Mentre don Francesco, sdraiato sopra un lungo e largo divano della
sua stanza da toletta, fumava una sigaretta, le tre lettere giacevano
accanto a lui, sopra un vassoino di argento, sopra un tavolinetto
di lacca. Due lettere erano grosse, voluminose, suggellate: la
terza era un semplicissimo e piccolissimo biglietto da visita,
chiuso frettolosamente in una busta. Don Francesco guardava le
tre lettere, con l'occhio indolente e stanco, e ritornava alla sua
sigaretta, crollando il capo, come se si volesse staccare da tutte
le noie umane. Per un momento, prese il piccolo biglietto da visita,
chiuso nella busta e lo guardò, esitando: cercò financo di leggerlo,
senz'aprirlo. Ma non vi arrivò, posò la letterina di nuovo, cercò di
riaddormentarsi, in quel torpore dolce della volontà, che era il suo
stato abituale. Pure le tre lettere erano lì, immobili, ma quasi vive,
quasi personificate in coloro che le avevano scritte: ed egli rivedeva
un volto pallido dai lunghi capelli, di un biondo smorto, rivedeva
un vivido volto dagli occhi neri e dalle labbra simili al fiore del
melograno, rivedeva quei due occhi così pieni di conturbante luce
smeraldina: e per sottrarsi all'incubo di queste tre figure, che si
soprapponevano, l'una all'altra, egli stese la mano e aprì una delle
lettere.
«Oggi io sposo il principe di Schillingfurst; — scriveva la fanciulla
— nel medesimo giorno, tutti tre i matrimoni. Io debbo sposare questo
vecchio principe innanzi all'ufficiale dello Stato Civile, e innanzi
alle due chiese, la cattolica romana e la protestante. Per tre volte
dovrò dire di sì, dovrò dire che sono contenta di sposare questo
vecchio tedesco, che sono contenta di seguirlo, laggiù, nel suo
castello, dove saremo, è vero, sudditi e tributari della Germania, ma
dove i contadini, e i servi, e i visitatori ci daranno dell'altezza
Serenissima. Mamma è contenta, poichè il mio matrimonio e la mia
partenza, la tranquillizzano sul mio avvenire e le preparano una
seconda gioventù, piena di libertà e piena di allegrezza: chi si
rammenterà che donna Olimpia di Nerola, ha una figliuola maritata?
Ed Ella stessa sarà assai felice, quando potrà dire, con quella
disinvoltura signorile che la distingue: mia figlia, la principessa
regnante di Schillingfurst. Anche Ferdinando, mio fratello, è contento:
poichè pare che intorno al _mio_ castello, vi siano delle bellissime
caccie, e lo sapete, egli adora le grandi caccie, all'antica: e,
d'altronde, quante volte egli fingerà di partire per Schillingfurst,
e andrà a Nizza, o a Trouville, a Lucerna, o in Iscozia! Una sorella
lontana è il pretesto per tutte le scappate: e Ferdinando è contento.
Anche il mio fidanzato, il principe di Schillingfurst, è contento: è
vecchio, ma non ne ha tanto l'aria: ha vissuto assai tempo a Parigi,
ha mangiato colà molto danaro e adesso vuol dare una principessa
regnante ai felici popoli di Schillingfurst, vuol avere degli eredi,
vuol finir bene, ecco tutto. Io sono la sua fine: e per una fine, mi
trova abbastanza graziosa. Egli è stato compitissimo, mi ha donato dei
bellissimi gioielli, mi ha riconosciuto uno spillatico conveniente:
io potrò avere ogni anno dodici vestiti di Worth, senza indebitarmi.
Sono io contenta? Io vi amo Francesco, così profondamente, così
inguaribilmente, che soltanto nello scriverlo, la mia mano trema
e un impeto di tenerezza mi soffoca il cuore. Io vi amo: voi lo
sapete. Quando portaste via la rosa rossa, nel ballo di casa Sutri,
voi portaste via l'anima mia: e ogni volta che vi ho incontrato,
dapertutto, poichè voi mi seguivate, ogni volta che mi avete guardata,
lungamente, ogni volta che avete detto al mio orecchio le parole strane
e fatali che abbruciano, io ho sentito che l'anima mia era vostra.
