LA DONNA NELLA VITA E NELLE OPERE DI G. LEOPARDI.

La donna ha sempre un'azione importantissima su la vita de l'uomo; il

cuore di lui nei generosi affetti come nei tristi, ne le azioni eroiche

come ne le volgari, ne la gioia come nel dolore, risente l'efficacia

del cuore femminile; e non soltanto ciò ch'egli ama, spesso ancora

ciò che è, ciò che può, che sa e che fa è opera in buona parte d'una

donna. Perciò non è certo senza interesse, nè senza importanza ne la

storia di un grande ingegno il vedere quali donne egli ebbe care, quale

influenza esse esercitarono su di lui, che cosa egli pensò di quelle

donne in particolare e de la donna in generale. Se questo può dirsi di

quasi tutti i grandi, a ben maggior ragione si può affermare di Giacomo

Leopardi, di cui tutta la vita e tutta l'arte si compendiano in un'alta

e vana aspirazione a la donna e a l'amore.

Ne la casa paterna la sua infanzia passò in una rigidezza quasi

ascetica, ma anche l'aria stessa ch'egli respirava, per dir così,

era di una purezza altamente educatrice: severissima, la madre non

gl'inspirava tenerezza, ma certo gli appariva, più che degna di un

timoroso rispetto, figura austera e dignitosa; affettuosissime le nonne

e, più che mai, la sorella Paolina ch'egli prediligeva e che sempre

ebbe cara. Nei giuochi infantili l'orgoglio prevaleva a l'affetto,

ed il trionfo ne le finte battaglie romane, il primeggiare in tutto

rendeva felice quel vivace Giacomo, cui il vestito nero da abatino

non temperava lo spirito battagliero, nè la monotona severità de la

casa spegneva il fuoco de la fantasia. Ne le ore de lo studio e de la

conversazione egli era il fanciullo obbediente e forzatamente quieto,

ne la libertà dei giuochi venivano svolgendosi in lui l'immaginazione

vivacissima, creatrice di mondi tutti suoi, l'insaziabile desiderio

di lode e lo scherno contro chi ardiva opporglisi. Ma e ne lo studio e

nei trastulli la compagnia di Paolina metteva una nota di gentilezza e

d'affetto che quei fieri ragazzi non avvertivano forse, ma che influiva

grandemente su l'animo loro. Giacomo non era di continuo un fanciullo

turbolento; ne le notti estive, solo ne la camera buia, di cui le

persiane eran chiuse, egli ascoltava battere le ore a l'orologio di

piazza, sentendosi rinfrancare da quel suono, e, vedendo dissipate le

immagini paurose che gli si affollavano d'intorno ne l'oscurità, gli

entrava in cuore uno strano sentimento di dolcezza, simile a quello

che provava la sera, quando da le finestre de la sua stanza, che

davano sul giardino paterno, egli contemplava le stelle, sentendo già

un poetico commovimento, un'ineffabile soavità, dinanzi a l'infinito

stellato. L'irrequieto, il prepotente Giacomo aveva allora dei momenti

pensosi di tenerezza, nei quali, in potenza se non in realtà, egli era

già poeta. Ne la severità de la famiglia questa tenerezza si volgeva

specialmente a la pietà religiosa, di cui i suoi lavori fanciulleschi e

d'adolescente attestano il fervore.

Quand'egli scriveva la tragedia _Pompeo in Egitto_, la donna per lui

non era ancora, nè poteva essere, che madre o sorella; egli pone in

scena uomini soli, non osando o sdegnando porvi una donna; tanto più

che Cleopatra avrebbe dovuto esser dipinta ne' suoi amori con Cesare,

e Cornelia veniva naturalmente esclusa dal disegno de la tragedia, che

finisce con la morte di Pompeo, dopo la quale soltanto essa avrebbe

acquistato importanza e interesse. Ma ne l'aspirazione a grandi cose,

ne l'entusiasmo pel valore, per la virtù, nel fuoco di parecchi versi

si sente già un cuore appassionato

. . . . . . . . . . non vien meno

In questo cuore il marzial coraggio,

Il romano valore, io son Pompeo.

. . . . . . . . . . . . . . Pompeo

Non sa che sia timor: se vinto ei cade,

Colpa del fato è sol, non di viltade.

