del Petrarca, è immagine perfettamente reale. Invero il Mestica seppe
da chi ancora se ne ricordava in Recanati, che un passero solitario
stava spesso ai tempi di Giacomo ed anche di poi, su la croce in
cima al cono del campanile di Sant'Agostino, il più antico del borgo.
Ma questo passero, che il poeta cercò spesso con gli occhi ammalati
in alto su la torre in mezzo al sole di primavera, che ascoltò con
l'animo intenerito, diviene un amico e un fratello per lui, che passa,
senza divertimenti, solitario, la sua giovinezza ricca unicamente
d'un conforto e d'una gioia, quella del canto: sentimento, amore,
vita per lui. E al cielo sereno, ove gli uccelli garrendo lietamente
intrecciano i loro voli e dove s'alza la punta di quel campanile
che ricetta il piccolo poeta alato ne la sua solitudine triste, fa
riscontro la immagine, ammirabilmente nitida del borgo al tramonto, in
cui risuonano le campane e le allegre scariche di fucile, mentre da le
case si spande ne le vie la gioventù vestita a festa, lieta di vedere
e d'essere veduta. Come il passero, anche il poeta se ne sta solitario
ne la remota campagna, o percorre a lenti passi la sua passeggiata
favorita sul monte Tabor. Ma il pensiero che non tormenta l'uccello,
tormenta l'uomo e gli guasta quella malinconia così dolce, quantunque
non scevra di desiderio e di rimpianto, con la visione di un avvenire
non rallegrato più nè pur da la luce de gli affetti; d'un avvenire in
cui si farà cocente il rammarico dei godimenti giovanili non gustati
e perduti per sempre. La calda anima del poeta par che si sopisca ne
l'altissima quiete del lago al meriggio, ne la pace infinita e nel
silenzio.
Al Giordani, com'è noto, il Leopardi scriveva non parergli più d'esser
capace di amicizia, nè d'amore; ma mentre nega l'amore e le giovanili
illusioni, le sente più soavi che mai. Il mondo è un paradiso a lo
sguardo dei giovani, cui il cuore balza di speranze e di desiderio,
cui la vita appare come una danza o un giuoco: ah! troppo brevi furono
questi dolci errori pel poeta; quand'egli s'accorse di amare, _il
viver suo fortuna avea già rotto_, chè la sua salute era perduta, la
deformità sopravvenutagli ne' suoi migliori anni, insieme a la precoce
esperienza de la vita, l'avevan fatto misero per sempre. Il suo cuore
è di sasso, tace e resta quasi sempre immerso in un ferreo sopore,
estraneo ad ogni moto soave; nondimeno il volto d'una fanciulla basta
a commuoverlo e a ridestargli un canto ne l'anima. Canta e ritorna
continuamente a sè, persuaso «che le scritture e i luoghi più eloquenti
sieno dov'altri parla di sè medesimo ...... Perchè quegli che parla di
sè medesimo non ha tempo, nè voglia di fare il sofista, e cercar luoghi
comuni, chè allora ogni vena più scarsa mette acqua che basta, e lo
scrittore cava tutto da sè, non lo deriva da lontano, sicchè riesce
spontaneo ed accomodato al soggetto, e in oltre caldo e veemente; nè
lo studio lo può raffreddare, ma conformare e abbellire.»[76] Questo
provano i versi stessi co' quali il Canto si chiude mirabilmente nel
proposito ch'egli fa a sè stesso o ne la certezza ch'egli esprime
d'amare la solitudine dei boschi e de le verdi rive, nel desiderio non
di felicità e nè pur di pace, ma di _lena e cuore a sospirare_.
Ne _La sera del dì di festa_, il poeta ricorre col pensiero ad una
donna di cui _pe' balconi rara traluce la notturna lampa_, mentr'ella
dorme ne le chete stanze non tormentata da cura nessuna, ignara
de l'amore che ha acceso. Secondo il Mestica, in questa donna si
dovrebbe riconoscere la marchesina Serafina Basvecchi di Recanati,
sorellastra di Giacomo; e _La sera del dì di festa_, sarebbe l'ultimo
fra gl'Idilli, perchè «è ragionevole supporre che questo amore che si
confessa tanto forte, abbia avuto qualche giorno di vita, e che non
siasi spento alla maniera di un fuoco fatuo, lasciando subito ghiaccio
nel cuore del poeta.»[77] Appar probabile che Giacomo vagheggiasse la
Basvecchi, tanto più che qualche tempo dopo Paolina, annunziandogli
il fidanzamento di lei, la chiama _la tua Serafina_. Pure non riesce
altrettanto chiaro che tale affetto fosse profondo e durevole: questa
stessa poesia, che rivela un animo fortemente agitato, non si può
dire tutta infiammata da una veemente passione; il poeta è sconvolto
piuttosto da una tempesta di dolore che d'amore. L'antitesi fra la
pace de la natura e la disperazione di lui è il motivo fondamentale e
si palesa persino ne l'armonia del verso; l'idillio si alterna con la
tragedia. La notte è dolce e chiara, la luna queta posa in mezzo a gli
orti e il profilo nitido de le montagne si rivela nel sereno; la donna
riposa ne la dimora tranquilla e i sogni le riportano a la mente grati
ricordi, ma v'è un'anima lì presso che confronta, quasi inconsciamente,
quella dolcezza e quella pace col suo dolore; v'è un uomo, di cui gli
occhi non brillarono mai se non di pianto e che disperato si getta per
terra e invoca la morte e grida e freme. Passa un artigiano, che ha
vegliato divertendosi e ritorna a casa cantando. Il giorno festivo è
finito e, com'esso, tutto finisce e scompare. Quel giovane disperato
e fremente divien pensoso: la sua mente, dimentica del proprio dolore,
considera l'umanità intiera, la fugacità d'ogni grandezza, d'ogni cosa,
e dopo aver contemplato un momento l'immensa scena del grande impero di
Roma,
. . . . . . . . e l'armi e il fragorío
Che n'andò per la terra e l'Oceáno,
risente (ed esprime ne l'armonia del verso) la pace ed il silenzio in
cui tutto posa il mondo, dove di quella rumorosa gloria non rimane più
nè pur una debole eco. Il canto si perde, allontanandosi pe' sentieri,
ed il Leopardi, con un rapido ritorno su sè stesso, rammenta come
fanciullo ne le sere del dì festivo, vegliando dolorosamente nel suo
letto, a tarda notte sentiva stringersi il cuore ne l'ascoltare una
simile voce melodiosa perdersi lontano. Il poeta de gl'Idilli è già
il poeta del dolore, ma di un dolore tutto giovanile, ora agitato
da la veemenza de la passione, ora allietato da la dolcezza de la
speranza, qua ruggente come in un grido di rivolta, là mite come in un
sospiro. Solitario vive con la natura, di cui i paesaggi, le scene, le
immagini, formano tutto il suo mondo reale: la natura è l'amica sua,
la sua confidente. Vi ha in questo gruppo di canti qualche cosa di
romantico, come notò il Finzi, e ne la rappresentazione de la natura
e nel sentimento tenero e malinconico; certo, limati e condotti a vera
finezza estetica e perfezione di stile più tardi, serbano tuttavia il
profumo, la grazia e la freschezza giovanile. Il poeta ha ritrovato sè
stesso e, ne la sincerità de la sua inspirazione, il dolore contenuto,
gl'impeti de la giovanezza avida d'amore, ricca d'alte aspirazioni,
di nobili sogni, ma sfiorente ne la malattia, ne la noia, ne la
solitudine, la dolcezza dei ricordi d'infanzia e d'adolescenza così
vicini e già così lontani, tutto diviene poesia.
*
* *
Per Giacomo Leopardi la donna era sempre, anche colpevole, un oggetto
di reverente pietà, era il fiore, che, caduto dal suo cespo nel fango,
fa rimpiangere la freschezza e la grazia che ha perduto, ma di cui
gli resta un lieve profumo. Nel 1820 il poeta aveva già scritto quella
Canzone _Sullo strazio di una giovane_ di cui bastò il titolo a mandare
in furia il conte Monaldo, che v'immaginava _chi sa quali sozzure_. Un
fatto vero e accaduto ne le Marche aveva dato inspirazione al Canto:
un seduttore per opera del chirurgo aveva fatto uccidere col figlio
nascituro la fanciulla, che già aveva amata.
La Canzone rimane tuttora ignota, ma un pensiero incluso fra i ricordi
giovanili del poeta, editi per la prima volta nel 1863 da la _Rivista
Italiana_, ci dà qualche idea dei sentimenti che la inspirarono:
l'autore si propone di scrivere _una poesia di qualsivoglia sorta sul
Primo delitto o la vergine guasta_; pensa di prender qualche cosa da
Orazio, od. 27, lib. III, _dove con molta verità esprime sommariamente
i concetti di una fanciulla in quello stato_; gli par soprattutto degno
d'osservazione il desiderio de la morte ed il coraggio proveniente dal
rimorso, che fa bramare in quel momento anche a una timida fanciulla
_di essere stata piuttosto tagliata a pezzi_. Se giudichiamo dal come
il Leopardi teneva cara quella canzone, dobbiamo credere che essa
fosse di un sentimento e di una delicatezza notevoli; infatti quando il
Brighenti per accontentare Monaldo e dissuader Giacomo dal pubblicarla,
mostrava di non vedervi gran pregio, il giovane gli rispondeva,
evidentemente offeso: «Il mio povero giudizio e l'esperienze fatte di
quella Canzone sopra donne e persone non letterate, seconda il mio
costume, e riuscitemi assai più felicemente delle altre, mi avevano
persuaso del contrario.» E alle rimostranze del Brighenti, Giacomo a
sua volta si scusava, dichiarandosi deferentissimo al giudizio degli
amici, ma aggiungendo che, per parlare schiettamente, aveva per quella
Canzone _Sullo strazio_ un certo particolare affetto, come cosa che
gli era venuta dal cuore. Egli non poteva rimaner indifferente a le
sventure d'una donna giovane, bella, amante, tale da parergli degna
d'esser felice; e se con tanta commozione, sempre anche ne gli ultimi
suoi anni, considerò la sorte de le giovani vite femminili troncate,
o minacciate da la morte, con commozione assai maggiore doveva aver
meditato su la tragica fine de la giovane marchigiana.
