VIII.

La sventura toccata a mastro Jacopo di Casentino fu profondamente

sentita in Arezzo. Il vecchio pittore aveva molti amici, ed era ben

voluto anche da coloro che lo conoscevano appena. Madonna Fiordalisa,

poi, era celebrata da tutti come un miracolo di bellezza e di grazia.

L'annunzio della sua morte fece l'effetto d'uno schianto di fulmine.

Povero mastro Jacopo! Le anime caritatevoli, compiangendo il suo caso,

giustamente osservarono che Iddio gli aveva mandato il conforto

accanto alla disgrazia, togliendogli la coscienza del suo dolore. In

verità, quando siffatte sciagure vengono a rapirvi la vostra felicità,

e vi levano ogni pregio alla vita, non è meglio impazzire, che avere

dì e notte davanti agli occhi l'immagine spaventosa della vostra

miseria? Morire, sì, sarebbe il meglio: ma non è sempre dato questo

conforto agli infelici. La vita, che in tante occasioni è sospesa ad

un filo, in altre è molto più salda e sembra quasi che lo stesso

dolore aiuti a serbarvi questo inutile dono. Ed anche dopo essere

stato colpito dalla folgore, che l'ha incenerito a mezzo, il tronco

della quercia rimane qualche volta in piedi, nutrendo per un

rimasuglio di corteccia i pochi rami superstiti.

Così visse Jacopo di Casentino, ignorando di vivere. Ma, due mesi dopo

la perdita della sua Fiordalisa, anch'egli trovò la via dell'eterno

riposo. Non aveva potuto serbare in vita la figlia morì, credendo di

ricondurla egli stesso a sua madre.

Non compiangete mastro Jacopo. Assai più di chi muore è da compiangere

chi vive, condannato ad una esistenza in cui gli sia venuta meno ogni

gioia.

Le ossa del vecchio pittore ebbero tomba onorata in Sant'Agnolo, badia

dell'ordine dei Camaldoli, fuori di Prato Vecchio, nelle cui vicinanze

i parenti avevano condotto il povero pazzo, sperando che le aure

natali del Casentino potessero ridare un po' di calma al suo spirito.

Ma anche quell'ultima speranza fu vana.

La morte del vecchio scolaro di Taddeo Gaddi risaputa in Arezzo, non

fece altro che rinfrescare il dolore di un'altra morte, a cui essa era

collegata, come l'effetto alla causa. Si pensava sempre a madonna

Fiordalisa e si rimpiangeva la sua fine miseranda; si rammentava la

sua maravigliosa bellezza, raggio di sole così presto invidiato alla

terra, e nessuno sapeva acconciarsi all'idea di averne perduto per

sempre il divino sorriso.

Mi chiederete come avesse accolto il triste annunzio messer Lapo

Buontalenti. Il ricco e potente uomo, qualche giorno prima che madonna

Fiordalisa morisse, si era allontanato da Arezzo. Che egli amasse la

figlia del pittore e l'avesse chiesta in moglie, si sapeva da molti, e

si sapeva altresì che mastro Jacopo gli aveva dato un rifiuto. Era

naturale che messer Lapo se ne fosse adontato; non essendo piacevole a

nessuno di sentirsi dire un no, anche colorito da oneste ragioni.

Perciò s'intendeva facilmente come il Buontalenti non avesse voluto

rimanere in Arezzo, testimone delle nozze di Fiordalisa con Spinello

Spinelli, e non parve strano che egli si fosse ritirato a vivere per

qualche tempo in una sua terra sulla montagna pistoiese. Messer Lapo

aveva dunque portato il suo rammarico molto lontano da casa, e non

c'era modo di sapere se, udendo della morte di madonna Fiordalisa,

egli ce ne avesse aggiunto un altro più grande, o se invece non ne

dovesse avere la consolazione dei dannati. La quale, come sapete,

consiste nel rendere meno grave il proprio dolore, pensando che altri

l'ha eguale o maggiore.

