N'è sfuggito di memoria il nome della città dove visse il giovane di
cui vogliamo narrare la storia, ma ci sembra che fosse in Germania.
Era povero, buono, quieto, un po' fantastico; abitava una stanzuccia
molto vicina al tetto, e durante il giorno non ne usciva che per
portare a chi gliel'aveva affidata la musica che copiava per campare
la vita. Allo stesso tempo era, se si vuole, indolente; non di quella
solita indolenza dei giovani che preferiscono il divertirsi allo
studiare, ma d'una indolenza pensierosa; invece di occuparsi stava
spesso lunghe ore immobile, lasciando vagare la sua fantasia nel regno
vaporoso dei sogni. Egli era senza dubbio dotato di molto ingegno; ma
di un ingegno lento, capriccioso, a sbalzi, che, se non possentemente
aiutato, non gli avrebbe dato di che mangiare tutti i giorni. Ecco
perchè la sua vita dividevasi in due parti: quella del lavoro
materiale, consistente, come dicemmo, principalmente nel copiare, e
quella dell'intelligenza, alla quale non poteva dedicare molte ore, ma
che da sè sola costituiva la sua vita morale, e gli dava invece il
pane dello spirito. Quando poteva finalmente gettare da parte
l'ingrato lavoro al quale era obbligato e sedersi al cembalo a
comporre, il suo cuore si allargava talmente, di tratto in tratto lo
agitava sì fattamente il fuoco della ispirazione che diventava quasi
bello, sebbene naturalmente non lo fosse. Era la sua una figura
incolora, circondata da lunghi capelli biondi; i lineamenti non
regolari, gli occhi dolci e lo sguardo un po' stralunato e qualche
volta ardente.
I vicini, benchè lo conoscessero poco, gli volevano bene; poichè,
senza essere molto loquace, era cortese con tutti. Sembrava però a
tutti che vi fosse nelle sue abitudini un che di misterioso. Passava
spesso intere giornate senza uscire di casa e non lo si udiva nemmeno
dalle stanze adiacenti, mentre talvolta invece il cembalo gemeva e
s'infuriava sotto alle sue dita inspirate e tutta la casa era riempita
dalla musica sonora, triste possente, ora bellissima, ora solamente
strana, delle sue composizioni.
Egli viveva solo e ben di rado accadeva che qualcuno battesse al suo
uscio. Bisogna però confessare che in ciò vi era una gran parte di
colpa sua. Non gli erano mancati, sul principio, amici e protettori;
ma egli li aveva scoraggiati con le sue stranezze e con l'ostinazione
delle sue idee, nella quale nessuno lo superava, quando si trattava di
cose d'arte. Non ascoltava affatto i consigli, non per superbia ma per
convinzione profonda di essere sulla via giusta, e piuttosto che
deviare solo un tantino dalle sue idee fisse, preferiva continuare
solo la strada. La sua stanza era di una semplicità poverissima, ma
pulita; un letto, due sedie e un gran cembalo a coda, posto nel mezzo,
ne erano la mobilia. Egli aveva saputo ridurre i suoi bisogni al più
stretto necessario per poter dedicare il più gran numero possibile di
ore alle sue composizioni ed il minore al suo lavoro di copista. La
sua vita era regolarissima; l'amore non entrava allora per nulla nella
sua esistenza.
Aveva un amico, ch'era però l'opposto quasi di lui, perchè passava il
tempo il più gaiamente possibile, senza curarsi dell'indomani, senza
disperarsi troppo quando gli rimanevano vuote le tasche, spendendola,
appena vi trovasse una moneta; ma che, malgrado questo, simpatizzava
con lui, coltivando egli pure la musica, nutrendo gli stessi pensieri,
seguitando le medesime teorie, ed essendogli davvero affezionato. Lo
vedeva però oramai assai di rado anche lui.
