X.

L'anno era trascorso dacchè madonna Fiordalisa era morta per lo

sventurato Spinello. Ed egli, il fedele, l'inconsolabile amante,

circuito, spronato, incalzato, oppresso dalle esortazioni di tutti,

dava tregua al lutto del suo cuore, per impalmare un'altra donna.

Così finiscono, direte, così finiscono gli eroi da romanzo! Ma, di

grazia, umani lettori (e vorrei soggiungere umane lettrici), sentite

un pochino le ragioni del narratore. Si grida tanto alla debolezza dei

romanzieri, che si son fitti in capo di presentare al pubblico dei

tipi perfetti, soprannaturali, impossibili! E i romanzieri, che sono

uomini veri, cioè a dire imperfetti la parte loro, si seccano di

questa chiacchiera, oramai troppo ripetuta. Ah, volete del vero?

Eccone. Voi pretendete, osservatori giudiziosi della natura, che il

dolore non duri eterno nell'anima umana. L'esempio costante di ciò che

vedete intorno a voi sembra dirvi che la gioventù della carne,

mortificata a lungo da un profondo rammarico, si ribella un bel giorno

al suo tormentatore e ripiglia i suoi diritti? Ammettiamo che sia

vero, e rifacciamo i nostri poveri eroi su questo grazioso esemplare.

Noi dunque dicevamo....

No, non dicevamo nulla; o piuttosto, dicevamo che non è proprio così.

Il senso morale si ribella anche lui, respinge queste superficialità

dell'osservazione quotidiana, ed anche in un atto di debolezza vuol

vedere le ragioni di un grande sacrifizio. Andate coll'indagine minuta

e paziente, andate in fondo a queste apparenti infedeltà che sono

portate dai casi e consigliate dagli obblighi della vita, e troverete

ancora il dolore, più profondo e più grave che mai, poichè i contrasti

degli affetti lo avranno mutato in rimorso.

Lo abbiamo tutti, non dubitate, lo abbiamo tutti, un alto ideale

nell'anima. Lo si nega da molti, a cui pesa di nutrire un ospite così

ragguardevole, e di apparire poco padroni in casa propria. Ma la

coscienza lo svela a tutti e col testimonio della coscienza non c'è

negazione che tenga. Quando la commedia del giorno è finita e l'attore

si trova solo nel suo camerino, dove non ha più da ingannare nessuno,

spoglia le vesti e gitta gli arnesi della sua parte, incominciando da

quei mustacchi neri e arroncigliati che gli davano un'aria di

gradasso, o da quelle fedine bionde, che lo facevano parere un inglese

annoiato. Quando tacciano intorno a voi le voci del mondo, ascoltate

la voce arcana che è dentro di voi e che vi dice: Così devi essere,

non come ti sei dato a vedere. Nobiltà, grandezza, culto della virtù,

non sono vuote parole. Perchè vuoi mostrarti spregiatore delle cose

invisibili, solo perchè non si riflettono nello specchio che ti

rappresenta la tua immagine arcigna? E chi credi tu d'ingannare, con

questa tua scettica asseveranza? Chi ti dice che tutto ciò che fu, sia

morto davvero e per sempre? Chi ti assicura che gli occhi vigili, di

là dalla tomba, non guardino ancora, con tristezza o pietà, ciò che tu

fai di malvagio o di sciocco?

Spinello Spinelli vedeva la propria condizione e pensava con

raccapriccio che avrebbe dovuto mentire davanti ad una povera

fanciulla un affetto che non sentiva nel cuore. Ma gli soccorreva in

quel punto l'esempio di Parri della Quercia. Già condannato ad una

fine immatura, non impalmava egli una ragazza, col nobile proposito di

liberarla dalle strette della miseria e dai mali trattamenti della

famiglia? E Spinello, dal canto suo, condannato al lutto eterno delle

sue morte speranze, non avrebbe assicurato a monna Ghita dei

Bastianelli uno stato di gran lunga superiore a ciò che ella poteva

ripromettersi? Perchè, infine, egli era giunto in breve ora

all'eccellenza dell'arte e ne raccoglieva i frutti ogni giorno. La sua

medesima tristezza, appartandolo dal mondo, gli recava il benefizio

inestimabile di una febbrile operosità. La ricchezza si faceva

incontro a Spinello, più che egli non andasse a cercarla; e quella

ricchezza egli avrebbe data a monna Ghita, in compenso di un amore che

non era in poter suo di offerirle.

