non così spinto

come in addietro, durò fino a dì nostri; ne’ quali peraltro furon

visti dalle _disonoranti_ tavole del palcoscenico passare artiste, per

merito di leggiadria o di loro perizia, a talami blasonati, ed anche

troppo spesso più mediocri cantanti, attori e saltatori onorati perfino

dell’abusato nastro di cavaliere.

Ultimo tema in questo capitolo, sia la vigilanza delle leggi e de’

magistrati sugli spettacoli teatrali.

Fin dalle XII Tavole era statuito:

_Si quis populo occentessit, carmenve condisit, quod infamiam faxit

flagitiumve alteri, fuste ferito_[35], e siccome era invalso il

costume di vituperare la nobiltà dalla scena; così quella terribil

legge richiamavasi in vigore, massime dagli oppressori, come avvenne

al tempio di Silla. Vedemmo già di Nevio che per aver biasimato i

maggiorenti e massime i Metelli, venne tratto ne’ ceppi; e Cicerone,

che pur avea scritto ad Attico che nessuno osando chiarire in iscritto

il proprio parere, nè apertamente riprovare i grandi, unica via non

fosse rimasta che il far ripetere in teatro versi e passi che paressero

alludere ai publici affari; tuttavolta, nel Libro _De Republica_ loda

la severità delle XII Tavole, perchè infatti il viver nostro dev’essere

sottoposto alle sentenze de’ magistrati ed alle dispute legittime, non

al capriccio de’ poeti, nè dobbiamo udir villania, se non a patto che

ci sia lecito il rispondere e difenderci in giudizio.

Ed Orazio del pari se ne lagnava nell’epistola I, del Libro II:

_Libertasque recurrentes accepta per annos_

_Lusit amabiliter, donec jam sœvus apertam_

_In rabiem verti cœpit jocus, et per honestas_

_Ire domos impune minax. Doluere cruento_

_Dente lacessiti: fuit intactis quoque crura_

_Conditione super communi: quin etiam lex_

_Pœnaque lata, malo quæ nollet carmine quemquam_

_Describi. Vertere modum, formidine fustis_

_Ad bene dicendum, delectandumque redacti_[36]

A un di presso come vedemmo accadere e lagnarsi a dì nostri della

stampa per le intemperanze di qualche libercolo, o giornale.

Le repressioni ad ogni modo delle leggi e de’ magistrati resero meno

che in Grecia deplorevole questa licenza teatrale.

Piuttosto si valse del teatro la coscienza pubblica per proprie

manifestazioni, che altrimenti non le sarebbero state concesse

all’indirizzo di grandi oppressori. Ne’ giuochi Apollinari, a cagion

d’esempio avendo Difilo recitato questi versi:

_Nostra miseria tu es magnus...._

_Tandem virtutem istam veniet tempus cum graviter gemes...._

_Si neque lusus, neque mores cogunt_[37],

gli applausi del popolo non ebbero più modo, chè pretese vedere in

essi fatta allusione a Pompeo, e Cicerone attesta che se ne volle pur

migliaja di volte la replica: _millies coactus est dicere_[38].

Nè all’indirizzo di Cesare mancò il succitato mimografo Laberio di

frizzare. Nella gara con P. Siro, egli esclama ad un tratto:

_Porro, Quirites, libertatem perdimus_[39],

e poco dopo:

_Necesse est multos timeat quem multi timent_[40].

Cicerone invece richiamato in patria, s’ebbe così da Esopo tragico

il benvenuto, recitando il _Telamone_ di Azzio: _Quid enim? Qui

rempublicam certo animo adjuverit, statuerit cum Argivis..... re dubia

nec dubitari vitam offerre, nec capiti pepercerit.... summum animum

summo in bello.... summo ingenio præditum.... o pater!... hæc omnia

vidi inflammari.... O ingratifici Argivi, inanes Graji, immemores

beneficii!... Exulare sinitis, sinitis pelli, pulsum patimini_[41].

Sotto Nerone, un attore dovendo pronunziare: _Addio, padre mio; mia

madre, addio_, accompagnò il primo coll’atto del bere, il secondo

coll’atto del nuotare, per alludere al genere di morte dei genitori

di Nerone. Poi in un’atellana, proferendo _L’Orco vi tira pei piedi_

(_Orcus vobis ducit pedes_), voltavasi verso i senatori.

Si pensava con Orazio essere lecito dire scherzando la verità: _ridendo

dicere verum quid vetat?_ — Ma nondimeno tutte le verità non si possono

pur troppo dire.

Del resto attribuivasi, fin dalle origini, principale scopo alla

commedia la censura del vizio, e la Musa Talia, che dai Greci e dai

Romani si volle far presiedere ad essa, così di sè medesima si fa in un

epigramma dell’Antologia a parlare:

Κωμιχὸν ἀμφιέπω Θαλὶη μέλος, ἔργα δε φωτῶν

Οὺχ σίων θυμελησι φιλοκροτάλοισιν αθύρω[42].

Questa allegra Musa veniva rappresentata con una maschera comica alla

mano e in caricatura, con un bastone pastorale e della corona d’erica

recinta le tempia. Questa corona conviene a Talia, comunque consacrata

d’ordinario a Bacco, divinità tutelare delle rappresentazioni teatrali,

perchè nata la Commedia fra le gioje della vendemmia, e le convenga

perchè ella fosse che in siffatta occasione avesse a istituire questo

genere di spettacolo.

Il ricurvo bastone, — attributo di Talia, che si faceva presiedere

altresì ai lavori campestri, e d’ogni coltura, giusta il valor del suo

nome che significa _Fiorita_, onde Virgilio cantò nell’_Egloga X_:

_Nostra nec erubuit silvas habitare Thalia_[43],

— era particolarmente adoperato dagli antichi attori, come gli

scrittori intorno alle pitture d’Ercolano hanno provato[44].

Una Musa era sempre l’ispiratrice degli antichi poeti, e le Muse eran

sempre da essi invocate; e se Esiodo potè chiamar Calliope la più

degna delle nove muse _e colei che accompagna i re rispettabili_; non

può negarsi a Talia ch’essa invece sia la più gradita per chi cerchi

conforti e gioje e l’obblio delle angoscie di quaggiù.

Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3) · 第 3 / 37 题