[1] Pubblicata la prima volta nel _Politecnico_ di Milano, marzo 1866.
[2] _Lettres sur l'hist. de France._ Lettera XXV, in fine.
[3] Per esempio la _Storia di Firenze_ di GORO DATI.
[4] Dopo la prima pubblicazione di questo nostro scritto si fecero
molte ed importanti ricerche sulle origini di Firenze e del suo Comune,
massime dal D. O. Hartwig, sul cui pregevole lavoro avremo occasione di
tornare piú tardi. E cosí pure vennero alla luce varie storie generali
di Firenze, fra le quali piú notevoli sono la _Storia della Repubblica
di Firenze_ del marchese GINO CAPPONI (Firenze, Barbèra, 1875, due
Vol.) e l'_Histoire de Florence_ del sig. PERRENS (Paris, 1877-90, in
nove vol.), delle quali parliamo altrove.
[5] Quando scrivevo queste parole, il Malespini era giudicato piú
antico del Villani, il quale perciò avrebbe copiato da lui. Piú tardi
però lo Scheffer-Boichorst provò il contrario, con argomenti a molti
del quali non si può rispondere. Il March. G. Capponi non ne rimase
persuaso, avendo nel Malespini trovato piú cose, che accennavano,
secondo lui, ad un'antichità piú remota del Villani. Ma nuove indagini
e molto diligenti, iniziate dal prof. Lami, confermarono che il
Malespini è una compilazione fatta principalissimamente col Villani,
e forse (ma di rado) con qualche altro cronista, che potrebbe essere
piú antico, nel qual caso si spiegherebbero anche le osservazioni del
Capponi.
[6] Pubblicato in Firenze, 1838, vol. due, dalla tipografia all'insegna
di Dante. Vedi anche GERVINUS, _Geschichte der florentinischen
Historiographie_: Frankfurt, 1833.
[7] CAPELLAE, _Commentarii_, che dal 1531 al 1542 ebbero undici
edizioni. RANKE, _Zur Kritik neurer Geschichtschreiber_. — Aggiungo
ora che il Ranke, a mio avviso, ha qui molto esagerato a danno del
Guicciardini, il cui valore storico è confermato dai documenti. V. il
mio libro sul Machiavelli, in fine del Vol. III.
[8] Qui s'allude alla Storia del Capponi, che non era stata ancora
pubblicata.
[9] _Discorso storico_, cap. I.
[10] GINO CAPPONI. _Lettere sui Longobardi_.
[11] Tutto ciò che risguarda la divisione delle terre, è stato soggetto
di lunga disputa in Italia e fuori. Ne parlò con dottrina il Troya,
nella sua opera sulla _Condizione dei Romani vinti dai Longobardi_; ne
parlarono con molto acume il Capponi ed il Capei nelle loro _Lettere
sui Longobardi_ (Appendice dell'_Archivio Storico Italiano_, vol. I
e II), e cosí il Manzoni, il Balbo, ecc. La questione versa sulla
interpretazione di due passi di Paolo Diacono. Quello che parla
della prima divisione, quando i Longobardi presero il terzo della
rendita delle terre, è chiaro: _His diebus multi nobilium Romanorum
ab cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi,
ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii
efficiunfur_. L'altro invece è assai piú oscuro, ed ha lezioni diverse.
La piú generalmente adottata è questa: _Hujus in diebus_ (di Autari)
_ob restaurationem Regni, duces qui tunc erant, omnem substantiarum
suarum medietatem regalibus usibus tribuunt..; populi tamen adgravati
per langobardos hospites, partiuntur_. Una lezione del secolo X, nel
codice ambrosiano, dice invece: _aggravati pro Longobardis, hospitia
partiuntur_. La divisione delle terre (_hospitia_) e non dei frutti
sarebbe piú chiaramente indicata in questa seconda lezione, che il
Balbo accetta. Il prof. Capei, però, anche accettando la prima lezione,
sostiene che si debba intendere attivamente la parola _partiuntur_. I
vinti _divisero_ le terre coi vincitori, e furono quindi aggravati,
avendo dovuto cedere la metà dei loro beni; ma ne vantaggiarono in
questo, che l'altra metà rimase loro libera proprietà.
[12] Vedi, fra gli altri, GINO CAPPONI, nota al documento 3, nel vol.
I dell'_Archivio storico italiano_.
[13] Pubblicato nella _Nuova Antologia_ di Roma, 1 Maggio 1890.
[14] Codice vaticano palatino 772, che contiene la raccolta di leggi
longobarde, conosciuta col nome di Lombarda. Primo a scoprirvi, a tergo
del foglio 71, le notizie annalistiche fiorentine, fu il bibliotecario
Foggini, che le comunicò al Lami, il quale ne pubblicò una parte,
con un suo comento. Le pubblicarono poi tutte, prima il Pertz, poi
l'Hartwig, e finalmente ne dette una fototipia esatta il prof. C.
Paoli, nel primo fascicolo dell'_Archivio paleografico italiano_,
diretto dal prof. Monaci in Roma.
[15] È un codice di S. M. Novella, ora tra i Magliabechiani, 776, E, A,
Conventi soppressi. Sono quarantasei notizie, di cui una parte, cioè le
prime venticinque, fino all'anno 1217, furono pubblicate dal Fineschi
nelle sue _Memorie storiche degli uomini illustri di S. M. Novella_,
vol. I, pag. 330-332.
[16] D. O. HARTWIG, _Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte
der Stadt Florenz_. La prima parte fu pubblicata a Marburgo, 1875, la
seconda, che contiene i due Annali, ad Halle, 1880.
[17] Lo pubblicò prima il Fineschi (Op. cit. vol. I, pag. 257), e lo
ha poi ripubblicato l'Hartwig (II, 185 e seg.) con molte aggiunte ed
osservazioni. Non pochi nuovi nomi di Consoli contiene la cosí detta
Cronica di Brunetto Latini, della quale parleremo piú oltre.
[18] Il prof. C. PAOLI (_Di un libro del D. O. Hartwig_, nell'_Arch.
Stor. It._, tom. IX, anno 1882) ne scoprí una nel codice laurenziano
XXVIII, 8; altre ne ha scoperte il prof. Lami, il quale spero che ne
parlerà in un suo scritto sul Malespini, che presto vedrà la luce.
[19] Fu scoperta, ma non pubblicata, dal Follini, editore del
Malespini, in un codice della Magliabechiana di Firenze, Palch. II, 67.
[20] Nell'Archivio di Lucca, in un cod. della collezione Orsucci, O, 40.
[21] Questa data (Hartwig I, 64) manca nella compilazione latina, che
anche perciò è giudicata piú antica.
[22] Nel vol. I dell'_Appendice alle letture di famiglia_: Firenze,
Cellini, 1854.
[23] Nella parte II dell'opera citata.
[24] Il prof. Santini, nella pubblicazione di cui avremo piú oltre
occasione di parlare (parte I, doc. 18) dà un doc. del 14 Giugno 1188,
nel quale è la firma: _Ego Sanzanome index et notarius_. Negli Atti
della Lega toscana del 1197 (Santini, I, 21, a pag. 37), fra i nomi
di coloro che firmarono dopo del Console di S. Miniato, si trova,
_Sanzanome de Sancto Miniato_.
[25] Cosí afferma anche il prof. PAOLI nel suo scritto già ricordato.
Il codice è il Magliab.-Strozz. Cl. XXV, 571. I _Gesta_ furono
quasi contemporaneamente pubblicati dall'Hartwig (op. cit.) e dalla
Deputazione toscana di storia patria: Firenze, Cellini, 1876.
[26] E qui appunto il codice ha diverse lacune.
[27] Vedi l'ediz. curata dal Weiland nei _Mon. Germ._, XXII, 377-475,
e ciò che ne dice lo stesso autore nell'_Archiv. der Gesellschaft für
ältere deutsche Geschichte_, XII, pag. 1 e segg.
[28] Il Ciampi, che ne pubblicò una parte, e lo Scheffer-Boichorst nei
suoi _Florentiner Studien_.
[29] Il prof. Santini, che si occupò molto di ciò, ha trovato in
Firenze dodici copie di Martin Polono e tre della traduzione, tutte del
secolo XIV; altre ancora ne ha trovate il prof. Lami.
[30] _Impressum Florentiae apud Sanctum Jacobum de Ripoli, Anno
Domini MCCCCLXXVIII._ Altre edizioni se ne fecero nel secolo XVI. Di
quest'opera il prof. Santini ha trovato in Firenze tre codici del sec.
XIV.
[31] Il Codice di Napoli è segnato XIII-F. 16. Un altro simile, del
secolo XV, continuato fino alla morte di Arrigo di Lussemburgo, è il
Laurenziano-Gaddiano CXIX.
[32] Nella seconda parte della sua opera, _Quellen_ etc., dove dà a
questi estratti il titolo di _Gesta Florentinorum und deren Ableitungen
und Fortsetzungen_.
[33] Parlando di alcuni nobili Saraceni, mandati in quell'anno
prigionieri _alla Chiesa di Roma_, aggiunge: _et io gli viddi_.
[34] Arriva fino al 1303, ma l'ultimo paragrafo sembra di mano
posteriore. Il paragrafo precedente però narra avvenimenti del 1297, e
Brunetto Latini era di certo morto prima (1294).
[35] Biblioteca Nazionale di Firenze, cl. XXV, cod. 566.
[36] Questo risulta chiaramente confermato anche da molti riscontri
fatti dal prof. Santini.
[37] Due brevissime notizie o piuttosto appunti furono d'altra mano
aggiunte in questa lacuna, e sono: — _Papa Adriano V nato di quel del
Fiesco da Genova, 1276, stette Papa die 30: vacò la Chiesa 28 dí. —
Papa Innocenzio sexto fu eletto, che fu da Portogallo_. — La seconda
notizia è certo errata. Innocenzo VI (Étienne d'Albert) era francese
del Limosino, e fu eletto nel dicembre 1352. Dopo di Adriano V, fu
invece eletto Giovanni XXI, che era portoghese. L'autore scambiò
_Iohannes_ (che forse trovò abbreviato) con _Innocentius_, e XXI, con
VI. Anche in altri cronisti le due notizie si trovano insieme, quasi
con le stesse parole, salvo però l'errore indicato.
[38] Codice Laur.-Gadd. 77. Sul dorso v'è scritto: _Cronica romanorum
Pontificum et Imperatorum_. Questo titolo conferma la connessione
della Cronica con Martin Polono, e spiega perché il codice sfuggí cosí
lungamente alle ricerche degli studiosi di storia fiorentina.
Il lavoro da noi citato del prof. Santini, essendo una tesi di laurea,
fu presentato e discusso nel nostro Istituto Superiore, ed i resultati
ne furono poi annunziati nell'_Arch. Stor. It._ Ser. IV, Tomo XII,
disp. IV, anno 1883, a pag. 483 e segg. Esso non venne pubblicato,
perché, quando l'autore lo correggeva, la scoperta dell'Alvisi rese
superflua ogni altra dimostrazione. Il Santini dava a quella Cronica
molta importanza, avendo riscontrato che i nomi d'alcuni dei Consoli da
essa sola ricordati, si trovano anche nei nuovi documenti, che sono già
stampati, e fanno parte dell'opera già ricordata, che sarà, speriamo,
presto da lui pubblicata.
[39] BALUZIO-MANZI, _Miscellanea_, Tomo IV. Questo codice Orsucci
dell'Archivio di Lucca fu assai minutamente descritto dall'Hartwig
(I, XXX e seg.), che da esso cavò e pubblicò, come dicemmo, una
compilazione italiana della leggenda.
[40] VIII, 36.
[41] I, 1.
[42] VIII, 36.
[43] Negli _Acta Sanctorum_.
[44] _L'estoire de Eracles empereur, et la conqueste de la terre
d'outremer (Recueil des historiens des Croisades)_, tradotta in latino,
greco, tedesco, spagnuolo, italiano. Per le fonti del Villani vedi
BUSSON, _Die florentinische Geschichte der Malespini_ (Innsbruck, 1869)
e Scheffer-Boichorst, _Die Geschichte Malespini, eine Fälschung_, nei
suoi _Florentiner Studien_.
[45] Nel suo articolo sul lavoro dell'HARTWIG.
[46] «Il y en eut (des Consuls) tout au moins en 1101». E dopo aver
citato il documento, aggiunge in nota: «Dévant ce fait si positif, il
serait oiseux de s'arrêter aux conjectures des auteurs, même presque
contemporains» pag. 209.
[47] Pag. 152-4.
[48] BORGHINI, _Discorsi_, vol. II, pag. 27 e 93; Firenze 1755.
[49] Ora è uscito il IX ed ultimo, che va fino alla caduta della
Repubblica (1530-32).
[50] Dei molti errori che si trovano in questo primo volume, ha parlato
assai a lungo l'HARTWIG nell'_Historische Zeitschrift_ del Sybel, vol.
III, fasc. 3, anno 1868. Degli altri volumi non è qui ancora luogo a
parlare.
[51] Servio, nel suo comentario sull'Eneide (lib. III, v. 104), scrive:
«Dardanus Iovis filius et Electræ, profectus de Corytho (Cortona),
civitate Tusciae, primus venit ad Troyam». Piú oltre (com. al lib.
III, 187) dice che «Dardanus et Iasius fratres... cum ex Etruria
proposuissent sedes exteras petere ecc.». E nel fare la genealogia
d'Enea, incomincia: «Ex Electra Atalantis filia et Iove Dardanus
nascitur». Di qui deve in parte essersi ispirata la leggenda, secondo
la quale però Elettra è moglie di Atalante, non di Giove, che invece ne
è padre. V. Hartwig, I, XXI.
[52] Anche Brunetto Latini, nel primo libro del _Tesoro_, pose
in relazione la leggenda di Catilina con le origini di Firenze, e
ricordò la grande uccisione, seguita nella battaglia, in cui questi fu
disfatto, come pure la peste che ne venne. «E per quella grande peste
di quella grande uccisione, fu appellata la città di Pistoia». Lib.
I, cap. 37, nel volgarizzamento di Bono Giamboni. Le fonti principali
delle notizie storiche nel _Tesoro_, sono Ditti cretense e il _De
excidio Troie_, che veniva attribuito a Darete frigio. Questo secondo
libro è di certo anche una delle fonti della nostra leggenda. Vedi Thor
Sundy, _Della vita e delle opere di Brunetto Latini_, trad. del prof.
R. Renier, con molte aggiunte: Firenze, Successori Le Mounier, 1884.
[53] Il _Libro fiesolano_, invece di Franchi, dice Africani, _una
compagnia venuta d'Africa_, come altrove, invece di _Ottone_ o _Otto_,
dice _Ceto_, errore che si riscontra anche nel codice su cui fu fatta
la stampa. Sono probabilmente errori di qualche rozzo copista della
leggenda, i quali venivano poi spesso ripetuti dagli altri. Giovanni di
Salisbury (_Polikratikus_, VI 17, ediz. Giles), parlando delle città
che, secondo la storia, furono edificate da Brenno, ripete per Siena
lo stesso racconto della leggenda. Egli osserva, che tutto ciò non è
veramente storia, _sed celebris traditio est_, aggiungendo però che la
tradizione trovata conferma nel fatto che i Senesi, per costituzione,
bellezza, costumi, somigliano «ad Gallos et Britones, a quibus originem
contraxerunt». Queste parole di Giovanni di Salisbury sono ricordate
anche da Benvenuto da Imola, nel suo Comento alla _Divina Commedia_,
per dire che a tale somiglianza vuole alludere Dante (_Inf._ XXIX, 121)
nei versi:
Or fu giammai
Gente sí vana come la senese?