E poi, che cosa doveva ella sapere delle cose d'amore, quella vergine

creatura, vissuta sempre rinchiusa tra le pareti domestiche? Così

pensava egli, ingannandosi; ma in quella stessa guisa che si ingannano

tutti, credendo che amore sia una scuola, mentre esso è una

rivelazione. Una donna, anche più facilmente e meglio dell'uomo, si

inizia all'amore da sè, Non ne ha imparati i segreti; eppure ella

sente subito, appena il suo cuore abbia incominciato a dare i battiti

più frequenti dell'usato, ella si addestra a discernere l'amore vero

dal falso, l'accento della passione da quello della tenerezza e della

pietà. Ma infine, ve l'ho detto, Spinello s'ingannava come tanti e

tanti altri, e poteva credere che quella innocente fanciulla non gli

avrebbe saputo chiedere più di quello che egli poteva darle in

ricambio. E all'ombra di Fiordalisa, che gli stava sempre negli occhi,

mostrava gli amici, i protettori, messer Dardano, suo padre, tutti

collegati nell'opera di volerlo ammogliato. E le soggiungeva, quasi a

finire di persuaderla: vedete, la donna che io ho, non già trascelta

fra mille, ma accettata dalle mani del caso, è una povera creatura, a

cui mancano le grazie della persona, e nessuno potrà credere che il

mio cuore, ancor pieno di voi, si sia infiammato per una donna così

poco paragonabile a voi.

In questo modo e con questi ragionamenti, Spinello Spinelli si

acconciò al nuovo proposito. Messer Luca, a mala pena ne ebbe il

felicissimo annunzio, si partì da Arezzo, per venire a Firenze. Gli

antichi odii partigiani che lo avevano cacciato dall'ombra del suo bel

San Giovanni erano da gran tempo sopiti. Riabbracciò il suo figliuolo

e gli parve di vederlo tornato da morte a vita; nè si dolse, nel suo

cuore di padre, aperto a tutte le ammirazioni come a tutte le

tenerezze, di dover mandare il rispetto di costa all'amore, trovando

Spinello così grande, per le sue opere, nella estimazione di tutti.

--Figliuol mio,--gli dicea, non sapendo saziarsi mai di guardarlo e di

baciarlo sul viso,--sei tu? proprio tu? il dipintore famoso, che

contende la palma ai migliori della scuola di Giotto? E sono io tuo

padre?--

Dopo una così lunga notte di amaro sconforto, Spinello Spinelli ebbe i

primi sorrisi di gioia, vedendo l'allegrezza di quel povero vecchio,

che per lui, per suo figlio, tornato alla quiete dell'animo, cresciuto

alla gloria dell'arte, dimenticava perfino le ebbrezze del fuoruscito,

che dopo tanti anni d'esilio rivede finalmente la patria.

Messer Dardano Acciaiuoli accolse anche lui amorevolmente il padre del

suo giovine amico e gli fece gran festa. Ambedue andarono dal

Bastianelli che lavorava, come vi ho detto, in una botteguccia d'orafo

sul Ponte Vecchio.

Il bravo e modesto artefice cascò dalle nuvole udendo quella domanda

di matrimonio fatta a sua figlia da un pittore famoso e recata a lui

da un uomo così ragguardevole, da uno dei maggiorenti di Firenze, qual

era messer Dardano Acciaiuoli. Non accettò lì, su due piedi, perchè

voleva interrogare sua figlia, ma in fondo in fondo perchè non credeva

a' suoi medesimi orecchi. Non poteva darsi che quei due visitatori

avessero preso un granchio e fossero andati da lui, scambio dì andare

da un altro?

--La mia figliuola, non fo per dire, è un'angiola;--rispose il

Bastianelli, com'ebbe udita la domanda di messer Dardano.--Ma forse

messer Spinello, di cui mi parlate, non l'ha vista bene. Agli occhi

del mondo, che non conosce il suo cuore, la mia Ghita è una povera

ragazza, senza garbo, come senza sostanze. Troppo le manca di ciò che

può far piacere una donna, specie ai pittori, che s'innamorano di

veduta, anteponendo, com'è naturale, i pregi della persona a quelli

del cuore.

--Via, mastro Zanobi,--rispose l'Acciaiuoli, non fate così poca stima

--del sangue vostro. Spinello conosce la vostra Ghita e ne è

--innamorato morto. E poi l'ho veduta anch'io, che me ne intendo, per

--antica esperienza;--soggiunse usando dei diritti che concede

--l'età.--Non vi date dunque pensiero di certi nonnulla. Piuttosto

--chiedete a lei che cosa pensi di questa proposta. Si sa, poichè col

--marito ci ha da vivere lei, è anche giusto che sia interrogata la

--sua volontà.