Come è dolce la vostra voce! Io non la udrò più: io debbo non udirla
più. Perchè dunque, portando nel cuore questa ferita così profonda, io
sposo il vecchio principe di Schillingfurst? Perchè è il mio dovere
di farlo: perchè, se non sposavo lui sarebbe stato un altro, oggi,
dimani, un altro giorno; ma infallibilmente un altro, una persona
qualunque, un tedesco o un inglese, un veneto o un napoletano, vecchio
o giovine, che importa! Ma voi, giammai. Tutta la mia famiglia, tutte
le tradizioni di casa mia, mi portavano a questo matrimonio; e non
ho avuto il coraggio di ribellarmi. Fare una tragedia, perchè? Il
mondo, per un momento si meraviglia, per un momento si commuove, per
un momento ride: e tutto finisce e coloro che han fatto la tragedia,
egoisticamente, hanno addolorato la famiglia e gli amici, senza
scopo. Fare una tragedia, in questo mondo frivolo, cinico! Ebbene, vi
confesso qui la verità, Francesco io ho tentato di farla, in un'ora
di disperazione. In una notte, quando più mi parea cocente il mio
amore per voi, e più mi parea insopportabile l'idea di lasciarvi,
per sposare il vecchio principe tedesco, invece di aprire la mia
finestra che dà sulla piazza e buttarmi giù, sul selciato, come una
buona figliuola del popolo, disperata, io sono andata a gittarmi alle
ginocchia di mia madre. Quanto era bella, di ritorno dal ballo, tutta
chiusa in un accappatoio di lana bianca? Bella e giovane e delicata.
Io le dissi tutto, tutto: io ho pianto, ho singhiozzato, ho strappato
i miei capelli neri, che voi amate tanto. Mia madre sulle prime si
è meravigliata, poi si è commossa: ella ha passato la notte con me,
tenendomi le mani, baciandomi ogni tanto, accarezzandomi, piangendo
con me. E ha cercato in tutti i modi di convincermi che le tragedie
non risolvono nulla, nella vita: che danno sgomento, e danno dolore,
e pongono molta gente nel più crudele imbarazzo, ma non servono ad
altro. Ma una obbiezione ha scalzato le mie ragioni, cioè la mia sola
ragione, poichè io le diceva una cosa solamente, che vi amavo: ella mi
ha chiesto se mi amavate, se mi volevate sposare. Che le potevo dire,
Francesco? Io non so nulla di voi, del vostro cuore, della vostra
volontà: quanto accade in voi, mi sfugge. Quando, talvolta, mi avete
detto che mi volevate bene, la vostra voce era assai tenera; ma i
vostri occhi così glaciali! Tre volte mi avete detto che mi volevate
bene: una sera, al teatro Valle, mentre recitavano, sul palcoscenico,
la commedia degli _Innamorati_ di Goldoni: un giorno, a villa Pamphily,
quando ebbi paura di quel cavallo che pascolava libero, nel prato: e
una sera, a quell'_Oratorio_ di Haydn, mentre la divina musica turbava
i cuori. Tre volte, di nascosto, ma innanzi a tutti: e io dovetti
celare il mio turbamento, io non potetti rispondervi, io non potetti
interrogarvi di nuovo, e sapere di più, sapere più profondamente: io
me ne andai, portandomi via il mio segreto, un segreto vago che mi
riempiva di confusione, che mi faceva fremere. Che poteva io rispondere
a mia madre? Mentivate o dicevate il vero, in quelle ore? Io non
potetti mai accertarmene, o non volli: io mi contentai di quello che
mi avevate detto, per amarvi ancora, a sempre vi avrei amato, anche se
non mi aveste detto niente, poichè è il mio destino di volervi bene,
così per la solitaria dolcezza di amarvi. Nulla potevo rispondere
alla mamma, poichè nulla mi avevate promesso e nessuna promessa io vi
aveva chiesto. Le ho detto tutto. Ella crollava il capo, dolcemente,
poichè ciò che pare un tesoro alle anime innamorate, è nulla per le
persone che non amano. Ella mi disse che le vostre parole, dette così,
leggiermente, in un minuto di capriccio, o di _aspettazione_ — perchè
di aspettazione? — non costituivano un impegno di nessun genere; che,
se tutti gli uomini che hanno dotto di voler bene alle ragazze, le
dovessero poi sposare, il mondo sarebbe pieno di matrimonii. E così
dolcemente, senza rimproverarmi, ella ha tolto alla mia vita ogni
speranza di unione con voi: ed ella aveva ragione, poichè voi, certo,
disprezzate il matrimonio, e non vi legherete giammai. Voi siete il
signore dell'anima mia, io non ho il diritto di giudicare la vostra
condotta. Ben felice, se in un'ora della vostra vita mi avete amato e
vi siete degnato di dirmelo! Ma dopo questa persuasione amara che mia
madre mi ha istillata nell'anima, io l'ho pregata, l'ho scongiurata,
che per amor di Dio, per amor del mio nome, non mi obbligasse a sposare
quel vecchio principe tedesco: che io avrei portato in quel matrimonio,
il mio amore per voi: che sarei stata una cattiva moglie, per il povero
vecchio che mi affidava la sua pace e il suo onore, che rivedendovi,
a Roma, a Parigi, a Schillingfurst, in viaggio, in un ballo, dovunque,
voi non avreste avuto che a guardarmi, che a dirmi una parola, perchè
io vi seguissi dovunque: che per amor di Dio, ella non esponesse la
sua creatura a questa pericolo, a questo disonore. Povera mamma! Le
mie parole l'hanno confusa tanto, che poco mancò non mi svenisse fra