Certo non la francesca sí d'assai.
La medesima spiegazione è data anche dal Boccaccio nel suo Comento agli
stessi versi.
[54] La compilazione latina dice: _quingentos annos et plus_; le
italiane, piú moderne, dicono solo: cinquecento anni.
[55] Anche secondo la storia, Totila fu in Toscana verso la metà del
sesto secolo.
[56] _Libro fiesolano_, cap. XV.
[57] Anche di ciò s'è occupato l'HARTWIG, I, XXIV e segg.
[58] Il primo a far questa osservazione fu l'HEGEL: _Ueber die Anfange
der florentinischen Geschichtschreibung_, nel già citato giornale del
Sybel, I fasc. dell'anno 1876.
[59] I cap. XVI e XVII nella ediz. Follini.
[60] Villani I, 41.
[61] MILANI, in _Notizie degli Scavi_ (aprile 1887) pubblicate
dall'Accademia dei Lincei.
[62] V. HARTWIG. Op. cit.; G. ROSA nell'_Arch. Stor. Ital_. Serie III,
vol. II, pag. 62 e segg.
[63] Ciò specialmente perché la iscrizione fu trovata nella Savoia. Ed
egli proponeva la lezione: Jul. AUG. FLOR. V[_ienna_]. Vedi _Hermes_,
XVIII, 1883, pag. 180, in nota.
[64] _Hermes_, 1883, pag. 176. Piú esplicitamente la dichiararono
colonia sillana BUMBUBY, _Dictionary_ of gr. and rom. Geography; Zumpt,
_De Colon_.
[65] Il prof. Milani si è occupato di ciò in molte sue pubblicazioni.
_Scavi di Mercato Vecchio_ nelle _Notizie degli Scavi_ (aprile 1887);
_Scoperte epigrafiche nel centro di Firenze_, nella _Nazione_ del 15
Aprile 1890. In una di queste iscrizioni si leggono le parole,
... GENIO COLONIAE
... FLORENTIAE.
_Tomba italica a pozzo del centro di Firenze_ nelle _Notizie degli
scavi_ (dicembre 1892); _Reliquie di Firenze antica_ nel vol. VI dei
_Monumenti antichi_, pubblicati dall'Accademia dei Lincei, 1895.
In una sua lunga lettera a me diretta lo stesso prof. Milani narrava
come nei lavori fatti pel fognone in Borgo dei Greci, l'anno 1886,
fu in sua presenza, sotto il pavimento dell'Anfiteatro, trovato un
mezzo asse onciale, in tal posizione, dentro lo smalto, che esso lo
ritenne «coevo alla costruzione dell'Anfiteatro». Il corso di tali
assi tagliati collo scalpello, egli prosegue, non può essere anteriore
all'89 a. C., né posteriore al secondo triumvirato (43 a. C.).
«Parrebbe dunque stringente la conclusione che l'Anfiteatro sillano
sia dei tempi sillani». E se Dione ci dice che il primo Anfiteatro di
pietra fu costruito a Roma solo 30 a. C., bisogna pure ricordarsi che
Cicerone accusò Silla «di profondere tesori in fastose costruzioni,
nel tempo appunto in cui si trovava sotto Fiesole». E però egli crede
di poter «sostenere a buon diritto la data sillana per la costruzione
nell'Anfiteatro fiorentino». Aggiunge poi, concludendo, che le basi
di alcune colonne, da lui dette _tuscaniche_, e rinvenute presso
l'Anfiteatro, come alcuni avanzi di architettura, trovati nel 1887
presso S. Maria del Fiore, «confermano l'opinione che alcune delle
principali costruzioni edilizie di Firenze, fossero in relazione coi
tempi sillani e cogli ultimi tempi della Repubblica». Tutto questo è
però un problema la cui soluzione spetta solo agli archeologi.
[66] MILANI, _Scavi di Mercato Vecchio_, nelle _Notizie_ ecc., 1887.
[67] VILLANI, II, 1 e 2, e la _Chronica de Origine Civitatis_.
[68] VILLANI, III, 1, 2, 3.
[69] Vedi HODGKIN, _Italy and her invaders_, vol. IV, pag. 446 e segg.
[70] Il LAMI, _Lezioni_, parte I, pag. 292, fa questa affermazione,
appoggiandola sopra un documento di donazione fatta da Carlo Magno alla
Badia di Nonantola, _circiter annum 774_, nel quale si parla delle
chiese Fiorentine di S. Michele e di S. Miniato tra le torri, come
esistenti _in comitatu fossolano, in civitate fossolana_. Il documento
fu pubblicato la prima volta dal Muratori (Antiq. V. 647), che lo dice
tratto _ex reliquiis tabularii monasterii nonantulani_, e dopo avere
esposti molti dubbi sull'autenticità di esso, finisce col credere che
la carta sia sincera, ritenendola però una scrittura privata di Carlo
Magno, non un diploma. Non gli par possibile che un falsificatore
volesse immaginare luoghi e paesi, dei quali appena si ha notizia, ed
in molti dei quali il Monastero non aveva diritti, né poteva sperare
di acquistarne con quella carta. Il Tiraboschi ripubblicò il doc.
nella sua _Storia della Badia di Nonantola_ (II, 27 e segg. Num.
XII), dicendolo _apographum XII, nel XIII saec_. Egli crede invece
che il doc. sia apocrifo ma compilato da qualche monaco dell'undecimo
o duodecimo secolo, sopra _non pochi antichi strumenti ora smarriti_
(vol. I cap. XI, pag. 365). Sebbene apocrifo, esso però conterrebbe,
secondo lui, la nota vera dei possedimenti che il monastero aveva
in Toscana. E ciò dice, dopo aver prima esaminato e ponderato le
osservazioni del Muratori. Quanto poi alle chiese fiorentine in
_civitate fossolana_; il Tiraboschi (pag. 366-7) se ne rimette a quanto
ne dice il Lami da noi citato.
[71] Di ciò trattano a lungo il LAMI, il BORGHINI, l'HARTWIG.
[72] VILLANI, III, 3.
[73] VILLANI, IV, 1.
[74] LAMI, _Lezioni_, nella pref. a pag. CVI-VIII; HARTWIG I, 85-6.
[75] VILLANI, IV, 6.
[76] VILLANI, IV, 7.
[77] Cosí dice S. Pier Damiano nella lettera che piú basso citiamo.
[78] PETRI DAMIANI. _Epistolarum libri VIII_: Parisiis ex officina
nivelliana, 1610, V. a pag. 727. La lettera (pag. 721 e seg.) è
indirizzata: _Dilectis in Christo civibus florentinis, Petrus peccator,
monachus, fraternae charitatis obsequium_.
[79] TOCCO. _L'Eresia nel Medio Evo._ Lib. I, cap. 3, pag. 207-228.
[80] PASSERINI. Nell'_Arch. Storico Italiano_, N. S. vol. III, pag.
43-4; PERRENS., I, 85 e seg.; HARTWIG, I, 89-9. CAPECELATRO. _Vita di
S. Pier Damiano_, libro VII. Vol. due: Firenze, Barbèra, 1862.
[81] «Ad hec ille se inquit, neutrum iubere, neutrum velle, neutrum
recipere. «Quin etiam edictum a Preside per legatos suos impetravit, ut
quicumque laicorum, quicumque clericorum se ut episcopum non coleret
suique imperio non obediret, ad Presidem victus non duceretur, sed
traeretur: si quis autem bis minis territus, de Civitate fugeret, ad
dominium Potestatis assumeretur quicquid possedisset». Cosí dice la
lettera scritta _Millesimo LXVIII idus februari, la quale incomincia:
Alexandro prime sedis reverentissimo, ac universali episcopo, clerus
et populus Florentinus sincere devotionis obsequium_. Essa fu stampata
piú volte, ma scorrettamente (V. BROCCHI, _Vite di Santi e Beati_, pag.
145. Firenze, 1742; _Acta Sanctorum_ III, luglio, pag. 359 e 379, nelle
due vite di S. G. Gualberto); trovasi nel Cod. Laurenziano XX, 22, che
è del sec. XI. La lettera, messa in fine del codice stesso, è scritta
da mano diversa e alquanto posteriore; ma anche secondo il prof. Paoli,
che a mia preghiera l'esaminò, la scrittura ha tutti i caratteri del
sec. XI, «e può solo concedersi, che sia della prima metà anzi del
primo quarto del sec. XII». Essa piú che una vera e propria lettera,
sembra una narrazione in forma epistolare. Lo confermerebbe anche il
titolo che ha nel Codice: _Incipit textus miraculi quod Dominus_, etc.
Dovremo ritornare a parlarne.
È chiaro, in ogni modo, che il _Potestas_ qui sopra menzionato, non
ha nulla che fare col Podestà dei tempi posteriori. Si tratta della
podestà superiore, cioè del duca Goffredo. Il Preside poi deve essere,
io credo, il rappresentante di Goffredo nella Città. Sono forme antiche
e spesso retoriche, come quelle che si trovano piú tardi nel Sanzanome.
[82] La medesima lettera, dopo aver narrato che coloro i quali
s'erano rifugiati in un oratorio, ed erano stati minacciati, se non
si riconciliavano d'essere cacciati, «extra Civitatem pellerentur»,
aggiunge che essi non vollero obbedire. «Hincque factum est ut....
municipal. presid.... illos extra emunitatem oratorii.... eiceret».
Le due parole abbreviate nel codice, furono stampate in molti modi
diversi, mutando il verbo, alterando spesso tutta la frase, il che
generò grande confusione. A me e ad altri colleghi che ho consultati,
pare che debba intendersi: _municipale presidium_.
[83] _Nuova Antologia_ di Roma, 1 giugno 1890.
[84] Nel codice laurenziano già da noi ricordato.
[85] _Rhetor_ era allora sinonimo di _causidicus_.
[86] Di tutto questo si occupò molto il FICKER nelle sue _Forschungen_,
e dopo di lui il FITTING, _Die Anfänge der Rechtsschule zu Bologna_:
Berlin und Leipzig, 1888.
[87] _Lege Digestorum libris inserta, considerata._ Cosí si legge
in un placito del 1076 pronunziato dal messo di Beatrice in Marturi,
presso Poggibonsi (_prope plebem Sancte Marie, territurio fiorentino_),
dove si nota anche la presenza di Pepone, il precursore d'Irnerio. Un
Fiorentino, che contendeva il possesso di alcune terre al monastero,
adduceva la _temporis praescriptio_, e si fondava sul Digesto, che,
secondo la procedura del tempo, portava nel tribunale. Vedi FITTING,
op. cit. pag. 88; ZDEKAUER, _Sull'Origine del manoscritto pisano
delle Pandette giustinianee_: Siena, Torrini, 1890. In un documento
del 1061, in cui si tratta d'una lite fra due Chiese di Firenze (V.
DELLA RENA e CAMICI Vol. II, 2, pag. 99) si legge: _Indices secundum
romanae legis tenorem, utramque ceperunt inquirere partem_. Secondo
il Ficker, i giudici qui sarebbero fiorentini: _und zwar scheinen das
die gewöhnlichen städlischen Indices von Florenz zu sein_. Ficker,
III, parag. 469 pag. 90. Il cronista Goro Dati, che morí ai primi del
secolo XV, affermava nella sua cronica, che i notai fiorentini erano i
piú reputati di tutti, sebbene i piú celebri dottori in legge fossero
quelli di Bologna. Vedi Dati, _Storia di Firenze_, ediz. fiorentina del
1735, a pag. 133.
[88] Petrus Damiani. _De parentelae gradibus_, nelle Opere, Opusc.
VIII, Cap. I e Cap. VII. Ivi combatte l'opinione espressa dai sapientes
di Ravenna, contraria al diritto canonico, sui gradi di parentela
che impediscono il matrimonio. Di colui che esso dice fiorentino,
scrive: _promptulus, cerebrosus ac dicar, scilicet acer ingenio, mordax
eloquio, vehemens argumento_.
[89] Il FICKER, parlando del sopra citato documento del 1061, dice:
_Diese Romagnolen scheinen nun weiter kaum nur zufüllig zu Florenz
gewesen zu sein_.
[90] Quanto all'azione sempre crescente del diritto romano in Toscana,
notissimo è il passo negli Statuti di Pisa del 1161, nel quale si dice
di questa città: _a multis retro temporibus, vivendo lege romana,
retentis quibusdam de lege longobarda_. In un documento senese del
1176, pubblicato dal Ficker (Vol. IV, doc. 148), i Consoli dicono:
_Item nos professi sumus lege romana cum tota Civitate vivere_. La
mescolanza della legge romana con la longobarda o con altre, è in
tutto il secolo XI, ed anche dopo, frequentissima. Spesso donne che
professavano di vivere secondo la legge romana, dichiaravano nel
medesimo tempo di essere sotto il mundio del figlio o di altri.
[91] LAMI, _Lezioni_, pref. pag. CXV e segg. Vedi anche i documenti
pubblicati dal Fiorentini nelle _Memorie della gran contessa Matilde_
(Lucca, 1756), e da DELLA RENA e CAMICI, _Serie cronologico-diplomatica
degli antichi duchi e marchesi di Toscana_, parte II. Da siffatti
documenti chiaro apparisce come era formato il tribunale di Matilde.
[92] V. FIORENTINI, doc. a pag. 168; DELLA RENA e CAMICI, parte II,
vol. II. doc. XV e XVI, a pag. 106 e 108; Vol. III, pag. 9; Vol. IV,
doc. XIV, a pag. 61.
[93] _Unthätiger Vorsitzende_, dice il Ficker, che ha dato la chiara
dimostrazione di questo fatto. Vol. III, parag. 573, pag. 294 e seg.
[94] A tale proposito il Ficker osserva: _Dass schön früher die
Gerichtsbarkeit in der Stadt nicht durch die Feudalgewalt, sondern
durch Bürger der Stadt als rechtskundige Königsboten geübt wurde_. Vol.
III, par. 584, pag. 315-16.
[95] _Consuetudines etiam perversas a tempore Bonifactii Marchionis
duriter eisdem impositas, omnino interdicimus._ FICKER, Vol. I,
parag. 136, a pagine 255-6, e il doc. stesso nel vol. IV, pag. 124-5;
PAWINSKI, _Zur Entstehungsgeschichte des Consulats in den Comunen Nord
und Mittel-Italiens_: Berlin, 1867, pag. 29.
[96] _Nec Marchionem aliquem in Tusciam mittemus sine laudatione
hominum duodecim electorum in Colloquio facto sonantibus campaniis._
MURAT. _Antiq._ IV, 20. Vedi anche FICKER e GIESEBRECHT, piú sopra
citati, e PAWINSKI, pag. 31. Si è dubitato che in questi diplomi (di
cui non si ha l'originale, ma una copia antica), e piú specialmente nel
secondo, possa esservi stata qualche interpolazione, cosa che il Ficker
ed il Pawinski contrastano. In ogni modo la sostanza dei due documenti
è ora ammessa dai piú autorevoli scrittori. V. Ficker, vol. III, pag.
