Era altrettanto facile di guarire la Gegia, quanto di far passeggiare
per la piazza il campanile di San Marco; nondimeno la ciarlatana si
guardò bene dallo scoraggiare la inferma; la rimproverò anzi di non
aver fatto nulla da un paio d'anni, ma le soggiunse che ciò non rendeva
punto disperata la cosa e che perseverando nei rimedi ella avrebbe
potuto ricuperar pienamente l'uso delle sue gambe. Indi le ordinò certi
empiastri di sua recente invenzione, che s'erano chiariti efficaci
in casi più gravi del suo. E la Gegia sperò e ubbidì ciecamente alle
prescrizioni della ciarlatana, dando fondo per pagarla a poche lire
ch'ella aveva risparmiate in più anni. Non toccò per altro il napoleone
d'oro che le era stato regalato tanto tempo addietro dalla Lotte;
questo napoleone, che le rimordeva di quando in quando la coscienza,
ella aveva destinato di serbarlo ad un'opera buona, di farlo servire a
vantaggio di qualchedun altro.
A Carletto la Gegia non disse nulla della cura intrapresa. Bensì a
lunghi intervalli si lasciava sfuggir qualche parola che accennava
all'idea della guarigione, faceva qualche progetto per quando fosse
guarita.
Così pure, da pochi giorni e precisamente dacchè Carletto le aveva
riferito il colloquio avuto con sua madre intorno a lei, ella aveva
ripreso ne' suoi ritagli di tempo un'occupazione smessa da un pezzo:
quella dei fiori di carta.
Un dì Carletto se ne accorse e le chiese: — Anche i fiori sa fare con
quelle sue manine?
— Sono inezie.... Ho imparato da una signorina tedesca che abitava
costì....
— Come son belli!
— Le piacciono?
— Tanto. E lavora per commissione?
— Sì — rispose la Gegia abbassando gli occhi e sorridendo.
— Lo sa, signora Gegia — disse Carletto alcuni giorni dopo — che mi son
fatto fare il ritratto?
— Mi canzona? Il ritratto?
— In fotografia.... C'è un mio amico che s'è messo a fare il fotografo
e ha voluto usarmi questa cortesia. Me ne diede sei copie.
— Davvero? — soggiunse la Gegia e non osava chiedergliene una. Poi,
sforzandosi di parer disinvolta. — Sarà una sorpresa che vorrà fare
alla sua amorosa....
— Ma se non l'ho, io, l'amorosa.
La povera Gegia non osava sperare di esser lei la preferita; pur le era
un gran conforto il sentire che il cuore di Carletto fosse libero. E si
fece coraggio a dire:
— Già che ne ha sei copie, potrebbe darmene una?
— Sicuro che gliela darò.
— L'ha con sè?
— No, la porterò domani.
— Si ricordi, sa — disse la Gegia a Carletto, quando questi alla solita
ora si mosse per andarsene.
— Oh non dubiti.
Di lì a un'ora si bussò alla porta della Gegia.
— Chi è? — disse la ragazza.
— Sono io, sono Carletto che le porto oggi stesso il ritratto. Posso
entrare?
— Vengo, vengo — disse la Gegia tutta confusa di questa visita che le
metteva addosso uno strano turbamento.... Non ch'ella potesse temere
della sua riputazione. Prima di tutto c'era nella camera attigua la zia
Marianna: poi chi si sarebbe sognato di attribuire un intrigo galante
a lei, la storpia, la paralitica? Ella pensava invece che Carletto
non l'aveva vista sino allora che dalla finestra; egli poteva crederla
impedita nei movimenti, non rattratta com'era.
Depose in fretta sopra il tavolino che le stava allato la ciotola di
perle e gli aghi, si ravvolse le gambe in una coperta di filo, tanto
per nascondere alla meglio la parte inferiore della persona; quindi
tirò la funicella che girava tutto intorno alla parete e di cui uno dei
capi pendeva vicino allo stipite della finestra, a portata della sua
mano, l'altro era legato al saliscendi dell'uscio.
Carletto entrò.
— Perdoni la libertà, signora Gegia — egli disse — ma ho pensato
che domani debbo andare al tribunale per conto dell'avvocato e
trattenermivi forse tutto il giorno. Così volli anticipare e farle oggi
una visitina.... Eccole il ritratto.
E le porse una fotografia molto mediocre, che per vero dire non adulava
l'originale, nè faceva un grande onore all'artista.
Carletto aveva stimato opportuno di farsi ritrarre in piedi, locchè
dava maggior risalto al taglio disgraziato del suo soprabito e
alla cortezza fenomenale de' suoi calzoni, dono generosissimo del
principale, ch'era nomo di statura al disotto della mezzana. Inoltre
per la paura di mandar a male la grand'opera col più piccolo movimento,
il suo corpo aveva perduto ogni morbidezza di contorni ed era rigido
e stecchito come quello di un assiderato. Le braccia tese scendevano
fino all'altezza dell'anca, facendo un leggiero angolo acuto col
busto, e le mani aperte a ventaglio parevano preoccupate sovra ogni
cosa di persuadere il mondo ch'esse avevano il numero giusto di dita,
tanto un dito era discosto dall'altro. Ad aggiunger grazia all'insieme
contribuiva il fondo che figurava un giardino. — Giacchè debbo viver
sempre tra quattro muri, voglio stare almeno all'aperto in ritratto
— aveva detto il giovine al fotografo, e questi, per compiacerlo, lo
aveva addossato ad un paravento su cui erano dipinte due magnifiche
palme.
