IV

Il primo segno di questa mutazione nella politica papale si vide subito

in Firenze, sebbene a Roma si cercasse, con ogni arte, nascondere

il vero scopo e le vere cagioni del mutamento, si facesse anzi ogni

opera perché nessuna variazione d'animo apparisse. Gregorio X cominciò

a mostrarsi dolente, che gli odii tra i Guelfi ed i Ghibellini

continuassero a tenere divisa una città cosí ricca e fiorente qual

era Firenze. Voleva che tra loro si facesse la pace. Niun desiderio

doveva sembrare piú naturale nel capo dei fedeli; ma in Carlo già

destava sospetto vedere il Papa nutrire a un tratto questa insolita

pietà pei Ghibellini. E piú dovette esserne insospettito, quando vide

i Fiorentini accettare assai volentieri le proposte papali. Essi già

avevano dato segno di volersi emancipare, chiedendo al Re un Potestà

italiano, a forma dei loro Statuti, ed egli l'aveva dovuto, con parole

piene di benevolenza, concedere fin dal gennaio 1270.[306] Ora essi

afferravano a volo il segreto pensiero di Roma, comprendendo che era

tempo di profittarne, secondandolo. E lo facevano tanto piú volentieri,

quanto piú volevano non solo mettere un freno alla crescente autorità

di Carlo, ma riparare ad un altro danno, che questa supremazia già

faceva nascere nella Città. Carlo era circondato sempre dai suoi

baroni e soldati, che come stranieri non erano ben veduti: da nobili

e cavalieri guelfi di Toscana e d'altre parti d'Italia. In Firenze

egli favoriva costantemente la vecchia nobiltà guelfa; ed ogni volta

che vi si fermava, creava sempre nuovi cavalieri. Cosí i mercanti

guelfi, fatti nobili, s'univano agli altri, e pigliando nome di Grandi,

si trovavano subito in opposizione col popolo, e ridestavano tutto

l'antico odio della democrazia fiorentina, la quale, come non aveva

voluto in passato tollerare la superbia feudale dei Ghibellini, cosí

non voleva ora tollerare neppure quella dei vecchi e nuovi Guelfi.

Bisognava dunque in ogni modo frenarli, ed a ciò pareva opportuno

consiglio richiamare i Ghibellini loro nemici e del Re. Il popolo

avrebbe in tal modo ricevuto forza dalla divisione dei nobili, e

lasciandoli consumarsi fra loro, avrebbe anche indebolito il numero di

coloro che si dimostravano troppo ossequenti a Carlo. Il quale perciò

non poteva farsi illusione di sorta sul segreto significato di questi

maneggi, e massimamente sulle vere intenzioni del Papa. Egli sapeva

che questi sollecitava ora i Tedeschi ad eleggere Rodolfo d'Asburgo

a re dei Romani, perché cessasse l'interregno imperiale, e quindi

il vicariato di Carlo. Quale altra ragione poteva avere il Papa per

desiderare un Imperatore, se non quella d'indebolire la potenza degli

Angioini? Pure il Re ed il Papa s'infingevano, e sembravano essere

tuttora nel migliore accordo del mondo; ma il vicendevole sospetto

traspariva continuamente.