Anche Spinello, dopo quella grande rovina della sua felicità, si era

allontanato da Arezzo. Se ci fosse vissuto più a lungo, sicuramente

sarebbe morto di crepacuore, non essendo maggior esca al dolore che il

vivere nei luoghi in cui si è patito il danno e in cui ne è sempre

vivo il ricordo. Unico degli scolari di mastro Jacopo rimase nella

nota bottega il mite e timido ingegno di Parri della Quercia. Vedete

stranezza di casi! Un dipintore di tavole a tempera, che non si era

mai arrischiato a lavorare in muro, ereditava il luogo e la tradizione

d'un artista come Jacopo di Casentino, che aveva sempre dipinto a

fresco, senza lasciar pennelleggiata una tavola. Infatti, la memoria

di mastro Jacopo doveva essere ricordata da questo epitaffio in versi

latini, della cui prosodia non posso starvi mallevadore:

_Fingere me docuit Gaddus; componere plura

Apte pingendo corpora doctus eram.

Prompta manus fuit; et pictum est in pariete tantum

A me; servat opus nulla tabella meum._

Tuccio di Credi, anima caritatevole, si fece compagno volenteroso ed

assiduo al povero Spinello, e questi si lasciò condurre da lui a

Firenze. Messer Luca aveva consigliato egli stesso il viaggio,

sperando che ne potesse ritrarre qualche giovamento lo spirito

conturbato di suo figlio, e immaginate come dovesse esser grato a

Tuccio di Credi, che si profferiva custode e guidatore del suo

disgraziato figliuolo.

Spinello non aveva più ombra di volontà. Lasciava che Tuccio di Credi

provvedesse lui ad ogni cosa. Era come il naufrago che ha tutto

perduto, fortune e speranze, e che, dalla riva deserta su cui l'hanno

sbalestrato i marosi, guarda con occhi smarriti, senza sdegno e senza

paura, il torbido elemento che ha portato i suoi danni. Spinello

seguiva alla muta il suo compagno, accettandone i servigi ed

ascoltandone i conforti, ma senza avere un'idea chiara di ciò che

quell'altro facesse o dicesse. Per fortuna, Tuccio di Credi non era

uomo di lunghi discorsi, nè di molte delicatezze, e non c'era pericolo

che per quel verso potesse mai diventare importuno. Alla tacita

obbedienza di Spinello non poteva convenire che l'amichevole ruvidezza

di Tuccio.

Questi badava alle noie della vita comune; l'altro seguiva il corso

vagabondo de' suoi tristi pensieri, che lo riconducevano ad ogni

istante nel chiostro del Duomo Vecchio di Arezzo, dove egli aveva

pregato sulla tomba di Fiordalisa. L'immagine della donna adorata

rompeva qualche volta il suggello del sepolcro e veniva a

intrattenersi con lui. Ah, se egli avesse mai potuto ritrarla, quale

essa gli stava sempre negli occhi!

A Firenze i due amici erano andati ad alloggiare in una povera casa,

nella via della Scala. Escivano insieme ogni giorno, passeggiando

lentamente fino alla piazza di Santa Maria Novella, dove Spinello

andava a sedersi su d'un muricciuolo, e vi restava a lungo, senza

parola, guardando il sole che tramontava. Quando era una cert'ora,

Tuccio di Credi si avvicinava all'amico e gli diceva: andiamo!

Spinello si alzava e lo seguiva senza far motto, come un fanciullino

segue la madre. Tornati al loro alloggio, la vecchia padrona di casa

dava loro il lume acceso e la buona notte. Era una vita monotona. Ma

ai grandi dolori queste vite convengono.

Ora avvenne che, passando ogni giorno per la via della Scala e davanti

alla chiesa di San Nicolò, nuova fabbrica edificata allora allora per

voto di messer Dardano Acciaiuoli, l'accoramento di Spinello Spinelli

desse nell'occhio ad un cavaliere, che per sue ragioni doveva trovarsi

spesso colà.

