Son passati sei mesi, sono entrate le truppe, è arrivato il Re, è
arrivato Garibaldi, la città a poco a poco è tornata nel suo stato
normale, e la _Calle Lombarda_ ha ripreso un aspetto più calmo.
Nondimeno le bandiere sventolano ancora dai balconi per qualunque
pretesto, e gli _organetti_, che meriterebbero un po' d'indulgenza
dai signori perchè sono l'orchestra del povero, vengono di tratto in
tratto a suonare sotto la finestra della Gegia l'inno di Brofferio
o quello di Garibaldi. È l'unica distrazione che le abbiano recato
i tempi nuovi; ella non si è mossa neppur nei dì più solenni; non
ha visto i bersaglieri, non ha visto il Re, non ha visto l'eroe di
Marsala. Ha tutt'al più un'idea delle _camicie rosse_, perchè Maso,
un ragazzo ch'era cresciuto sotto i suoi occhi ed era andato ad
arruolarsi volontario nel maggio 1866, reduce in patria, volle farsi
ammirare nella sua divisa dai vecchi suoi conoscenti e salì anche
dalla Gegia. Del resto, ella non si occupa di politica, non legge nè
il _Rinnovamento_, nè il _Corriere di Venezia_, quantunque li senta
gridar dalla strada, non è informata nè delle tendenze radicali del
fruttaiuolo il quale sparla volentieri del Governo, nè delle tendenze
reazionarie di _siora_ Veronica che comincia a vedere in pericolo la
religione e teme si voglia assassinare il Papa. La solitudine si è
rifatta intorno a lei; non ci sono più gli Austriaci, ma per essa il
mondo è com'era prima. Aveva sperato senza saper precisamente nè per
che ragioni sperava, nè che cosa sperava; ora che tutti quei bei sogni
si sono risolti in nulla, la vince uno scoraggiamento infinito. Si
prova spesso, tanto per ingannare il tempo, a cantar qualche aria che
le ha insegnato la Pina, ma la sua voce esile, dolce, simpatica, muore
nelle lagrime. Ed ella guarda la finestra chiusa del palazzo Dareni, e
ripensa alla Lotte che con tanta sicurezza le aveva detto di tornare e
ormai non sarebbe tornata più.
Non andò molto infatti che i proprietari del palazzo lo appigionarono
ad altri. Una parte ne fu presa da certo dottor Galeni, avvocato di
grido, il quale consacrò ad uso di studio due stanze sul _rio_ e il
gabinetto respiciente la _calle_. La Gegia, che seguiva con grande
attenzione questi preparativi, vide una mattina l'avvocato, persona
grave e dall'aria diplomatica, accompagnar nel gabinetto un giovine
alto, macilento, e vestito di panni sgualciti.
— Si metterà qui, — disse l'avvocato accennando al suo interlocutore
il tavolino appoggiato alla finestra. — Qui c'è penna, carta e
calamaio. Adesso le porteranno un documento da copiare e vedremo la sua
calligrafia.
Ciò detto, il dottor Galeni uscì.
L'altro sedette, si guardò intorno, rimboccò le maniche del vestito,
mise nell'asticciuola una penna nuova, che premette prima sull'unghia
del pollice sinistro, quindi lambì con la lingua e finalmente immerse
nel calamaio. Dopo fatti questi preparativi, egli segnò alcune cifre
sopra un foglio e parve soddisfatto dell'opera sua. Intanto un uomo di
mezza età venne nel gabinetto con una carta in mano.
— Copii da qui sin qui, — egli disse posando la carta sul tavolino e
ponendo il dito successivamente sul punto da cui doveva cominciare e su
quello ove doveva finire la trascrizione. — Quando ha terminato passi
dal cavaliere.
— Col manoscritto? — chiese il giovane timidamente.
— Già. Non si tratta appunto di questo?.... E badi che il cavaliere non
vuole che ci siano pentimenti e scancellature.