Gregorio X aveva convocato pel 1274 un Concilio in Lione, a fine

d'indurre i Cristiani a combattere gl'infedeli; passò, nel suo viaggio,

per Firenze, dove arrivò il 18 giugno 1273, e vi si fermò appunto, cosí

egli affermava, per farvi la pace generale. Veniva con tutto il seguito

dei cardinali e prelati; con l'imperatore di Costantinopoli, Baldovino

II, che sollecitava il soccorso dei Cristiani contro gl'infedeli, con

re Carlo d'Angiò, che in segno di onore e d'ossequio, diceva di non

voler lasciar solo il Papa in Firenze. E questi trovando assai lieta

una tale dimora, decideva di passarvi la state. Il 2 di luglio era il

giorno fissato per la gran pace tra Guelfi e Ghibellini, ed i sindachi

degli uni e degli altri erano in Città. Sul greto dell'Arno, in gran

parte asciutto, presso al Ponte alle Grazie, furono costruiti palchi

di legno, sui quali salirono a sedere il Papa, l'imperatore Baldovino

e Carlo d'Angiò. In presenza d'una gran moltitudine ivi accorsa, fu

dato il giuramento di pace; i sindachi si baciarono; il Papa pronunziò

la sua benedizione, minacciando la scomunica contro chiunque osasse

violare il giuramento. Furono dati ostaggi, ceduti castelli dall'una e

dall'altra parte, in pegno della giurata fede. Tutto pareva che fosse

seguíto secondo le benevole intenzioni del Santo Padre, il quale aveva

preso alloggio nel palazzo dei Mozzi suoi banchieri. Baldovino abitava

al Vescovado, e Carlo in alcune case nel giardino de' Frescobaldi.

Altro non restava che darsi bel tempo in Firenze, aspettando il ritorno

dei Ghibellini per festeggiarli. Ma ad un tratto si seppe, che i

sindachi dei Ghibellini, invece di eseguire le ultime clausole della

pace, s'erano dati a precipitosa fuga. E la ragione di ciò si disse

essere stata, che il vicario di Carlo aveva fatto loro intendere,

che se non partivano subito, egli li avrebbe, a richiesta dei Grandi

guelfi, fatti tagliare a pezzi. Il Papa allora se ne partí senz'altro

pel Mugello, assai adirato, non solo contro il Re, ma piú ancora contro

i Fiorentini, che si dimostravano indifferenti a tutta questa commedia,

e lasciò la Città interdetta pel giuramento violato.

Carlo intanto proseguiva la sua politica aggressiva contro i

Ghibellini, e i Fiorentini lo secondavano, andando con la bandiera

del Comune, qualche volta soli, piú spesso in compagnia dei cavalieri

francesi, ad imporre la pace ed il trionfo della Parte in tutte le

vicine città. Ma qualche volta spinsero la loro superbia troppo oltre.

I Bolognesi avevano cacciato i Ghibellini, ed essi, non richiesti, si

misero subito in moto per portar loro aiuto. Ma con grande maraviglia,

quando furono sul fiume Reno, trovarono i Bolognesi che li aspettavano

pronti a respingerli. Avevano voluto e saputo, colle proprie armi,

cacciare i Ghibellini; ma non volevano che Firenze, sotto colore di

portare aiuti, venisse colla sua alterigia a seminare anche fra di loro

gli odî delle sue parti. Il Podestà dei Fiorentini, che voleva andar

oltre, venne ucciso, ed essi dovettero, umiliati, tornarsene a casa

(1274).

Piú fortunati furono contro Pisa, che, lacerata dalle sue fazioni,

aveva cacciato Giovanni Visconti giudice di Gallura ed il conte

Ugolino della Gherardesca di Donoratico, nobili ambiziosi, i quali

da parte ghibellina erano passati a parte guelfa, e chiesero aiuto ai

Fiorentini, che subito li concessero. E allora andarono tutti, insieme

coi Francesi, a muover guerra all'antica rivale, cui nel settembre

del 1275 presero il castello d'Asciano. Nel giugno del seguente

anno, istigati dai medesimi fuorusciti, tornarono in campo, con piú

grosso esercito, aiutati dai Lucchesi e da altri Guelfi, insieme col

Maresciallo del Re, e dopo una nuova vittoria obbligarono Pisa a fare

la pace il 13 giugno del 1276, a richiamare gli esuli, specialmente il

conte Ugolino, la cui ambizione doveva poi portare a sé stesso ed alla

sua città guai infiniti.

Intanto papa Gregorio, tornato da Lione, era giunto in Toscana nel

dicembre del 1275, e non voleva entrare in Firenze, contro cui si

dimostrava sempre irritatissimo; ma l'Arno era cosí grosso, che dovette

pure traversarlo sopra uno dei ponti della Città, e sospese perciò

l'interdetto su di essa, ma solo durante il tempo del suo passaggio.