Tra i due taciturni viandanti e il cavaliere sconosciuto s'era

stabilita quella mezza dimestichezza di veduta, che occorre in simili

casi. Ad ognuno di voi sarà certamente capitato di fare

quotidianamente una via e di avvezzarvi così a certi sembianti di

persone ignote, da farvi parere quasi una trista giornata, quella in

cui non vi è dato di abbattervi nelle persone medesime, e in quegli

aspetti, ai quali, come suol dirsi, avevate fatto l'occhio.

Il vecchio gentiluomo (perchè infatti lo sconosciuto non era più di

primo pelo) aveva notato l'aria malinconica di Spinello, e veduto in

lui un uomo che portava nell'anima il peso di una grande sventura. Un

sentimento di pietosa curiosità lo persuase a seguire i due taciturni,

e per tre volte alla fila vide Spinello andarsi a posare su d'un

muricciuolo in piazza di Santa Maria Novella dove restava lungamente

assorto nelle sue meditazioni, mentre l'amico andava alle sue faccende

per ritornarne più tardi a riprenderlo. Chi erano quei taciturni? E

quale era la cagione della tristezza profonda che si leggeva sul volto

del più giovane dei due? Il vecchio gentiluomo volle saperlo; e perciò

lasciato che Spinello andasse per la terza volta a sedersi in piazza

di Santa Maria, corse dietro al compagno.

--Scusate,--gli disse fermandolo,--forse vi faccio una domanda

indiscreta; ma il sentimento che mi consiglia è d'uomo che vorrebbe

giovare a' suoi simili.

--Messere,--rispose Tuccio di Credi, inchinandosi.--Il vostro aspetto

e di uomo ragguardevole. Vogliate dirmi in che cosa io possa

compiacervi.

--Vedo ogni giorno con voi un giovinotto dall'aspetto assai

triste;--ripigliò il vecchio gentiluomo.--Egli ha certamente avuto a

patire una grave disgrazia.

--Maisì, messere, una disgrazia irreparabile;--replicò Tuccio di

Credi.--Gli è morta una donna a cui era fidanzato.

--Ah, dovevo immaginarmelo!--esclamò il cavaliere.--E il suo nome?

--Spinello Spinelli, aretino; ma i suoi maggiori erano di Firenze. La

sua fidanzata, poi, era figliuola a mastro Jacopo di Casentino.

--Il pittore?

--Sì, messere, morto anche lui due mesi dopo la sua figliuola.

--Triste cosa!--mormorò il vecchio gentiluomo.--E il vostro amico che

fa?

--Nulla, per ora, tanto è rimasto percosso da quella grande sciagura.

Ma egli è pittore.

--Come voi, probabilmente.

--Sì, messere; ma io valgo assai meno;--rispose Tuccio di Credi con

aria modesta.--Egli s'è già mostrato un valoroso frescante, e un suo

dipinto si ammira nel Duomo vecchio d'Arezzo, ove gl'intendenti dicono

che non isfiguri al confronto di quelli del suo vecchio maestro.

--Mi sembra d'averne udito parlare:--notò il vecchio gentiluomo.--E

voi mi dite che adesso non fa nulla?

--Nulla affatto, messere. La sua afflizione è tale che gli toglie

perfino il pensiero delle necessità della vita. Suo padre l'ha

affidato alle mie cure; e se non ci fossi io, egli certamente si

lascerebbe morir di fame.

--Povero ragazzo!--esclamò il vecchio gentiluomo, crollando

malinconicamente il capo.--Vorrei essergli utile.... Egli stesso

potrebbe esserlo a me. Vi piacerebbe dirglielo? Anzi, meglio, di

condurlo da me?

--Volentieri; ma dove?

--Laggiù, in via della Scala, nella chiesa di San Nicolò. È chiusa,

finora; ma potrete passare dall'uscio della sagrestia. Domani stesso,

all'ora in cui usate andare a diporto, io sarò ad aspettarvi,

--Ci verremo, messere;--rispose Tuccio di Credi.--Ma, di chi dobbiamo

noi domandare?