Quest'ardore di Giacomo si calmava sui libri, che erano divenuti una

vera passione per lui e che precocemente maturavano il suo spirito;

ne le spoglie de l'erudito che legge, ricerca, annota, cita, freddo

e accurato, veniva nascondendosi il poeta, ma non così che il fuoco

de l'anima non scintillasse ancora qualche volta, anche nei lavori

più gravi. Il bisogno di sognare e l'aspirazione a qualche cosa di

grande, di lontano e di sommamente desiderabile, si compendiavano

ne la sete di gloria: non aveva mai potuto soffrire alcun disprezzo,

«sdegnavasi fortemente e piangeva se alcuno della famiglia cedeva in

cose d'onore»,[68] e godeva infinitamente de' suoi primi trionfi negli

studi, nè punto pareva repugnare al sacerdozio. Da un lato, fanciullo

ancora, non provava l'ardente brama di vita e d'amore che si risvegliò

poi in lui; da l'altro, la sua fede era così profonda, che Paolina

molti anni più tardi non poteva persuadersi de la irreligiosità di lui

ed esclamava: «E non avevamo da piccoli giuocato insieme a l'altarino?

Ed esso era tanto religioso che era divenuto pieno di scrupoli!»[69]

Questa fede, che si rivela negli studi da lui impresi per facilitare

forse il principio de la sua carriera ecclesiastica, e soprattutto

nel _Saggio sopra gli errori popolari degli antichi_, era un trasporto

d'affetto «verso quell'Essere, che non si può conoscere senza amare e

non si può vivere senza conoscere»;[70] e nel suo cuore si accoppiava a

sentimenti di dolcezza, di tenerezza, che, ne le meditazioni commosse,

gli davan momenti d'estasi in cui egli si sentiva quasi innalzare verso

l'amore infinito. Malgrado ciò, egli rimaneva pago abbastanza de' suoi

studi eruditi e del mondo in cui viveva; non aveva provato bisogno o

desiderio di conoscere la vita in una cerchia più estesa di quella de

la sua famiglia e del suo paese; e, se pure qualche idea scettica o

triste l'aveva preso, era rivolta più che a quanto lo attorniava, al

mondo in generale. Ma ora egli si ridesta; da la sua biblioteca tende

l'orecchio ai rumori del mondo, sente un grande ignoto fuor di quel

suo refugio, e quell'ignoto lo attrae; il fanciullo comincia a divenir

uomo. Primo inizio di questa trasformazione fu quella ch'egli stesso

chiamò la sua _conversione letteraria_; come un ragazzo che incominci

a considerarsi e a voler essere considerato un giovanotto, si vergogna

d'esser stato trasandato ne le vesti e le cura, quasi con ricercatezza,

così il Leopardi, che visse tutto ne la vita de lo spirito, non

si accontenta più de l'erudizione, vuole altresì la bellezza e lo

splendore de la forma e de l'arte; la fantasia e il sentimento, a

lungo compressi, provano imperiosa la necessità di espandersi, ed

egli comprende che solo una forma eminentemente artistica può esser

degna veste del suo pensiero. Ora non ispende più lunghe fatiche

sopra autori secondari, ma ricerca e vuole il bello ne le sue migliori

manifestazioni; le sue letture prendono un nuovo indirizzo e più che

a la caccia di notizie peregrine si rivolgono a la nobiltà dell'arte,

al pensiero profondo, ai sensi degni. Torna con animo mutato a

Virgilio, ad Omero, a Dante, che non ha finora compresi, e se ne

commuove, e piange e freme con essi. Su l'_Eneide_ egli «andava del

continuo spasimando, e cercando di far sue, ove si potesse in alcuna

guisa, quelle divine bellezze: nè mai _trovò_ pace infinchè non _ebbe_

patteggiato con _se_ medesimo, e non _si fu_ avventato al secondo libro

del sommo poema, il quale più degli altri _lo_ aveva tocco.»[71]

Non era più semplicemente un erudito, era già un vero poeta che,

leggendo Virgilio, senza avvedersene, si lasciava andare a recitarlo ad

alta voce, infiammandosene tutto e commovendosene talvolta fino a le

lagrime. Il bello gli si è rivelato; dinanzi agli amenissimi paesaggi

marchigiani, o quando una passione lo agita, l'anima sua ingigantisce;

e se a l'improvviso sente da qualcuno recitare a caso qualche verso

di autore classico, il suo cuore ridesto prende a palpitare; e il

suo spirito, quasi a forza, tien dietro a quella poesia. Egli rifiuta

tutte le sue cose passate; non è scoraggiamento il suo, bensì fiducia

di poter fare assai più e meglio; a proposito di sè osa già nominare

il Tasso, il Metastasio e l'Alfieri. La sua sensitività è resa più

profonda dal suo stato di salute ormai tristissimo, da le sofferenze

aggravate così da fargli presumere vicina la morte, che a lui non ancor

deluso ne le sue più care speranze e soprattutto avido di gloria e

quasi certo di conseguirla, purchè la vita e le forze non gli vengano

meno, desta un senso di repugnanza e timore, e gli fa guardar con

affanno disperato precipitar verso la tomba i suoi splendidi sogni.