le braccia: e infine, dopo aver molto esitato, con la voce più grave,
con l'accento più profondo, ella mi fece la sua confessione. Ella, per
darmi la forza, per darmi il coraggio, per farmi sposare serenamente il
vecchio principe tedesco, mi disse che anche lei, donna Olimpia, era
entrata nel matrimonio, portando nel cuore una passione per un altro
uomo. Anche lei si era disperata, dovendo sposare mio padre, anche
lei aveva voluto morire: ma di questo matrimonio, non era morta. Ella
non era partita da Roma, dove abitava l'uomo che ella amava e che non
aveva potuto sposare: ella era stata obbligata a incontrarlo sempre,
dovunque, di vedere dappertutto quegli occhi fatali, di sentire sempre
alle sue spalle quella voce incantatrice. Assai di più: quell'uomo
veniva in casa e le parlava di amore. Oh come ho intesa tramutata la
voce di mia madre, nel momento di questa strana confessione, che le
faceva rivivere tutto il passato! Ella si nascondeva la faccia fra le
mani, e alla poca luce della lampada, che ardeva innanzi alla Madonna
della Seggiola, io ho veduto scorrere le sue lagrime. Allora io mi
sono inginocchiata innanzi a lei e l'ho pregata di perdonarmi, se io,
figlia sommessa, figlia obbediente, figlia rispettosa, mi permettevo
di chiederle una cosa: l'ho pregata di perdonarmi, se le chiedevo di
sollevare tutti i veli del passato, se le chiedevo quello che era il
segreto della sua esistenza: l'ho pregata di perdonarmi, se rompevo
la distanza che vi è fra madre e figliuola, se consideravo soltanto
di essere una donna, una donna lì lì per perdersi, e che chiede
dalla migliore sua amica una parola di salvazione. Io volevo sapere
da mia madre, se una donna che porta un altro amore nel matrimonio
può conservarsi onesta; se una donna che incontra ogni giorno l'uomo
che è il dolce peccato, può salvarsi dal peccato; se vi è una forza,
nella coscienza, che resista alla tentazione quotidiana, quando tutto,
tutto vi mette in tentazione; se ella mia madre, non amando di amore
il marito, amando e vedendo ogni giorno l'uomo del suo amore, aveva
resistito. Questo ho osato di chiedere a mia madre, guardandola negli
occhi, per strapparle la verità. Ella ha guardato la Madonna della
Seggiola e solennemente, semplicemente, mi ha detto.
— Va in pace, figliuola. Io non ho peccato: tu non peccherai.
«Ma voi non verrete mai nè a Parigi, nè a Nizza, nè a Schillingfurst,
nè altrove, Francesco: voi non verrete mai, dove io sono, ve ne prego,
ve ne scongiuro.»
. . . . . . .
«Ripiglio in questo punto la lettera. Narrandovi in questo punto la
scena strana e appassionata, fra me e mia madre, una profonda emozione
mi ha vinta, come se ancora, innanzi alla disperazione della figliuola
una buona mamma adorata facesse la suprema fra le confessioni.
Ho dovuto alzarmi e vincere, passeggiando, pregando, l'impeto dei
singhiozzi. A noi, fanciulle nobili, la religione è insegnata molto,
ma come un dovere, o come una delle tante frivole nostre occupazioni:
mentre è una cosa così dolce e così solenne, nel medesimo tempo, così
intima, così diretta alle nascoste fibre spirituali, che dovrebbe
essere la base della nostra educazione. La religione è bella: ma voi,
forse, non credete. Infine, essa ha rasciugato le mie lagrime, quella
notte, e questa. Io sono calma. Ma anche nell'ora della freddezza,
quando io guardo glacialmente il mio avvenire, come se fosse quello
di un'altra, anche quando tutto è deciso, io vi dico: Francesco,
non venite mai più per la mia strada. Non potrei incontrarvi, senza
seguirvi, poichè questo è il mio destino, questa è la mia fatalità.
Scomparite per me. Non ho la virtù di mia madre. Ella non volle e non
seppe peccare: io, peccherei. Vedete che confessione atroce fa qui una
ragazza, che oggi deve maritarsi? Pensate che scandalo, se qualcuno lo
sapesse! Ma il silenzio e il riserbo e la compostezza e la freddezza
a cui siamo obbligate, noi ragazze — nè, forse, potrebb'essere
diversamente — ci isolano, e avendo l'apparenza di gentili bambole
indifferenti, insensibili, noi viviamo, profondamente, una vita
interiore, tumultuosa, spesso, che ci esalta. Chi supporrebbe in donna
Clara di Nerola, così piena di sorriso, di serenità, di giovinezza,
che sposa così volentieri il vecchio principe di Schillingfurst, chi
supporrebbe in questa ragazza bella ma esteriore, come tutti dicono,
una passione divoratrice, una passione prepotente e indomabile, che
ne ha già distratto la segreta virtù? Non venite sulla mia strada:
o sono perduta. Siate gentiluomo, siate principe, dimenticate quella
vostra natura indifferente e fredda e dimenticate che solo il vostro
egoismo esiste e vogliate sparire per me. Vedete che sono stata buona,
buona: non mi sono uccisa, il che avrebbe potuto procurarvi qualche
fastidio: non sono fuggita di casa mia, per venire nella vostra, il
che vi avrebbe dato una grande noia. Sposo un vecchio e vado via dalla
mia bella Roma, lascio il mio paese e la mia famiglia; abbiate pietà
di me, non mi gittate alla perdizione. Che farò io di questa passione?