Ne la vita e ne la natura il poeta cerca soltanto un affetto, che
risponda a l'ardore che sente in sè; a la vita e a la natura domanda
soltanto un'anima che lo ami; ma poichè non la trova, ne la sua stanca
desolazione si crede _già stecchito, inaridito come una canna secca_,
e morto ad ogni passione, anche_ alla stessa potenza eterna e sovrana
dell'amore_; ben poco basta però perchè il suo cuore si risvegli; se
non infrequente gli sorrideva la musa, era rievocata ben di spesso da
un'immagine femminile. Tra il '21 e il '22 egli scrisse il _Consalvo_,
la canzone _Nelle nozze della sorella Paolina_, l'_Ultimo canto di
Saffo_ e la canzone _Alla sua donna_.[78]
Il _Consalvo_, benchè pubblicato soltanto nel 1835, fu, secondo ogni
probabilità, pensato ed abbozzato nel 1821. Lo inspirò l'ardentissimo
desiderio de la pietà femminile; il Leopardi non vi parla in persona
propria, ma pone su la scena un uomo amante e una donna pietosa, nel
bacio de la quale quegli muore confortato; essenzialmente soggettivo
per natura e per la lunga abitudine di vivere ripiegato su sè stesso,
per la nessuna conoscenza del mondo, anche qui dipinge sè medesimo: più
volte dovette nei suoi migliori momenti, quando la disperazione cedeva
ad una dolce malinconia, immaginare il conforto supremo de la pietà di
una donna, che illuminasse di luce soave i suoi ultimi momenti; quindi,
a ragione nota lo Straccali che non par punto necessario andare a
cercare il primo motivo di questo canto fuori de l'anima del poeta.
Si volle vederne le fonti[79] nei Pastorali di Longo Sofista, dove
Dorcone morente palesa a Cloe il suo amore e le chiede un bacio; ne
l'episodio boccaccesco de la morte di Arcita (Teseide), ne la nona
novella de l'Heptaméron di Margherita regina di Navarra, e ne la
leggenda di Jaufré Rudel. Il Carducci crede che la pietosa avventura
del trovatore provenzale fosse nota al Leopardi e pei famosi versi del
Petrarca,
Giuffré Rudel ch'usò la vela e il remo
A cercar la sua morte,
versi chiariti anche dai commentatori antichi, e per la storia de la
volgar poesia del Crescimbeni. Assai severo si mostrò il Carducci per
il _Consalvo_ che a l'opposto è tenuto in gran pregio da lo Zumbini, il
quale lo giudica una de le cose più perfette de la nostra poesia.[80]
Qualche cosa del _Sogno_ rimane in questo Canto, dove le figure sono
vaghe, sfumate come _specchiati sembianti_. La loquacità rimproverata
al protagonista è una reazione al suo lungo silenzio, è il desiderio
d'aprire, almeno una volta, a la donna quel cuore che fu sempre
chiuso e che tra breve dovrà esser muto per sempre; Consalvo ha col
Leopardi il desiderio de la morte, l'abbandono in cui è lasciato,
l'esser schivo de la terra, l'amore cocente e timido, l'illusione
di trovare ne l'amore una felicità quasi divina e l'abborrimento de
la vecchiezza. Se l'immaginazione del poeta non fu sempre felice
in questo Canto, vi hanno però immagini assai belle e sentimento
sincero espresso con quella semplicità che è uno dei maggiori pregi
leopardiani. Si è dubitato che sotto il nome di Elvira si nasconda una
donna veramente amata dal poeta, e supposto da alcuni che questa donna
sia la Basvecchi, da altri la donna stessa cantata poi col nome di
Aspasia; la signora Caterina Pigorini-Beri ed il prof. Odoardo Valio vi
supposero[81] adombrata Paolina Ranieri; queste ultime ipotesi cadono
se, come appar logico, il Canto si attribuisce a la prima giovinezza
del poeta. Solo riguardo a la Ranieri si potrebbe obbiettare che il
Leopardi pensasse a lei nel ricorreggere e quasi rifare il Canto negli
ultimi anni de la sua vita. Dopo quel momento di molle dolcezza che gli
dettava il _Consalvo_, il poeta s'irrigidisce nel suo severo concetto
di virtù eroica spartana e, pur pensando a la donna e a l'amore,
l'anima sua resta assorta impassibilmente da la contemplazione di un
classico ideale ne la canzone _Per le nozze della sorella Paolina_.
Vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, ma le consuetudini
de la famiglia, la severa ritenutezza che toglieva ogni espansione e
lo stato d'animo del giovane, il quale nel suo dolore profondo vedeva
tutto triste nel presente, e solo ne l'antichità credeva di trovare
il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni
tenera effusione: non è inspirato da i domestici affetti, ma da l'amor
patrio; e la donna, che vi si riflette è la figura classica de l'antica
matrona. Qualche cosa di affettuoso vi ha solo ne l'introduzione; è
però da notare che sarebbe stato crudele vantar le gioie de l'amore a
Paolina, che stava per sposare un uomo non giovane, non piacente, certo
non amato da lei: se questo si pensa, apparirà delicato e generoso quel
mostrarle i doveri de la maternità e darle coraggio e forza per la dura
battaglia de la vita. Tuttavia ne la Canzone vi ha l'alto concetto
di ciò che la donna può su l'uomo; se ne la prima parte predomina
il sentenziare breve ed austero, ne la seconda il cuore del poeta si
scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi; si
commuove al loro dolore ed a la loro sventura; la fantasia ridesta
dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori.
Con l'immagine di Virginia finisce il Canto, lasciando nel lettore
l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna. Evitò
un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio
nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche il
popolo italiano per la virtù femminile.
Il _Bruto Minore_ segna pel poeta il confine fra l'età de
l'immaginazione e il prevalere de la scienza e de l'esperienza del
vero: con Bruto spira quella giovanezza del mondo, che è rimpianta
nel Canto _Alla Primavera_. La bella stagione tenta ancora il cuore
gelido del poeta, che nel fiore de gli anni esperimenta la vecchiezza,
e desta in lui un nuovo palpito, che gli fa chiedere con trepidazione
s'egli sia ancora capace d'illusioni, se la natura sia ancora viva;
gli risorgono dinanzi le belle immagini de le antiche favole, le
candide ninfe che con piedi immortali danzano su le rupi scoscese e
ne le selve; Diana cacciatrice, scendente a tergere nel fiume da la
polvere e dal sangue i fianchi nivei e le braccia virginee; la driade,
che palpita ne la scorza d'una pianta; l'innocente naiade, la quale fa
sgorgare l'acqua limpida da la sua urna; Eco solitaria che un doloroso
amore cacciò da le sue giovani membra, e che per le grotte e pei nudi
scogli ripete al cielo le ambascie e gli alti e rotti lamenti umani. In
queste femminili immagini mitologiche il poeta mette una vita che ce lo
fa parere un uomo antico, veramente pietoso, veramente amante di esse;
tale si crede e, al risveglio, tale si duole di non essere. Ahimè, da
che il Cielo è deserto de gli esseri amabili che un dì lo popolavano,
egli esclama, il tuono cieco, errando per le nubi e le montagne,
spaventa ugualmente innocenti e colpevoli; da che la patria educa le
nostre anime malinconiche, restando estranea ad esse, inconscia di
esse, tu, o natura, ascolta le nostre cure infelici, il nostro indegno
destino e rendi al mio spirito il fuoco de' suoi primi affetti, se pure
tu vivi, se havvi cosa alcuna in cielo, in terra o nel mare, non dico
pietosa, ma spettatrice almeno de la nostra sorte.
Egli non chiede, non sospira più che l'ardore de' suoi primi affetti,
l'illusione, almeno, di trovar un amore, una donna, che gli ridía
le gioie de la speranza, se non de la realtà. Pochi sentirono come
il Leopardi la potenza e il desiderio de l'amore e poche volte egli
medesimo seppe dare a l'impeto de la passione un così delicato velo
di tristezza come ne l'_Ultimo Canto di Saffo_. La Saffo del Leopardi
non è la storica figura che la tradizione continua a considerare
insieme poetessa eccelsa ed amante sventurata, benchè la critica
abbia dimostrato due Saffo essere esistite, l'una contemporanea ed
emula di Alceo, l'altra più vicina a noi, infelice innamorata di
Faone. Il Leopardi non cura di riavvicinarsi nè a la leggenda, nè a la
storia, nè ai versi de la poetessa che ci rimangono; egli _intende di
rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo,
nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane_, intende di sfogare
il suo proprio dolore e forse di porsi dinanzi, come un caro fantasma,
non la figura, ma l'anima de la donna, che avrebbe potuto comprenderlo.
Come a Saffo, eran state care e dilettose a lui la notte, la luna, la
stella de l'alba; finchè il destino lo colpì, non d'un tremendo amore
al par de la giovane greca, ma d'un insoddisfatto bisogno d'amore, più
tremendo ancora. Come Saffo, ne la lotta de' suoi disperati affetti,
egli sente un insolito gaudio quando per l'aria e pei campi trepidanti
si aggirano i polverosi fiotti del vento e rugge il tuono e sfolgora
il lampo, mentre le greggie sbigottite fuggono per le valli profonde;
il suono e la trionfante collera de le acque su la riva del fiume gli
dà un senso gradito, perchè conforme a lo stato de l'animo suo; e pure
egli, come la Greca infelice, sente ancora la beltà del cielo divino,
de la rorida terra; la sente, ma è una nuova ferita per lui, cui i numi
e l'empia sorte non fecero parte alcuna di quell'infinita vaghezza.
Ospite vile, dispregiato amante de la natura, anch'egli la guarda
invano supplichevole, da che non gli sorridono più le aperte rive dei
ruscelli, nè l'albore mattutino sul lembo estremo del cielo; da che non
si sente più salutato dal canto dei variopinti uccelli, dal murmure
dei faggi; da che il candido ruscello, dove dispiega le acque pure a
l'ombra dei curvi salici, par sottrarsi con disdegno al piede di lui.