In questo periodo triste e quasi solenne l'immagine de la donna come

amante gli appare per la prima volta fra quei beni de la giovanezza,

che stanno per essergli strappati e cui egli tende le braccia

desiderosamente; gli si palesa candida e soave ne la funerea luce

che gli vela il mondo; amore e morte si rivelano insieme al poeta de

l'amore e de la morte.

Nel suo _Appressamento della morte_, la visione d'Amore, che svolazza

sopra un'immensa folla, sogghignando e avventando strali roventi,

e i ricordi storici dei grandi amanti de l'antichità, non sono che

reminiscenze classiche e ricordano i _Trionfi_ del Petrarca e la

_Commedia_ di Dante: ma ne l'episodio di _Ugo e Parisina_ v'è pur

qualche accento vero e profondo:

I' fea contesa e forse ch'i' vincea,

Ma un dì fui sol con quella in muto loco,

E bramava ir lontano e non volea,

E palpitava, e 'l volto era di foco,

E al fine un punto fu che 'l cor non resse,

Tanto ch'i' dissi: t'amo. . . . . . . .

Ne l'animo del giovane solitario e amante de la solitudine, perchè

già consciente de la propria grandezza e sdegnoso de le compagnie

volgari, tumultuavano affetti e speranze nuove. La biblioteca e la

sua camera erano il rifugio di quasi tutte le sue ore, una camera

semplicissima al primo piano del palazzo Leopardi, con un lettuccio

ricoperto da una coltre gialla, un cassettone, un armadietto e poche

seggiole. Nei riposi che la debole salute gl'imponeva, ne le remote

passeggiate, ne le lunghe sere in cui sdegnoso de la società di casa e

malato d'occhi egli voleva e doveva rimaner quasi al buio in una grande

stanza, solo, fuorchè nei momenti in cui Carlo e Paolina andavano a

tenergli compagnia, egli si cullava ne' suoi sogni superbi e ardeva

ne l'impazienza di fama e d'amore. Era l'estate del 1816 quand'egli,

osando per la prima volta prendere per protagonista una donna, una

donna bella e infelice, maturava l'idea di una tragedia: _Maria

Antonietta_.

*

* *

Nel dicembre del 1817 la contessa Geltrude Cassi-Lazzari andò a

Recanati col marito[72] per mettervi nel convento de le Oblate la

figlia primogenita settenne Vittoria, e fu ospite dei Leopardi suoi

cugini: ella, sorella del traduttore de la _Farsaglia_ di Lucano, nata

nel 1791, aveva allora circa ventisei anni e fin dai suoi diciassette

era andata sposa al conte Giovanni Giuseppe Lazzari; era bella, di

figura maestosa, di portamento regale, di viso pallido, _de la pâleur

mate des Pésaraises_,[73] d'occhi nerissimi, scintillanti, sibillini,

come li chiamava Carlo; la soprannominavano Giunone: e a l'incanto de

la florida venustà, che le aveva meritato questo nome, univa quelli di

una buona coltura, di uno spirito vivo, di una conversazione briosa, di

un'arte _somma nell'amare e nel farsi amare_.[74]