Dove divamperà questo fuoco nascosto? Chissà! Oh, perchè non siete voi
uno fra tanti, uno di quelli che ballano, cavalcano, fumano, giuocano
come mio fratello, Ferdinando di Nerola! Vi dimenticherei, così presto,
se foste uno fra tanti! O, forse, non vi avrei amato. Ma voi mi farete
questa grande carità, voi non verrete mai, mai, dove io sono. Io vi
amo tanto tanto, in un modo così assoluto, così imperioso, che il solo
vedervi apparire, scomporrebbe per sempre la mia vita. Non venite.
Alle dodici, oggi, andiamo al Municipio; alle nove di questa sera alla
chiesa di sant'Agostino: alle dieci, al tempio protestante. Non venite
in nessuno di questi posti, partite per Maccarese, per Nizza, restate
chiuso nella vostra casa, ma non apparite. Se venite, io do in un
urlo di gioia, e vengo a buttarmi nelle vostre braccia. È uno scandalo
enorme. È la rovina di dieci, di quindici persone. Addio, Francesco.
Perchè mi avete detto che mi volevate bene? Forse non era vero.
Forse ho sognato. Oh, la voce vostra! Se la sentissi, dal paradiso,
nell'inferno, verrei a dannarmi con voi. È un'eresia, un sacrilegio,
quello che ho scritto. Come avete guastato la mia esistenza! Ma non
importa, mi avete detto che mi volevate bene. Addio, addio. Metto qui
il mio nome di fanciulla per l'ultima volta. Nella prima lettera che
scriverò, dopo di questa, sarò la principessa di Schillingfurst. È
atroce. Addio — Clara.»
Don Francesco aveva letto la lunga lettera, con molta attenzione, ma
senza che la sua fisionomia dimostrasse nessuna impressione. Dopo,
per un momento, stette a guardare i fogli sottili, pieni zeppi di quei
caratteri, sorrise per un momento, poi suonò il campanello elettrico.
— Dite al cuoco — ordinò al cameriere, che si presentò — dite al cuoco
che prepari la colazione per le undici e mezzo. Alle dodici, debbo
essere in un posto. E si rivolse di nuovo al vassoino dove giacevano,
ancora, le due altre lettere: di nuovo, una curiosità lo prese, guardò
il biglietto da visita nella busta. Pure, si dominò: e non l'apri.
Aprì invece la seconda lettera. Era scritta in lungo e snello carattere
inglese: anche essa voluminosa.
«Principe — cominciava a scrivere la fanciulla — io non ho neppure
il coraggio di chiamarvi per nome, tanto questa familiarità mi turba
e mi sconvolge. Voi, sì, mi chiamate per nome: e provo quando voi
pronunciate il mio nome, in italiano o in inglese, io provo una così
inebriante dolcezza, che mi fa vacillare. Voi sapete questo: e prima
di pronunciarlo, mi guardate intensamente, come per prepararmi a tale
dolcezza, e lo pronunziate con tale lentezza, che io ho la sensazione
acuta di una lunga, profonda vibrazione. Quando voi dite, Daisy, Daisy,
Margherita, un solco mi si scava nell'animo. Di tutto ciò, io muoio.
«Principe, io partirò, oggi, per Torino. Ho licenziato la mia dama
di compagnia, da otto giorni, e con un po' di denaro per consolarla,
ella è partita per la Scozia, quietamente. Non mi amava e non l'amavo.