Come Saffo egli prorompe ne le disperate domande: di qual fallo, anzi
di quale eccesso nefando mi macchiai prima di venire al mondo, perchè
il cielo e la fortuna mi debbano così disdegnare? Qual peccato commisi
bambino, quando la vita è ignara del male, perchè poi la mia spregevole
esistenza avesse scema la giovanezza e negata ogni gioia? Così prorompe
nel dolore, ma tosto lo signoreggia: incaute parole furon le sue,
poichè un'arcana volontà determina il destino, e tutto è misterioso
fuor che il nostro dolore; progenie trascurata noi nascemmo al pianto,
e solo gli Dei ne sanno la ragione. Benchè questo appaia in linguaggio
del freddo criterio, che non vuol lasciarsi sopraffare da la passione,
ne le frasi brevi e quasi spezzate si sente un affanno che soffoca
la voce in un singhiozzo. Il Padre concesse di regnare nel mondo
soltanto a la bellezza; imprese virili, sapienza, poesia, non valgono
al virtuoso deforme. Tutto qui è amore e dolore, dolore tanto cocente
che la catastrofe giunge prevista, quasi aspettata, e la decisione
de la morte par esca da le labbra de la poetessa con un sospiro di
sollievo: sparse a terra le membra non degne, l'animo ignudo rifuggirà
ne gli eterni regni, emendando il fallo crudele del cieco destino. Fin
qui Saffo non ha nè pur accennato al suo amore, ma ora, determinata di
morire, lascia sfuggirsi il suo secreto ne l'ultimo addio, che rivolge
a l'amato, addio altamente patetico in cui parlan solo i sentimenti,
che hanno inspirato tutto il Canto e che determinano la morte: affetto
e dolore, ma senz'odio, senz'ira.
La più cara fra le immagini che arrisero a la mente del poeta e che
gli furon tormento e conforto, l'ideale vagheggiato ne la dolorosa
solitudine, rivive nel Canto _A la sua donna_, in cui altri vide
un'allegoria de la libertà, altri de la felicità. Il Giordani, nel
1826, fu il primo ad affermare che il poeta nascondesse sotto il
nome di _sua donna, gnarus temporum_, la _divina idea di libertà_,
e più tardi (1830) chiamava il Canto un «celestiale inno d'amore a
la libertà, il sommo di bellezza che si possa sperare da la poesia;»
ma il Borgognoni[82] suppone che il Giordani interpretasse così quel
Canto per liberare l'amico da l'accusa che facilmente poteva colpirlo
in quel tempo, di cantare ideali e fantasie platoniche. Il Leopardi
però quando aveva voluto, malgrado i tempi poco propizi, aveva saputo
manifestare apertamente i suoi sensi liberali; e ne fanno prova le
Canzoni _All'Italia_, _Sul monumento di Dante_, _Nelle nozze della
sorella Paolina_.[83] Maggior valore de l'autorità di P. Giordani ha
la voce del poeta, che ne l'articolo critico non fa punto supporre
d'aver voluto cantare altro che un ideale femminile; e che, se altro
si volesse intendere, apparirebbe spesso strano ed oscuro nei versi de
la Canzone. L'autore non sa se la sua donna, e così chiamandola mostra
di non amare che questa, sia nata fin ora, o debba mai nascere; sa che
ora non vive in terra, che noi non siamo suoi contemporanei, e la cerca
fra le idee di Platone, ne la luna, nei pianeti del sistema solare, nei
sistemi de le stelle.
Come si potrebbe interpretare, pensando a la libertà, il sogno e i
campi in cui essa appare, la sua vita ne l'età de l'oro, la sua morte
e il trasvolare de l'anima sua tra la gente? E chi sarebbe l'altra,
che potrebbe trovarsi pari a lei _al volto, a gli atti, a la favella_,
e che _così conforme_ sarebbe tuttavia men bella assai? E certo
apparirebbero anche troppo appassionatamente teneri i versi in cui il
poeta chiama la vita rallegrata da quella donna _simile a quella che
nel cielo indìa_. Come mai il senno eterno potrebbe sdegnare di vestir
di sensibili forme quest'idea e farle provar _fra caduche spoglie_ gli
affanni di _funerea vita_? Sì che nè l'autorità del Giordani, nè quella
del Ranieri, che disse ad un amico aver il poeta intitolato da prima _A
la libertà_ questo Canto, nè quella de lo Zerbini che anch'esso volle
vedervi adombrata la libertà, valgono a sostenere tale supposizione,
accettata tuttavia da molti. Nè pur interamente persuasiva mi par
l'altra asserzione che la donna sia la felicità (v. G. Mestica),
benchè infine pel poeta l'amore d'una vera _donna_ e la felicità
sieno tutt'una cosa. Una osservazione importante è quella fatta da
lo Straccali e dal Cesareo, e cioè che la Canzone _A la sua donna_ ne
l'edizione del 1824 è posta dopo l'_Inno ai Patriarchi_, ne le edizioni
seguenti e ne la definitiva napoletana venne separata dal gruppo de le
poesie civili e posta fra quelle filosofiche e amorose.
L'idealità platonica inspira questa Canzone, la quale tuttavia lungi
da l'essere una fredda reminiscenza, sorge dal più intimo del cuore di
Giacomo. Questi fin da la sua adolescenza aveva sentito vivissimo ne
l'animo il desiderio d'amore, e da l'amore aspettava quell'ineffabile
felicità che, illuso, credeva possibile ai mortali, ma che gli sfuggiva
dinanzi quando più gli pareva d'esserle presso: la Geltrude Cassi, cui
può darsi ch'egli pensasse ne lo scrivere i versi:
. . . . . . . . . s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, a gli atti, a la favella
Saria così conforme assai men bella,
o non si era avveduta del suo affetto o non se n'era curata;
la Fattorini era morta; ed altre forse ch'egli ammirava, come
la Basvecchi, non lo credettero degno d'un loro sguardo. A lui,
tenerissimo ed immaginoso, doveva più che ad altri mai arridere una
fantastica sembianza di donna bellissima e virtuosissima, capace di
render beata la vita a l'amante; questo fu il solo, vero, costante suo
amore; non mentì più tardi, asserendo ad Aspasia di non aver amato lei,
ma quella diva ch'ebbe vita soltanto nel suo cuore; di questa ricercava
avidamente un'immagine reale ne le donne, che gli furon più care. Ne la
Canzone _A la sua donna_ egli ebbe in animo di esaltare quel femminile
eterno che da Dante a Goethe arrise ai poeti; avverata, quella sua
dilettissima immagine e pienamente conforme a la sua idea, sarebbe
tuttavia men bella assai, per questo solo che sarebbe reale e che il
suo incanto maggiore è la luce di sogno che l'avvolge, il suo fascino è
la lontananza, il mistero, l'essere irraggiungibile, inafferrabile.
Il De Sanctis, lo Zumbini, lo Zanella, il Bonghi, il Sesler, il
Borgognoni, il Colagrosso, il Bacci, lo Straccali, il Cesareo, il Della
Giovanna, il Fornaciari, ec., interpretano tutti la Canzone _A la sua
donna_ come rivolta ad un ideale femminile.
*
* *
La monotonia de la vita di Giacomo veniva rotta dal suo primo viaggio
a Roma che non gli dava però alcuna di quelle soddisfazioni del cuore,
cui egli aspirava. La zia Ferdinanda era morta, le donne ch'egli
poteva frequentare gli parevano _bestie femminine_, eccessivamente
_frivole e dissipate_, incapaci d'inspirare un _interesse al mondo_.
Il teatro lo dilettava, concedendo al suo spirito l'illusione d'un
mondo diverso dal reale,[84] e _La donna del lago_, data a l'Argentina
ed eseguita da voci assai buone, gli parve una cosa stupenda: «Potrei
piangere ancor io se il dono de le lacrime non mi fosse stato sospeso,
giacchè mi avvedo pure di non averlo perduto affatto» — scriveva a
Carlo a proposito di questo spettacolo (5 febbraio 1823). — Profonda
impressione gli faceva il ballo, che gli sembrava comunicasse a le
forme femminili un non so che di divino.
Al ritorno a Recanati la sua malinconia si fa più nera. E pure,
in tanto sconforto, la grandezza del suo cuore trionfa ed egli ama
ancora la virtù. «En vérité, mon cher ami, le monde ne connait point
ses véritables intérêts. Je conviendrai, si l'on veut, que la vertu,
comme tout ce qui est beau et tout ce qui est grand, ne soit qu'une
illusion. Mais si cette illusion était commune, si tous les hommes
croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissants,
bienfaisants, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot,
si tout le monde était sensible (car je ne fais aucune différence
de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu), n'en serait-on pas plus
heureux?...»[85]
Poco profonda, benchè non discara, l'impressione che gli restava del
viaggio di Milano. Ben altra cosa può dirsi de la dimora del poeta
in Bologna: la tenera simpatia per Marianna Brighenti gli rendeva
piacevolissime le ore e le serate ch'egli soleva passare in casa de
l'avvocato modenese; questo fu il più dolce suo affetto in quella
città, poichè a la dolcezza di esso non venne a fondersi alcun
sentimento amaro. Poco fortunato egli fu nel suo affetto per Madama
Padovani, affetto rimasto fino a poco tempo fa ignoto ai biografi e
di cui diede cenno per primo Camillo Antona Traversi[86] ne l'articolo
_Gli amori bolognesi di G. Leopardi_, pubblicato nel periodico _Lettere
ed Arti_ (Bologna, 15 novembre 1890); notizie maggiori ne diede
il dottor Franco Ridella nel suo libro _Una sventura postuma di G.
Leopardi_.
Esaminando accuratamente l'Epistolario leopardiano, il Ridella ne
ricavò tutto quanto a questo proposito se ne poteva trarre, provando
come fosse senza dubbio quella Madama Padovani la _strega_ tanto bella,
giovane e graziosa di cui parla il Leopardi ne la lettera 3 luglio 1827
al Papadopoli; ma non riuscì nè a saper chi fosse la Padovani, nè ad
averne altrimenti contezza.