Egli moriva poco dopo, il 10 gennaio 1276, ed in un solo anno gli

succedevano rapidamente tre nuovi papi: Innocenzo V, Adriano V,

Giovanni XXI; e finalmente veniva eletto (25 nov. 1277) Niccolò III,

che restò sulla sedia pontificale tre anni, nei quali riprese con piú

ardore che mai la politica di Gregorio X. Ambizioso e superbo, esso

voleva sollevare non solo l'autorità pontificia, ma anche il nome

della sua famiglia. Fu egli che ricominciò lo scandalo del nepotismo

e della simonia, facendo cardinali alcuni de' suoi parenti, ad altri

dando ufficî assai importanti. Ma quando pensò di dare una sua nipote

in moglie ad un nipote del re Carlo, questi ne ferí mortalmente

l'orgoglio, dicendo: — Che sebbene il Papa avesse il calzamento rosso,

non per ciò il suo sangue s'era nobilitato abbastanza, per potersi

mescolare con quello dei reali di Francia.[307] — E Niccolò III, che

già era insospettito e scontento del Re, non poté facilmente perdonar

questa ingiuria. Valendosi quindi della prima opportunità, fece

osservare a Carlo, che se Rodolfo di Asburgo non era ancora venuto a

Roma per farsi coronare imperatore, era pure stato eletto in Germania

Re de' Romani, il che rendeva inutile e vana la continuazione del

vicariato, a lui concesso solo durante l'interregno. E cosí Carlo

dovette finalmente lasciare il vicariato di Toscana, il titolo di

Senatore di Roma, ed anche la giurisdizione sulle terre di Romagna

e delle Marche, la quale in parte aveva ottenuta, in parte usurpata.

Vedendo che a questo colpo non v'era rimedio possibile, il Re cedette

subito, senza pure far mostra del piú piccolo risentimento, tanto che

il Papa ebbe ad esclamare: — Questo principe avrà ereditato la sua

fortuna dalla casa di Francia, la sua astuzia dalla Spagna; ma la

sua accortezza nel discorrere deve averla imparata frequentando la

Corte di Roma.[308] — Pure non si lasciava punto illudere da questa

apparente tranquillità di Carlo, e profittava d'ogni occasione che

potesse scemarne la potenza, accrescendo quella della Santa Sede.

Cosí quando Giovanni da Procida percorreva l'Italia, cercando fautori

alla rivoluzione siciliana, che doveva piú tardi scoppiare, trovò

incoraggiamento nel Papa. Profittando poi della occasione opportuna,

questi che tanto favoriva Rodolfo, ottenne da lui, che riconoscesse

l'estensione del dominio della Chiesa sino ai confini del regno di

Napoli da un lato, e dall'altro v'includesse la Marca d'Ancona, la

Romagna e la Pentapoli. Erano presso a poco i medesimi confini, che lo

Stato della Chiesa ritenne sino ai nostri giorni. In parte, è vero,

i Papi non ebbero allora che un alto dominio piú che altro nominale;

ma seppero, a poco a poco e con molta costanza, trasformarlo poi in

dominio effettivo.

V

Niccolò III infatti cominciava col mandare a pacificar la Romagna,

suo nipote il cardinale Latino dei Frangipani, domenicano, che aveva

reputazione di grande oratore, perché in questo modo si cominciasse

a far sentire la nuova autorità della Chiesa, e con lui mandò anche

il conte Bertoldo Orsini. Dopo una breve dimora colà, il Cardinale

fu inviato a Firenze, per tentare una seconda volta e con migliore

successo, quella pace fra i partiti, che Gregorio X non era riuscito a

concludere. Questa volta i Fiorentini stessi ne avevano mostrato vivo

desiderio. Liberati dalla troppo grave protezione di Carlo, sentivano

ora le tristi conseguenze della sua politica. I Grandi, sempre

irrequieti, erano cresciuti di numero e di potenza, e minacciavano di

dividere lo stesso partito guelfo. «Riposati», dice il Villani, «dalle

guerre di fuori con vittorie e onori, e ingrassati sopra i beni de'