Noi siamo benefici pei nostri servi: ed essi sono, per noi, assai
rispettosi. Ma nessun altro vincolo ci lega, altro che la carità ed
il rispetto. Noi settentrionali, noi stranieri, noi gelide creature
dei paesi brumosi, non siamo come voi altri, tutti avvampanti di
amore, nella fantasia, e che poi non amate nessuno. Noi diamo l'anima
nostra a un sol uomo, ai nostri figli, se li abbiamo e a Dio, che
raccoglie tutti questi affetti. Quanta gente amate voi! I servi che
sono cresciuti in casa e i bimbi che vedete andare a scuola, le ragazze
che vi sono state compagne d'infanzia e i vecchi che hanno conosciuto
vostro padre, i vostri maestri e i vostri amici, quelli che avete
visto un anno, e quelli che avete visti un giorno! Amate una quantità
infinita di gente. Oggi amate questa fanciulla, perchè le parlaste,
in una sera di primavera, in un giardino dove le violette olezzavano e
scintillavano le lucciole; domani amate quella signora pallida, perchè
la vedeste disperarsi, nel truce giorno in cui le si uccise il marito;
dopodomani amerete la folle cavalcatrice, dai capelli biondi e dal
cavallo biondo, che vedeste galoppare, nella campagna romana, dietro
la volpe che fugge e si rintana. Amate moltissime donne, voi italiani,
voi meridionali; questa, perchè ha gli occhi di una cugina che vi morì,
l'altra, perchè ride sempre e sempre canta, la terza, perchè veste
sempre di nero e porta sempre un mazzolino di mughetti; quest'altra,
perchè sempre sogna; e chi sa ancora chi, per una ragione fantastica,
per una causa talvolta puerile, bizzarra sempre. Quanta gente, quanta
gente amate! Ma, voi, principe, non amate nessuno, nessuno, nè amico,
nè amante, nè fanciullo innocente, nè vecchio carico di ricordi, nè
donna dagli occhi pieni di languore: nessuno. Voi sorridete, talora,
voi parlate con la vostra voce armoniosa e dite delle cose, lentamente,
con dolcezza, in modo che chi vi ascolta, freme di gioia; ma non amate,
nessuno. Il vostro sguardo accarezza, spesso, i capelli neri delle
donne e i capelli biondi dei fanciulli, ma non amate nè le donne, nè i
piccoli. Voi non amate nessuno. E di questo, mi fate morire.
«Dunque, parto. Sola. Quando sarò stata due o tre giorni a Torino e
avrò fatto perdere le mie tracce a chiunque potesse cercare di me,
partirò, per le Alpi. Io andrò, piano piano, senza affrettarmi, ma
senza fermarmi mai, prima sulle praterie coperte di brina, ma ancora
tutte verdi e tutte fiorite; poi salirò, fra la neve, alla montagna.
So che voi odiate la montagna. Tutto ciò che è serenità delle cose e
vivificazione dello spirito, tutto quello che serve a dar forza alla
fibra e coraggio alla volontà, voi lo odiate. Voi siete realmente
l'uomo di Oriente, quello che ama vivere, sdraiato sopra un divano,
ascoltando il canto di una fontanina di profumi, guardando dalla grande
finestra spalancata, l'oleandro roseo e il mare azzurro. Voi siete
l'uomo d'Oriente, coi suoi lunghi sogni dove scomparisce ogni senso
del reale, con le sue indefinite contemplazioni, dove si smarrisce il
concetto e la forza dell'azione: l'uomo egoista, e fiacco, e cattivo, e
felice, nello stesso tempo. Oh come aveva sognato, anche io, di vincere
in voi l'indolenza dell'uomo orientale, di rendervi meno egoista, più
buono e tenero e benigno, meglio felice! Oh, come ho odiato tutte
le cose che spezzano la volontà e corrompono il carattere, le rose
profumate, i cuscini soffici, le molli sere di primavera e di autunno,
il grande mare azzurro che conduce al sonno, alla immobilità! Ma non
ho potuto vincerle, tutte queste cose, esse sono troppo forti, troppo
forti in voi, e mi hanno vinta. Avrei voluto darvi l'amore della
montagna, dei suoi bianchi fiori vellutati, dei suoi negri abeti,
dei suoi temporali subitanei, delle sue valanghe ruinose, spettacolo
immenso. Ma voi odiate il freddo, odiate il movimento, la neve vi
immalinconisce e i ghiacciai vi danno l'idea della morte. Anche a me
l'hanno data.
«Così, me ne vado alla montagna. Chissà dove andrò e quanto resterò
lassù! Ma io troverò una buona guida, una guida valorosa che mi
accompagni, fra i ghiacci eterni. Andremo errando, insieme, per la
montagna, sulle erte cime e nelle vallate profonde, dove la voce
umana pare un fenomeno meraviglioso: andremo per le vie cattive,
rasentando i precipizii, affrontando tutti i pericoli. Non temete per
me: nulla d'impensato può accadermi. Io voglio morire pensatamente,
tranquillamente, se è possibile, nel giorno e nell'ora che ho fissato.
Voglio inebbriarmi, sulla montagna, di solitudine, di grandezza, di
sublimità. Voglio inginocchiarmi sulla neve e chiedere perdono, a Dio,
di quello che commetto. Voglio dirgli, nell'umiltà della preghiera,
che non posso fare altro che morire, poichè vi amo e poichè voi non
mi amate. È un grave, gravissimo peccato il suicidio: e le anime
cristiane, come la mia, dovrebbero averne un santo orrore. Ma voi non
mi amate: io lo dirò a Dio, sulla montagna. Come Mosè, io lo invocherò
e gli dirò il mio dolore: egli deve perdonarmi, perchè io non posso
vivere, poichè voi non mi amate.