Ricercando notizie di questa signora a Modena, dove, secondo afferma
il Leopardi stesso, viveva il marito di lei, da documenti e da
testimonianze orali seppi ch'ella fu senza dubbio alcuno una Rosa
Simonazzi, di Antonio e di Domenica Cavazzuti modenese. Rimasta in
assai tenera età orfana di padre, fu educata da la madre insieme al
fratello Natale, nato il 17 dicembre 1799. Di diciott'anni a pena,
nel 1820, secondo i documenti che si trovano ne l'ufficio di Stato
Civile a Modena, fu sposa ad un impiegato modenese, Luigi Padovani di
Pellegrino e de la Paola Verzoni, ispettore de la civica illuminazione
e discreto suonatore di chitarra, maggiore di lei d'undici anni,
onesto, buono, di condizione modestissima, per quanto di poi la Rosa
si facesse chiamare _Madama_. Nei primi tempi del matrimonio ella
attese a la casa ed ebbe un figlio, Antonio; ma poi, bella, di un brio
indiavolato, leggiera, avida di piaceri e di lusso, sentendo lodare la
sua voce e la sua naturale disposizione a la musica, tolte a pretesto
le condizioni economiche disagiate e la speranza di far fortuna, volle
andarsene nel 1826 a Bologna per studiarvi il canto. Aggiungo che per
motivi di gelosia fu divisa dal marito; non so precisamente in quale
anno avvenisse la separazione, ma ho ragione di credere prima del
1826. A Bologna la Rosa si allogò, dopo aver dimorato qualche tempo
in altra casa, presso quel Vincenzo Aliprandi, che era stato tenore al
servizio di Napoleone I ed avea cantato molti anni prima anche a Modena
ne l'opera semiseria _La Griselda_ di Paer lasciando ottima memoria de
l'arte sua e de la voce. In casa di lui (Casa Badini presso il teatro
del Corso), già vecchio, ma povero malgrado i suoi trionfi e costretto
a tener pensione per vivere, la Rosa si trovò con Giacomo Leopardi. La
signora era molto amica de la famiglia Stella, scrivendo a la quale
Giacomo spesso la nomina; può darsi anzi che per mezzo de gli Stella
egli conoscesse la Padovani, poichè appar certo che la conobbe prima
ancora ch'ella andasse ad abitare ne la sua stessa casa; infatti il 26
marzo del 1826 egli scrive ad A. F. Stella: «Debbo fare a Lei e a tutta
la sua famiglia i complimenti di Madama Padovani, che abita _ora qui_
ne la mia stessa casa e al mio stesso piano.»
La Padovani era una donna del tipo che inspirò le più ardenti passioni
del Recanatese, di cui gli amori tutti ideali e quasi celesti furono
rivolti a fanciulle belle, pure e infelici, ma gli amori reali, di
natura terrena benchè onesti, ebbero per oggetto donne da le forme
giunoniche, da l'aspetto florido, dal portamento regale, da gli
occhi luminosi e arditi, superbe e liete come dee de la classica
antichità. Tale era Madama Padovani: di statura alta e di forme
scultorie, riusciva attraente soprattutto pei grandi occhi vivacissimi,
scintillanti di brio, di spensierata allegrezza, di malizia birichina,
di mordacità. Orgogliosa de la sua avvenenza, di nulla si compiaceva
come d'essere ammirata e adorata, e probabilmente nè anche l'omaggio
del giovane contino le riuscì discaro, per quanto ella non comprendesse
affatto nè l'ingegno, nè l'animo di lui. Ma ella era troppo lontana
moralmente da la donna ch'egli vagheggiava per potergli piacere a
lungo: bella, non altro che bella, doveva colpirlo al primo momento,
lasciarlo poi disgustato; quali altre cagioni di sdegno per lei ebbe
il Leopardi (par certo che ne ebbe), rimane un mistero. Desideroso di
farle cosa grata, egli chiese per lei un biglietto, probabilmente per
qualche accademia o spettacolo, al conte Carlo Pepoli. Ma fra questa
domanda e la risposta del Pepoli qualche cosa dovette accadere che
cambiò affatto i sentimenti del Leopardi verso la Padovani; un atto
di sprezzo o di dileggio di lei? Non è improbabile, perchè la sua
educazione era tutt'altro che fine e perchè l'animo del Leopardi, così
dolce e così costante, solo da un'offesa al delicatissimo suo amor
proprio poteva così improvvisamente esser mutato.
Al Pepoli infatti scrive ne l'aprile 1826 che lo ringrazia del
biglietto che gli ha mandato e de le cure che si è voluto prendere per
l'altro biglietto richiestogli e lo prega di non darsi altro pensiero
di questa cosa, chè egli non vorrebbe veramente far trasgredire al
segretario le sante leggi per proprio piacere. Gli dà, su la Signora,
dei ragguagli certamente dimandati da l'altro; e ne le sue parole si
sente un accento di poca stima e di poca simpatia; non certo un affetto
presente, ma piuttosto un affetto deluso, che ha lasciato soltanto de
l'amarezza: «La mia signora è maritata, benchè non abbia qui il marito
per la ragion sufficiente che il marito sta a Modena. È distinta per
un paio d'occhi che a me paion belli e per una persona che a me e
ad alcuni altri è paruta bella. Ma che abbia altre distinzioni non
so e non credo. Perciò ti prego a non darti altro pensiero di questa
cosa....»
Forse il Pepoli aveva detto che se si fosse trattato di una persona
di _grande distinzione_ si sarebbe potuto eccezionalmente ottenere il
biglietto.
Ne la lettera a lo Stella del 17 maggio 1826 si fa cenno ancora di
Madama Padovani, che è contenta di Bologna e fa progressi sufficienti
ne la musica, ma è naturale che anche senza aver più per lei
nessuna simpatia, il poeta la nomini a quegli amici di lei, da cui
probabilmente gliene erano state chieste notizie. Così a Luigi Stella
ne la lettera 25 luglio 1826 fa un cenno asciutto de la signora:
«Madama Padovani è ancor qui, ed ho cagion di credere che vi stia
contenta.» Ha _cagion di credere_, ma non ne sa più nulla di preciso.
Più tardi, tornato a Bologna ne la primavera del 1827, ancor più
asciuttamente rispondeva a lo Stella: «Madama Padovani è qui ancora.
Essendo morto il suo e mio albergatore, ha mutato alloggio; ed io
non l'ho veduta dopo il mio ritorno; ma so che sta bene.» Molto
ragionevolmente il dottor Ridella crede che Giacomo alluda a la
Padovani ne la lettera al Papadopoli 3 luglio 1827, in cui gli dice che
non sa perchè voglia dubitare de la sua costanza nel tenersi lontano
_da quella donna_; quasi si vergogna a narrare che ella, non vedendolo
più andar da lei, mandò a domandargli sue nuove, ed egli non ci andò;
che dopo alcuni giorni lo invitò a pranzo, ed egli non ci andò; che
partì per Firenze senza vederla, che non la rivide più dopo la partenza
del Papadopoli da Bologna; e si vergogna a raccontar questo, perchè par
ch'egli voglia provar una cosa di cui l'altro gli fa torto a dubitare;
aggiunge infine: «Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di
quella strega sono tanto grandi che ci vuol molta forza a resistere.»
Poichè il Leopardi aveva una naturale e delicata ritrosia a confidare
le offese fatte al suo amor proprio, non è probabile ch'egli avesse
parlato al Papadopoli del fatto che era stato causa de la rottura fra
lui e la Padovani; e non parrebbe inverosimile che di questo fatto
quell'amico fosse testimonio, cosa che spiegherebbe sempre più la ferma
durezza del Leopardi verso quella donna. Un ultimo cenno su la Padovani
si trova in una lettera di Paolina, a la quale il poeta doveva aver
parlato di quella sua conoscenza. Il 15 febbraio del 1828 la sorella
di Giacomo, a proposito di cantanti, narravagli che la _sua Madama
Padovani_[87] aveva fatto il primo teatro a Torino in quell'autunno
e con buon esito, ed aggiungeva: «Ma a te che te ne importa? Io già
lo so che non te ne importa niente, ma io sempre mi ricordo dei tuoi
racconti, delle tue conoscenze.»
La Rosa datasi a l'arte parve riuscire discretamente, ma non lasciò
alcuna fama di sè, il suo nome rimase sconosciuto anche ai più
diligenti e minuziosi ricercatori di notizie teatrali. Solo ho potuto
sapere ch'ella cantò a Milano nel 1829 (reduce da Torino) ne l'opera
_Zelmira_, eseguendo la parte di _Emma_, confidente; ma con poco buon
esito, tanto che non fu più scritturata. Pare inoltre da le notizie di
quei tempi che anche a Torino fosse piaciuta poco. Per questo essa fu
costretta di recarsi a l'estero e di cambiar nome; sì che rimanendo
ignoto il pseudonimo da lei preso, manca ogni mezzo per ulteriori
ricerche. Alcuni Modenesi già innanzi con gli anni ricordano d'aver
sentito parlare di lei artista, rammentano ch'ella fu lungamente a
l'estero, specie in Russia, a Mosca, di dove però fece ritorno tanto
povera ch'ebbe bisogno di chieder più volte sussidi al comune. Morto
Luigi Padovani il 24 maggio 1869, la Rosa il 2 giugno de lo stesso
anno domandò una pensione al Municipio; la supplica, che si conserva
ne l'archivio comunale di Modena, è corredata da una fede di nascita
da cui resulta che la postulante fu battezzata ne la parrocchia di
San Bartolomeo in San Barnaba nel 1795, mentre dagli atti matrimoniali
appare nata nel 1802; non ho potuto chiarire questa sconcordanza, ma su
l'identità de la persona non v'ha dubbio. La Rosa ottenne la pensione
che fu di lire settecento venti annue e la godette solo per poco più
di due anni, perchè il 18 settembre 1871 finì di vivere. Un vecchio
professore, il quale la conobbe personalmente afferma che già carica
d'anni e di malanni era tuttavia sempre bellissima e allegra, tanto
da far immaginare quale splendida creatura avesse dovuto essere in
gioventù; ed asserisce d'averla sentita ricordare Giacomo Leopardi e
vantarsi d'averlo intimamente conosciuto, con tali parole da lasciar
comprendere chiaramente che ella era stata amata dal poeta; e questo
è pure narrato da una vecchia parente de la Padovani. A porre in
dubbio l'amore del poeta per la cantante non vale il notare che fra
la data de la lettera al Pepoli (aprile '26) e quella de la lettera al
Papadopoli (3 luglio '27) corre il periodo de l'amore per la Malvezzi,
perchè quando il poeta scriveva la prima, la sua fugace passione per la
cantante era già svanita; nè è strano che ancora nel '27 il Papadopoli
gli chieda de la Padovani, perchè, stato quasi sempre assente da
Bologna, egli probabilmente nulla poteva sapere de l'amore che l'amico
suo aveva provato per la Malvezzi. Nè più valore avrebbe l'obbiezione
su l'età de la Padovani (la strega, dice il Leopardi, è giovanissima);
ora è quasi certo che nel '27 la Padovani aveva venticinque anni; ma ne
avesse pur avuto qualcuno di più, qual meraviglia che, bella come era,
apparisse giovane assai al Leopardi che amò la Cassi ventiseienne, la
Malvezzi già sui quaranta, la Targioni Tozzetti già oltre i trenta.