Ghibellini usciti, e per altri loro procacci, per superbia e invidia

cominciarono a riottare tra loro; onde nacquero in Firenze piú brighe e

nimistadi tra' cittadini, mortali e di ferite».[309] Avevano cominciato

gli Adimari, per odio contro i Tosinghi, poi i Pazzi e i Donati, a

far nascere subbuglio; e si vedeva che questo era un principio di mali

maggiori. Fu perciò che i Guelfi inviarono messi a pregare il Papa, che

mandasse a pacificare la Città, se non voleva vedere lacerata la stessa

parte guelfa. Uguale desiderio dimostravano i Ghibellini, stanchi del

lungo esilio, delle confische continue, e per la speranza avevano, che

l'odio popolare, essendosi ormai acceso anche contro i Grandi guelfi,

potesse essere divenuto piú mite contro di loro.[310]

Il cardinale Latino adunque entrò in Firenze il dí 8 ottobre 1279, con

300 fra cavalieri e prelati, e fu accolto con ogni specie di onori.

Gli venne incontro il clero fiorentino, e la Repubblica mandò anche il

carroccio con gran numero d'armeggiatori. Egli, come domenicano, prese

alloggio nel convento di S. M. Novella, dove pose la prima pietra per

la fondazione della celebre chiesa di quel nome. E incominciò subito

le pratiche per la pace. Il 19 novembre furono costruiti alcuni palchi

sulla piazza di S. M. Novella Vecchia, e fatto in essa, presenti i

magistrati ed i Consigli, radunare il Parlamento, il Cardinale chiese

ed ottenne di poter concludere la pace con l'autorità stessa che aveva

il popolo, il che voleva dire facoltà di por taglie, fare confische,

occupare castelli, per sicurtà dei patti che sarebbero stati giurati.