408; Giesebrecht (4ª ediz.), vol. III, pag. 537-8.
[97] AMARI, _Storia dei Musulmani in Sicilia_, Vol. III, pag. 1 seg.
[98] Per maggiore chiarezza usiamo qui la parola Grandi, sebbene in
questo senso preciso venisse in uso generale a Firenze solo piú tardi,
specialmente ai tempi di Giano della Bella, nel 1293.
[99] PAWINSKI, pag. 31, nota 3.
[100] _Nec domum in predictis terminis relevari, neque ad triginta sex
brachia interdici permittemus._ PAWINSKI, pag. 34.
[101] BONAINI, _Statuti inediti della città di Pisa_, I, pag. 16.
[102] Si parla assai spesso di conti e di vicecomiti, che in Firenze,
finora almeno, non troviamo mai ricordati. Piú tardi ne vedremo entrare
qualcuno per le ragioni che diremo.
[103] Il Pawinski, secondo me, ha torto, quando fermandosi su questo
carattere del Comune pisano e di altri simili, trascurando l'elemento
popolare, commerciale, che anche a Pisa, come altrove, aveva parte
grandissima, vorrebbe far nascere il Comune italiano per opera dei soli
nobili.
[104] _Nisi fortitan communi Consilio Civitatis, vel maioris
partis Bonorum vel Sapientum... ad commune Colloquium Civitatis...
supradictorum hominum consensu et omnibus Pisae habitantibus._ BONAINI,
op. cit., Vol. I, 16.
[105] MURAT. _Antiq._ III, 1099. Una poesia attribuita a Guido da
Pisa, narrando la guerra fatta nel 1087 dai Pisani, insieme con Genova,
Amalfi, Roma, contro i Saraceni in Africa, dà i nomi di quattro Pisani,
_Vocat ad se Petrum et Sismundum_
_Principales Consules,_
_Lambertum et Glandulfum_
_Cives cari (clari?) nobiles._
Si tratta però d'una poesia, e per credere alla esistenza di questi
Consoli nel 1087, bisognerebbe portare almeno a quell'anno la prima
Concordia del vescovo Daiberto, il che non sarebbe impossibile, giacché
egli fu vescovo dal 1085 al 92, quando venne nominato arcivescovo. V.
PAWINSKI, pag. 31, nota 3. Leonardo Vernese nel suo _Carmen_, in cui
parla della impresa delle Baleari, (1113-15) dice:
_Inde duo et denos de culmine nobilitatis_
_Constituere viros, quibus est permissa potestas_
_Consulis atque ducis._
Ma l'esistenza dei Consoli in questo tempo è già provata da altri
documenti. V. PAWINSKI, pag. 38-9.
[106] Il cronista dà nome di _anteriores_ alle principali famiglie,
forse perché vennero prima in Venezia; ce le rappresenta come un ceto
che aveva supremazia e governava, e nel catalogo che ce ne dà, ricorda
ancora i mestieri che esercitavano. — _Cerbani de Cerbia venerunt,
anteriores fuerunt de omni artificio ingeniosi._ — _Signati_ (variante:
_Cugnati_) _Tribuni Ianni appellati sunt, anteriores fuerunt, mirabilia
artificia facere sciebant caliditate ingenii_ — _Aberorlini...
anteriores fuerunt; non aliud operabantur nisi negocia, sed advari
et increduli._ E cosí di altre famiglie, che tradizionalmente
esercitavano l'industria, il commercio e le professioni liberali.
Quanto ai _ministeria_, troviamo molte espressioni che accennano alla
loro organizzazione embrionale. _Hetolus autem appellatus est, quia
ipse erat princeps de his qui ministerii erant retinendis._ — Erano
sellai, guardiani di animali, ecc. Molte altre di queste famiglie sono
nominate nell'elenco dato dalla Cronica, e tutto ha l'apparenza di una
continuazione di ciò che esisteva nel basso Impero.
[107] Il doc. è nella Vaticana (Urb. 440) e fu esaminato anche dal
Gfrôrer. Il fabbro-ferraio Giovanni Sagomino, _insimul cum cunctis meis
parentibus_, ricorre al Doge Pietro Barbolano (1026-31), e poi al Doge
Domenico Flabiabico (1032-43) contro il Castaldo dell'Arte, il quale
voleva costringerlo a lavorare il ferro per le carceri, nell'atrio del
Palazzo, e Sagornino sosteneva d'aver diritto, secondo le consuetudini,
di prestare questo gratuito servizio lavorando il ferro a casa sua. Un
regolare processo fu fatto, il ricorrente ebbe ragione, e poté lavorare
il ferro nella sua officina. Tutto questo prova l'esistenza di ben
determinate consuetudini tradizionali prima degli statuti dell'Arte
(sec. XIII), i quali, se fossero allora esistiti, sarebbero stati qui
ricordati.
Il documento citato, una volta dice, il Castaldo del Doge, un'altra,
il Castaldo dei fabbri, perché infatti esso dirigeva l'Arte ed
era nominato dal Doge, come si vede chiaro nel secolo XIII da una
promissione ducale di Iacopo Tiepolo (6 marzo 1229), e da un'altra
di Marco Morosini (13 giugno 1249). Cosí da un lato apparisce quanto
diverso da quello di Firenze fosse l'ordinamento delle Arti in
Venezia, e da un altro lato possiamo osservare quanto antico e quanto
persistente fosse nei Comuni italiani il carattere generale delle
istituzioni loro in genere, e delle Arti in ispecie. Le notizie date
in questa e nella nota precedente, le dobbiamo al prof. Monticolo,
dottissimo nella storia veneta, su cui sta facendo studi importanti,
i quali speriamo che presto vedranno la luce. Intanto ci è grato
rendergli qui pubbliche grazie. — Aggiungiamo ora che il prof.
Monticolo ha già cominciato le sopra indicate pubblicazioni tra _Le
Fonti della Storia d'Italia_, stampate dall'Istituto Storico Italiano.
[108] REPETTI, art. _Gangalandi_ e _Monte Orlando_.
[109] _Dum in Dei nomine. Domina inclita Comitissa Matilda, Ducatrix,
stante ea in obsedione Prati_, etc. _Anno_ 1107. V. FIORENTINI, op.
cit., lib. II, pag. 299. VILLANI, IV, 25 e 26; HARTWIG, II, 45 e 47;
REPETTI art. _Prato_; _Arch. Stor. It._ Storie V., vol. V., disp.
I, pag. 108 e seg. La narrazione del Villani è però piena di notizie
fantastiche su Prato. La distruzione di Monte Orlando non è menzionata
negli _Annales I_, che incominciano solo coll'anno 1110; ma è ricordata
nel Cod. nap. ed in Tolomeo da Lucca.
[110] Gli _Annales fiorentini II_, seguiti dal Villani, pongono
semplicemente la distruzione del castello nel 1113, né dicono altro,
perché la notizia che segue in essi è del 1135. Gli _Annales florentini
I_ tacciono al 1113, e pongono al 1114 la _secunda et ultima destruccio
murorum_. Nel 1119 ricordano altri due assalti dati al castello, _quem
marchio Rempoctus defendebat_: col secondo di essi i Fiorentini _Monte
Cascioli ignem_ (sic) _consumpserunt_. La successione di tre assalti a
noi par chiara, e ogni altra disputa superflua.
[111] Gli _Annales I_ e _II_ tacciono del fatto. Il Cod. nap. lo
pone, come il Villani, all'anno 1117, dicendo senz'altro che i Pisani
partirono per le Baleari, e «li Fiorentini guardaron la città di
Pisa». (In Hartwig, II, 272). Lo stesso dice Tolomeo da Lucca, che
però pone il fatto nel 1118, come fa pure il pseudo Brunetto Latini,
il quale accenna al dono delle due colonne di porfido, «per cagione
che li Fiorentini guardarono la loro terra, quando erano ad hoste»,
né aggiunge altro. Quanto all'errore di data, vogliam solo notare
che il Capmany, nelle sue _Memorias historicas sobra la marina.... de
Barcelona_. Vol. I, pag. 10, dopo aver narrato la impresa del 1113-15,
dice che Raimondo Berengario III venne nel 1118 a Pisa ed a Genova,
per promuovere un'altra spedizione. La ricordanza di ciò poté forse
contribuire all'errore di data, che, una volta commesso, venne poi
ripetuto da molti.
[112] Il dott. Hartwig cita la notizia che ebbe dal dott. Wüstenfeld
d'un diploma del 1114, da cui apparirebbe che anche i Fiorentini
avessero preso parte alla spedizione, nel qual caso, egli osserva, le
colonne sarebbero non un dono dei Pisani, ma parte della preda fatta in
comune. Feci cercare il diploma nell'Archivio di Pisa, e lo ebbi dalla
cortesia del prof. Lupi. Esso trovasi inserito in un altro, che ha la
data: _VI idus Augusti 1233_, col quale il re Iacopo d'Aragona conferma
ai Pisani i privilegi, che, col precedente diploma, _Berengarius
Barchinione gloriosissimus Comes Pisanis fecit_. Questo piú antico
diploma è riprodotto nel documento, ed ha la data: _M. C. quarto
decimo... septimo idus septembris, indictione sexta_. Sebbene tra le
parole _decimo_ e _septimo_ ve ne siano altre non poche, un tal modo
di scrivere la data potrebbe aver dato un'altra occasione all'errore di
quei cronisti che posero il fatto nel 1117.
Comunque sia però di queste ipotesi molto discutibili, è certo invece
che i privilegi sono concessi _populo pisano_, e ne vengono investiti
tre dei loro Consoli, che ricevono _vice aliorum Consulum tociusque
pisani populi_, e questa concessione fu fatta, _coram marchionibus,
comitibus, principibus romanis, lucensibus, florentinis, senensibus,
volterranis, pistoriensibus, longobardis, sardis et corsis, aliisque
innumerabilibus gentibus, que in predicto exercitu aderant_. Non fu
dunque un'alleanza di città, ma fu il popolo pisano, cui si erano
uniti molti nobili di altre parti d'Italia. Il cancelliere dei Consoli
pisani redasse il diploma, presenti l'arcivescovo di Pisa, _qui Dompni
apostolici in predicto exercitu vicem gerebat_, due vice-comiti e nove
Consoli: di questi ultimi si dànno anche i nomi. Il diploma non fu mai
pubblicato in Italia, e però l'Amari a cui ne mandai copia, e che molto
se ne occupava pochi giorni prima di morire, voleva darlo alle stampe,
sebbene avesse riscontrato che era stato pubblicato nella Spagna dal
Moragues y Bover nelle note alla ediz. della _Historia de Mallorca_ di
Don Vincente Mut, stampata in Palma, 1841. Pochi giorni dopo avermi
data questa notizia, venutagli di Spagna, il senatore Amari moriva
improvvisamente a Firenze (luglio 1889).
[113] Nei _Documenti che illustrano la memoria di una monaca del secolo
XIII_ (_Arch. stor. it._ Serie III, vol. 23), che sono dei primissimi
del secolo XIII, e contengono deposizioni di testimoni, i quali
alludono quasi sempre a fatti del secolo XII, si parla continuamente
del monastero di Rosane e di chi _defendit ipsum monasterium a
Teutonicis_ (V. pag. 206, 391-2, ed altrove).
[114] Gli _Annales I_ parlano di due incendi (1115 e 1117), che arsero
tutta la terra; il Cod. nap. parla solo del secondo. Thomas Tuscus,
che scriveva circa il 1279, in Firenze, parla d'ambedue gl'incendi
ne' suoi _Gesta Imperatorum et Pontificum_, attribuendo a ciò la
distruzione di molte croniche, che supponeva dovessero essere esistite,
e che probabilmente non esistettero mai. Il Villani lo seguí in questa
ipotesi, non sapendosi neppur egli persuadere, che il Comune non avesse
storici piú antichi.
[115] _Petrus f. Mingardole_, il quale, _ad defendendum se de
crucifixo_, passò illeso attraverso il fuoco. Alcuni storici, non
volendo credere alla esistenza allora dell'eresia in Firenze, hanno
disputato sulle parole _de crucifixo_, proponendo che si leggesse
invece: _cum crucifixo_, o _de crimine infixo_. Ma il fac-simile del
codice, pubblicato dal prof. Paoli, non lascia dubbio.
[116] Infatti Simone della Tosa, posteriore al Villani, che forse copia
in questo luogo, parlando del secondo incendio, nel 1117, aggiunge che
vi fu allora in Firenze «la resia de' Paterini». Papa Innocenzo III
(1198-1216), discorrendo degli eretici scriveva: _impii Manichaei,
qui se Catharos vel Patarenos appellant_ (Ep. lib. X, ep. 54, ed.
Migne, vol. II, pag. 1147). E negli _Annales Camaldulenses_ (III, App.
pag. 396) si trova un giudicato di Sutri, 1141, nel quale si legge:
_Igitur universi qui vulgo Paterenses vocantur, eo quia, sub iugo
peccati, retinebant omnia que de predicta ecclesia sancte Fortunate
accipiebant_. È chiaro dunque che qui si dava nome di Paterini (che
pur furono seguaci d'una setta speciale e ben distinta dalle altre)
anche a coloro che occupavano i beni della Chiesa, o in qualche modo la
combattevano. HARTWIG, II, p. 17 e 21.
[117] Vedi la Cronica, _ad annum_. Come abbiamo già detto, tutto quello
che si riferisce a questi tempi, trovasi solo nel codice gaddiano, che
fu scoperto pochi anni sono nella Laurenziana. La parte che comincia
dal 1181, trovasi anche nell'autografo, da piú tempo conosciuto; ma
questo è assai difficile a leggersi, e però anch'esso fu poco studiato.
[118] «Advegna Dio che Ghibellini fussero pubblicati Paterini». Cosí
dice il pseudo Brunetto Latini all'anno 1215.
[119] Il Codice degli _Annales I_, dice: _Rempoctus_, non
_Remperoctus_, come fu da altri stampato.
[120] FICKER, II, pag. 223-4, par. 310; MURAT., _Antiq_. III, 1125.
[121] MURAT., _Antiq_. I, 315.
[122] Gli _Annales I_ dicono: _deo auctore, Florentini Monte Cascioli
igne consumpserunt_. Il codice veramente par che dica: _de auctore_,
il che non avrebbe senso. Il Lami propose che si leggesse: _de
auctoritate_, che neppure avrebbe senso. L'interpretazione da noi
adottata, fu data dal prof. Paoli, e ci pare assai preferibile. I
Fiorentini, combattendo contro l'Impero e parteggiando per la Chiesa,
si credevano protetti da Dio, di cui dichiaravano nemici i propri
avversari, ai quali perciò davano nome di eretici e Paterini.
[123] «Teneanla certi gentiluomini Cattani, stati della città di
Fiesole, e dentro vi si riducevano masnadieri e sbanditi e mala gente,
che alcuna volta faceano danno alle strade e al contado di Firenze».
(IV, 32).
[124] Gli _Annales I_ la fanno durare meno di tre mesi, che nel
Sanzanome diventano tre anni. Si può supporre che egli riunisse in uno
tutti gli assalti o scaramucce, che assai probabilmente precedettero la
guerra vera e propria.
[125] SOLDANI, _Historia Monasterii S. Michaelis de Passiniano_ pag.