Più veemente ed altrettanto infelice fu l'amore del Recanatese per
la Malvezzi, la colta dama, di cui lo spirito, la grazia e la pietosa
affabilità affascinarono il poeta fino a illuderlo ch'ella potesse, se
non corrispondere, compatire al suo amore.
*
* *
Le _Operette morali_ come i _Canti_, benchè con intento più satirico,
ci danno l'immagine de l'animo del poeta, dipingendoci la sua visione
del mondo; però assai più di rado vi si riaffacciano la donna e
l'amore, a punto perchè più difficilmente il Leopardi osa ridere di
essi che di ogni altra cosa. Anzi ne la _Storia del genere umano_, che
è quasi un proemio a tutta l'opera, dopo aver tutto negato e deriso,
chiude con l'innalzare un vero inno a l'amore celeste e con tanto
sincero entusiasmo, che fa quasi pensare aver egli scritto tutta la
prosa per giungere a questa chiusa, come si dice scrivesse la canzone
_All'Italia_ per rifare il Canto di Simonide; ma mentre quest'ultima
canzone manca di euritmia fra le parti, _La storia del genere umano_ è
ammirabile così per la proporzione, per l'ordine, per la grazia e per
la finezza de l'arte, come per l'alta poesia. «Quando viene in sulla
terra (_l'amor celeste_), sceglie i cuori più teneri e più gentili
delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio;
diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità ed empiendoli di affetti
sì nobili e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa
al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza
di beatitudine.» La storia de l'infelicità umana, che è resa in questa
prosa secondo il mito pagano, è narrata secondo il mito cristiano ne
l'_Inno ai Patriarchi_; ne la prima il Leopardi si rifugia, come in un
ignorato eliso, nel suo sogno d'amore; ne la seconda gli arride lontana
l'età de l'oro, in cui l'umana stirpe visse ignara del suo destino:
qui e là un sogno lo consola del vero. La _Storia del genere umano_,
ampliata a significar le sorti de l'intera umanità, è la storia de
l'uomo, o meglio la storia del Leopardi, felice ne la prima infanzia,
quando la vita è solo vegetativa, men felice, ma bella ancora ne la
prima adolescenza, quando l'immaginazione fingeva a lui di là dai monti
del suo orizzonte, _arcani mondi_, arcana felicità. A quei viaggi de
gli uomini antichi, i quali vanno visitando lontanissime contrade,
corrispondono gli studi di Giacomo, i quali limitano intorno a lui
l'universo che lo aveva affascinato con le apparenze de l'infinito e
gli fanno, come a quegli antichi, crescere la _mala contentezza_ sì
che, non ancor uscito da la gioventù, egli è occupato da l'_espresso
fastidio dell'esser_ suo; e come quelli a questo fastidio cercavano un
rimedio ne la morte, così egli siede presso la fontana del giardino
paterno, pensoso di finire in quelle acque il suo dolore. Giove
propaga i termini del creato e lo adorna; così gli studi accrescono
l'orizzonte intellettuale del Recanatese, ma il rimedio è peggiore del
male, poichè le vaghe immagini e il popolo dei sogni sfuggono dinanzi
a lui; e come gli antichi cadono ne l'empietà, così egli perde la fede
e se ne consola adorando i divini fantasmi de la virtù, de la gloria,
de la patria, insieme ai quali lo alletta per la prima volta l'amore
reale. Come quelli egli darebbe volentieri il sangue e la vita per tali
fantasmi, ma la sapienza, o meglio, per lui, la meditazione filosofica,
lo accende del desiderio de la verità, e questa gli toglie ogni gioia,
ogni conforto, gli mostra la vanità di tutto, e solo altissimo sollievo
gli rimane l'amore, non materiale come prima, ma ideale e purissimo.
Questo sogno di un affetto quasi celestiale fa ripensare a quella
specie di _delirio e di febbre_ da cui fu preso, quando l'intima
conoscenza de la Malvezzi gli fece sperare d'aver trovato un sublime
ricambio d'affetto.
La _Storia del genere umano_ al Bouché Leclercq rammentò quei quadri
de la scuola bolognese in cui un'apparizione celeste aleggia sopra
le figure principali e manda riflessi luminosi fin ne gli angoli più
oscuri.[88]
Ma dopo l'inno, la satira; dopo l'entusiasmo del desiderio e il felice
delirio del cuore e de la fantasia, il disinganno e un'amarezza, un
disdegno che non son quasi che il rovescio di quell'amore e di quel
delirio.
Ne l'argutissima _Proposta di premi fatta dall'Accademia dei
Sillografi_ una freccia pungente è rivolta contro le donne, incapaci
di fedeltà. Oh in quel sarcastico sorriso quanta mite malinconia!
Come egli l'ha cercata dovunque quell'adorabile _donna che non si
trova_; come l'ha vagheggiata persino ne le pagine del conte Baldassar
Castiglione, ed ha invidiato dal profondo de l'animo appassionato
e deluso Pigmalione antico _che si potè fabbricare la sposa colle
proprie mani_; e come gli si stringe il cuore nel non trovar per essa
un miglior paragone che l'araba fenice del Metastasio! La donna fedele
e che può render felice l'uomo è ancora da _inventare_; cinquecento
zecchini de la cassetta di Diogene (proverbialmente misero) a chi ne
sarà l'autore.
Scrivendo questa prosa il Leopardi doveva essere in uno de' suoi
momenti meno tristi, poichè un sincero umorismo lo inspira. Si sente,
come dice il Bouché Leclercq, _qu'il a des larmes dans la voix_, si
sente ch'egli ha sofferto per colpa dei motteggi e dei biasimi di
amici falsi, ch'egli ha sofferto nel sentirsi solo in quella sua alta
aspirazione a le opere virtuose e magnanime e sopra tutto ch'egli ha
anelato con tutta l'anima a l'amor sincero di una donna, ma la serenità
del suo spirito gli permette di scherzare sui suoi errori e su le sue
delusioni.
Alcune prose del Leopardi e questa sua _Proposta di premi_, fra le
altre, provano quale squisito umorista egli avrebbe potuto essere, se
non fosse stato così sconfinatamente infelice; invero quanta felice
arguzia in quell'enumerazione di macchine, che si spera saran trovate
col tempo: parainvidia, paracalunnie, filo di salute, che scampi da
l'egoismo, dal predominio de la mediocrità, da la prospera fortuna de
gl'insensati, de' ribaldi e de' vili, da l'universale noncuranza e da
la miseria de' saggi, de' costumati e de' magnanimi; e quanta ancora
nei premi immaginati!
Nel soggettivismo schietto ritorna il Leopardi col dialogo de _La
Natura e di un'anima_. Lo spirito, cui la natura dice: _vivi e sii
grande e infelice_, è quello stesso del Leopardi, che desolato di
riconoscere vano il suo immenso desiderio di felicità e di sentire ne
la propria eccellenza, ne la finezza del suo intelletto, ne la vivacità
de la sua immaginazione, altrettante cause d'ineffabile soffrire,
sconfortato de la gloria stessa, che non si ottiene in vita e talora
nè pure in morte, nè anche da gli eccelsi, maledice la sua grandezza e
chiede d'esser conforme al più stupido, insensato spirito e di morire
il più presto che si possa.
Non così avrebbe maledetto la vita e l'ingegno, se il sorriso di una
Elvira gli avesse aperto il cuore a l'agognata felicità: il paradiso in
cui egli avrebbe veduto cangiarsi la terra desolata, non sarebbe stato
eterno; ma la visione e il ricordo di esso avrebbero salvato l'infelice
da la disperazione.
A l'uomo, cui manchino la potenza di agire e gli affetti, qual
rimedio rimane contro la noia, se non i sogni e le fantasticherie?
Così il Leopardi nel dialogo _Torquato Tasso e il suo gemo familiare_
(imitazione, ma piena d'originalità, del _Messaggero_ de lo stesso
Torquato); il Tasso del dialogo è sempre il Tasso del Canto ad Angelo
Mai; mandandolo in terra il cielo preparava a gli uomini l'esempio
d'una mente eccelsa, a lui dolore, non altro che dolore, nè pur dal
dolcissimo canto confortato. E che è questo Tasso se non il Leopardi
medesimo?
Nel dialogo, il Tasso tocca del suo amore per Leonora, e ne le parole
di lui senti la voce stessa del Recanatese. Questo dialogo chiarisce la
natura di quasi tutti gli amori leopardiani: l'amata gli pare da vicino
una donna, da lontano una dea, e quel che più gli duole è che le donne
stesse tolgano ogni splendore a l'immagine loro ch'egli si forma con
la fantasia: ne l'amore, come in tutto, il vero doveva avvelenargli
l'ideale. Quando egli sogna la sua donna, sfugge il giorno dopo di
rivederla chè, se pur la rivedesse pari nel volto, ne gli atti, ne
la favella a l'immagine sognata, non sarebbe più la stessa, avrebbe
perduto gran parte del suo incanto.
Se l'utilità de i sogni e de le fantasticherie è solo quella di
consumare la vita, questo è pure l'unico intento che ci si possa
proporre. Lo spirito del Leopardi ne la dolorosa meditazione
s'inasprisce: dal sogno, al dolore; dal dolore a l'amarezza; da
l'amarezza, al sarcasmo; ecco la storia di quell'anima. Così qui
il dialogo tutto ha un'intonazione malinconica e dolce, la chiusa è
aspramente sarcastica. _Dove sei solito abitare?_ — chiede Torquato
al suo genio. — _In qualche liquore generoso_, — risponde questo; — da
prima il Leopardi aveva scritto _nel tuo bicchiere_.