La Gegia ch'era artista per istinto avrà notato senza dubbio queste
stravaganze, ma non volle contristare con le sue critiche il buon
Carletto, e lo ringraziò molto della sua premura. Senonchè, mentr'ella
parlava, non potè a meno di osservare nel suo interlocutore un certo
che d'impacciato, una preoccupazione non naturale, una singolare
inquietudine dello sguardo. Parve ch'egli stesso trovasse necessario di
giustificarsene, perchè, quando i suoi occhi s'incontrarono in quelli
della Gegia egli divenne rosso e balbettò: — Guardavo quei fiori lì sul
tavolino.
La ragazza ben s'accorse non esser questa se non una scusa; tuttavia
volle accettarla per buona, stese il braccio a prendere i fiori
ch'erano ancora sciolti e se li pose in grembo.
— Oh la bella rosa — esclamò Carletto. — Verrebbe voglia di
odorarla.... E questo gelsomino!...
— Oh il gelsomino è facile; cinque pezzettini di carta bianca, guardi
il garofano piuttosto.
— Ma davvero! Com'è brava!
— È affar di pratica.
— Che lavoro c'è! Almeno glielo compenseranno bene.
La Gegia sorrise e disse: — Sa per chi preparo questo mazzolino?
— No in verità. Come potrei saperlo?
— Ebbene, spero che la sua mamma non avrà difficoltà ad accettarlo.
— La mia mamma? — esclamò Carletto.
— Sì — soggiunse la Gegia con accento commosso — da quando ho sentito
che discorrono qualche volta di me con la sua mamma, m'è venuta l'idea
di regalare a quella povera vecchia un lavoro mio.... Non ci vedremo
mai; ella non si muove più di casa, io non mi muovo di questa camera,
ma almeno.... io che sono la più giovine.... io che se fossi sana
dovrei andarla a trovare.... pregherò questi fiori di far le mie veci.
Mentre diceva così, annodava rapidamente il mazzolino con un sottile
filo di ferro, e con la manica del vestito si asciugava due grosse
lagrime che le colavano giù per le gote.
— Oh Gegia, com'è buona! com'è gentile! — disse Carletto, volendo
prenderle la mano.
Ella si schermì con uno di quegli atti istintivi della donna che nega
per consentire, e con un movimento un po' brusco della persona lasciò
scivolare la coperta che teneva sulle gambe.
— Oh perdoni — disse il giovine. E raccolse la coperta da terra e
gliela stese addosso amorevolmente. Pur non potè a meno di avvertire,
meglio che non avesse fatto sino allora, la sproporzione del
corpicino di lei; onde le parole gli morirono sulle labbra e restò lì
imbarazzato, confuso.
— Dunque li accetta questi fiori perla sua mamma? — ripetè la povera
Gegia macchinalmente, tendendogli il mazzolino e senza osar nemmeno di
guardarlo in viso.
— Oh se l'accetto! Sì, con tutta la gratitudine — egli rispose
prendendoglielo dalla mano, che questa volta, egli strinse davvero
nella sua.
— Vada via adesso — ella replicò tenendo il capo voltato verso la
finestra e accennando con la mano che le restava libera. — Vada via,
potrebbe venire la zia Marianna.
Egli esitò ancora un istante; poi disse: — Grazie ancora una volta,
Gegia, e a rivederci. — E se ne andò.
Oh se la Gegia fosse stata una ragazza come tutte le altre, certo egli
non le avrebbe ubbidito così presto!
Appena egli ebbe chiusa la porta, la giovine appoggiò i gomiti al
tavolino, nascose il viso fra le palme e ruppe in un pianto dirotto.
Il pingue gatto soriano ch'era in cucina e durante questo colloquio
aveva cacciato più volte il muso attraverso lo spiraglio dell'uscio e
s'era sempre tirato indietro alla vista di un estranio, ora si avanzò
adagio adagio sulle sue zampe vellutate, venne fino alla Gegia, si
fermò un momento a guardarla; poi le saltò sulle ginocchia.
— Povera bestia! — esclamò la Gegia. — Povera bestia! — E lo accarezzò
con una tenerezza assai maggiore dell'ordinario, tantochè il micio
non si mosse di là, finchè la zia Marianna non venne in persona a
prenderselo.
In quel giorno la Gegia aveva capito due cose: ch'ella amava Carletto,
e che non avrebbe mai potuto essere amata come sono amate le altre
donne.
Carletto le aveva detto — _A rivederci_ — ma c'era da scommettere
ch'egli non aveva in animo di tornarla a visitare; certo egli intendeva
dire soltanto che si sarebbero riveduti dalla finestra.
Dalla finestra egli le porse infatti i ringraziamenti di sua madre pel
dono dei fiori, ma non le fece altre visite, ed ella non cantò più;
nè egli le chiese perchè non cantasse. Capiva forse di essere andato
troppo avanti e non gli pareva onesto di lusingare la passione ch'egli
aveva creduto scoprire nella Gegia. Così il primo colloquio intimo
che i due giovani avevano avuto era stato anche l'ultimo, e il primo
scambio di cortesie successo tra loro aveva contribuito a rallentare
anzichè a stringere le loro relazioni.
Poi sopraggiunse l'inverno coi suoi freddi, le sue nevi, le sue
pioggie, e Carletto e la Gegia non si videro per più mesi che
attraverso i vetri.