--Di Dardano Acciaiuoli: è questo il mio nome.--

Tuccio fece un atto di meraviglia, seguito da un inchino profondo. La

casa degli Acciaiuoli era una tra le più chiare di Firenze.

Il giorno seguente, scambio di accompagnare l'amico fino in piazza di

Santa Maria Novella, Tuccio di Credi si fermò davanti alla chiesa di

San Nicolò.

--Entriamo?--diss'egli.

--Per che fare?--domandò Spinello.

--Per vedere. È una chiesa nuova, e forse ci saranno degli affreschi

da osservare.--

Così dicendo, senza aspettare la risposta del compagno, Tuccio di

Credi si avviò verso l'uscio della sagrestia. Spinello tenne dietro

all'amico.

La chiesa era vuota e bianca tuttavia dell'ultima mano di calce. Ma

giù, nella navata di mezzo, stava un vecchio cavaliere, in atto di

guardare la volta. Spinello pensò che egli fosse l'architetto, oppure

uno dei massari della nuova chiesa.

Il vecchio cavaliere si avvicinò bel bello ai due giovani, e

rivolgendo il discorso a Tuccio di Credi, gli disse:

--Forse vi occorre qualche cosa, messeri?

--No;--rispose Tuccio di Credi, ammiccandogli;--eravamo entrati per

osservar le pitture; ma non ne vediamo traccia.

--Da pochi giorni s'è finito di fabbricare: rispose cortesemente il

vecchio.--Gli affreschi verranno, quando avremo trovati i dipintori.

Siete dell'arte, voi?

--Maisì, messere; io di poco valore, il mio compagno di molto.

--E il vostro nome, se è lecito saperlo? Io mi chiamo Dardano

Acciaiuoli.--

Spinello fece una mezza riverenza, per obbligo di cortesia. Intanto il

compagno rispondeva per ambedue alla domanda del gentiluomo.

--Io mi chiamo Tuccio di Credi: il mio compagno è Spinello Spinelli.

Tutt'e due della scuola di mastro Jacopo di Casentino.

--Ah!--disse messer Dardano.--Il vostro amico è l'autore d'un San

Donato, nel Duomo Vecchio d'Arezzo?--

A quel ricordo, Spinello Spinelli trasse un profondo sospiro dal

profondo del petto. E frattanto s'inchinò leggermente, per ringraziare

messer Dardano Acciaiuoli del suo accenno cortese.

--Mi congratulo con voi;--proseguì messer Dardano, volgendosi allora a

Spinello.--Così giovane e già tanto valoroso dipintore! Ma perdonate,

se io penso a me, intrattenendomi con voi. È l'occasione che passa, ed

io l'afferro pei capegli. Messer Spinello, volete dipingere per me?

Queste mura vi aspettano.--

Spinello Spinelli non si aspettava una simile conclusione, e ne rimase

sconcertato.

--Messere,--diss'egli,--in verità...Io debbo esservi grato della stima

che fate di me. Ma come volete che io riprenda il lavoro? La mia anima

è triste.

--Orbene, che importa? Io non vi dico già d'esser lieto. I grandi

dolori non vogliono consolazione, ed io rispetto il vostro. Ma badate,

il lavoro è il più possente dei farmachi. Piangete una persona cara?

Il vostro lavoro sarà come una preghiera per lei.

--Vorrei morire; la vita mi pesa;--mormorò Spinello.

--Oh, non parlate così, messere. Alla vostra età si hanno ancora degli

obblighi col mondo. Ad ogni età, se n'hanno sempre con Dio. Possiamo

desiderare di giungere a lui per la strada più breve; a lui sta

d'esaudirci, se lo avremo meritato, con una vita scevra di viltà.

Accettate la mia proposta, messer Spinello. Voi non lavorerete

soltanto per me, lavorando nella casa di Dio.--

Come resistere ad un invito così amorevole? La stessa miscèa che

l'Acciaiuoli faceva del lavoro e della preghiera, doveva piacere ad

un'anima afflitta come quella di Spinello Spinelli. E il giovane

pittore non uscì quel giorno dalla chiesa, senza avere accettata la

proposta.