«Dio deve perdonarmi. Quando avrò abbastanza pregato, abbastanza
pianto, quando avrò detto, all'eco della montagna, perchè muoio,
nell'ora migliore, io andrò alla morte. La montagna è piena di abissi e
ogni passo falso, un sol passo falso può condurmi alla morte. La guida,
accorrente, esterrefatta, vedrà precipitare il mio corpo nella valle,
dalla neve, fra le nevi: e quando vedrà che nulla può fare, sola, per
ritrovare almeno il mio corpo, tornerà, correndo, all'asilo più vicino:
e intanto su me, morta, fioccherà larga e pura la neve. Dall'asilo, dal
villaggio più vicino, verranno i buoni montanari con le ascie, con le
pale, incappottati nei bruni e caldi mantelli: li seguiranno le loro
donne, buone, che accorrono sempre, dove è una disgrazia. Porteranno
con sè la rustica, la poetica barella fatta di tronchi d'albero: sono
abituata alla montagna, io, ho visto la barella dei morti. Per le vie
meno pericolose, mentre l'aria già imbrunisce, discenderanno nella
valle: e delicatamente, con cure amorose, metteranno il corpo della
morta sulla barella, e al lume delle torce, poichè sarà già venuta la
notte, la mesta processione si avvierà all'asilo: porteranno la morta
al grande albergo, che la vide partire svelta, tranquilla, coraggiosa,
piena di forza e di salute, e ora vedrà rientrare un viso bianco,
macchiato di sangue, un corpo sfracellato. All'albergo tutto sarà in
ordine, nella mia stanza: le mie carte, per provare chi sono: il mio
testamento, con cui lascio la mia fortuna ai poveri di Londra, vecchi
e fanciulli, uomini e donne. Mi seppelliranno, secondo la mia volontà,
non nell'umida, brumosa, soffocante Inghilterra, ma nel cimitero
coperto di neve, sulla montagna coperta di neve. Io merito questa tomba
di purezza. Nessuno saprà, prima, o dopo, che io mi sono uccisa. Voi
soltanto.
«Sentite, Francesco — sì, voglio chiamarvi per nome — il segreto
della vita, è l'amore. Credo così profondamente in questa verità,
che nulla per me esiste, fuori dell'amore: tutto è illusione, tutto
è chimera. Forse anche l'amore è una illusione: dice lo scettico.
Che importa! È la più bella, la più grande delle illusioni; e la sua
perdita è irrimediabile. Nulla si può mettere al posto dell'amore:
nè la tormentosa ambizione, nè la pazzia del giuocatore, nè la dolce
passione mistica: nulla vale l'amore. Dico un sacrilegio, forse?
Nulla, nulla. Nè i piaceri della vanità, nè la voluttà del lusso, nè
le gioie sapienti della intelligenza, nè i trionfi della bellezza, nè
le seduzioni dell'arte; nulla vale l'amore. Non credete che io sia una
fanciulla audace e peccaminosa; vi dico queste cose, purissimamente,
nell'ora della morte. Tutto mi è assolto, da questo abbandono che
faccio, senza esitare, a venti anni, della vita. Oh, Francesco, se
conosceste che è l'amore, voi direste che ho fatto bene a morire.
Poichè, mentre non sapevo far altro della mia esistenza, che amarvi,
voi non mi amavate, non mi amate. Non vi hanno insegnato, Francesco,
che cosa è l'amore: nè voi avete cercato mai d'impararlo. Non sapete
nulla, non conoscete nulla. Siete voi felice? Pare. Chi ne sa niente!
Voi stesso non potete dirlo. Forse, mancandovi la grande scienza, vi
manca il grande desiderio. Oh, io ne muoio, di desiderio d'amore! Non
mi fraintendete. Sentitemi bene.