109, citata in LAMI, _Lezioni_, I, 288.
[126] Nei doc. piú sopra citati, del PASSERINI (pag. 211), si legge:
_Domina Sofia dixit et dicit quod est LXXX annorum et plus, et
recordatur de destructione Fesularum_. E cosí altri testimoni.
[127] In una sentenza del 30 Dic. 1172 troviamo nominati sette Consoli,
il Giudice ordinario e tre Provveditori. I Consoli mettono in possesso
il Giudice, _huic missioni in possessum auctoritatem prestans_. Questo
documento si trova con molti simili nell'Arch. fiorentino, Curia di S.
Michele. Il prof. Santini ne ha stampati parecchi nella parte II del
suo volume, che sarà, speriamo, presto pubblicato. E qui avvertiamo il
lettore che citiamo il suo lavoro cosí pei documenti finora inediti,
come per quelli già editi da altri, perché furono tutti da lui
riscontrati nuovamente sugli originali. Egli noterà forse quelli che ha
scoperti e quelli che ha semplicemente riprodotti. Vedi Santini, parte
II, doc. I. Nell'Ott. 1181 tre Consoli siedono _super facto iustitie,
nominatim in mense octobris_. Il giudice _Restauransdampnum_ conferma
la sentenza (ivi, doc. II). E cosí in altri documenti, sebbene qualche
volta si trovino anche due Consoli per un mese. Il 27 Genn. 1197, i
Consoli di giustizia sono due, per gennaio e febbraio (S. parte II,
doc. IX), e cosí si continua per un pezzo, due giudici per due mesi. Il
28 febb. 1198 i due Consoli sono anche giudici di professione; ma ciò
non toglie la necessità di un giudice ordinario. Spinello Spada (ivi,
doc. X), il che conferma sempre piú che i Consoli di giustizia non
facevano la parte vera e propria di giudici. Dal 1201 in poi troviamo
un Console di giustizia, _per totum annum_ (ivi, doc. XIII e XV).
[128] Il 18 aprile 1201 (v'era allora un Potestà), troviamo solo
_Gerardus ordinarium iudex cognitor controversie... hanc sententiam
tuli ideoque subscripsi_, e manca affatto il Console di giustizia,
che subito dopo ricomparisce (S. parte II, doc. XI). Sembra che a
Pisa fossero di regola nominati giudici speciali, _electi_ o _dati a
Consulibus et universo populo_, che giudicavano da sé, essendo qualche
volta presenti i Consoli; altrove erano _Consules de Placitis_ o
_Assessores Consulum_ (come a Parma), che giudicavano senza i Consoli
del Comune. Ficker III, paragr. 584 e 585.
[129] Firenze fu prima divisa in Quartieri. L'Oltrarno allora non
faceva parte dell'antica Città, essendovi poche «vili e minute genti».
Villani, IV, 14. Piú tardi, ma fin dai primi tempi del Comune, essa
fu divisa in Sestieri, uno dei quali era quello d'Oltrarno. Nel 1343
(Villani XII, 18) si tornò nuovamente alla divisione per quartieri.
[130] È del gennaio 1165, e trovasi nell'Arch. fiorentino (S.,
appendice II, doc. I, pag. 517). È la donazione di una parte di casa,
fatta ai membri della Società della torre di Capo di Ponte: _tam qui
modo sunt, aut in antea fuerunt ex Societate vestre turris de Capite
Pontis_.
[131] In due frammenti di pergamena del 1179 e del 1180, oltre un
documento, che è in parte del 16 maggio 1209, in parte piú antico,
nell'Arch. fiorentino. Anche lo Statuto del Podestà (del 1324) parla
delle Società delle Torri. Di tutto ciò discorse minutamente e con
molta diligenza il prof. Santini, in un suo dotto lavoro sulle _Società
delle Torri in Firenze_, pubblicato, prima nell'_Arch. Stor. It._ Serie
IV, T. XX, anno 1887, e poi a parte. Nell'appendice II, al vol. piú
volte citato, lo stesso autore ha raccolto parecchi documenti su queste
Società. Essi sono del 1165, 1179, 1180, 1181, 1183, 1201, 1209, ecc.
[132] Nel sopra citato lavoro, stampato a parte, pag. 55 e seg., il
S. cita molte di queste famiglie, avvalorando le sue asserzioni con la
scorta dei documenti.
[133] In ciò dissento dal prof. Santini. Le associazioni che egli ha
potuto trovare in campagna sono poche, d'indole diversa e non molto
antiche. Mancava nel contado la base principale, la torre cioè con le
case aderenti ed appartenenti a diverse famiglie.
[134] Anche il Villani (V. 32) dice che Firenze era sotto «la signoria
di Consoli cittadini, dei maggiori e migliori della Città, col
Consiglio del Senato, cioè di Cento Buoni uomini, e quelli Consoli a
modo di Roma tutti guidavano e governavano la Città, e durava il loro
ufficio un anno». Ne fissa arbitrariamente il numero a 4 o 6, secondo
che la Città era divisa in Quartieri o Sestieri, ed aggiunge, che,
parlandone, si citava solo quello di maggiore autorità. L'elezione pare
che si facesse nel gennaio. Nel 1202 quelli della prima e della seconda
metà dell'anno (1 marzo e ottobre) sono gli stessi, e cosí nel 1204 (15
aprile e ottobre). Tutto ciò proverebbe ancora che non si cominciava
il 25 marzo, secondo lo stile fiorentino (V. Doc. del Santini). A Siena
si faceva del pari l'elezione nel gennaio, e lo stesso può indursi per
Firenze anche dai cronisti.
[135] Il primo doc. che ricordi i nomi dei Consoli è del 19 marzo 1138
(citato nell'Hartwig, II, 185, dalle _Memorie di Lucca_, vol. IV, pag.
173, doc. 122) in cui _Broccardus et Selvorus_ promettono _pro se et
pro sociis suis_. Il secondo è del 4 giugno dello stesso anno (S. parte
I, doc. II), ed in esso il conte Ugicio (o Egicio) riceve _launechild
et meritum a Burello et Florenzito Consulibus, vice totius populi_. I
due nomi sono in questi due documenti dello stesso anno diversi, forse
perché si davano solo i nomi dei _Consules priores_, che come dicemmo,
mutavano a turno. Anche a Siena pare che i _Consules priores_ mutassero
di continuo. (V. Caleffo Vecchio per giugno, agosto, ottobre 1202;
Caleffo dell'Assunta, 1202) e quando v'erano invece i Governatori,
tenevano il Priorato una settimana per uno.
In due documenti fiorentini, che si trovano fra i Capitoli, ed hanno la
data del 7 aprile 1174 e del 4 aprile 1176 (S. parte I, doc. VI e IX),
i Consoli sono nominati tutti, e sono 10: forse non vi furono inclusi
quelli di giustizia. Ma invece, nel giuramento dato dagli uomini di
Mangona a Firenze (28 ottobre 1184, in S. parte I, doc. XV) si legge:
_annualiter dabimus unam albergariam xij Consulibus Florentie_. Anche
nel 1204 ne troviamo 12; ma nei documenti della Lega (1197-8) se ne
trovano piú di 12, e cosí piú di 12 se ne trovano nel 1203. Demmo
già la probabile spiegazione di questo fatto. I _Consules priores_,
che esistevano anche in altri Comuni, si trovano in Firenze di rado
menzionati coll'appellativo di _Priores_, massime nei primi tempi. Un
documento, che è però del 24 ottobre e 7 novembre 1204 (S. parte I,
doc. LIII), dice: _Potestas Florentie vel Consules eiusdem civitatis,
omnes vel maior pars vel Priores aut Prior eorum_. Cosí un altro del 15
ottobre 1200.
[136] Santini, parte I, doc. XII.
[137] S. parte I, doc. XU.
[138] V'erano infatti i Consoli del Comune, delle Arti, dell'Arno,
delle porte della Città, delle Società delle Torri, i quali ultimi
si chiamavano piú specialmente Rettori. Ed anche Rettori era una
parola generica, che indicava tutti quelli che governavano, essendovi
i Rettori delle Torri, della Città e delle Arti. _Potestas_ era poi
la suprema potestà in generale, e solo piú tardi fu una speciale
magistratura.
[139] Gli esempi sono cosí numerosi che non occorre far citazioni,
perché era la formola in uso, e non solamente a Firenze. Nei patti, già
citati, tra Lucca e Firenze (24 luglio 1184) si prevede che a Lucca
manchino i Consoli la _lucana Potestas_, e si aggiunge: _aut Bonos
viros lucensis civitatis, si Consules vel Rector aut Potestas tunc ibi
non fuerit_.
[140] _Forte Belicocci Senator eiusdem_ (Florentiae) _Civitatis_ (in un
doc. del 15 aprile 1204. S. parte I, doc. LI). In un altro documento
del 13 e 14 novembre 1197, che è negli atti della Lega toscana,
troviamo fra i _Consiliarii_ presenti, _Bilicozus_. Nel _Breve Consulum
Pisane Civitatis_ del 1162, pubblicato dal Bonaini, i Consiglieri sono
chiamati _Senatores_.
[141] Questo documento (S. parte I, doc. XXII) è quello del 13 e 14
novembre 1197, e fa parte anch'esso di quelli della Lega toscana. Ma è
da notare che, come in quella occasione solenne si trovano piú di 12
Consoli, cosí anche poté, per le stesse ragioni, essere aumentato il
numero dei Consiglieri, o pure (essendosi verso la fine dell'anno) si
radunarono cogli uscenti, alcuni dei nuovi eletti.
[142] Si diceva Arengo, Arrengo, Aringo, Arringo, da arringare, come
Parlamento da parlare.
[143] Nei Comuni italiani gli _habitatores_ ed anche gli _assidui
habitatores_ sono ben chiaramente distinti dai _cives_ e dagli
stranieri. I documenti fiorentini parlano spesso dei _cives
salvatichi_, i quali indicavano, io credo, la quasi-cittadinanza di
coloro che dimoravano in campagna, con l'obbligo di abitare parte
dell'anno in Città. Questi piú tardi aumentarono assai, e col tempo
divenivano poi veri e propri cittadini, secondo norme che non ci sono
tutte ben note.
[144] Ne trovammo molti esempi nelle _Provvisioni_ di tempi posteriori.
[145] _Nuova Antologia_ di Roma, 1º luglio 1890.
[146] Il FICKER, II, parag. 310, pag. 223, dà i nomi di molti di essi,
e raccoglie le scarse notizie che se ne hanno. A Rabodo, morto nel
1119, successe un Corrado (1120-27), poi un Rampret (1131), poi un
Engelbert (1134), poi Errico di Baviera (1137), e subito dopo, Ulrico
d'Attems, poi il duca Guelfo (1160-2), zio di Federico I, che lo mandò.
[147] _Annales I._
[148] _Annales I_; SANZANOME, ediz. fiorentina, pag. 128; VILLANI IV,
36.
[149] _Annales I: 16 kal. Iulii. Ingelbertus Florentiam est ingressus._
[150] _Annales I_; OTTONE di Frisinga, in Pertz, XX, 264, e gli Annali
Senesi.
[151] SANZANOME, ediz. fiorentina, pag. 129.
[152] Questo è narrato da uno dei testimoni, nei documenti piú volte
citati, del PASSERINI, pag. 389. Gli _Annales I_, con errore manifesto,
pongono ora appunto, cioè nel 1147, la presa di Monte Orlando, che
seguí invece nel 1107. La cancellatura che il codice ha nella data, e
il luogo dove il fatto è in esso narrato, prima cioè della entrata di
Errico IV in Firenze, nel 1111, confermano che v'è errore.
[153] Nei citati doc. PASSERINI si parla piú volte della ricostruzione
avvenuta delle mura, a pag. 394, ed anche a pag. 217. Qui si ricorda
nello stesso tempo la distruzione seguita poi di Monte di Croce: _et
dixit quod sunt LX annos quod fuit destructus Mons Crucis_. Il VILLANI
(IV, 37) ed il pseudo BRUNETTO LATINI la pongono nel 1154; gli _Annales
II_, il Cod. Napoletano e PAOLINO PIERI, nel 1153. SANZANOME, come fa
spesso, neppur qui (pag. 130) pone una data precisa. Dice solo che il
primo assalto fu dato nel 1146.
[154] SANTINI, I, doc. III, del 4 aprile 1156.
[155] _Constituit etiam teutonicos principes ac dominatores super
Lombardos et Tuscos, ut de caetero eius voluntati nullus Ytalicus
resistendi locum habere ullatenus posset. Vita Alexandri,_ all'anno
1164. Nella _Cronica Urspergense_, all'anno 1186, si legge: _Coepit
Imperator in partibus Tusciae et terrae romanae castra ad se
spectantia, suae potestati vendicare, et quaedam nova construere, in
quorum praesidiis Teutonicos praecipue collocavit_. V. FICKER, II,
parag. 311, pag. 227.
[156] _Nullus enim marchio et nullus nuntius Imperii fuit, qui tam
honorifice civitates Italiae tributaret, et romano subiceret Imperio._
Annali Pisani, in PERTZ, _Mon. Ger._ XX, 249. FICKER, I, parag. 137,
pag. 259.
[157] FICKER, I, parag. 122-4.
[158] V. doc. PASSERINI, a pagg. 208 e 394-400.
[159] Queste deposizioni piú volte pubblicate solo in parte, si
trovano ora nella loro integrità in SANTINI, I, doc. XLV. Hanno la
data del maggio 1203, ma ai riferiscono, come è naturale, a tempi assai
anteriori. Vedi Santini, pag. 115, 117-19.
[160] V. il trattato in SANTINI, I, doc. IV.
[161] A San Miniato era per l'Impero il conte Macharius. Il FICKER (II,
parag. 311, pag. 227 e segg.) dà una lista di altri conti tedeschi in
quel castello.
[162] _Castrum autem intelligimus recuperatum etiam sine superiori
incastellatura_.
[163] In questo momento molti anche di coloro che solevano essere amici
dell'Impero, lo combattevano. Pisa ne è una prova.
[164] Non fu messo però tra i _Capitoli_, che contenevano i veri
documenti ufficiali, ma trovasi fra carte che possono quasi dirsi
private. Primo a scoprirlo fu l'HARTWIG, II, 61; lo ha poi ristampato
integralmente il SANTINI, parte III, doc. I.
[165] TOMMASI, Storia di Lucca, in _Arch. Stor. It._, vol. X, _ad
annum_; RONCIONI, _Istorie Pisane_, in _Arch. Stor. It._, vol. VI, _ad
annum_; MARANGONI, I, 285, OTTOBONI, _Annales_, I, 95; HARTWIG, II,
58-63.
[166] Vedi SANTINI, I, doc. V, VI, VII, VIII. Il primo è del 23 febb.
1173, gli altri del 7 aprile 1174.
[167] _Annales II_, all'anno 1170; VILLANI, V, 5.
[168] _Annales II_; SANZANOME; VILLANI, V, 6; Cod. Nap., il quale pone
però il fatto nel 1175; REPETTI, art. _Asciano_; HARTWIG, II, 64-5.