--È giusto, sicuro, è giusto;--disse il Bastianelli, che non sapeva

raccapezzarsi, tra il dubbio e l'allegrezza.

Siamo dunque intesi;--ripigliò l'Acciaiuoli.--Chiedete l'avviso della

vostra figliuola. Noi ripasseremo domani da voi.

--No, messere, so il debito mio;--replicò 11 Bastianelli facendo un

inchino.--Passerò io alle vostre case, messere.--

Quel giorno mastro Zanobi chiuse bottega alle undici del mattino,

quantunque non fosse giorno di festa. Ma era festa per lui, a bastava.

Gli sapeva mill'anni di essere a casa, di avere interrogata sua figlia

e di saperne l'intiero.

Monna Crezia, che tale era il nome della moglie dell'orafo, fece le

meraviglie, vedendo ritornare in casa a quell'ora insolita il marito.

--Domine!--gridò ella, inarcando le ciglia. Che cos'è stato? Perchè

--avete lasciata la bottega?

--La bottega è la bottega e la casa è la casa; sentenziò mastro

--Zanobi.--Dov'è la Ghita?

--È di là, che lavora. Ma si può sapere che cosa abbiate, Zanobi!

--Crezia, voi saprete ogni cosa a suo tempo. Venga la Ghita; ho

bisogno di parlarle.--

Venne la Ghita. Una bella ragazza, a non guardare che la testa;

capegli neri come l'ebano, occhi neri e pieni d'espressione; nobili e

delicati i lineamenti, bianca la carnagione, e soave il sorriso, che

prendeva lume in giusta misura dalla bontà dell'animo e dalla bellezza

della bocca. Peccato che il collo non fosse lungo abbastanza, ma in

fine, era un collo bianco e tondeggiante, indizio di forte e serena

maternità. La vita era un po' tozza, ma seguitava anch'essa il

carattere e l'espressione del collo, quasi preparando l'occhio a

quella andatura impacciata, che in parte lasciava indovinare e in

parte nascondere il difetto già noto ai lettori. Un difetto da nulla,

in verità, quello che aveva meritato a monna Ghita il soprannome di

zoppina, e si poteva dimenticarlo, quando essa non si muoveva;

condonarlo, e trovarci anzi una certa grazia, quando ella si faceva

innanzi, con quella sua andatura di persona stanca e svogliata.

--Ghita,--incominciò gravemente mastro Zanobi,--dimmi la verità.

Conosci tu un giovane, qui presso, che ti fa.... mi capisci?

--Babbo, io non capisco;--rispose la Ghita.

--Vo' dire che ti fa l'occhiolino. Capisci ora?--

La Ghita si fece rossa come una fravola montanina.

--Padre mio...--balbettò ella, più confusa che mai.

--Rispondi! Non voglio mica mangiarti. Qui presso alla nostra casa,

abita forse un giovanotto, che tu vedi qualche volta?

--Non so.... Io non conosco nessuno;--rispose la fanciulla.--Ce ne

stanno due, qui presso, nella casa degli Ammannati. Si vedono qualche

volta sulla terrazza, senza volerlo, stando quassù, presso al balcone.

--Il loro nome!

--Non lo so. Si dice che siano due pittori. Ma la mamma potrà saperlo

meglio di me. Io non parlo con nessuno, lo sai.

--Che c'è? che c'è?--entrò a dire monna Crezia.--Perchè domandate il

nome dei vicini, Zanobi?

--Perchè? Perchè uno di costoro ha chiesta la Ghita in moglie. Vi pare

che io non abbia il diritto di domandarvi qualche ragguaglio?

--Ah!--gridò monna Crezia.--Messer Spinello Spinelli?...

--Bene! Voi sapete già il nome?--ripigliò ironicamente, ma senza

sdegno il marito.--E tu, Ghita, lo sapevi anche tu, non è vero?--

Ghita chinò la testa, arrossendo di bel nuovo. Voi capirete, lettori

discreti, che, alla sua età e nella sua condizione di figlia al

cospetto del babbo, la fanciulla non poteva far altro.

Mastro Zanobi seppe quel che voleva sapere, e rimase lì un tratto

senza parole, guardando la moglie e la figlia, con una cert'aria che

voleva parere arcigna, e con una gran voglia in corpo di abbandonarsi

alle più matte dimostrazioni di gioia. Maritare una figlia, levarsi di

casa la zoppina, che vi pare? Non c'era da far le capriole? Il re

David, uomo gravissimo pel suo tempo e per la sua dignità in Israele,

ballò davanti all'Arca per molto meno.