Forse mai Giacomo si era trovato dinanzi, e così lungamente (ella

stette in casa di Monaldo una quindicina di giorni), ad una donna

tanto piacente, sì che, quantunque l'età, la condizione sociale, la

salute, il carattere di lui fossero in opposizione con quelli de la

cugina, egli se ne innamorò con tutto il fuoco de la sua gioventù

compressa e solitaria. Ella doveva apparire quasi una divinità a lui

ragazzo ancora, sparuto e deforme, ammalato e triste, ma così sensitivo

a le impressioni de la bellezza che, a quanto si narra, bambino di

otto anni, trovandosi in casa Antici una sera in cui v'erano riunite

parecchie persone brutte, rifugiatosi vicino a la zia, le disse

malinconicamente: «Non si sa dove riposare lo sguardo.» Il Leopardi

vide in quella donna una prima realtà de le tante sue splendide

speranze, e, riservatissimo per natura, più riservato ancora per

l'educazione quasi monastica ricevuta, non osò non pure parlarle, ma nè

pur lasciar trapelare in alcun modo la sua passione, di cui narrò con

finezza psicologica i ricordi in quelle _Memorie sopra alcuni giorni

della sua gioventù_ ch'egli lesse a Carlo e che a questi piacevan

tanto da fargliene desiderare vivamente la pubblicazione. Carlo ne

parlò più volte al Viani, ed al Tirinelli[75] narrava: «In quel tempo

egli prese a scrivere giorno per giorno tutti i pensieri che gli

nascevano alla vista di questa donna. Eran scritti, mi ricordo, in

tanti foglietti di carta che Giacomo veniva a leggermi ogni giorno»;

aggiungeva che quelle carte eran rimaste ne le mani del Ranieri e

che avrebbero potuto rivelare un lato nuovo de l'ingegno di Giacomo,

perchè contenevano un'analisi minuta di sentimenti. Risvegliatosi in

Giacomo l'estro poetico, egli scriveva allora le due Elegie: il _Primo

Amore_ e _Dove son? Dove fui? Che m'addolora?_ senza dire che secondo

alcuni ne la Cantica vi ha un riflesso del primo amore del Leopardi,

il quale, dicono, volle rappresentare sè stesso in quell'Ugo giovane,

malinconico, amante ritroso e, quantunque colpevole, timido e quasi

pudico. Il giovane passava le sere insegnando a la signora il giuoco de

gli scacchi ch'ella aveva mostrato desiderio d'imparare.

L'amore ne l'animo di Giacomo, tanto disposto a la tristezza, produsse

una mestizia nuova. Lungamente egli aveva desiderato e sospirato

di sentirsi battere il cuore; pure, quando s'innamorò de la bella

cugina, egli rimase stupito da la potenza di desiderio e di dolore

che amareggiava il suo affetto; la più cara de le sue illusioni si

scolorava già dinanzi a la realtà, chè nel possedere il bene del

sentimento bramato, egli si trovava misero per il tesoro di speranze

che gli veniva tolto. La donna, lieta e briosa, non s'accorgeva di

quell'amore, e il giovanetto pallido, confuso, muto dinanzi a lei,

vedendola così gaia e così bella ne la sua gaiezza, non sapeva che

augurarle in cuor suo una tranquillità sempre uguale, pur piangendo

amaramente al pensiero ch'ella non dovesse mai, nonchè amarlo, nè pur

compiangerlo. Eran giorni per lui di tormento ineffabile e di sovrumana

felicità; tutto chiuso in sè, godeva di pensare continuamente a la

bella signora, di sognarla, desto o addormentato; instabili, confusi

si volgevano i suoi pensieri; quanto prima gli piaceva, diveniva

indifferente; mute quelle stesse voci de la natura che con tanta

eloquenza avevano parlato a l'animo suo di poeta; muto l'amore de la

gloria, indifferenti i libri. I suoi occhi, chini o pensosi, sfuggivano

del pari le belle e le brutte parvenze, quasi che le une come le altre

avessero potuto turbare l'immagine cara così vivamente impressa nel suo

pensiero. Questo affetto ardente era tuttavia purissimo; un esaltamento

de l'anima tenera ed entusiastica, de la fantasia vivacissima. La

partenza de la Cassi, ch'egli descrive con poetica efficacia, lo gettò

in una disperazione tale da trarlo quasi fuor di sè stesso, da farlo

freneticamente battere il capo nel muro, come Carlo narrava; ma, per

la sua stessa veemenza, tale dolore doveva esser breve. «Dei versi

di lui, — scrive il Bonghi, — quelli che sono scritti in una più viva

impressione di dolore, vivace, presente, reale, sono anche per tempo

i primi, il _Primo Amore_. Se non che in questi, si badi, il dolore ha

forma di sensazione fuggevole, non già d'idea perenne ed essenziale.»

Il tempo calmò più presto che non si sarebbe pensato quella passione e

finì con ispegnerla. Essa era stata timida, ma furiosa; la donna, che

ne fu oggetto, era l'antitesi del poeta: il quale rimase soggiogato da

la bellezza florida, la grazia civettuola, la superba noncuranza e la

gaiezza di lei.