«Sentitemi, poichè non vi ho mai detto questo. Io vi ho amato subito,
così, nel primo momento che mi avete guardata, nel primo momento
che mi avete parlato: e voi lo avete inteso, subito, poichè siete
certo abituato ad essere amato, poichè, anche non avendo mai amato,
conoscete negli altri l'amore. Io, non ve l'ho detto. A noi inglesi
il temperamento, l'educazione, l'ambiente, l'esempio, ci creano un
carattere di un sol pezzo, un carattere duro e forte, che non mente
e che non tollera menzogne, che non è flessibile e disprezza la
flessibilità altrui. Io, poi, sono stata avvezza anche più duramente,
perchè non aveva padre e madre, perchè il mio tutore è morto anche lui
e a sedici anni amministravo di già la mia fortuna, leggevo quel che
volevo, potevo viaggiare dove mi piaceva, discorrere, ascoltare, amare
chi volevo. E freddamente, io ho voluto conoscere che cosa era la vita,
da me, per vivere felice, o per morire, se non potevo esser felice. Io
ho visto che solo l'amore era il segreto, e che quel segreto, cercato,
ritrovato, invocato e ottenuto, poteva riempire la mia esistenza
delle più grandi emozioni. Ero assai fredda, assai tranquilla, allora,
quando faceva questi ragionamenti psicologici: e andava formando la
mia educazione umana, lentamente, per non cadere nell'errore. Ero così
fredda, che potevo scrutare nei cuori umani, come nel mio, e leggervi
l'egoismo, lo scetticismo, la indifferenza: e leggervi, peggio, la
volgarità, il calcolo, la venalità. Non volevo legare la mia esistenza
nell'amicizia o nell'amore, che per l'amore: non volevo darmi a
chi non mi amava. Voi lo avete conosciuto, Guido Arezzo? Siciliano,
bruno, ardente, pieno d'immaginazione, col sangue bruciante, che gli
bruciava le vene, egli diceva di avere una furiosa passione per me,
che ero inglese, bionda, pallida, anemica, glaciale. Egli ha dato le
dimissioni, egli andava, alla messa, per vedermi: egli aveva la parola
calda e la frase prorompente; era ricco quasi quanto me, e libero, e
giovine, e nobile: tutti mi dicevano che egli mi amava e che io doveva
sposarlo. Ma non mi ha convinta, mai un minuto, perchè io sentiva il
vuoto dell'anima sua, sotto le sue parole, perchè io vedeva, passata
la vampa fugace, tutto un avvenire glaciale, una unione di due persone
che tutto divideva, il carattere, la nascita, lo spirito. Oh, se ci
fosse stato l'amore! Ma, come Guido Arezzo, neppur voi mi amavate, l'ho
subito visto, l'ho sempre visto.
«Eppure, come la parola vostra era soave, quando dicevate di amarmi,
Francesco! Vi rammentate, questo inverno? Dopo il ballo di casa Sutri,
il giorno seguente, alle tre, veniste a casa mia così, liberamente,
senz'avvertire e senza chiedere il permesso, poichè sapevate che le
fanciulle inglesi ricevono liberamente qualunque giovinotto. Io leggevo
nel grande _hall_, innanzi all'immenso camminetto, dove ardeva un
gran fuoco: ma fuori, nelle vie, e penetrante dalle finestre larghe
nell'_hall_, vi era ancora il sole. Leggevo il Tennyson, vi rammentate,
il poeta dei pallidi e gracili amori: Tennyson, che voi non intendete.
Mi faceste leggere qualche strofa ed io obbedii; poichè quello che voi
volete, io voglio: ma non ascoltavate e tacqui. Voi eravate perduto nel
silenzio, nei sogni. Infine mi diceste che bisognava leggere Goethe,
leggere il _Faust_, il _Faust_ dove è passata l'orma di uno spirito
quasi divino; che solo _Faust_ era il poema dell'amore, che solo
Margherita aveva saputo amare.
« — Ma Faust amava Margherita — ho detto io.
« — Sì, Faust amava Margherita — mi avete risposto, profondamente.
«Imbruniva. Mi guardavate, dopo avermi detto che mi amavate. Oh,
dolcissimo inganno! Che minuto lungo, in cui io sentivo la dolcezza
e sentivo l'inganno! Io non dissi d'amarvi. Voi lo sapevate. Quando
stringeste la mia mano era gelida. Ve ne andaste. Da quell'ora ho
sentito che dovevo morire.
«Poichè invano, invano mi avete detto, innanzi alle stelle del cielo e
fra le rose del mio giardino, innanzi alla chiesa del villaggio dove ci
siamo trovati insieme, nell'estate, e sul mio libro di preghiere, dove
avete appoggiato la vostra mano, invano avete ripetuto le sacre parole,
le sante parole dell'amore, quelle che si dicono veramente, una sola
volta, l'unica volta. Voi mentivate soavemente: ma io, anche amandovi,
intendevo, intuivo, sentivo la menzogna, non avevo neppure più il
primo minuto della illusione, avevo il senso glaciale della verità,
nuda, implacabile. Oh, come ho pianto, come ho singhiozzato, come ho
chiesto al Signore la fede, la felicità dell'illusione, come avrei
voluto poter credere, senz'altro, ciecamente, a quello che mi dicevate!
Come avrei voluto, non che fosse la verità, ma che io potessi credere
quella la verità! Ma era inutile: la profonda passione e il profondo
desiderio del vostro amore non mi toglievano la lucidità. Sentivo
l'anima lontana; sentivo fra me e voi l'ostacolo, ignoto, ma forte, ma
insormontabile. Se mi aveste amato, ora non andrei alla morte.
«Se mi aveste amato, lo avrei inteso e avrei vissuto, per questo:
perchè, quando si è amati, bisogna vivere. Non so quello che sarebbe
accaduto di me. So che avreste potuto chiedermi tutto ed io lo avrei
fatto: o non chiedermi nulla, e io avrei egualmente fatto tutto.