[169] Il trattato (che nomina espressamente, non solo l'Imperatore, ma
anche Cristiano di Magonza ed il conte Macario, che era allora a San
Miniato) trovasi nell'Archivio di Siena, Caleffo vecchio, a c. 9, e
Caleffo dell'Assunta, a c. 53. L'HARTWIG ne pubblicò un largo sunto,
che ebbe dal Wüstenfeld. Dalla cortesia del cavaliere Lisini, direttore
dell'Archivio senese, noi avemmo copia del trattato e degli altri
documenti relativi a questa pace. Quelli che sono in Firenze possono
leggersi nel SANTINI, I, doc. IX, X, XI (4 e 8 apr., 11 dic. 1176).
[170] _Et quod Comunis senensis acquisierit extra eorum episcopatus et
comitatus, dabo medietatem Florentinis_. Nel trattato piú sopra citato,
che trovasi a Siena.
[171] L'anno 1174 troviamo però nel Consolato un Guido Uberti. SANTINI,
I, doc. VI.
[172] VILLANI, V, 8. Gli _Annales II_, al 1177, dicono: _Orta est
guerra inter Consules et filios Uberti; eodem anno combusta est civitas
florentin_a. Il Cod. Nap. pone il primo incendio al 4 agosto, come il
_Villani_, e subito dopo fa cominciare la guerra civile, che «bastò due
anni». _Paolino Pieri_ pone al 4 agosto 1174 il primo incendio, al '78
la caduta del ponte ed il secondo incendio. TOLOMEO DA LUCCA dice solo
che nel '77 scoppiò una rivoluzione, che durò due anni.
[173] Pseudo BRUNETTO LATINI, _ad annum_.
[174] Diamo qui un brano del pseudo BRUNETTO LATINI, quale si legge
nel codice gaddiano, con tutti gli errori che vi sono. Narrata la
rivoluzione, esso prosegue: «Poi nel 1180 anni gli Uberti ebbero la
vittoria, e fu Consolo e Rettore della città di Firenze messer Uberto
degli Uberti e messer Lamberto Lamberti e loro compagni, ed in costoro
si cominciò il primo consolato della Città, e questi fu per forza,
advegnadio che poi cominciarono a governare la Cittade per modo di
ragione e di giustizia, conservando ciascuno il suo stato, tanto che da
Consoli cittadini feciono electione di chiamare Podestà gentili huomini
possenti forestieri, siccome legiendo innanzi scritto troverrete». È
strano che il cronista ponga cosí tardi l'origine dei Consoli. È vero
che solo qui egli comincia il suo elenco di questi magistrati, e quindi
parrebbe che veramente non li credesse piú antichi. Ma poco prima,
all'anno 1177, esso aveva detto, che gli Uberti cominciarono a far
guerra ai Consoli; è quindi chiaro che anche per lui dovevano esistere
innanzi al 1180. Simili errori ed incongruenze, del resto, si trovano
assai spesso anche nel VILLANI ed in altri cronisti dello stesso tempo.
[175] SANTINI, I, doc. XII. Questo è il documento in cui si dice che
il tributo di 50 libbre di buona moneta, sarà pagato ai Consoli della
Città, o, mancando essi, ai Consoli dei mercanti, che riceveranno pel
Comune.
[176] Era stata loro concessa con diploma imperiale, dato a Pavia _IV
Idus Angusti, 1164_, che fu piú volte pubblicato, e si trova anche
nella _Storia della guerra di Semifonte_, scritta da Mess. Pace da
Certaldo (pag. 5), la quale è, come tutti sanno, una contraffazione dei
primi del secolo XVII.
[177] SANTINI, I, doc. XIII. Questo è il documento con la data erronea
del 1101, che fu corretto dal Marchese Capponi in 1181 (stile moderno,
1182).
[178] VILLANI, PAOLINO PIERI, il Cod. Napoletano ed il pseudo BRUNETTO
LATINI. Gli _Annales II_ pongono, per errore, il fatto nel 1172.
[179] SANTINI, I, doc. XIV. I patti non potevano esser mutati senza un
accordo dei Consoli delle due città, insieme coi Consiglieri, 25 almeno
per ciascuna parte, tra i quali dovevano essere i Consoli dei militi
e dei mercanti. Notiamo che qui, nominando i Consoli, già si accenna
alla possibile elezione di un Podestà, sebbene non fosse ancora stato
mai eletto in Firenze. Su di ciò avremo occasione di tornare. Intanto
ecco che cosa dice il documento: _Inquisitis florentinis Consulibus,
vel florentina Potestate, sive Rectori vel Dominatore a comuni populo
electo_. Per Lucca si accenna anche ai _Bonos viros lucensis civitatis,
si Consules vel Rector aut Potestas ibi non fuerint_.
[180] Gli _Annales II_, il pseudo BRUNETTO LATINI ed il Cod. Nap.
pongono il fatto nel 1185; il VILLANI (V. II) lo pone invece nel 1184,
e dice che la terra era occupata da gentili uomini, cattani, avversi
a Firenze. Noi seguiamo il VILLANI, altrimenti riuscirebbe impossibile
spiegare la prigionia del conte Alberto nel 1184, come è attestata dai
documenti.
[181] SANTINI, I, doc. XVI e XVII; il primo con la data di Novembre
1184, il secondo, di 29 Novembre 1184.
[182] HARTWIG, II, 79.
[183] VILLANI, V., 12.
[184] Gli _Annales II_ e Paolino Pieri eccettuano solo Pisa; il
Villani, il Cod. Napoletano ed il pseudo Brunetto Latini eccettuano
Pisa a Pistoia.
[185] I Cronisti, con evidente inesattezza, dicono solo: a dieci miglia
intorno.
[186] Il diploma può leggersi nel FICKER, IV, doc. 170, pag. 213.
Errico (allora re dei Romani, Errico VI, chiamato poi anche Errico V
come imperatore), fatta la concessione, aggiunge: _excepto ac salvo
iure nobilium et militum, a quibus etiam volumus ut Fiorentini nihil
exigant_.
Il diploma parla solo in genere di servigi resi dai Fiorentini ad
Errico ed a suo padre Federico I. Il Villani attribuisce la concessione
al valore che essi dimostrarono nella crociata; ma questa seguí nel
1189 e la concessione fu fatta nel 1187, sebbene egli la ponga per
errore nel 1188, il che non basta ad evitare l'anacronismo. Oltre di
ciò afferma, che la concessione fu fatta per intromissione di papa
Gregorio VIII, il quale fu eletto e morí nell'anno 1187.
[187] A Perugia fu nel 1186 concesso il contado: _exceptis domibus et
possessionibus, quas habent marchiones et monasterium s. Salvatoris_, e
parecchi nobili del pari menzionati, _in quibus nihil iuris Perusinis
relinquitur_. FICKER, I, paragr. 128, pag. 242. Siena, che aveva
perduto il contado nel giugno 1186, lo riebbe nell'ottobre, colle
stesse condizioni, e cosí Lucca nel medesimo anno. FICKER, I, parag.
125, pag. 239 e parag. 128, pag. 242.
[188] Di questi Podestà imperiali il Ficker dà spesso i nomi, che cava
dalle deposizioni dei testimoni. Vedi FICKER, III, pag. 440. L'HARTWIG
(II, 192) cita un _Henricus comes florentinus_, che è ricordato dallo
Stumpf, e pare anch'esso un Podestà del contado, nel settembre 1186.
Non deve dopo tutto ciò far meraviglia, se nei documenti della seconda
metà del secolo, è assai spesso ricordata l'autorità dell'Impero.
Citiamo qualche esempio cavato dalle pergamene dell'Archivio
Fiorentino. — 14 Ottobre 1175 (Passignano). _Sub obligo Consulum
Florentinorum vel Nuntio Regis_. — 9 Ottobre 1185 (Passignano). _Sub
duplici pena Imperatoris et eius Missi aut quicumque habuerint dominium
pro tempore_. (Si tratta del contado, ed apparisce anche qui l'incerto
dominio di cui abbiamo parlato).
[189] _Liberalitate benefica ipsos respicere volentes, concedimus_
etc.... _huius munifice nostre concessionis_.
[190] Pel 1184, oltre i Cronisti, vedi SANTINI, I, doc. XIV, XV, XVII,
ed HARTWIG, II, 191. Per gli anni 1185, 1186 e 1187, oltre il pseudo
Brunetto Latini, che ci dà i nomi, troviamo spesso nei documenti
accenni, come quelli che seguono.
30 Aprile 1185. (Passignano). _Sub obligo Consulum Florentie resarcire
promitto_. — 13 Dicembre 1185. (Santa Felicita). _Sub obligo Consulum
Florentie_. — 26 Aprile 1186. (Passignano). _Penam ad Consules
Florentie_. — 21 Settembre 1187. (Arch. Capitolare 629). _Consulum vel
Rectorum pro tempore Florentie existentium_ (_Actum Florentie_). Le
pergamene dell'Arch. capitolare furono esaminate dal signor Santini,
cui ne dobbiamo la notizia; quelle dell'Archivio fiorentino le abbiamo
esaminate noi, ma d'una parte di esse avemmo la prima notizia dal
Santini.
Nel 1189 i Consoli v'erano di certo. Non solo il pseudo Brunetto Latini
ci dà i nomi di tre di essi; ma i documenti ci dànno i nomi di coloro
che erano Consoli di giustizia. SANTINI, II, doc. V e VI.
[191] Il FICKER (II, parag. 313, pag. 234) cita le parole di Pillius,
un giurista del tempo: _ut quando faciunt castellanos vel comites in
Tuscia_; e piú oltre: _sicut fit hodie illis, qui praeficiuntur in
singulis provinciis, vel in parte alicuius provinciae, ut in comitatu
senensi, florentino vel aretino_.
[192] Sono ambedue nominati nei documenti Passerini già piú volte
citati.
[193] Secondo le indagini dell'HARTWIG, tra il 1150 e 1180.
[194] Uno dei testimoni, nei documenti Passerini (pag. 206), dice che
il conte Guido _defendit ipsum monasterium_ (de Rosano) _a Teutonicis
et a Renuccio de Stagia, quando erat Potestas Florentinorum, et a
Consulibus florentinis_.
[195] 14 Ottobre 1175 (Passignano) _Sub potestate consulum
Florentinorum vel Nuntio Regis_. — 5 Luglio 1191 (Arch. capitolare,
347) _Sub pena Consulum Florentie vel Potestatis_. — 15 Aprile 1192
(Arch. Capitolare, 449) _Sub obligo Potestatis vel Rectorum pro tempore
Florentie existentibus_. — 7 Novembre 1192 (Passignano, nella Chiesa
di San Biagio) _Sub obligo Potestatis in hac terra existentis._ (Qui
si allude forse a qualche Podestà di contado). — 9 Maggio 1193 (Doc.
Passerini, nell'Arch. fiorentino) _Sub obligo Potestatis vel Consulum
Florentinorum.... Actum Florentie_. Da queste e da altre pergamene, che
ho esaminato nell'Arch. fiorentino, il mutamento non risulta avvenuto
in modo regolare e costante. Le formole antiche di tanto in tanto
riappariscono.
[196] _Inquisitis florentinis Consulibus, vel fiorentina Potestate,
sive Rectore vel Dominatore... florentini Consules vel florentina
Potestate sive Rector vel Dominator_, SANTINI, I, doc. XIV.
[197] SANTINI, I doc. XX.
[198] SANTINI, II, doc. VIII. Il suo nome è _Corsus_, che una volta è
detto Consigliere _super facto iustitie_, un'altra _consul iustitie_.
[199] Negli anni 1193 e 1195 egli ricorda ancora i Consoli, di cui dà
anche i nomi, forse ritenendo per tali i _Consiliarii_ dei due Podestà
che allora vi furon di certo. È bene qui osservare, che tutto ciò
sarebbe stato impossibile coi Podestà imperiali, se mai essi fossero
stati in Firenze. Non sarebbero in nessun caso potuti apparire come
capi dei Consoli.
[200] Archivio fiorentino, Bullettone c. 131. — 10 Luglio 1196.
_Dominus Petrus episcopus habuit tenutam a Consulibus curie Comunis
Florentie_. V. anche il pseudo Brunetto, _ad annum_. Per gli anni
1197-99 vedi i documenti della Lega toscana, che citiamo piú oltre, ed
HARTWIG, II, 194.
[201] Paolino Pieri, all'anno 1197, dice: «fu disfatto San Miniato
al Tedesco, cioè la rocca»; all'anno 1198 dice, che fu disfatto San
Genosio «per li terrazzani», i quali allora tornarono al poggio, e
riedificarono San Miniato. Il VILLANI (V. 21) dice che fu distrutto
San Miniato, e che gli abitanti discesero al piano, in San Genesio. V.
anche gli _Annales II_, ed il Cod. Nap., _ad annum_. L'HARTWIG (II, 93)
ha minutamente esaminato la questione, correggendo le inesattezze ed
esagerazioni.
[202] _Annales II_, Cod. Nap. _ad annum_, VILLANI (V. 22). Dalle
deposizioni dei testimoni, pubblicate dal Passerini, si vede che
Montegrossoli dava noia ai vicini, ed anche il Villani dice che era
posseduto da cattani, i quali movevano guerra continua ai Fiorentini.
[203] Vedi gli _Atti della Lega_ (11 nov. e 4 dic. 1197; 5 e 7 febb.
1198) in SANTINI, I, doc. XXI, e nel FICKER, IV, pag. 242, doc. 196.
Il FICKER s'è giovato dei doc. che si trovano a Firenze, e di quelli
che si trovano a Siena, i quali sono in alcune parti piú compiuti e
corretti.
[204] _Sed Podiumbonizi possit recipi per capud._
[205] Vedi gli _Atti della Lega_ nel FICKER, IV, pag. 246.
[206] _Atti della Lega_. I Fiorentini la giurarono il 13 e 14 Novembre
1197. Il documento (Santini, I, XXII) dà i nomi di 16 Consoli e 133
Consiglieri che giurarono. In quello che precede e si riferisce anche
al 5 e 7 febbr. 1198, si leggono i nomi di 10 Consoli, ma tre di essi
sono in questi due giorni diversi, il che li porta, nel febbraio '98, a
piú di 12. Oltre di ciò alcuni di essi si trovano in ufficio anche nel
novembre 1197, e questo ci conferma nell'ipotesi già fatta, che cioè,
nell'occasione solenne della Lega, i Consoli uscenti o parte di essi
restassero ancora in ufficio, unendosi ai nuovi eletti. Né è un caso
isolato. Il 2 Aprile 1212, il comune di Prato, facendo un trattato con
Firenze, mandava a stipularlo tre _Consules veteri_ e tre _Consules
novi eiusdem terre_. SANTINI, I. doc. LX.
[207] INNOCENTII III Epistolae, I. 15, 27, 34, 35; FICKER, II, parag.
363, p. 384.
[208] Invece di _Ducatus Tusciae_, cominciò a dire _magna pars Tusciae,
quae in nostris privilegiis continetur_. Ai Pisani scriveva: _Post
correctionem adhibitam, nihil invenimus quod in ecclesiastici iuris vel
cuiusquam maioris vel minoris personae praeiudicium redundaret_. E nel
febb. 1199 li incitava ad entrare nella Lega. INNOCENTII III Ep. lib.
I, 401 e 555; _Gesta Innocentii_, c. 11; FICKER, II, parag. 363, pag.
385-6.