Ma il sarcasmo non dura, non può essere abituale in quell'animo
altamente buono, che si ritrae in Filippo Ottonieri così originale e
profondo ne' suoi giudizi sul mondo e su le umane sventure.
Chiarendo l'ironia di Socrate, il Leopardi spiega la sorte sua:
nato con disposizione grandissima ad amare, ma per la sciagurata
forma del corpo disperato di poter ottener altro che amicizia, e
per la stessa ragione poco atto ai pubblici negozi, e pur dotato
d'ingegno grandissimo, che accresceva fuor di modo la molestia di
queste condizioni, come Socrate anche il Leopardi _si pose per ozio
a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e delle qualità
de' suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come
naturalmente doveva accadere a chi si trovava impedito di aver parte,
per dir così, nella vita_. Ma anche in lui la mansuetudine e la
magnanimità innata fecero che l'ironia non fosse sdegnosa ed acerba, ma
piuttosto riposata e dolce. Le occupazioni, fossero negozi o trastulli,
eran ugualmente passatempi per lui, che ai piaceri reali anteponeva
d'assai quelli de le false immaginazioni; tutte infelici gli parevan
le condizioni de la vita e tutte press'a poco ugualmente povere di
beni e ricche di mali, nè rimedio a questi era per lui la filosofia.
Come l'Ottonieri, l'autore è un ingegno singolare, che si compiace
di scostarsi dal comune de gli uomini e che pur disprezzando nel suo
pessimismo e l'umanità e la natura e l'universo, non sa odiare, anzi è
naturalmente e quasi inconsciamente disposto a sentimenti affettuosi,
i quali non lo compensano, ma lo consolano, alcun poco de gli affetti
eroici ed ardenti per cui si sentirebbe nato, e che fortuna e natura
gli negano. «Sono nato ad amare, ho amato e forse con tanto affetto
quanto può mai cadere in anima viva. Oggi, benchè non sono ancora,
come vedete, in età naturalmente fredda, ne forse anco tepida, non mi
vergogno a dire che non amo nessuno fuorchè me stesso, per necessità di
natura, e il meno che mi è possibile. Contuttociò sono solito e pronto
a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento agli
altri.»
*
* *
A Firenze il Leopardi provò l'ultima terribile passione de la sua vita,
un amore ardente come il primo, ma di cui l'illusione durò ben più, e
ben più tormentose furono le sofferenze che gliene vennero, quando quel
caro inganno gli fu strappato a forza. Alcuni credettero che la donna
amata a Firenze dal Leopardi fosse la Carlotta Lenzoni de' Medici,
altri la Carlotta Buonaparte. Paolina Leopardi per prima immaginò che
de la Buonaparte il poeta fosse innamorato; egli stesso lo nega in una
lettera a Carlo.
La Lenzoni, gentildonna abbastanza colta e amantissima de gli studi,
radunava in casa propria i più insigni letterati ed artisti di Firenze,
fra i quali il Sismondi, il Tenerani che per lei scolpì la Psiche, il
Niccolini, il Carena, il Leopardi; amico pure le fu il Giordani. Ella
è nota specialmente perchè restaurò la casa di Giovanni Boccaccio,
di cui aveva fatto acquisto. Su i rapporti di lei col Leopardi non
molto ora si sa, forse le lettere di lei al poeta rimaste al Ranieri
diranno di più; ad ogni modo ella fu certo ospitale e gentile verso
il Recanatese; ma quel che fu detto e recentemente sostenuto dal
professore A. De Gubernatis cioè che ella fosse l'Aspasia, non mi
appar probabile. Il sapere che la marchesa Carlotta era amabile,
colta, che aveva un albo di autografi preziosi, di cui qualche cosa
deve rimanere ancora e in cui scrisse il Leopardi; il ricordo de le
sale veramente ricche e profumate del palazzo di lei, la sua amicizia
pel poeta, sono insufficienti a farnelo creder innamorato de la dama,
mentre molte ragioni avvalorano l'opinione che Aspasia fosse la Fanny
Targioni-Tozzetti, de la quale certo furono intimi durante la loro
dimora a Firenze il Ranieri e il Leopardi. Conferma che non fosse
la Lenzoni il difetto di lei che, essendo gobba, benchè del resto
piacente, non avrebbe potuto esser chiamata dal Leopardi così verista
_beltade angelica, fonte d'ogni altra leggiadria, sola vera beltà,
la più bella fra tutte le donne_; debbo aggiunger qui però che altri
vuole la gibbosità fosse un'amabile invenzione de le _buone_ amiche de
la dama, la quale soleva stare un po' curva. Ella quando conobbe il
poeta era tra i 45 e i 47 anni. Riguardo a l'albo, l'uso ne le dame
d'averne uno era comunissimo e l'aver il Leopardi scritto in quello
di lei, poco prova dopo quanto si dirà de la Targioni.[89] Questa era
vicina di casa del Leopardi, abitava in via Ghibellina; donna giovane
ancora, poco più che trentenne quando lo conobbe, di rara bellezza,
univa ad essa una grande amabilità e una perfetta arte di piacere.
Antonio Targioni-Tozzetti suo marito, professore ne l'Arcispedale di
Santa Maria Nuova e ne l'Accademia di Belle Arti, accademico de la
Crusca e direttore del giardino botanico, godeva di gran fama e riuniva
spesso in casa sua uomini insigni. Accolto con la gentilezza abituale
nei Targioni, e anzi maggiore per il nome già illustre che possedeva,
Giacomo vi si trovò assai bene e ammirò la leggiadria e la grazia de la
Fanny e l'ingegno del professore. Quando poi la primavera, come sempre,
gli avvivò le forze e lo spirito, la simpatia per quella donna divampò
in amore. Tutto fa credere che fosse la Targioni la bellissima e
amabilissima signora per la quale il poeta con tanta premura domandava
e raccoglieva autografi; anzi a questo proposito è da notarsi che per
accontentar lei il Leopardi si fece mandare da Paolina il protocollo
de le lettere a lui scritte da vari letterati e che di queste lettere
anteriori al marzo del 1830, se ne trovarono tre fra le carte di
casa Targioni-Tozzetti, nessuna fra quelle dei Lenzoni. La passione
risvegliatasi ardentissima nel Leopardi gli fu da prima causa di
inenarrabili dolcezze, il suo animo sereno e lieto come non era stato
mai, dava adito persino a un compatibile sentimento di vanità, o di
cura almeno de la propria persona, poichè certo il poeta pensava a la
donna cui avrebbe voluto piacere, quando scriveva a Paolina (21 agosto
1830) d'aver fatto ridurre a l'ultima moda il suo abito turchino, e si
compiaceva che paresse nuovo e gli stesse molto bene.
Il _Pensiero Dominante_ ci rivela lo stato d'animo di lui durante il
primo periodo di questo suo affetto: il pensiero amoroso lo domina
interamente, terribile ma caro dono del cielo; tutti gli altri si
dileguano, tutte le opere, tutta la vita son divenute un nulla,
una noia intollerabile in confronto a la gioia celeste che quello
gli procura; le solite meditazioni, le solite compagnie divenute
incresciose, il poeta non intende più come altri possa aver desideri,
sospiri non somiglianti al suo. La morte che mai gl'increbbe, gli par
ora un giuoco, e la sdegnosa delicatezza de l'animo suo che ha sempre
disprezzato i cuori ingenerosi, abbietti, ora è mossa più che mai a
subitaneo sdegno da ogni esempio di viltà. L'amore gli pare la sola
discolpa al destino, che ci ha posto in terra a soffrire tanto senza
frutto, e non indegno l'aver sostenuto tanti anni una così misera
vita per giungere in fine a cogliere tali dolcezze; anzi esperto di
tutti i mali umani ricomincerebbe il corso de l'esistenza, pur che
conducesse a tal meta. In quel nuovo paradiso dimentica lo stato
terreno ed è beato di sogni quali han forse gli esseri immortali. Ma
il dolce stato d'animo poco dura e ben presto il poeta non sospira più
l'amore soltanto, non crede più ch'esso basti a rendere ad ogni modo
sopportabile la vita, bensì ripensando al verso di Menandro:
Muor giovane colui ch'al cielo è caro,
agogna due cose belle, _amore e morte_: l'uno il più grande dei beni,
l'altra fine d'ogni male; ai fervidi, ai felici, a gli animosi ingegni,
il poeta augura o l'uno o l'altro di questi dolci signori,
Al cui poter nessun poter somiglia;
per sè, con tenerezza ineffabile, invoca la morte pietosa, certo
ch'essa lo troverà orgoglioso, renitente al fato, non benedire al poter
che l'opprime, gittar da sè ogni speranza vana, ogni conforto stolto,
aspettar solo serenamente l'ora in cui poter piegare addormentato il
volto nel seno virgineo de la funebre dea.
Questa fu la più vera e terribile passione del Leopardi, e si ricollega
a gl'impeti del primo amore, ai deliri per la Malvezzi; è una passione
pura, ma tutta umana, che probabilmente il poeta, sempre riserbatissimo
e timido, perchè conscio de la propria inferiorità materiale e dei
doveri de l'ospitalità, non palesò mai a la donna cara, ma ch'ella
dovette comprender benissimo, poichè il Leopardi stesso aveva certa
coscienza di esser stato capito.
Le debolezze, cui per tale passione egli si lasciò andare, furon tali
che non la donna soltanto, ma anche gli amici di lui compresero il suo
secreto e si dolsero e del suo soffrire e del suo non saper resistere
a quel disgraziato affetto. Obbligato a seguir l'amico Ranieri a Roma
il 1º ottobre de l'anno 1831 e a restar là cinque mesi e mezzo, si
duole di quel soggiorno come di un esilio acerbissimo. Malgrado le
spiegazioni che ne furon date, mi pare che di questo viaggio non si sia
ancora chiarita sufficientemente la ragione. Il _romanzo_ di cui parla
Giacomo al fratello Carlo (15 ottobre 1831) è certamente un romanzo
_suo, suo_ così il dolore e _sue_ le lacrime; infatti come altrimenti
avrebbe scritto: «Se un giorno ci rivedremo _forse avrò forza di
narrarti ogni cosa_»; e noto pure che ne l'altra lettera de l'ultimo
de l'anno 1831, scusandosi col fratello di tacere ancora su le cose
che quegli gli aveva dimandate, e cioè, come appare dal contesto, su le
cause del suo viaggio, gli dice: «Troppo lungamente dovrei scrivere per
informarti del _mio stato_ in maniera sufficiente.» Gli aveva chiesto
la Fanny d'allontanarsi per qualche tempo? Non mi pare improbabile.