Da qualche anno Guglielmo conduceva questa vita di quiete, di povertà,
di raccoglimento, di lavoro volgare alternato dall'estasi artistica, e
di quasi perfetta solitudine, poichè, oltre l'amico, vedeva solo di
rado una famiglia, pure povera, che abitava nelle stanze precisamente
al disotto delle sue; del resto, nessuno. Questa famiglia era composta
di due fratelli, già vecchi ambedue, e d'una fanciulla d'un terzo
fratello, morto da molti anni, e che essi, ancor piccina, avevano
ricoverata ed allevata come figliuola. Ora s'avvicinava ai vent'anni,
ma certo la Dea della bellezza non le aveva sorriso. Senza essere
precisamente deforme, aveva le spalle curve e qualcosa di storto in
tutta la persona. Sembrava gracile, benchè non fosse mai ammalata; il
suo viso aveva un'espressione triste e sofferente, sebbene la bocca
sorridesse quasi sempre. L'occhio era grande, ma molto incavato, e lo
sguardo dolce e come stupito. Aveva quella tinta di pelle speciale a
chi è mancata l'aria e il nutrimento, era bruna, ma non dal sole; e i
suoi capelli castagni erano attortigliati in disordine sulla testa. Vi
era in lei qualcosa di pigro, d'inerte, di stanco che si rivelava
nella noncuranza completa di sè, che ne impedisce di scrivere quella
frase, favorita dei vecchi romanzieri: poveramente ma pulitamente
vestita. Non avendo speranza di piacere, non badava ad assettare i
suoi cenci; e malgrado ciò vi era tanta bontà nella sua fisonomia, nel
suo sguardo una sì soave rassegnazione della sua bruttezza e della sua
povertà, ch'era davvero interessante. Chi l'avesse incontrata, mentre
saliva o scendeva le scale, a piedi peggio che nudi, con un qualche
filo nei capelli, cantando con una voce esile e monotona una canzone
di cui ella stessa non capiva il senso, certo si sarebbe voltato a
guardarla. E molto probabilmente ella avrebbe guardato lui e gli
avrebbe sorriso in faccia, poichè la sua bruttezza le aveva tolto la
timidità. Il suo carattere era piuttosto allegro, e i suoi due zii
l'adoravano ed erano lieti di aversela vicina. Era talora chiassosa
tal altra tranquillissima, un po' capricciosa, ignorante, selvatica, e
un tantino sfacciata nello stesso tempo.
Nei giorni in cui si udiva il cembalo di Guglielmo, ella che amava
istintivamente la musica, si appoggiava contro l'uscio della sua
camera e vi restava immobile, a bocca aperta, finchè i suoni
cessavano. Per lei egli era come dotato di una sopranaturale potenza,
sembrandole sovrumani i concenti che faceva uscire dal suo pianoforte.
Ella inoltre aveva fin da fanciulletta una forte simpatia per lui e la
sua più grande gioia era quella (non frequentemente concessa) di
penetrare nella stanzuccia dell'artista. Quando vi era, ella frugava
dappertutto, guardava ogni cosa, apriva i fascicoli di musica e li
percorreva lungamente con lo sguardo, come se avesse saputo decifrare
le note, toccava quasi paurosamente i tasti del cembalo, faceva mille
domande cui Guglielmo rispondeva talvolta ridendo, talvolta cupo; e
sopratutto lo guardava lungamente come se nel suo viso avesse trovato
la spiegazione di tutto ciò che le riesciva incomprensibile.
Ogniqualvolta uscisse, egli la trovava sulla scala ed ella, a seconda
della tristezza o della serenità della sua fisonomia, gl'indirizzava
la parola, o gli faceva solo un lieve saluto col capo.
Questa simpatia della povera fanciulla pel compositore copista, si
modificò dopo qualche tempo in un sentimento più forte e da cui ella
era turbata, benchè non si potesse ben render conto della sua natura.
Quando lo vedeva, le riusciva difficile il distaccare gli occhi da lui
e lo contemplava tra l'attonito e il trasognato. Quasi senza
rendersene conto, cercava le occasioni d'incontrarlo e s'arrischiava
di rivolgergli la parola più sovente che per lo passato. La voce di
lui sembrava ammaliarla e se ne avesse ottenuto un sorriso o una
parola gaia o dolce, sentivasi felice per tutta la giornata.
Abitualmente però egli era concentrato e spesso non rispondeva che a
monosillabi, benchè fosse sempre affabile e gentile.
Si capirà facilmente che dovevano essere strani gli effetti dell'amore
in quella fanciulla strana, brutta, allegra. Il corpo e lo spirito se
ne risentirono; il riso diminuì sulle sue labbra e lo sguardo divenne
più fisso, il viso si allungò un poco; inoltre si fece più seria. Come
le altre sotto l'influsso dell'amore diventano più belle, così ella
diventò quasi più brutta.