--Sicchè,--disse finalmente mastro Zanobi, conchiudendo ad alta voce

un suo ragionamento mentale,--non sarà neanche il caso di chiedervi se

siete contente? Meglio così. Io, tanto e tanto, avrei risposto di si,

anche senza il vostro consenso. Vi ho interrogate perchè la cosa mi

pareva strana, e ancora adesso non so capacitarmi in che modo sia nato

questo innamoramento del pittore.

--Oh, non stiate a credere che noi si sia fatto un passo per andargli

incontro;--rispose prontamente monna Crezia.--Si vedevano qualche

volta i due giovani sulla terrazza degli Ammannati, nella casa qui

presso dove sono venuti da qualche mese ad abitare. Uno di essi ci

restava a lungo seduto, guardando in Arno, come se aspettasse una

barca, che non veniva mai. L'ho capito un po' tardi, che barca

aspettasse! Ma come indovinarlo subito, Dio buono, se non guardava mai

in alto, salvo una volta in principio, per salutarci, come s'usa tra

buoni vicini? Bisogna proprio dire che ci abbia gli occhi sulla

fronte, alla guisa delle chiocciole!

--Abbreviate, Crezia!--disse mastro Zanobi. Quando incominciate a

--parlar voi, benedetta donna!

--Oh, vi contento subito. Un giorno, sarà forse due settimane fa, è

venuta da noi monna Tessa, la cognata di vostro fratello, povero Meo,

che Iddio abbia in gloria l'anima sua, e m'ha detto che nel Borgo si

faceva un gran parlare d'una tavola esposta in Santa Lucia de'

Bardi.--Che importa a me di quella tavola?--Può importarvi perchè la

faccia della Santa è il ritratto puro e pretto della vostra

figliuola.--Che volete, Zanobi? La curiosità ci ha prese e siamo

andate a vedere anche noi questa Santa Lucia. Monna Tessa aveva

ragione; la Santa somigliava alla Ghita come... come... aiutatemi a

dire!

--Abbreviate, Crezia, abbreviate! Il paragone non serve a nulla.

--Che uomo impaziente siete voi! Ci avete sempre vent'anni. Basta,

sappiate che, dopo la faccenda del ritratto, monna Tessa, che conosce

i due pittori, è venuta a dirmi dell'altro. I pittori le avevano

chiesto di noi, chi fossimo, che cosa facessimo, se la Ghita avesse

già un fidanzato, ed altre scioccherie di questa fatta.

--E non mi avevate avvertito di nulla? Brava la mia Crezia!

--Madonna delle poerine! O che volevate che io venissi subito a

confidarmene con voi! Monna Tessa me ne aveva parlato così in aria,

senza assicurarmi nulla. Erano chiacchiere fatte tra noi donne, ed io

credevo che non ci avessero neanche ombra di fondamento, perchè dopo

quel discorso avevo incominciato a fare un po' di guardia e non m'ero

avveduta di nulla. Il giovanotto non veniva neanche più a sedersi

sulla terrazza. Oh, per questo, non dubitate, dev'essere un uomo

dabbene.

--Meglio così;--sentenziò mastro Zanobi;--senza contare che è un

artista di grido e che la domanda di matrimonio mi è stata fatta da

suo padre, venuto a bella posta d'Arezzo, e accompagnato alla mia

bottega da uno dei più ragguardevoli cavalieri di Firenze. Non capisco

come una sorte così grande sia toccata alla nostra casa. Ma già, dice

il proverbio: fortuna e dormi. Siete contente voi altre? Io sono

arcicontento. Preparatevi a ricevere il fidanzato, che un giorno o

l'altro bisognerà pure aprirgli l'uscio di casa. E a due battenti, se

lo accompagna messer Dardano Acciaiuoli. Voi, Crezia, mi direte poi

che cosa gli bisogna alla nostra figliuola, non siamo ricchi, ma

grazie a Dio, tanto da non farla sfigurare lo avrà.--

Così ebbe fine il primo dialogo dei coniugi Bastianelli intorno al

matrimonio di monna Ghita. La quale, poverina, ci perdette l'appetito,

tanto era sconvolta dall'idea di quelle nozze, che certamente

l'avrebbero fatta invidiare da tutte le ragazze del vicinato.