[209] SANTINI, I, doc, XXIII, XXIV, XXV. Il primo è del 10, il secondo
del 15 aprile 1198, il terzo, che ha i nomi dei Figlinesi, i quali
giurarono la Lega, è del 15. Nel secondo troviamo accennati i Consoli
priori: _Comandamenta Consulum florentine civitatis omnium vel maioris
partis aut priorum ex eis_. Nel terzo (pag. 43 e 44) troviamo che
il giuramento fu dato: _In Florentia, in ecclesia S. Reparate et
Parlamento, coram florentino populo iuracerunt_. E piú oltre: _In
ecclesia S. Reparate, in Aringo_. Qui abbiamo un altro esempio del
Parlamento radunato in chiesa.
[210] SANTINI, I, doc. XXVI. Si giurava obbedienza ai Consoli o Rettori
_vel segnoratico aliquo extante_. Anche questa è una espressione che
sente poco dell'antico carattere piú democratico.
[211] Il VILLANI (V. 26) lo chiama, per errore, conte Arrigo della
Tosa. I della Tosa non erano conti. Il pseudo Brunetto Latini, in un
paragrafo che non ha data, ma precede quello del 1200, dice: «Messer
Arrigo conte di Capraia».
[212] Questa sembra, come dicemmo, essere la ragione per la quale il
pseudo Brunetto fa ora cominciare l'ufficio del Podestà: «Novo fu fatto
et eletto primamente Potestade in Firenze, per invidia del consolato,
ciò fu Paganello Porcaro da Lucca».
[213] SANTINI, I. doc. XXVII (12 e 23 febb. 1200), doc. XXVIII (12 e
19 febb.); doc. XXIX (12 e 23 febb., 25 marzo). In questi documenti il
Podestà si vede sempre menzionato insieme coi Consiglieri, e l'ufficio
dei Consoli è sempre anch'esso ricordato: _Sive parabola Potestatis
et Consiliariorum vel Consulum sive Rectorum Florentie_ (pag. 49).
_A Potestate vel Corsiliariis eius, sive a Consulibus Florentie vel
Rectoribus_ (pag. 48). In un documento posteriore (Santini, I, doc.
XXXVII, del 14 agosto 1201) troviamo che i Consiglieri rappresentano
il Podestà: _Sitio filio condam Butrighelli, Melio filio Catalani
Consiliarii domini Potestatis Florentie, recipienti (sic) vice et
nomine dicte Potestatis et totius Comunis Florentie_ (pag. 72). Questi
Consiglieri non formano ancora un Consiglio speciale, ma ci si avviano,
perché il Consiglio della Città, o Senato, è già chiamato Consiglio
generale, il che suppone lo speciale: _In Florentia, in ecclesia S.
Reparate, coram generali Consilio Civitatis, iuraverunt_. SANTINI, I,
doc. XXVIII, pag. 53.
[214] SANTINI, I, doc. XXX.
[215] SANTINI, I, doc. XXXIV.
[216] Questo trattato fu concluso il 27 aprile 1201; nei giorni 28, 29
e 30 venne giurato da circa 500 degli abitanti di Colle. SANTINI, I,
doc. XXXV e XXXVI.
[217] _ Per quinquennium guerra durante, et eidem omnibus de Tuscia
prestantibus patrocinium... Tacere tamen nolo magnalia quae inter
caetera vidi, guerra durante_. SANZANOME, ediz. fiorentina pag. 134-5.
[218] Il doc. si trova in Ildefonso di San Luigi, Delizie, VII, 178. Si
esentavano da ogni imposta, in perpetuo, il Gonella ed i suoi compagni,
_qui mortui fuere in turre de Bagnuolo et in muris apud Summumfontem,
in servitio Communis Florentie_. V. anche HARTWIG, II, 100.
[219] SANTINI, I, XXXVIII, XXXIX. Il trattato di pace fu fatto tra
Alberto da Montanto, signore di San Gemignano, pei Semifontesi, e
_Claritus Pillii_, Console dei mercanti, per Firenze.
[220] Questa lettera, pubblicata dal Winkelmann (_Philipp von
Schwaben_, I, 556) da un Ms. del fiorentino Boncompagni, nell'Arch.
di Berna, n. 322, fol. 18, è in parte riferita anche dall'HARTWIG, II,
102.
[221] I patti furono da circa 800 Montepulcianesi giurati in mano del
Console fiorentino. SANTINI, I, doc. XL, 19 e 24 ottobre 1202.
[222] SANTINI, I, doc. XLII XLIII, XLIV e XLV. Questi doc. dell'aprile
e del maggio 1203 contengono i nomi dei cittadini e contadini senesi,
che accettarono l'arbitrato in nome della Città; l'ultimo ha le
deposizioni dei testimoni interrogati da Ogerio. Il doc. XLVII, 4
giugno 1203, è il lodo da lui pronunziato.
[223] Nei giorni 4, 7 e 8 giugno, il vescovo ed il Comune di Siena
cedevano a Firenze tutto ciò che dovevano, secondo la sentenza.
SANTINI, I, documento XLVIII. Il 6 dello stesso mese, 150 Consiglieri
senesi giuravano l'osservanza dei patti. SANTINI, I, doc. XLIX.
[224] SANTINI, I, doc. LII.
[225] SANTINI, I, doc. XLVI.
[226] MURATORI, _Antiq. It._ IV, 576-83. V. ancora FICKER (II,
parag. 312, pag. 229 e seg.), che da questo importante documento
cavò la serie dei Podestà messi nel Senese, i quali dai testimoni son
chiamati: _Comites teutonici, Comites comitatus senensis pro imperatore
Federigo_, ed anche qualche volta _Comites contadini_.
[227] REPETTI, art. _Capraia e Montelupo_; HARTWIG (II, 106-9), che qui
corregge la cronologia ed alcuni altri errori del Villani.
[228] Il trattato dovrebbe trovarsi nell'Arch. di Pistoia. Il Repetti,
riferendolo dagli Aneddoti del Zacaria, lo dice del 3 giugno; altri lo
dicono del luglio.
[229] Del 29 ottobre e 7 novembre 1204, in SANTINI, I, doc. LIII. Il
giuramento fatto al console Guido Uberti diceva, che si starebbe ai
comandi, _que... fecerint Potestas Florentie vel Consules Civitatis
vel maior pars vel priores aut prior eorum._ E cosí nominavasi prima
il Podestà anche in un anno nel quale erano in ufficio i Consoli,
ai quali infatti si prestava il giuramento, in presenza _Angiolerii
Beati, Doratini et Burniti Paganiti sexcalcorum Comunis Florentie_.
Anche questo ufficio di _Sexcalcus_ (che trovasi ricordato pure in
altro documento del 30-31 maggio 1203, in SANTINI, I, XLVI) è nuovo, ed
accenna, secondo noi, al mutamento verso forme piú aristocratiche in
Firenze. Il giuramento del Comune, dato il 29 ottobre 1204 (SANTINI,
I, doc. LIV), incominciava: _Hec sunt sacramenta, quae Potestas et
Consules Comunis et Consules militum, mercatorum et Priores Artium
et generale Consilium, ad sonum campane coadunatum, fecerunt Guidoni
Borgognoni comiti et filiis et Caprolensibus_. Giuravano i Consoli,
non il Podestà, che non v'era, ma che anche qui veniva ricordato primo
nella formula.
[230] La notizia si trova negli _Acta Sanctorum_, 1 maggio, pag. 14, e
nello elenco di Consoli e Podestà, detto di S. M. Novella. V. HARTWIG,
197. Il nome non si trova però nei documenti di questo anno, i quali
accennano in genere all'ufficio di Consoli o Podestà.
[231] Sizio Butrigelli o Butticelli trovasi nel catalogo di S. M.
Novella. HARTWIG, II, 197.
[232] SANZANOME, pag. 139-40, HARTWIG, II, 111-12.
[233] SANTINI, I, doc. LVIII e LIX. Il giuramento fu dato da un
grandissimo numero di Senesi al Podestà Gualfredotto Grasselli,
_vice et nomine Comunis Florentie recipienti_, senza i _Consiliarii_.
Trattandosi però d'una lunga operazione, egli si fece rappresentare,
_procuratorio nomine_, da Ildebrandino Cavalcanti. I documenti di
questa pace sono parte a Firenze, parte a Siena. I primi si trovano nel
Santini; degli uni e degli altri dà notizie l'HARTWIG, II, 113-14.
[234] _Politecnico_ di Milano, luglio e settembre 1866.
[235] I particolari del fatto sono narrati diversamente dal Villani
(V. 38), dal pseudo Brunetto Latini (_ad annum_) e da Dino Compagni in
principio della sua _Cronica_. La sostanza però è la stessa, e noi ci
siamo attenuti sopra tutto ai due primi, che ne parlano piú a lungo e
con piú precisione.
[236] VILLANI, V, 38.
[237] VILLANI, VI, 5.
[238] Il VILLANI (VI, 33) dice: «Benché poi fossono le dette parti
tra' nobili di Firenze, e spesso si guerreggiassono tra loro di proprie
nimistadi, e erano in setta per le dette parti», pure il popolo ancora
«si mantenea in unitade, a bene e onore e stato della Repubblica».
(Vol. I, pag. 253). Gli _Annales II_, all'anno 1236, dicono che furono
distrutti i palazzi del Comune e dei Galigai, il che sarebbe invece
prova d'una vera rivoluzione.
[239] AMMIRATO, _Storie_, Lib. II (accresciuto da Ammirato il giovine),
anno 1240.
[240] Questo è l'anno in cui si trova la prima menzione ufficiale dei
Guelfi fiorentini. Federico II, dolendosi della loro condotta, dice:
_pars Guelforum Florentiae, cui dudum nostra Maiestas pepercerat_.
Gli _Annales II_ nominano la prima volta i Guelfi nel 1239, e nel
1242 nominano i Guelfi ed i Ghibellini. V. HARTWIG, QUELLEN, ecc., II,
pag. 159-60 e 164. Questo autore crede che il nome dei due partiti in
Firenze si sia cominciato ad usare nel 1239.
[241] LAMI, _Antichità toscane_, Lezione XV, Passerini, _Istituti di
Beneficenza — Il Bigallo_: Firenze; Le Monnier, 1853.
[242] Vedi _Statuta Populi et Communis Florentiae_, pubblicati colla
data di Friburgo, Vol. I; CANTINI, _Saggi_, Vol. III, cap. XVI;
_Delizie degli Eruditi Toscani_, Vol. IX, pag. 256 e seguenti.
[243] Il Villani dice: «Levarono la signoria alla podestà che era
allora in Firenze, e tutti gli ufficiali rimossono» (VI, 39). Il
Malespini copia al solito il Villani (cap. 137). Ma leggendo piú
oltre si vede chiaro, che il Podestà continuò ad essere eletto, che
fu costruito per esso un palazzo, e che il cronista vuol dir solo:
fu mutata la forma di governo, furon tolti d'ufficio coloro che
governavano. La parola podestà è ivi adoperata in senso generico di
magistrato supremo.
[244] VILLANI, VI, 39 e 40. V. anche COPPO STEFANI.
[245] Attribuito a Lapo o Iacopo, creduto maestro d'Arnolfo.
[246] VILLANI, VI, 39.
[247] Marchionne di Coppo Stefani, nella sua Storia fiorentina (Lib.
II, rubr. 63), parlando della prima divisione de' Guelfi e Ghibellini,
dice: «Quasi tutte le famiglie che teneano ghibellina parte, cioè con
Imperio, erano nobili del contado, perché teneano feudo o castella
dell'Imperio». E l'Ammirato, che aveva assai studiato le cronache e i
documenti del tempo, facendo discorrere i popolani, a proposito appunto
delle riforme del 1250, dopo aver notato che gli Uberti, come capi dei
nobili, eran la cagione di tutti i mali di Firenze, ecco in che modo
fa continuare il discorso: «Chi ora sono i dissipatori dei nostri beni
e delle nostre fatiche, con le immoderate tasse e imposte, se non gli
Uberti? Questi dispettosi uomini reputarono per cosa onorata, fra gli
altri lor belli e nobili costumi, d'esser nostri nimici; perciocché
vantandosi d'essere discesi dai principi d'Alemagna, chiamano noi altri
villani e contadini, e ci disprezzano, come fossimo composti d'un'altra
massa.» AMMIRATO, _Storie_, Lib. II, _ad annum_.
[248] Infatti il Villani ne parla solo assai piú tardi. La loro
esistenza però apparisce dai documenti. Uno ne dà l'_Arch. Stor.
Ital._, S. III, Vol. 23, pag. 222. Doc. del 30 apr. 1251. Vedi M. di
Coppo Stefani, rub. 90.
[249] GIANNOTTI, _Opere_, ediz. Le-Monnier, Vol. I, pag. 82.
[250] MACHIAVELLI, _Storie_, Lib. II. A questo proposito sarà
bene riconfermare l'osservazione da noi fatta altra volta, che il
Machiavelli, cioè, assai spesso è tanto poco esatto nel determinare
i fatti, quanto è profondo nell'indagarne il carattere e lo spirito.
Finito il primo libro delle sue Storie, in cui fa una generale
introduzione sul Medio-Evo, comincia nel secondo a narrare la storia
di Firenze. Egli è, dopo L. Aretino, il primo che abbandoni quasi del
tutto i favolosi racconti dei cronisti sulle origini, ed incominci coi
fatti veramente storici. Se crede ancora alla distruzione di Firenze
per opera di Totila, ed alla sua riedificazione per opera di Carlo
Magno, non che alla distruzione di Fiesole, nel 1010, pei Fiorentini,
noi possiamo facilmente scusare questi errori, pensando quanti altri
racconti leggendari abbandonò, e quanto tempo ci è voluto, per trovare
la verità storica in quelle tradizioni meno incredibili, che egli
ancora seguiva. Se non che, il Machiavelli va quasi d'un salto dal
1010 al 1215, senza nulla dirci della prima e seconda costituzione di
Firenze, né dei moltissimi fatti d'armi, né delle rivoluzioni politiche
che in quel tempo seguirono. Ed in ciò tutti i cronisti potevano
aiutarlo. Egli ancora pone la prima radice, e l'unico principio delle
discordie dei Fiorentini nel fatto del Buondelmonti, e da questo errore
potevano anche i cronisti, e doveva il suo acume storico salvarlo.
Continuando poi a dimostrare la piú singolare e strana noncuranza,
salta nuovamente dal 1215 al 1250, per dirci che allora Guelfi e
Ghibellini si posero d'accordo, e «parve loro tempo da pigliar forma
di vivere libero», quasi fosse questa la prima volta, che i Fiorentini
pensassero ad ordinarsi in libertà. Ora noi abbiamo visto come nel 1115
la libertà e la prima costituzione fiorentina furono fondate, e come
quella del 1250 non era la prima, ma la terza costituzione, e non fu
fatta dai Guelfi e dai Ghibellini d'accordo, come dice il Machiavelli,
ma dai popolani guelfi a danno dei nobili ghibellini. Né ciò è tutto.