Sarebbe piaciuto al mio dolce signore avere una sposa umile e fedele,
amorosa e devota, legata a lui, nel nome di Dio e nel nome degli
uomini, una sposa per il bene come per il dolore? Io sarei stata
quella sposa. Piacea forse al mio buon principe avere una amante
leggiadra, intelligente, e appassionata, una donna perduta nella
grandezza dell'amore, non conoscente più altro che l'amore? Io sarei
stata quell'amante. Piaceva al mio bel signore lasciarmi e ritornare a
me, andar lontano, essere un giorno amoroso, un giorno gaio, l'altro
triste? Io sarei stata come lui, per lui. Niente mi sarebbe stato
ingrato, per lui. Oh, felice, felice, il peccato, nell'amore, quando
l'amore vi è, intenso, profondo, unico! poichè l'anima finisce per
purificarvisi tutta, per perdere ogni bassezza, ogni volgarità umana.
Sono sacrilega ancora, lo sento. Ma l'amor vostro, Francesco, pensate,
l'amor vostro, voi che non amate nessuno, voi che non amate niente!
«Niente. Tutto è finito per me. Sono scolorate tutte le più vivide cose
dell'esistenza: e le linee, i colori, le forme si confondono in un gran
bigio monotono, dove non riluce tinta, dove non freme vita. Non voglio
più niente, non mi piace più niente, non debbo più vivere. Voi non mi
amate. Ora, la Indifferenza, vedete, la invincibile Indifferenza mi
uccide. Sono fiera, non posso sopportare nè la freddezza, nè la pietà,
nè la compassione: non mi contento nè della stima, nè dell'amicizia, nè
dell'affetto. Sono fiera. Non me ne fo rimprovero. Voglio la vita come
la merito, completa, piena di amore, piena di ardente, incandescente
amore: non la voglio, fondata sulla bugia, sulla scambievole
indulgenza, sul perdono. Avevo un ideale, lungamente invocato, invocato
con tutta la potenza della mia giovane anima e questo ideale mi sfugge.
Io vado a ritrovarlo _di là_.
«Restate sereno. Ognuno, attraverso il tempo, attraverso le cose, ha la
sua parte, talvolta, semplice, talvolta bizzarra, talvolta inconscia.
Che sapete voi, del male che fate? Voi non misurate, perchè vi manca
la nozione dell'amore, e ve ne manca la misura. Il solco che scavate,
vi sfugge. Dite le parole di amore, così, come il dilettante canta a
orecchio, perchè avete una bella voce, perchè la musica delle parole
amorose fa in voi stesso un gran diletto, perchè vi piace ingannare,
senza sapere il pericolo dell'inganno, perchè voi stesso siete forse
in buona fede, credendo di amare. Restate sereno. Io muoio, perchè
troppo alto era il mio semplice e puro ideale. Io voleva essere amata:
ciò che è dato all'ultima donna della terra non mi è stato concesso.
Vi rammentate? In casa Sutri, mi avete parlato di Siebel che non potea
toccare un fiore, senza farlo appassire; mi avete parlato di Faust, ma
Faust amava Margherita; voi siete dunque Mefistofele, lo spirito che
non può amare. E io devo morire. — Margherita.»
Don Francesco, quietamente, ripiegò i foglietti sottili, lievissimi,
dove miss Daisy aveva scritto le sue ultime parole, rimise i foglietti
nella busta e la busta sul tavolino. Le due lettere, di donna Clara
e di Margherita, si toccavano. E mentre riaccendeva la sigaretta
spenta, don Francesco vedeva nel bianco, finissimo fumo una bella testa
bruna coronata di fiori d'arancio, ma portante negli occhi neri una
insanabile disperazione, vedeva una testa bionda, dai biondi e smorti
capelli, dalle labbra scolorate, una testa macchiata di sangue, dalle
palpebre livide e dalla bocca chiusa per sempre. Egli suonò di nuova e
chiese al cameriere:
— Sapete a quale ore parte il diretto, per Torino?
— No, Eccellenza; ma ora glielo saprò dire.
Col dito mignolo, il principe scuoteva la cenere dalla sua sigaretta,
pensoso, ma tranquillo: pure, innanzi agli occhi, vedeva sempre un
profilo di fanciulla bruna, profilo purissimo, ma pieno di malinconia,
come assottigliato e consumato da un malore spirituale: vedeva sempre
una linea vaga, di fanciulla bionda e gracile, vestita di bigio, che
saliva, lentamente, a una immensa montagna bianca, per uno stretto e
ruinoso sentiero.
— Alle due e cinquanta, Eccellenza — disse, rientrando, il cameriere.
— Bene: fate preparare le valigie: parto con quel treno.
Ma quando il cameriere fu uscito, per togliersi a quelle strane
apparizioni, egli prese la terza lettera, la busticina dove vi era
soltanto un biglietto da visita, e che due volte aveva tentato di
leggere, per una bizzarra idea, attraverso la busta. Apri questa volta.
Era un biglietto che portava questo solo nome: Maria. E Maria scriveva,
semplicemente:
«Oggi, portatemi una rosa.»