Mastro Zanobi temeva un pochino quantunque non lo lasciasse trapelare

a nessuno, che il pittore, entrato una volta in casa, non gli girasse

nel manico, trovando, come suol dirsi, il vino troppo diverso da

quello che prometteva l'insegna. Spinello venne, e fu proprio il caso

di aprir l'uscio a due battenti poichè messer Dardano Acciaiuoli si

era degnato di accompagnare il suo giovane amico. Per fidanzato gli

parve un po' grave; ma forse era da attribuirlo alla timidità del

carattere e alla confusione di un primo incontro. Infatti, come il

ghiaccio fu rotto, Spinello Spinelli parve rasserenarsi a grado a

grado, e mezz'ora dopo non c'era in lui più traccia di musoneria.

Comunque, egli l'aveva voluta; doveva pensarci lui. Mastro Zanobi andò

bravamente all'ultimo esperimento. Bisognava far onore agli ospiti, ed

egli mandò le sue donne a prendere nell'armadio una bottiglia di vin

Santo. Monna Ghita dovette muoversi dalla sedia, su cui era rimasta a

così dire inchiodata, e andare attorno come avrebbe fatto Ebe

nell'Olimpo, o Briseide nella tenda di Achille. Gli occhi del babbo

seguirono la fanciulla che camminava più stenta del solito; indi si

volsero a indagare il viso di Spinello Spinelli. Lo credereste? Il

giovinetto non parve darsi per inteso del difetto; anzi, da quel

momento, incominciò a mostrarsi più franco, e poco stante si alzava

anche lui, chiedendo licenza di aiutar la fanciulla in quell'umile

ufficio di servitù familiare.

E bisognava vederlo, con che garbo ci si adoperava. Forse un

osservatore più diligente e più acuto avrebbe trovato che Spinello

Spinelli mirava a dissimulare con quella mostra di operosità un

sentimento di freddezza che poteva benissimo essersi impadronito di

lui. Perchè gli uomini son fatti così, e si cavano volentieri

d'impaccio fingendo una gran voglia d'esser utili, che li dispensa dal

rimanere estatici. La sollecitudine s'inventa lì per lì; l'estasi non

si comanda. Essa, è come quel tal segreto degli artisti, che

A cui natura non lo volle dire

Nol dirian mille Ateni e mille Rome.

Per fortuna, mastro Zanobi non era un osservatore di quei tali, e a

lui la spigliata sollecitudine del fidanzato poteva e doveva parere

tutt'altro.

--Non siete scontento di noi?--gli chiese in un momento che potè

averlo in disparte.--Siamo povera gente, messere, e ancora tutti

confusi dal grande onore che ci fate.--

Spinello Spinelli si commosse a tanta semplicità di parole.

--Che dite mai, padre mio?--esclamò.--Son io che debbo esser confuso

di gratitudine. E che io lo sia davvero ve lo dimostra il non avere

ancora saputo trovar l'occasione di dirvelo. Nel seno della vostra

cara famiglia io troverò la pace che non ho potuto avere nella mia, da

troppi anni disfatta. Mia madre è morta, quando io ero ancora bambino;

mio padre, esule dalla sua Firenze e triste come tutti gli esuli, non

ha potuto circondare di gioie domestiche la mia fanciullezza. Son

venuto su triste come lui e lo sono rimasto, come vedete. Egli e

messer Dardano potranno dirvi che questa è la mia indole. Ma io vi

prego di credere una cosa, mastro Zanobi; la vostra figliuola non avrà

mai a dolersi di me. Questo posso promettere, sulla mia fede

d'onest'uomo.--

Mastro Zanobi, intenerito, strinse fra le sue braccia il futuro suo

genero.

--L'avete detto,--rispose,--l'avevo detto fin dal primo momento che vi

ho veduto: ecco un giovine dabbene!--

Le nozze furono affrettate quanto più si potè, senza danno dei

consueti apparecchi. C'era in tutti una gran furia di far presto.

Furia del Bastianellì, a cui non parea vero di allogare la figliuola

in quel modo; furia di messer Luca, che non vedeva l'ora di veder suo

figlio sottratto ai pericoli dell'umor nero; furia di messer Dardano,

che adempiva con coscienza a tutti i suoi uffici di protettore;

finalmente (e forse era da metter questa innanzi alle altre) furia di

Tuccio di Credi, il quale voleva riconquistare la sua libertà. Non già

per abbandonare la bottega di Spinello Spinelli, che miglior

principale di lui non avrebbe trovato in tutta Firenze; ma per

liberarsi, diceva lui a messer Dardano, da quel faticoso mestiere di

angelo custode, che messer Luca gli aveva appioppato.