Il cavaliere, com'è agevole intendere, non era altri che l'avvocato
Galeni, insignito appunto in quei giorni dell'ordine de' SS. Maurizio
e Lazzaro.
Rimasto solo, il candidato si accinse con grande impegno al lavoro che
doveva decidere delle sue sorti. Tanta era la sua paura di distrarsi
ch'egli non alzava mai gli occhi dal foglio, ma scriveva con la fronte
increspata e morsicandosi il labbro inferiore.
Dopo una mezz'ora, egli diede un'occhiata complessiva al suo compito
e con qualche trepidazione uscì dal gabinetto per sottoporre la sua
scrittura all'esame del principale. Quand'egli tornò, era un altr'uomo.
Il saggio era riuscito soddisfacente e Carletto Miglioli era stato
assunto all'altissimo ufficio di giovine di studio presso l'avvocato
cavaliere Galeni collo stipendio cospicuo di _trenta_ lire al mese e
con l'obbligo di lavorare soltanto sette ore al giorno, dalle nove alle
quattro.
Bisogna riconoscere che il buon Carletto era uomo di facile
contentatura. Il giovine d'avvocato, almeno in Venezia, è il _paria_
della società, da' cui non riceve altro compenso che quello di esser
chiamato _giovine_ tutta la sua vita fino ai cent'anni inclusivi, se
ha la poco invidiabile fortuna di arrivarvi. Egli può scegliere due
strade, una dritta, ed una tortuosa. Seguendo la prima, egli adempie
coscienziosamente a' suoi doveri, copia con meccanica esattezza le
scritture forensi, porta ai clienti le lettere, del principale, si
mantiene un perfetto galantuomo, e nel termine di un lustro al più
perviene allo stato di piena indigenza e di compiuto idiotismo.
Seguendo la seconda egli aggiunge alle sue mansioni altri piccoli
uffici, assume certe cause minuscole che l'avvocato disdegna, si fa
consigliere dei negozianti che vogliono fallire senza inciampare
negli articoli del Codice penale, e aguzza così il poco ingegno e
campa alla meno peggio, ma diventa in pari tempo un tipo esoso di
_azzeccagarbugli_, uno degli esseri più sfuggiti dai galantuomini.
In media il giovine d'avvocato guadagna meno del più modesto artigiano,
ma ha d'altra parte l'inestimabile vantaggio di dover vestire con una
certa cura affine di non esser preso in isbaglio per un facchino quando
si reca nelle aule tribunalizie, e di non offendere con una _toilette_
troppo democratica i nervi della moglie dell'avvocato quando ella viene
nello studio del consorte. È vero che qualche volta all'abbigliamento
del subalterno provvede la liberalità del principale, che cede al
_giovine_ la roba usata. Allora il _giovine_, secondo la sua statura,
ha corte o lunghe le maniche, lunghi o corti i calzoni, e secondo il
suo diametro acquista nel suo vestito l'aspetto di un naufrago che non
riesce ad emerger dall'onda, o quello di un fiume che non può più stare
fra le sue rive.
Tra il signor Carletto e la Gegia non si tardò a scambiarsi ogni
mattina il saluto. E al saluto tenne presto dietro qualche parola.
— Gran bella giornata — disse una volta il giovine alzando gli occhi
dalla carta e guardando il cielo ch'era tinto del più limpido azzurro.
— Beato lei che può passeggiare — rispose la Gegia.
— Passeggiare! Passeggiare!... Il troppo moto fa appetito.
— Tanto meglio.
— Eh signora Gegia, tanto meglio per chi può soddisfarlo. Ma chi ne ha
pochi del mese....
Rituffò la penna nel calamaio e si rimise a scrivere.
La Gegia ricominciò anch'ella a infilare le sue perle. Di lì a poco
ella chiese: — Ha famiglia?