Incominciò poi a tentare accordi fra quelli che piú s'odiavano, tra

quei Guelfi che eran fra loro divisi, tra i Ghibellini, tra Guelfi e

Ghibellini. E la cosa riuscí fino a che non si venne ai Buondelmonti

ed agli Uberti, tra i quali i vecchi odî erano cosí profondi, che

non vi fu modo a conciliarli, essendosi alcuni di loro sdegnosamente

ricusati. Laonde il Cardinale dovette risolversi a scomunicare ed a

far bandire dal Comune i piú renitenti. Finalmente il 18 gennaio 1280

fu stabilito di concludere la pace generale. Nella piazza di S. Maria

Novella Vecchia era grande apparecchio di palchi, di arazzi, di teli

che ricoprivano la piazza stessa. Vennero i Dodici, il Podestà, il

Capitano del popolo, che allora chiamavasi della Massa di parte guelfa,

coi loro Consigli; vennero tutti gli altri magistrati e grandissimo

popolo. Il Cardinale comparve finalmente in mezzo ai suoi prelati, da

tutti aspettato, anche perché doveva parlare, ed aveva voce d'essere

uno dei piú eloquenti oratori del suo tempo. Parlò sulla utilità e

necessità della pace, che finalmente fu letta. Con essa si poneva fine

a tutti gli odî antichi; si ordinava che fossero resi ai Ghibellini

i beni confiscati, capitale e parte anche degl'interessi; che si

cancellassero le sentenze, i giuramenti, le leghe o consorterie fatte

da una parte a danno dell'altra, levando dagli Statuti tutto ciò che

poteva alimentare questi odî. Richiese 50 mallevadori da ciascuna

delle parti, con obbligo di pagare 50,000 marchi d'argento, quando la

pace fosse violata. Volle alcuni castelli per maggiore sicurezza, e si

riserbò di chiedere anche altri mallevadori. Seguiva un numero assai

grande di minute condizioni tutte intese allo stesso fine. Molte delle

principali famiglie restavano confinate fino a che non avessero fatta

pace coi loro avversarî, e data, con danaro e con ostaggi, sicurtà

di mantenerla. I sindachi delle parti si baciarono in bocca, gli atti

dell'accordo furono solennemente rogati, e i bandi e le condanne delle

parti furono cancellati o arsi. Gli esuli poterono tornare; il Capitano

e le Capitudini ebbero, senza pregiudizio del Podestà, l'incarico di

mantenere inalterate le condizioni della pace. E per questa ragione

il Capitano non doveva piú d'ora innanzi essere chiamato Capitano

della parte guelfa, ma della Città, e Conservatore della pace. Essendo

poi cessato l'ufficio di Vicario imperiale concesso a Carlo, veniva

ordinato del pari, che d'ora innanzi Podestà e Capitano sarebbero per

due anni eletti dal Papa, e avrebbero ciascuno a loro comando 50 uomini

a cavallo e 50 a piedi. Dopo due anni, l'elezione tornerebbe al popolo,

con l'obbligo di non nominare alcuno contrario a Santa Chiesa, la quale

doveva anzi approvare la scelta. Avrebbero ciascuno a loro comando 100

uomini a cavallo e 100 a piedi, che non dovevano essere né della Città

né del distretto, per potere cosí meglio riuscire a mantener la pace. A

questo fine dovevano contribuir pure le Arti, che anch'esse giurarono.

Si dovevano rivedere gli Statuti, riformare il governo della Città,

fare un estimo dei beni di coloro i quali erano condannati a multe o a

risarcimenti di danni.[311]

Da tutto ciò parrebbe, che al Cardinale fosse stata concessa quasi

una dittatura temporanea di fare e disfare a suo arbitrio. Ma molte

di queste condizioni di accordi egli le propose dopo aver consultato

i magistrati, e di molte altre i Fiorentini tennero poi il conto che

vollero. La pace si desiderava dal popolo, per le ragioni che abbiamo

accennate, e si dette piena balía al Cardinale, perché, con l'autorità

sua e della Chiesa, la conducesse a termine. Ma egli ottenne in realtà

meno assai che non parrebbe. Continuò infatti la costituzione della

Parte guelfa; continuarono le divisioni a lacerare la Città, appena

che il 24 d'aprile egli fu partito, non senza aver prima ricevuto

_Mille floreni auri in pecunia numerata, et alie zoie empte pro Comuni

Florentie_.[312]

Tuttavia nel febbraio e nei primi di marzo, egli, contento assai del

buon successo che si lusingava d'avere ottenuto, attese a concludere

molte amicizie anche fra quelli che erano rimasti confinati; cercò

d'attuare le riforme della costituzione, accennate nella pace, e

principalmente sostituí ai Dodici, Quattordici Buoni uomini, otto dei

quali dovevano esser Guelfi e sei Ghibellini. Essi, che insieme col

Capitano e coi Consigli, ebbero il governo della Città, mutavano ogni

due mesi. Continuarono però a durare un anno l'ufficio del Podestà

e del Capitano. L'autorità del primo era stata, sotto il dominio

di re Carlo, che lo nominava, diminuita assai; e però si cercava

adesso accrescere quella del Capitano e dei Dodici, che divenuti ora

Quattordici, formavano la Signoria vera e propria.[313]

Su questa mutazione della Signoria ogni due mesi, che continua sino

agli ultimi tempi, si è molto ragionato in senso diverso. Certo la

Repubblica non poteva aver pace in un cosí rapido alternarsi del

supremo magistrato; ma noi abbiamo già piú volte osservato, che

la nuova costituzione delle Arti aveva ridotto a ben poca cosa le

attribuzioni del governo centrale. E da un altro lato, la tendenza,

che sembrava manifesta in tutte le repubbliche italiane, di cadere

nella tirannide, rendeva i Fiorentini sospetti d'una Signoria che

durasse piú lungo tempo. Specialmente ora che tornavano i Ghibellini,

si temeva che essa fosse spinta a cospirare per sostenere l'ambizione

di qualche tiranno, che da un momento all'altro poteva sorgere. Furon

queste le ragioni per le quali si volle da un lato scemare l'importanza

del Podestà, e da un altro mutare cosí spesso non solo i capi del

governo, ma, come vedremo, anche altri ufficî politici; e piú tardi si

ricorse alla elezione a sorte, sempre per evitare che in nessun caso

riuscisse possibile l'attuazione di un disegno prestabilito a danno

della libertà.[314]

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 · 第 37 / 55 题