Una volta sola, da Roma, egli le scriveva; ed è una lettera rispettosa,
riservata, ma ne la quale chi abbia bene studiato il carattere di lui,
intravede un profondo sentimento, specialmente se la confronta con le
lettere ad altre donne che pure senza dubbio egli amò, per esempio con
quella da Recanati a la Malvezzi: non scrisse prima per non darle noia,
ma non vuole che il silenzio le paia dimenticanza, benchè ella forse
sappia _che il dimenticar lei non è facile_. Le parla di sè e de le
proprie idee con effusione e poi si duole di rattristar con esse lei
_che è bella e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita e
trionfar del destino umano_. S'ella si degnerà di comandargli sarà per
lui _una gioia e una gloria di servirla_. Il 22 marzo era di nuovo a
Firenze e passò alcuni giorni lieti; la sua stima per la Fanny non era
forse profonda, ma l'amore diveniva intollerabilmente appassionato così
ch'egli non viveva che per quella donna, dimenticando dinanzi a lei il
proprio orgoglio, la propria fierezza e quasi la propria dignità. La
Fanny, annoiata di quella passione, seccata forse da le ciarle che se
ne facevano, non trattò più il Leopardi con la consueta gentilezza, ma
non per questo riuscì ad intiepidirne l'affetto. Ne l'agosto del 1832,
lontana la Targioni che era a Livorno pei bagni, lontano il Ranieri
ch'era a Bologna per seguire la Pelzet; ammalato, mancante di mezzi di
sussistenza al punto d'aver dovuto chiedere l'assegno a la famiglia,
Giacomo si sentiva tuttavia rivivere, ricevendo un biglietto de la
donna amata, cui rispondeva una lettera timida e rispettosa anch'essa,
ma che rivela ancor più de l'altra il suo stato d'animo. Vi dice fra
l'altro: «Ranieri è sempre a Bologna, e sempre occupato in quel suo
amore, che lo fa per più lati infelice. E _pure certamente l'amore e
la morte sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole, solissime
degne di essere desiderate_. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice,
che faranno le altre cose che non sono nè belle, nè degne dell'uomo...
_Addio, bella e graziosa_ Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi,
sapendo che non posso nulla. _Ma se_, come si dice, _il desiderio
e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi_.
Ricordatemi a le bambine e credetemi sempre vostro.»
L'autunno e l'inverno passarono tristemente pel poeta sempre più
malfermo in salute e sempre innamorato. Quale fosse l'epilogo di
quest'amore non si sa. Nel maggio del 1832 il Leopardi era sempre
accolto con gentilezza e premura dai Targioni; infatti parla certo di
loro ne la lettera a Paolina (22 maggio 1832), annunziandole d'averle
mandato il pus che Carlo desiderava, avuto da lui per mezzo _di uno dei
primi medici di Firenze_. E la gentilezza più ancora che del Targioni
era de la Fanny, la quale s'era provveduta di quel pus per mandarlo
ad un suo fratello; poi per fare un piacere al Leopardi, glielo aveva
ceduto, aspettando di averne più tardi de l'altro.
Certo la fine di quest'amore fu una delusione compiuta che portò ne
l'animo del Leopardi un dolore disperato, e lo persuase a seguire il
Ranieri a Napoli. Altri vuole che il Ranieri stesso, il quale era molto
ne le grazie de la Fanny, dopo aver incoraggiato l'amore de l'amico e
pregato la donna ad essergli compassionevole, finisse con lo svelare
a l'infelice come ella, facendosi giuoco di lui, non ristesse dal
canzonarlo coi conoscenti. Il poeta perdette allora persino la speranza
ne la pietà de l'amata, persino la fede ne la gentilezza de l'animo
di lei e scrisse i versi _A sè stesso_, i più tragicamente desolati
che sieno usciti dal suo cuore e forse da cuore umano. Calmata quella
tempesta, più tardi a Napoli, ne la primavera del 1834, ricordando,
scriveva l'_Aspasia_ e nascondeva sotto questo nome la donna amata,
perchè bella, colta, ospitale. La immagine di lei gli riappare spesso,
visione superba, e il profumo di una piaggia fiorita, di una via
cittadina olezzante di fiori, gli risveglia sempre il ricordo dei
vezzosi appartamenti tutti odorati di fiori primaverili in cui la vide
con una veste violetta, adagiata sopra un divano ricoperto di pelli,
circonfusa d'arcana voluttà, dotta allettatrice, scoccare baci sonanti
su le labbra de' suoi bambini, stringerseli al petto e porgere a loro,
ignari de le sue cagioni, il collo candidissimo.
Il ritratto che il Leopardi fa d'Aspasia è quello d'una donna
ammirabilmente bella, civetta, di poco cuore e di non grande
intelligenza. Che in questo ritratto vi sia alcunchè di soggettivo è
certo; ma calmato il primo furore il poeta non parla più agitato da
la passione, bensì ritorna con sufficiente calma ai giorni del suo
amore e de le sue pene, una grande amarezza gli resta ne l'anima e
un non celato disdegno di quella donna in particolare e de la donna
in generale. Ne l'_Aspasia_, poesia sincera e originale se altra mai,
v'è pur qualche cosa che rammenta _L'amante rigettato_ del Baldovini
(sec. XVIII), poesia che il Leopardi conosceva ed ammirava certamente,
poichè l'accolse ne la sua _Crestomazia poetica_. Certo ben altro è il
sentimento tragico del Recanatese, da lo scherzo dispettosetto e amaro
del Baldovini; pur questo è, per dir così, la prima nota di quella
gamma.
Pel Leopardi l'amante vagheggiava ne l'amata il proprio ideale
inchinando ed amando questo in quella; conosciuto l'errore, s'adira ed
incolpa a torto la donna:
. . . . . . . . Che se più molli
E più tenui le membra, essa la mente
Men capace e men forte anco riceve.
Aspasia non immaginò mai l'affetto e i pensieri da lei inspirati,
nè mai potrà intenderli; quella ch'egli amò, è morta, e solo risorge
talvolta per brevi momenti dal suo sepolcro, mentre l'Aspasia reale non
soltanto è viva, ma tanto bella che a parer del poeta supera ogni altra
donna. Ora mi sia permessa in fretta un'osservazione: che il poeta
scrivesse questo Canto a Napoli ne la primavera del 1834 è certo, anche
per quell'accenno al mare de l'ultimo verso; da le frasi _bella non
solo ancor, ma bella tanto al parer mio, che tutte l'altre avanzi_, è
chiaro che il poeta aveva riveduto e da poco la donna cara; come rivide
la Targioni, se non uscì più di Napoli e, a quanto si sa, a Napoli ella
non andò?
Il poeta, conosciute le arti e le frodi de l'amata da la dolce
somiglianza di lei con l'ideale ch'egli s'era formato, fu indotto
a tollerare un servaggio lungo ed aspro; ora ella si vanti d'aver
posseduto il cuore di lui, d'averlo visto supplichevole, timido,
tremante, privo di sè stesso, spiare sommessamente ogni voglia, ogni
parola, ogni atto di lei, impallidire a' suoi superbi fastidi, brillare
in volto ad un segno cortese, cambiare colore e sembiante ad ogni
suo sguardo; l'incanto è caduto ed egli contento abbraccia senno con
libertà, nè si duole d'aver amato poichè senza errori gentili la vita è
una notte invernale senza stelle. Ma un infinito sdegnoso dolore senza
conforto gl'inspira gli ultimi versi del Canto.
Il suo eccelso ideale de la donna rimane così oscurato da l'imagine
di una donna reale, per la quale con l'amore venne meno in lui anche
la stima, e quell'impressione dolorosa e cupa non può più cancellarsi
da l'animo suo. Nei _Pensieri_ (XXXIV) dirà che i giovani credono di
rendersi amabili fingendosi malinconici e che la malinconia quando è
finta può per breve spazio piacere, massime a le donne; ma che a lungo
andare non piace che l'allegria, perchè il mondo ama non di piangere,
ma di ridere; tacciando così, come nota il Castagnola, di crudeltà
e di egoismo l'umanità, e, aggiungo, le donne in particolare, di cui
ha soprattutto parlato. Altrove affermerà come le donne quasi tutte
si cattivano e si conservano con la noncuranza e col disprezzo, col
fingere di non curarle e non stimarle; e troverà la vita piena di genti
che «mirate non mirano, che salutate non rispondono, che seguitate
fuggono, che, voltando loro le spalle, o torcendo il viso, si volgono,
e s'inchinano, e corrono dietro ad altrui.»[90] Dirà ancora che la
donna è come una figura del mondo, del quale è propria generalmente
la debolezza; che l'una come l'altro si acquista con ardire misto di
dolcezza, con tollerare le ripulse, con perseverare fermamente senza
vergogna;[91] e scriverà: «Colle donne e con gli uomini riesce sempre
a nulla, o certo è malissimo fortunato, chi li ama d'amore non finto e
non tepido, e chi antepone gli interessi loro ai propri. E il mondo è,
come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta.»[92]
Forse ne gli ultimi anni la fedelissima amicizia de la Tommasini, le
tenere e devote cure de la Ranieri e la vera calma succeduta ne l'animo
suo, quando fu in tutto e veramente acquietata la passione per Aspasia,
modificarono questo suo pessimismo verso la donna, come parrebbe
attestarlo la Canzone _Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove
una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi
dai suoi_, e in parte anche quella _Sopra il ritratto d'una bella donna
scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_. Ne la prima forse il
poeta ripensa a Silvia, a Nerina, morte anch'esse giovani e belle e,
pur quasi convinto che la sepolta debba dirsi beata, sospira pensando
al destino, chè ai più costanti un'alta pietà invade il petto nel
veder perire una fanciulla, quando la regina bellezza si dispiega ne
le sue membra e nel suo volto, il mondo le si inchina, la speranza le
fiorisce ne l'anima. Ripensa al dolore de gli abbandonati che, perdendo
la diletta persona, rimangono quasi scemi di sè stessi, e chiede a la
natura come possa strappare l'amico a l'amico, il fratello al fratello,
i figli al padre, a l'amante l'amore. Una dolorosa meraviglia e non già
un egoistico compiacimento di veder distrutta una femminile bellezza,
mentre la bellezza femminile l'aveva fatto tanto soffrire, è nel Canto
_Sopra il ritratto d'una bella donna_; l'antitesi fra la figura de
la vivente, dal dolce sguardo, dal labbro da cui par traboccare il
piacere come da un'urna piena, da l'amorosa mano, dal seno che faceva
impallidire la gente; e la morta ridotta a fango ed ossa, è terribile
non meno pel poeta che pel lettore. In lui non è alcun misero e volgare
sentimento di basso e vendicativo piacere; non è uno stecchettiano
Canto de l'odio questo, è la meditazione austera e tragica del
_misterio eterno dell'esser nostro_. Il disdegno è tutto rivolto a la
natura e lo spirito è assorto ne l'eterno problema: se non siamo che
polvere ed ombra come in noi così alti sentimenti? Se anche in parte
v'è in noi qualche cosa di gentile, come i nostri moti e pensieri più
degni son desti e spenti così facilmente da così basse cagioni?