Monna Ghita accettava la sua sorte con una allegrezza raccolta, e

vorrei quasi dire concentrata, di cui ella stessa non misurava la

profondità. Era sbalordita, oppressa, e la felicità si mostrava per la

prima volta a lei sotto l'aspetto di una cosa inaudita. Perciò

immaginate voi se monna Ghita avesse tempo o modo di studiar l'animo o

il contegno di Spinello Spinelli. Era bello, famoso e aveva chiesto la

sua mano. Che cosa avrebbe ella potuto cercare di più? Quel fidanzato

era agli occhi di lei un essere soprannaturale.

Il matrimonio, per espresso desiderio di messer Dardano Acciaiuoli, si

celebrò nella chiesa di San Niccolò, fatta edificare da lui e dipinta

da Spinello Spinelli. Quelle Madonne, quei Santi e quelle glorie

d'angioli, che coprivano le volte, dovevano assistere alla cerimonia

che consacrava la felicità del loro celebre autore. E non erano i

soli, poichè quel giorno ci fu gran concorso in chiesa e le tribune

erano tutte piene di ragguardevoli cittadini e di donne gentili, che

la fama del giovine pittore chiamava allo spettacolo della sua fine

miseranda. Non parlo per celia. Il matrimonio di un artista è sempre

un fatto luttuoso, un evento lagrimevole, come a dire un suicidio

nella mente dei più.

Monna Ghita entrò in chiesa, vestita di bianco, secondo il costume

delle spose. Il suo bel volto, per verità, rosseggiava un po' troppo,

a cagione dello sforzo che ella faceva per camminare ritta e

nascondere la lieve imperfezione del piede; ma quelle fiamme si

potevano credere accese dalla verecondia, e la cosa appariva

naturalissima. Spinello, per contro, era contegnoso, impacciato, quasi

triste; ma quell'aria, che s'accordava così poco con la felicità del

momento, poteva essere attribuita ad un pochettino di confusione. Già

si sa, un uomo, con tutta la sua pratica del mondo, non può mica andar

franco in una congiuntura così difficile, che gli capita per la prima

volta in sua vita.

Quando giunse il momento di profferire il monosillabo che lo avrebbe

legato per sempre, Spinello ebbe una stretta al cuore e rimase un

istante perplesso. Intravvide, quasi in nube, l'immagine di

Fiordalisa, e chiuse gli occhi, come se da quel moto di riluttanza

infantile dovesse venirgli la forza di compiere il suo sacrifizio. Ma

fu invece la paura che lo vinse; quel momento di esitazione gli era

parso un secolo; ed egli si affrettò a rispondere un sì più vivo e più

sonoro, che forse non avrebbe fatto in una diversa condizione di

spirito. E più sonoro e più vivo glielo fece sembrare il rombo che

sentiva negli orecchi, per effetto della commozione del sangue.

Era inganno dei sensi, o realtà? Gli parve che a quel sì rispondesse

un grido dall'alto, un grido acuto e breve, come di persona colpita da

un improvviso stupore,

--Ah!--pensò egli, sbigottito.--Non è questa la mia dolce Fiordalisa,

che mi rimprovera di averla dimenticata?--

Ma proprio allora gli si fecero intorno congiunti ed amici, per

congratularsi con lui e con la sua gentile compagna; e la confusione

di quel momento e l'obbligo di rispondere a tante cortesie,

soverchiarono in lui lo smarrimento dell'animo.

Poco stante, egli esciva dalla chiesa, dando il braccio alla sposa. Io

veramente non saprei dirvi quale del due avesse maggior bisogno di

essere sorretto dall'altro.

Tuccio di Credi presentò alla sposa un mazzolino di fiori.

--Li ha colti l'amicizia;--diss'egli inchinandosi.--Rammentando questo

bel giorno, madonna, non dimenticate il fedel servitore della vostra

casa.--

Quel caro Tuccio di Credi, a tempo e luogo, sapeva anche mostrarsi

galante. Ma già quando si ha un cuore ben fatto, le son cose che

vengono spontanee come... come.... Domandiamolo a mastro Zanobi, il

paragone. Ed egli ci risponderà come fece a monna Crezia, sua moglie:

--Abbreviate, abbreviate! Il paragone non serve a nulla.--

E sia, facciamone dunque di meno.

Il ritratto del diavolo · 第 18 / 24 题