Il Machiavelli continua: «e per levar via le cagioni delle inimicizie
che nei giudicii nascono, provvidero a due giudici forestieri, chiamato
l'uno Capitano e l'altro Podestà, che le cause cosí civili, come
criminali, intra i cittadini occorrenti giudicassero». E cosí riduce
questi due magistrati politici a semplici giudici; non pone alcuna
differenza fra di essi, e non osserva che se il Capitano veniva creato
adesso, il Podestà esisteva già da piú di un mezzo secolo. Egli dice
del pari che, per dare maestà agli eserciti, fu nel '50 ordinato il
carroccio, che già da piú tempo era in uso presso i Fiorentini. E nel
determinare l'ordine degli eserciti, dimostra una uguale trascuraggine,
né pone differenza alcuna tra le milizie del Comune e quelle del
Popolo, sebbene i cronisti apertamente ne parlino. «Poiché avemo,»
cosí scrive il Villani, «detto de' gonfaloni e insegne del Popolo,
è convenevole che facciamo menzione di quelle de' cavalieri e della
guerra». Con tutto ciò Machiavelli riman sempre colui che meglio d'ogni
altro definisce il carattere generale delle rivoluzioni fiorentine,
ogni volta che si ferma a parlarne, massime dopo il 1250.
[251] Nel novembre del 1252.
[252] _Arch. Stor. It._ Serie III, vol. 23, pag. 220.
[253] VILLANI ed AMMIRATO, _ad annum_.
[254] VILLANI, VI, 51. AMMIRATO, _ad annum_.
[255] AMMIRATO, _ad annum_, dà il sunto del trattato.
[256] VILLANI ed AMMIRATO, _ad annum_.
[257] VI, 70.
[258] Cintura di cuoio con fibbia.
[259] Pezzo di panno quadro, attaccato al mantello e da potersi portare
in capo.
[260] VILLANI, VI, 70.
[261] V. _I Capitoli del Comune di Firenze, inventario e regesto_, vol.
I pubblicato da C. Guasti: Firenze, Cellini, 1866.
[262] L'AMMIRATO, _ad annum_, dà il sunto del trattato.
[263] VILLANI, VI, 62. Questo fatto che dal Villani venne molto
esaltato, come esempio di magnanimità, servi invece a qualcuno, per
provarsi a dimostrare la pretesa corruzione del popolo fiorentino, in
un tempo nel quale si decretava singolar monumento ad un cittadino,
solo perché non aveva venduto la patria. Ma prima di tutto è da notare,
che il monumento fu decretato, non per questo fatto solamente, ma, come
dice lo stesso Villani, perché «Aldobrandino morí in tanta buona fama,
per le sue virtuose opere fatte per lo Comune». E se poi si vogliono
trovare troppo enfatiche le lodi del Villani pel fatto stesso, ed in
ciò vedere un segno di corruzione, bisognerebbe attribuirla ai tempi
del Villani, non a quelli, assai piú antichi, di Aldobrandino e del
Primo Popolo, che furono, senza alcun dubbio, tempi di molta virtú e di
vero patriottismo.
[264] Storie, Lib. II.
[265] VILLANI, VI, 65.
[266] C. PAOLI, _La battaglia di Montaperti_ (Estratto dal Vol. II,
del _Bollettino della Società senese di Storia patria_): Siena, 1869. A
questo lavoro il prof. Paoli aggiunse nel 1889 un'altra pubblicazione
importantissima: _Il libro di Montaperti_, nei _Documenti di Storia
italiana_ della R. Deputazione per la Toscana, Umbria e Marche, Vol.
IX.
[267] MARCHIONNI DI COPPO STEFANI, _Stor. fior._ rubr. 120.
[268] VILLANI ed altri cronisti fiorentini.
[269] Queste cifre date dai cronisti fiorentini sono sempre incerte; si
possono ritener solo come approssimative.
[270] Eccone un esempio tratto da una legge del 1284. — «Item quod
nullus presumat consulere, vel arengare super aliquo quod non sit
principaliter propositum per dominum Potestatem, vel aliquem loco sui.
Et qui contrafacerit, in soldos sexaginta florenorum parvorum vice
qualibet puniatur, et plus et minus ad voluntatem domini Potestatis.
Et quicquid dictum vel consultum contra propositionem, non valeat,
nec teneat». _Consigli Maggiori, Provvisioni e Registri._ I, carte 12
retro. _Archivio di Stato_ in Firenze.
[271] VILLANI, VI, 78.
[272] ALDOBRANDINI, _Croniche_, pag. 9; PAOLI, _La battaglia di
Montaperti_, pag. 46.
[273] Nel Duomo di Siena si conservano anche oggi le antenne che la
tradizione crede essere appartenute al carroccio fiorentino. Ma gli
eruditi senesi, con ragione credono ora, che appartenevano invece al
carroccio della loro città.
[274] PAOLI, op. cit., pag. 58.
[275] Il Sismondi, dopo aver paragonato i cronisti, fa ascendere a
10,000 i morti, ad altrettanti i feriti.
[276] VI, 19.
[277] Signore del castello di Poppi in Casentino, s'era separato dagli
altri conti Guidi, ch'erano guelfi.
[278] Tutto ciò è narrato dal Villani e da altri cronisti, è ricordato
anche da Dante nella _Divina Commedia_. Alcuni han voluto mettere in
dubbio il fatto, ma a ragione osservò l'Hartwig, non essere facile
supporre che i cronisti guelfi avessero voluto inventare una leggenda,
tutta a favore del capo dei Ghibellini.
[279] Su queste demolizioni dà molte notizie il Del Lungo, nel suo
scritto: _Una vendetta in Firenze_, nell'_Arch. Stor. It_. Serie IV,
vol. 18 pag. 355 e segg.
[280] P. ILDEFONSO, _Delizie_, ecc., Vol. IX, pag. 19 e segg.
[281] MACHIAVELLI, _Storie_, Lib. I, pag. 37.
[282] Si dice che Manfredi, nel vederli combattere, ammirasse il loro
ardire, esclamando: di chiunque sarà la vittoria, quei Guelfi non
perderanno.
[283] DANTE (_Purgatorio_, III, 121-32) pose Manfredi nel Purgatorio,
sebbene, al pari di Federico, di Farinata e di molti altri Ghibellini
fosse allora tenuto eretico.
Orribil furon li peccati miei,
Ma la bontà infinita ha sí gran braccia
Che prende ciò che si rivolve a lei.
Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
Di me fu messo per Clemente, allora
Avesse in Dio ben letta questa faccia,
L'ossa del corpo mio sarieno ancora
In co' del ponte presso a Benevento,
Sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento,
Di fuor del Regno, quasi lungo il Verde,
Ove le trasmutò a lume spento.
[284] MACHIAVELLI, _Storie_, Lib. II, pag. 73.
[285] Questo è un fatto cominciato assai prima, che si ripete
costantemente in tutta quanta la storia fiorentina, ed ora apparisce
piú visibile che mai. Il Malespini, nella sua Cronica, cap. 104, prima
della incoronazione di Federico II, già parla di alcune famiglie che,
«cominciavano a essere grandi, che prima di poco tempo non se ne faceva
menzione.... I Mozzi, i Bardi, i Iacopi detti Rossi, i Frescobaldi,
tutti questi erano venuti in piccolo tempo, perocché ancora erano
mercatanti e di piccolo cominciamento: poi i Tornaquinci e i Cavalcanti
di piccolo cominciamento, ed erano mercatanti, e 'l simile i Cerchi, e
molto cominciarono questi sopra detti in piccolo tempo a sormontare».
[286] La piú parte di queste lettere si trovano pubblicate nel Martène,
altre ne dà il Del Giudice nel suo Codice diplomatico di Carlo I e
Carlo II d'Angiò.
[287] MACHIAVELLI, Storie, Lib. II, pag. 75.
[288] _Il Codice diplomatico di Carlo I e II d'Angiò_, pubblicato dal
Del Giudice a Napoli, vale qui a correggere molti errori dei cronisti.
[289] «Quasi spenta del tutto o almeno invecchiata quell'antica
cittadinanza, s'incominciava a veder sorgere, quasi in una nuova città,
un'altra propagine di genti». AMMIRATO, _Storie_.
[290] Ecco in che modo s'esprime il VILLANI (Lib. VII, cap. 16):
«Fatti Dodici buoni uomini, a modo che anticamente faceano gli
Anziani, che reggeano la Repubblica, si riformarono il Consiglio di
Cento Buoni Uomini di popolo, sanza la deliberazione de' quali, nulla
grande cosa né spesa si potea fare; e poiché per quello Consiglio si
vincesse, andava a partito, a pallottole, al Consiglio delle Capitudini
dell'Arti maggiori e a quello della Credenza, ch'erano ottanta. Questi
Consiglieri, che col Generale erano trecento, erano tutti popolani
e guelfi. Poi vinti ai detti Consigli, convenía il dí seguente le
medesime proposte rimettere al Consiglio della Podestà, ch'era il
primo di 90 uomini grandi e popolani, e con loro ancora le Capitudini
dell'Arti, e poi il Consiglio Generale, ch'erano 300 uomini d'ogni
condizione. E questi si chiamavano i Consigli opportuni, ecc.». Queste
notizie, come ognuno vede, sono assai oscure; ma gli altri cronisti
sono ancora piú confusi, e non se ne trovano due che fra loro vadano
precisamente d'accordo. Il Malespini dice assai meno e piú oscuramente
del Villani, che esso copia, e Marchionne di Coppo Stefani (Lib.
II, rub. 140) dice, che, vinto il partito fra i 12 Buoni Uomini, «si
ragunavano le Capitudini delle sette maggiori Arti, ed eravi un officio
de' Consiglieri, che si chiamavano quegli della Credenza Ottanta, e
trenta Buoni Uomini per Sesto, tutti erano guelfi o popolani; sicché
in numero erano trecento, e quello era il Consiglio Generale chiamato.
E vinto in questo Consiglio, s'avea a vincere in quel del Podestà
un altro dí seguente, nel qual Consiglio, erano popolani e Grandi
mescolati, cioè dieci per Sesto popolani e dieci Grandi, ed ancora
le Capitudini». E il Machiavelli dice che crearono «un Consiglio di
ottanta cittadini, il quale chiamavano la Credenza; dopo questo erano
i popolani, trenta per Sesto, i quali con la Credenza e i dodici Buoni
Uomini, si chiamavano il Consiglio di 120 cittadini popolani e nobili,
per il quale si dava perfezione a tutte le cose negli altri Consigli
deliberate, e con quello distribuivano gli uffici della Repubblica».
(Storie, Lib. II). E cosí, per quanti se ne possano riscontrare, si
troveranno tutti fra loro discordi, il che nasce, in parte dall'essere
stati quei Consigli sottoposti a varie mutazioni, e però ognuno li
descriveva, piú o meno, come erano ai suoi tempi; in parte dalla
poca cura che gli antichi cronisti ponevano nel raccogliere questi
particolari.
Volendo però venire ad una qualche certa conclusione, noi prendemmo
per punto di partenza il Villani, come quello che fra i piú antichi
ha maggior riputazione e piú s'avvicina al tempo che descrive. E
considerando bene le sue parole, si vedrà, che i Consigli debbono
distinguersi in quelli propri dei Dodici, del Capitano e del Podestà.
Se poi riscontriamo nell'Archivio di Stato le Consulte o il primo
volume delle Provvisioni, che incominciano alcuni anni dopo la riforma
di cui discorriamo, troveremo che ora si raduna il Consiglio dei 100;
ora il Consiglio speciale del Capitano, ed il Consiglio generale
e speciale dello stesso; ora il Consiglio speciale chiamato anche
Consiglio dei 90 del Podestà, ed il Consiglio speciale e generale
di 390 (300 + 90). E di questi quattro ultimi Consigli si trova che
generalmente facevano parte le sette Capitudini delle Arti maggiori,
le quali coll'andar del tempo crebbero di numero, e qualche volta
venivano radunate ancora come un Consiglio separato. Guardando poi al
numero dei voti nelle deliberazioni dei Consigli, si trovano abbastanza
chiaramente confermate le notizie che dà il Villani. La votazione nei
Consigli speciali facevasi colle palle bianche e nere, notandosene il
numero; nei generali facevasi allora solo per alzata e seduta, e non si
soleva scrivere il numero de' voti. In tutte queste cose regnava però
un certo arbitrio, spesso dandosi ai magistrati facoltà di deliberare
_con quelli Consigli che credono_.
Nelle faccende di maggiore importanza, e nelle discussioni fatte
rigorosamente secondo le leggi, le proposte dovevano, come abbiam
detto, essere approvate prima dai Dodici Buoni Uomini, che potevano
consultarsi anche con persone di loro fiducia, piú tardi chiamate i
Richiesti. Poi s'andava ai 100, poi ai due Consigli del Capitano, poi
ai due del Podestà. Tutto ciò si cava anche dai documenti in Archivio,
e per citare un esempio piú facile a riscontrarsi, sebbene sia
posteriore al tempo di cui qui si ragiona, ecco in qual modo comincia
lo Statuto dell'Esecutore di Giustizia, pubblicato nell'Appendice alla
_Storia de' Municipi italiani_ del Giudici, pag. 402, 1ª ediz. «Al
nome di Dio, Amen. Nell'anno della sua salutevole incarnazione, 1306
ecc., in prima nello Consiglio de' Cento uomini e susseguentemente
nello Consiglio e per lo Consiglio speziale di messere lo Capitano e
le Capitudini delle 12 maggiori arti (erano allora già cresciute di
numero).... e poscia, incontanente senza mezzo, nel Consiglio e per
lo Consiglio generale e speziale di messere lo Capitano e del popolo
di Firenze e delle Capitudini dell'Arti... fatto, rivolto e vinto il
partito a sedere e a levare, secondo la forma dei detti Statuti....
Ancora dopo queste cose, in quelli anno, indizione e die, nel Consiglio
e per lo Consiglio generale di 300 e speciale di 90 uomini del Comune
di Firenze e delle Capitudini dell'Arti predette, per comandamento
del nobile uomo, mess. conte Gabrielli d'Agobbio, della detta cittade
e comune di Firenze, Podestà, ecc.». Qui per altro è da notare che,
sebbene i Consigli del Podestà siano stati radunati nello stesso
giorno che quelli del Capitano, pure la legge e l'uso volevano che si
radunassero il giorno dopo o anche piú tardi.
[291] V. _Delizie degli eruditi Toscani_ del P. ILDEFONSO Vol. VII,
pag. 203-286.
[292] DEL LUNGO, _Una vendetta in Firenze, Arch. Stor. It._, Ser. IV,
Vol. 18, pag. 354 e seg.
[293] Il BONAINI pubblicò nel _Giornale Storico degli Archivi toscani_,
anno I, disp. I, lo _Statuto di Parte guelfa_, del 1335, cui aggiunse,
nei fascicoli successivi, un dotto comentario. Il VILLANI (VII, 17)
dice: «Feciono, per mandato del Papa e del Re, i detti Guelfi _tre_
cavalieri rettori di parte». Ma deve essere un errore, invece di
tre cavalieri e tre popolani, come dice lo Statuto della Parte. Un
documento del 12 dic. 1268, pubblicato dal DEL LUNGO, _Una vendetta_
ecc., dice: _Unus de sex Capitaneis Partis Guelforum_. Nello stesso
capitolo il Villani confonde papa Clemente con Urbano, morto nel 1264.
Lo Statuto del 1335, ai due Consigli ne aggiunge un terzo, di Cento,
che sta forse a rappresentare quello che nella Repubblica era il
Parlamento.
[294] Modista, in inglese, si disse allora e si dice ora _millener_, da
Milano.
[295] Pare che il nome derivasse dalla via dove era posta l'Arte, via
che conduceva ad un postribolo, e però _Calis malus_, quasi Via mala.