Dardano Acciaiuoli aveva fatto fabbricare quel tempio, per darvi

sepoltura ad un suo fratello vescovo. Perciò l'intitolazione a San

Nicolò, che in suo vivente era stato vescovo di Bari. E la dedicazione

della chiesa, come potete immaginarvi, dava il tema obbligato al

pittore, che ideò per l'appunto e compose parecchie storie ricavate

dalla vita del Santo.

Una settimana dopo il dialogo che io v'ho riferito brevemente, si

rizzavano i ponti e Spinello si metteva al lavoro, aiutato da Tuccio

di Credi, il quale macinò e mesticò i colori del suo compagno d'arte,

diventato suo principale, assai meglio che non avesse fatto in Arezzo.

Nè messer Dardano Acciaiuoli ebbe a pentirsi della commissione data a

Spinello Aretino. Egli dovette anzi lodarsi grandemente della buona

idea che lo aveva condotto a seguitare per istrada quel giovine

taciturno, e vederci quasi una ispirazione del cielo. In quei tempi di

fede viva, la cosa poteva benissimo intendersi per quel verso, e il

ragionamento non faceva neppure una grinza.

Spinello si portò tanto bene in quell'opera, così nel colorirla come

nel disegnarla, che presto non si parlò più d'altro in Firenze, e

tutti gli amici e conoscenti di messer Dardano vollero vedere gli

affreschi del giovine aretino, anche prima che fosse levata

l'impalcatura. Tirato dalla fama di Spinello, e veduta la bontà delle

figure che egli dipingeva, un altro ragguardevole cittadino di

Firenze, messer Barone Capelli, volle che il giovane protetto

dell'Acciaiuoli dipingesse nella cappella principale di Santa Maria

Maggiore molte storie della Madonna, a fresco, ed alcune di

sant'Antonio abate, indi la cerimonia stessa della consecrazione della

chiesa, che era stata fatta da papa Pelagio. In questo quadro, che

ebbe molte lodi dagl'indipendenti, Spinello ritrasse lo stesso messer

Barone Capelli, al naturale, in abito di quei tempi, molto ben fatto,

e somigliante che nulla più. I ritratti gli riescivano sempre

mirabilmente, quasi ad accrescergli il rammarico di non aver potuto

cogliere la somiglianza di madonna Fiordalisa!

Finita la cappella principale di Santa Maria Maggiore, lavorò Spinello

nella chiesa del Carmine, dipingendo nella cappella dei santi apostoli

Giacomo e Giovanni alcune storie del Vangelo; tra l'altre quella della

moglie di Zebedeo, madre all'apostolo Giacomo, quando ella domanda a

Cristo che faccia sedere uno dei suoi figliuoli alla destra del padre

nei regno dei cieli, e l'altro a sinistra. Ai massari della chiesa

parve questo un meraviglioso lavoro; e tosto ne vollero un altro,

commettendo a Spinello di dipingere un'altra cappella, accanto alla

maggiore. Quivi Spinello fece prova d'ingegno singolare, poichè,

volendo esprimere l'Assunzione di Maria, e la storia dovendo riescire

più grande della vòlta, egli la rigirò per modo, tra la parete e la

vòlta medesima, che ai riguardanti parve tutta una cosa, condotta in

soavissima curva, senza interruzione d'angoli o di sottosquadri.

Come vedete, le commissioni fioccavano. E non erano solamente queste

che io v'ho accennate. In una cappella di Santa Trinita, Spinello fece

una Nunziata in fresco, molto bella secondo l'opinione di tutti; indi

nella chiesa di Sant'Apostolo una tavola a tempera, ov'era raffigurato

lo Spirito Santo quando discende sopra gli Apostoli in lingue di

fuoco. Tralascio i dipinti in Santa Lucia de' Bardi e in Santa Croce,

per non venirvi a noia, e perchè il racconto non si tramuti in

catalogo.

Il ritratto del diavolo · 第 16 / 24 题