Carletto mise un punto su un _i_, forbì la penna sulla manica, e poi
rispose: — La mia vecchia mamma.... Povera mamma!... Magari vivesse
sempre.... Non so rassegnarmi all'idea di star solo.
— Via, signor Carletto — disse la ragazza — loro uomini hanno sempre
qualcheduno che _gli_ vuol bene. Se non ci fosse la mamma ci sarebbe la
sposa.
— Oh sì, con un franco al giorno.
— È poco, assai poco, ma una brava massaia risparmia più che non
costi.... Veda, per esempio, una moglie la divezzerebbe da quel brutto
vizio....
— Che vizio?
— Quello di forbirsi la penna nel vestito.... Sa, gli abiti non si
conservano mica a quel modo....
— Ha ragione, lo dice anche la mamma, povera vecchia.... Ma per
quanto faccia ci ricasco sempre.... Oh dove siamo? — egli ripigliò
come fra sè. — Sicuro, sicuro.... Ecco il punto. — E lesse per meglio
raccapezzarsi: _Non è vero e si nega essere l'istromento dotale fatto
in modo da ingenerare equivoci. L'istromento dotale della sullodata
nobil donzella, in data 8 giugno 1850 rogito Paolucci, dice chiaro:
sono assegnati alla sposa di dote sessanta mila fiorini austriaci_....
Corbezzoli. Sessanta mila fiorini! Ha inteso, signora Gegia?
— Altro che inteso! Ma, così va il mondo! Chi troppo, chi troppo poco.
— A chi un milione di capitale, a chi una lira al giorno di stipendio.
— Ma potrà avere un avanzamento.....
— Noi giovani d'avvocato si resta sempre a un punto.... Basta, finiamo
questa scrittura.
La Gegia chinò gli occhi sulle sue perle e non aggiunse parola.
Una mattina il giovine depose sul davanzale della finestra un vaso
d'erbarosa.
— O cos'è quella, roba? — chiese la Gegia sorridendo.
— Un capriccio mio. Mi piace tanto l'odore dell'erbarosa che ho voluto
avere uno di questi vasi sul balcone dello studio.... La mamma ci ha
lasciato il cuore a veder scompagnata la sua collezione.
— Ha una collezione di piante?
— Dico così per dire. Ci sono altri due vasi, uno d'erba cannella,
l'altro di cedrina È il nostro lusso. Ogni mattina la mia vecchierella
va a guardarseli, li rimonda, li odora, ogni dopo pranzo li inaffia....
— C'è sole almeno a casa sua?
— Oh sì, grazie a Dio.... sulla finestra della mamma ce n'è a tutte le
stagioni. Stiamo in una catapecchia, proprio sotto il tetto, ma sole ce
n'è.... La non si muove mai di casa, la povera mamma; o che farebbe se
non avesse il sole?
La Gegia sospirò.
— E qui non capita mai.
— Dice davvero?
— Mai, fuori che un quarto d'ora al giorno per due settimane di giugno.
— Sicuro, è questo enorme palazzone qui che fa ombra.
— Carletto! — gridò una voce imperiosa dal di dentro!
— Vengo, vengo.... È l'avvocato che chiama — disse il giovine correndo
dal suo principale.
Di lì a poco egli tornò al suo posto con un fascio di carte sotto il
braccio, borbottando: — Oggi sto fresco. C'è da lavorare fino alle sei.
Scrisse per un'ora senza fiatare; poi alzò gli occhi e disse: — Ieri
cantava, signora Gegia. Perchè oggi è così silenziosa?
— Ho paura di disturbarlo.
— No, in verità; mi fa tanto piacere a sentirla e lavoro lo stesso....
Ha una voce così dolce.
La ragazza arrossì; e con una voce tremola dapprincipio ma che poscia
si fece più sicura intuonò l'aria della _Traviata_: _Ah forse è lui che
l'anima_, ecc.
— Oh la _Traviata_! Come mi piace!
— L'ha sentita?
— Una sola volta.... Che opera!