[296] Uno Statuto dell'arte di Calimala, del 1332, fu pubblicato dal
Giudici nell'Appendice alla sua _Storia dei municipi italiani_. Il D.r
FILIPPI ne pubblicò ed illustrò uno del 1301-2, _Il piú antico Statuto
dell'Arte di Calimala_: Torino, Bocca, 1889. Gli statuti formulavano
quello che già da un pezzo, secondo leggi speciali, esisteva.
[297] Tutto ciò che diciamo sull'_Arte di Calimala_ trovasi negli
Statuti piú sopra citati. Noi ci siamo attenuti al piú antico.
[298] _Politecnico_ di Milano, Novembre e Dicembre 1867.
[299] AMMIRATO, (ediz. Firenze, Batelli, 1846), I, 248.
[300] I cronisti dicono, Guido di Monforte, che però venne solo nel
1269. Vedi Del Giudice, _Cod. dipl_. II, 23.
[301] VILLANI, VII. 19. Il numero di ottocento cavalieri si ripete ora
tante volte dai cronisti, che fa dubitare della loro esattezza, alla
quale del resto non si può mai credere molto, quando si tratta del
numero dei soldati. Ottocento cavalieri formavano probabilmente una
specie d'unità di misura, uno squadrone degli uomini d'arme francesi.
[302] VILLANI, VII, 19; MARCHIONNE STEFANI, rubr. 138. AMMIRATO, lib.
III, pag. 248.
[303] GREGOROVIUS, Vol. V, cap. 8; CHERRIER, _Storia della lotta dei
Papi e degl'Imperatori_ di casa Sveva, libro X.
[304] AMMIRATO, I, 262; _Delizie degli Eruditi_, IX, pag. 41.
[305] MACHIAVELLI, _Storie_, Vol. I, pag. 77: Italia, 1813.
[306] «Ipsas petitiones benigne accessimus et audivimus cum effectu,
primo de conservando iure et honore Comunis Florentie; contra Pisanos
et Senenses invasores et Gibellinos et exiticios terre vestre et
infideles Podiibonizi proditores nostros proponimus, cum Dei auxilio
atque vestro, facere vivam guerram, donec peniteant de commissis,
et vos de factis vestris habeatis comodum et honorem.... Vicarium
ytalicum virum providum discretum et fidelem, cuius devotionem, fidem
et probitatem in magnis factis nostris cognovimus, firmiter et ab
experto vobis concessimus, secundum quod vestra postulatio continebat,
et volumus quod sit contentus salario et expensis et emendis, prout in
ipsius civitatis statutis continetur, nec ultra aliquid exigat». Del
Giudice. _Codice Diplomatico_, II, 116-7. D'ora in poi parecchi sono i
Podestà italiani, nominati da Carlo in Firenze.
[307] VILLANI, VII, 54.
[308] RAYNALDI, Ann. 1278; SISMONDI, Vol. II, cap. VII.
[309] VILLANI, VII, 56.
[310] AMMIRATO, Vol. I, p. 274.
[311] Il primo che di questa pace dette un minuto ed esatto ragguaglio,
cavato dai documenti, fu l'Ammirato il giovane, nelle sue aggiunte alla
storia d'Ammirato il vecchio. (Anni 1279 e 1280). Parecchi documenti
si trovano nelle _Delizie degli Eruditi toscani_ del P. Ildefonso,
Vol. IX, pag. 63 e seg. Un ragguaglio ancora piú ampio ne dette il
Bonaini (_Della Parte guelfa in Firenze_), nel _Giornale Storico degli
Archivi toscani_, Vol. III, pag. 167 e seg. V. anche _Le Consulte della
Repubblica Fiorentina_, nuova e importantissima pubblicazione fatta da
A. Gherardi: Firenze, Sansoni. — L'atto originale della Pace (mutilo)
si conserva nell'Archivio di Stato di Firenze.
[312] _Consulte_, I, 28.
[313] Questi Quattordici, che compariscono insieme coi Dodici anche
nella pace del Cardinale, continuano un pezzo nelle _Consulte_ a
comparire insieme con essi, come seguiva sempre a Firenze quando
s'istituivano nuovi magistrati. Poi restano soli, e i Dodici scompaiono
del tutto.
[314] VILLANI, VII, 56; AMMIRATO, (ediz. fiorentina del 1846) lib. III,
pag. 275 ecc.
[315] Tutto ciò era stato accennato dagli antichi cronisti, ma venne
poi esposto minutamente, con la scorta dei documenti, dall'Ammirato il
giovane, nelle sue aggiunte alle _Storie_ d'Ammirato il vecchio.
[316] L'HARTWIG, che fu primo ad osservarlo, notò ancora che l'ufficio
del Defensor è nominato la prima volta nelle Consulte, il nov. del
1282, e che il primo Difensore, di cui si dia in esse il nome, è
Bernardino della Porta. Consulte pag. 116, 132, 133, 140, dal 6 nov.
1282 al 6 febbr. 1283.
[317] L'HARTWIG notò pure che nelle _Consulte_ i Priori sono nominati
la prima volta il 20 giugno 1282, insieme coi Quattordici, anzi dopo
di essi; il 24 aprile 1283 pigliano il primo posto; dal dicembre in poi
appariscono soli senza i Quattordici.
[318] Lib. I, pag. 25 e seg. (ediz. Del Lungo).
[319] VILLANI, VII, 79; AMMIRATO, III, p. 288-90.
[320] Questa _Corte_, dice il VILLANI, (VII, 89) «fu la piú nobile e
nominata, che mai fosse nella città di Firenze».
[321] Consulte, I, p. 169-70.
[322] HARTWIG, _Ein menschenalter florentinische Geschichte_ (1250-93):
Freiburgi. B., 1889-91, p. 111.
[323] Di questo trattato parla a lungo l'Ammirato; ne dà poi un
sunto cavato dall'originale il CANALE, nella sua _Nuova Istoria della
Repubblica di Genov_a (ed. Le Monnier), Vol. III, pag. 34.
[324] VILLANI, VII, 98; MALESPINI, CCXLIII.
[325] Alcuni cronisti suppongono, che scopo dell'arcivescovo Ruggieri
fu di cavar prima da quei miseri grossa somma di danaro.
[326] Per questi fatti relativi alla guerra di Pisa con Genova e
Firenze, vedi _Storie e Cronache pisane_, pubblicate dal BONAINI ed
altri nel volume VI (parte I e II) dell'_Archivio Storico Italiano_;
CANALE, _Nuova istoria della repubblica di Genova_; VILLANI; FLAMINIO
DAL BORGO; MURATORI _Script_. Tomo XV; SISMONDI, _Hist. des Rep. It._,
T. II, ch. 8.
[327] G. VILLANI, DINO COMPAGNI e gli altri cronisti fiorentini.
[328] VILLANI, COMPAGNI, AMMIRATO e gli storici pisani citati piú sopra.
[329] VILLANI, VII, 99; VASARI, _Vita di Arnolfo_; AMMIRATO (Firenze,
Batelli e C. 1846), vol. I, pp. 310-11.
[330] AMMIRATO, I, p. 337.
[331] Ved. la nota A in fine di questo capitolo.
[332] Il prof. P. SANTINI ha trattato questa questione nell'_Arch.
Stor. It_. (Serie IV, vol. XVII, pag. 178 e seg.), in un articolo
col titolo: _Condizione personale degli abitanti del contado, nel
secolo XIII_. E giustamente afferma che il confronto fatto fra
la legge bolognese del 1256 e la fiorentina del 1289 non ha alcun
fondamento, perché esse risguardano individui in istato differente, e
si riferiscono a due diversi periodi del movimento attuatosi in ogni
Comune, per migliorare le condizioni degli uomini del contado (pag. 188
e segg.).
[333] VILLANI, VII, 132.
[334] AMMIRATO, libro III, _ad annum_.
[335] Vedi, in fine di questo capitolo, la nota B.
[336] Vedi la nota C.
[337] _Politecnico_ di Milano, giugno e luglio 1867.
[338] Vedi l'ediz. fiorentina del 1735, pag. 133.
[339] Il fatto è narrato dal monaco di S. Gallo, _De rebus bellicis
Caroli Magni_. Vedi la Dissertazione XXV del MURATORI.
[340] MURATORI, Dissertazione XXV. Ved. anche PIGNOTTI, Storia della
Toscana, vol. IV, saggio III, Firenze, 1824.
[341] Abbiamo piú sopra accennato la origine probabile di questo nome.
[342] V. PAGNINI, Della Decima, Vol. II, sezione 4 e 5.
[343] PAGNINI, _Della Decima, Ibidem._
[344] VILLANI, Lib. XI, cap. 94.
[345] _Ibidem_.
[346] Sembra che in sul principio l'Arte di Por S. Maria facesse
commercio di drappi fiorentini di lana, e che i mercanti della seta
formassero un ramo secondario e distinto di quell'Arte. A poco a poco
si confusero con essa (ai primi del sec. XIII), ne divennero poi la
parte principale, e finalmente l'Arte della seta e quelle di Por S.
Maria furono una sola e medesima cosa.
[347] Vedi la _Cronaca_ (1470-92) del DEI, che si trova fra i cod.
Magliabechiani, e della quale molti brani importanti furono pubblicati
in appendice al secondo volume della _Decima_ del PAGNINI.
[348] Vedi la citata _Cronaca_ del DEI.
[349] «Ancora si fece legge (1371), conciossiaché molti incantavano
del Monte, e dicevano: lo Monte vale trenta per centinaio; questo di
io voglio fare teco una cosa; io voglio poterti dare, oggi a un anno,
ovvero tu dare a me, quanto? a trentuno per cento? Che vuoi ti doni,
e fa questo? E cadeano in patto, e poi stava in sé. Se rinvigliavano,
li comperava, e se rincaravano, li vendeva, e ne promutava qua e là il
patto venti volte l'anno. Di che vi si pose la gabella fiorini due per
cento a ogni promutatore». MARCHIONNE DI COPPO STEFANI, vol. VIII, pag.
97, nelle _Delizie degli Eruditi Toscani_, vol. XIV.
[350] VETTORI, _Il Fiorino d'oro_; ORSINI, _Storia delle monete_:
Firenze, 1760.
[351] PAGNINI, _Della Decima_, Vol. II, Sez. III, cap. 1-4. Altre
notizie danno l'AMMIRATO, il DEI ed il VILLANI, (XI, 88 e XII, 55) che
è la fonte principale.
[352] G. VILLANI, XI, 54.
[353] AMMIRATO, lib. 18, _ad annum._
[354] _Cronaca_ del DEI, nel Pagnini.
[355] Cronaca del DEI, nel PAGNINI, vol. II, p. 275.
[356] PAGNINI, vol. II, Sez. I; AMMIRATO, _ad annum_.
[357] AMMIRATO, _ad annum_; PAGNINI, loc. cit.
[358] Il che fece credere a qualcuno che la schiavitú continuasse in
Italia molti secoli dopo che era scomparsa. Su di ciò il sig. SALVATORE
BONGI pubblicò un pregevole articolo nella _Nuova Antologia_, Anno I,
fasc. 6.
[359] Vedi il discorso di Tommaso Mocenigo, tante volte stampato dai
cronisti e dagli storici; PAGNINI, _Della Decima_, vol. II, pag. 7, e
seg.; ROMANIN, _Storia documentata di Venezia_, vol. II, pag. 156-7.
[360] Urghanj, la principale città del Khwarezm, paese che porta ora il
nome di Khyva. La nuova Urghanj, ora capitale commerciale di Khyva, è
a sessanta miglia dall'antica.
[361] BALDUCCI PEGOLOTTI nel Pagnini. Un lavoro importantissimo fu
pubblicato dal sig. H. YULE, colonnello del genio inglese in India;
esso ha per titolo: _Cathay and the way thither, being a collection of
medieval notices of China_ (London, printed for the Hakluyt Society,
1866), e contiene una serie di documenti tradotti dall'autore, che
lungamente viaggiò e dimorò in Oriente, preceduti da una sua dotta
dissertazione.
[362] PAGNINI, Vol. II, Sez. I. — K. Sieveking, _Geschichte von
Florenz_. Brevissimo, ma pregevole lavoro, pubblicato senza nome
d'autore in Amburgo, 1844. Di esso mi sono spesso giovato in questo
capitolo.
[363] Le prime cinque furono piú volte unite alle Maggiori, che allora
divenivano dodici.
[364] _Inf._ Canto X.
[365] Franco Sacchetti racconta, come nel tempo in cui egli era
al governo della Repubblica, i magistrati non riuscivano mai a far
rispettar le leggi contro il lusso. Uno di essi, che venne di ciò
aspramente rimproverato, e fu per essere dimesso d'ufficio, ecco in
che modo descriveva le arti, con cui le donne fiorentine eludevano le
leggi:
«Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato per
apparar ragione; e ora, quando io credea sapere qualche cosa, trovo
che so nulla; perocché cercando degli ornamenti divietati alle vostre
donne, per gli ordini che m'avete dati, sifatti argomenti non trovai
mai in alcuna legge, come sono quelli che elle fanno; e fra gli altri
ve ne voglio citare alcuni. E' si truova una donna col becchetto
frastagliato, avvolto sopra il cappuccio; il notaio dice: — Ditemi il
nome vostro, perocché avete il becchetto intagliato. — La buona donna
piglia questo becchetto, che è applicato al cappuccio con uno spillo,
e recaselo in mano, e dice ch'egli è una ghirlanda. Ora va piú oltre;
truovo molti bottoni portar dinanzi. Dicesi a quella che è trovata: —
Questi bottoni, voi non potete portare; — e quella risponde: — Messer
sí, posso, che questi non sono bottoni, ma sono coppelle; e se non
mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo, e ancora non c'è niuno
occhiello. — Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice:
Che potrà apporre costei? — Voi portate gli ermellini. — E la vuole
scrivere. La donna dice: — Non iscrivete no, che questi non sono
ermellini, anzi sono lattizzi. — Dice il notaio: — Che cosa è questo
lattizzo? — E la donna risponde: — È una bestia Dice uno de' Signori:
Noi abbiamo tolto a contendere col muro. Dice un altro: Me' faremo
attendere ai fatti che importano piú». (_Novella_ 137).
[366] Il GUICCIARDINI, nelle sue _Considerazioni sui Discorsi del
Machiavelli_ (_Opere inedite_, vol. I, Firenze, Barbèra), conferma
chiaramente quello che diciamo qui sopra. Discorrendo intorno al
Cap. 12, Lib. I, del Machiavelli, ove questi dice che i Papi avevano
impedito l'unità d'Italia, esso, pure approvando, soggiunge: «Ma
non so già se il non venire in una monarchia sia stata felicità o
infelicità di questa provincia, perché se sotto una repubblica questo
poteva essere glorioso al nome d'Italia e felicità a quella città che
dominassi, era all'altre tutte calamità, perché oppresse dall'ombra di
quella, non avevano facultà di pervenire a grandezza alcuna, essendo il
costume delle repubbliche _non partecipare e frutti della sua libertà
e imperio a altri che a' suoi cittadini proprî.... Questa ragione non
milita in uno regno, il quale è piú comune a tutti i sudditi, e però
veggiamo la Francia e molte altre province viversi felici sotto uno
re_».