*
* *
Nessuna prova ci resta dei sentimenti che Giacomo Leopardi provò per
Paolina Ranieri, confortatrice de gli ultimi suoi anni, solo sappiamo
ch'egli la paragonava a la propria sorella e che faceva gran caso
perfino del nome di lei: sì che non è troppo ardito il supporre che
qualche luce di speranza e di tenerezza gli venisse da quella compagnia
gentile e temperasse la desolazione de l'animo suo, il quale aveva
visto svanire i più cari sogni nel nulla eterno e ne l'immensa vanità
d'ogni cosa umana.
Tutta la sua vita passò in un inesaudito desiderio d'amore, e quasi mai
egli potè avere nè pur l'illusione d'essere riamato: benchè tante altre
cagioni di soffrire gli avessero dato la natura e la sorte, questa fu
la più tremenda. Ardeva di trovar una donna che lo amasse e non credeva
di poterla trovare; conscio con nobile orgoglio de la nobiltà de
l'animo suo e de l'elevatezza del suo ingegno, conscio che questi sono
i più alti doni che natura possa fare ad un uomo, non sapeva tuttavia
persuadersi che bastassero a compensare a gli occhi di una donna
la sua disavvenenza. E, desolatamente afflitto di questa, perchè la
vedeva opporsi, come insuperabile ostacolo, fra l'anima sua e l'amore,
sentiva la donna lontana, irraggiungibile, eterea. Così ad un periodo
di entusiasmo e di ebbrezza, ne succedeva uno di stanca desolazione, in
cui gli mancavano i dolci affanni e persino il dolore; ma, piangendo
la vita fatta per lui esanime, sentiva ancora che il suo cuore era
vivo. Poi anche quest'ultimo sentimento si spegneva; quasi insensato,
attonito egli non domandava più conforto; le eloquenti voci de la
natura eran mute per lui, lo sguardo d'una donna, la mano offertagli,
_candida ignuda mano_, non lo scuotevano dal duro sopore: pure il suo
cuore si risvegliava: quel _Risorgimento_, ch'egli cantò con tanta
dolcezza, non fu l'unico de la sua vita: da la grave immemore quiete,
somigliante a la morte, l'animo suo, riscosso d'improvviso, ritrovava
tutte le sue illusioni, tutto il suo dolore; senza speranza e senza
fede, conscio che l'idolo suo più caro non aveva amore ne le pupille
tremule, nel raggio sovrumano de gli occhi, nel bianco petto, ritrovava
tuttavia i cari inganni e l'ardore natio.
Egli sempre adorò, quasi misticamente, la bellezza, nè v'ha bisogno
di commento a spiegare come e perchè tanto gli piacessero i versi
di Lodovico Martelli _In lode delle donne_ (secolo XVI), e questi
specialmente ch'egli dovette ripetere ben amaramente fra sè:
Scevra da l'altre una virtù si prezza;
Ma chi piacque già mai senza bellezza?
Più ancora che entusiasta de la bellezza fu avido di tutti i grandi
sentimenti e anelante ad ogni azione magnanima; giovane, si sentiva
nato non per scrivere ma per operare, e sognava grandi cose, vedendo
il suo avvenire come un magnifico campo di gioia e di gloria aperto a
l'altera anima sua. L'azione gli fu contesa presto e per sempre, e non
gli rimase che contemplare, silenzioso e triste, le stupende visioni
de la sua mente; ma una speranza era radicata troppo profondamente
nel suo intimo, perch'egli potesse sì tosto rinnegarla e, quantunque
senza convinzione, egli pensava che una gioia, una gloria, una divina
ebbrezza potesse ancora sorridergli, la pietosa affezione d'una donna.
Fu questa l'ultima a dileguarsi fra le sue illusioni; ma, quando essa
sparve, tutto gli sembrò menzogna e bassezza; in che cosa poteva egli
più credere o sperare, se la donna ch'era stata per lui una religione,
gli si rivelava un essere debole, fallace? Il suo fu il destino dei
grandi infelici, vivere solo; e l'anima sempre giovane, fiera e pura,
disperando di tutto, maledisse la vita e gettò a l'umanità il suo grido
di dolore.
Malgrado il pessimismo, ne l'insieme de l'opera leopardiana la donna
appare in nobiltà e purezza di linee, quale forse non fu da nessun
altro poeta cantata. Per questo e per le sventure sue il Leopardi
conquista, insieme a la simpatia dei giovani, quella de le donne.
È noto con quanta venerazione parlò di lui la Caterina Franceschi
Ferrucci[93], ch'egli teneva in grande stima. Bello è il Canto che
nel giugno del 1838 dedicava al morto poeta la Maria Giuseppa Guacci
Nobile[94], salutando in lui il fedele che ebbe a prua de la sua
nave virtù candidissima, la quale lo scorse ove non sono confini; il
fedele che ne l'ultima ora sua non fu flagellato da rimorsi, non vide
la giustizia farsi velo a gli occhi divini, non balbettò una prece
simulata con gli avidi pensieri chini in terra e di cui la parola
estrema fu: amore.
Anche la gentil poetessa Giannina Milli, inspirandosi specialmente a
l'affetto religioso, cantava degnamente del Leopardi:
. . . . Dio sì eccelsa e schiva alma ti diede,
Che non toccò della mortal sozzura;
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Uom che sugli altri al par di te s'ergea;
Sublimemente in Dio creder dovea![95]
E _tu credevi_ — afferma la poetessa — ma la terra al tuo sguardo era
muta e deserta, la gente ti pareva sconosciuta, lungi la vera patria,
però da l'imo petto il verso ti uscì disperato.
Se non con grande finezza d'arte, certo con una sincerità e una soavità
commovente d'affetto, si rivolgeva al Leopardi l'Erminia Fuà-Fusinato:
Nè mai donna t'amò di quel potente
Amor, di cui ti strusse invan la speme,
Di cui la sete ardente
Solo s'estinse alla tua vita insieme.
Così sempre deserto e mai compreso,
Chiedesti al verso una vendetta amara,
Di cui l'amaro peso
Sente ogni donna che il tuo verso impara.[96]
E in nome di tutte le donne chiedeva perdono al poeta. Non imprecava
a' suoi affanni e ne l'angoscia stessa che gli pungeva il cuore al
pensiero del nulla, vedeva un arcano desiderio, una promessa:
Che col nostro morir tutto non muore.
*
* *
Giacomo Leopardi morì senz'aver veduto nè pure un'unica volta avverarsi
il suo più caro voto; egli non fu amato. E niuno al par di lui sentì
mai come una parola, una semplice parola di donna, può far bene a lo
spirito, ridargli il coraggio, il nobile orgoglio di sè, riaprirgli
l'avvenire. Si direbbe che parli di lui il Michelet quando scrive: «Je
voyais un jour un enfant sombre et chétif, d'aspect timide, sournois,
misérable. Pourtant il avait une flamme. Sa mère, qui était fort dure,
me dit: On ne sait ce qu'il a. Et moi je le sais, madame. C'est qu'on
ne l'a baisé jamais.»
Ma se non risvegliò in alcuna la passione che ardeva in lui, dal reale
affetto di molte donne gentili e da la potenza de la sua fantasia
gli vennero le più care gioie de l'amore. «Amare... non è ricevere, è
dare,» scrisse il Pailleron con molta verità; tutte le buone fortune
amorose di molti e molti non valgono un'ora del profondo sentimento
che di Giacomo Leopardi fece un poeta; la sua opera appartiene a la
ristretta cerchia di quelle che non invecchiano, non decadono per
quanto volgano diversi i tempi, i costumi e le civiltà. Bella e degna
d'ammirazione la sua parola di pensatore; ma immortale e degna di
commuovere tutti i cuori finchè l'amore e il dolore li scuota quella
del poeta; muti il mondo, l'anima umana non muterà, e nei canti di
Giacomo Leopardi v'è un'anima, un'anima di Titano, di Prometeo, martire
su la sua roccia, straziato ne le intime viscere e pur forte ancora,
con la fronte orgogliosa rivolta a le stelle, con un inno d'amore su
le pallide labbra, mentre dal petto aperto scorre il suo caldo sangue.
Quel timido taciturno, già uomo a dieci anni, fanciullo ancora a
trentanove, sentiva tragicamente la sua forza e la sua sventura; fra
tanti uomini fortunati egli, infelice, aveva coscienza di essere il
più vero uomo, e, pur vinto da la natura e da la sorte, trionfò col
suo canto, che tramanda a le età venture qualche cosa de l'animo suo
ed è una _voce_ de l'armonia, vibrante in silenzio in tanti cuori, ma
in cui tutti, ascoltandola, si sentono vivere e palpitare. La divina
scintilla ch'egli rapì a gli eterni non si spense, nè pur quando su
quegli azzurri occhi la morte stese il suo velo: il sacro fuoco è
serbato a gli uomini ne le pagine rese sacre da l'arte, dal genio e da
la sventura.