Quand'egli entrò nel suo ventesimo anno cessarono i suoi timori d'una

morte assai vicina; egli capì che avendosi ogni riguardo, avrebbe

potuto vivere fors'anco a lungo, per quanto stentatamente e sempre in

pericolo; ma in quell'età e dopo la dura prova del primo amore, più

che mai lo tormentava la coscienza del suo aspetto miserabile; egli

capiva che la virtù senza alcun ornamento esteriore difficilmente

conquista gli animi, e che per forza di natura, che nessuna sapienza

può vincere, non si ha quasi _coraggio d'amare quel virtuoso in cui

niente è bello fuorchè l'anima_. La previsione di una vita infelice non

lo sgomentava, egli guardava imperturbato i mali futuri ne la certezza

di sostenerli senza viltà, ne la speranza di riuscir utile a qualche

cosa; se aveva molto sofferto, comprendeva di dover soffrire ancor più:

«E massimamente soffrirò — scriveva al Giordani il 15 febbraio 1818

— quando... mi succederà, come necessariamente mi deve succedere, una

cosa più fiera di tutte della quale adesso non vi parlo.» Alludeva a la

passione amorosa? È più che probabile.

Di fronte al palazzo Leopardi, di là d'un vasto piazzale, s'apre una

strada di cui le due case a gli angoli, con la facciata sul piazzale

stesso, appartennero a Monaldo, che d'una di esse si serviva per

abitazione del cocchiere e per scuderia. Il cocchiere nel 1818 era

Giuseppe Fattorini, che abitava quella casa insieme a la moglie

Maddalena Santinelli e a due figliuole (le altre tre maggiori eran già

maritate); l'ultima, Teresa, nata nel 1797 era una graziosa fanciulla

di media statura e di figura slanciata, civile nei modi, accurata

ne le vesti, per innata dignità o per ritrosia poco famigliare, da

gli occhi _ridenti e fuggitivi_ nel viso assai bianco, dai capelli

neri. Giacomo da le finestre de la biblioteca vedeva la giovane e ne

ascoltava il canto, e quando la primavera commosse il suo cuore e lo

fece rifiorire di sogni e d'affetti, come sempre gli avveniva, egli nel

_maggio odoroso_ più spesso s'alzava dal tavolino per appoggiarsi al

davanzale, guardare il cielo sereno, le vie dorate, gli orti, il mare

lontano e lontanissimi i monti, e riportar lo sguardo su la figura de

la fanciulla china sul telaio, ascoltandone, nel silenzio de le stanze

tranquille e de la strada solitaria, la voce melodiosa. Giacomo amò la

fanciulla popolana; ma in questo non prevalse, come nel primo affetto,

un'ammirazione quasi paurosa, un ardore furibondo, benchè compresso.

La Teresa, ch'egli sapeva gracilissima e ammalata e vedeva pensosa e

malinconica, gli destava una soave tenerezza che, lungi da lo spegnersi

come la subita fiamma del primo amore, durò per sempre in lui. Non era

un'antitesi abbagliante, ma una fraternità di sventura e di dolore,

di purezza e di virtù che lo attraeva in quella giovanetta tisica,

ch'egli certo sapeva tale, quantunque ella cercasse di tener nascosta

la sua malattia; ad ogni modo poi essa non potè celarla lungamente,

poichè visse soltanto pochi mesi dopo quel maggio odoroso, e cioè fino

al settembre del 1818. Carlo giudicò tale amore _molto più romanzesco

che vero; amore, se tale potesse dirsi, lontano e prigioniero_. Certo

e l'educazione ricevuta e la presenza e l'austerità de la famiglia

Leopardi e mille ostacoli esteriori, anche senza parlare de l'indole

vereconda e ritrosa di Giacomo, dovettero far sì che il suo affetto gli

rimanesse chiuso nel cuore, o si rivelasse solo come una lieve simpatia

nei cenni che da la finestra egli poteva rivolgere a la fanciulla; e

questo tanto più, che la Teresa era fidanzata, o amata almeno da un

altro:

. . . . . . . . . . i parenti tuoi

Son d'altro sangue e tu sei d'altro amore;

le diceva il poeta; e ancora

. . . . . . . . d'amarti il vanto altri si tiene;

a meno che, come altri suppose, questa non fosse una finzione di

Giacomo a lo scopo di meglio nascondere ne' suoi versi la persona che

li aveva inspirati. Il sapere la giovinetta gravemente ammalata gli fu

cagione di nuove amarezze ed aggiunse a gli abituali suoi malinconici

pensieri, altri pensieri più cupi che gli dettarono, nel 1818, la

_Canzone per una donna malata di malattia lunga e mortale_, dove non

vi hanno le fiamme e i fremiti de le due prime Elegie, ma una tenerezza

che induce a dolorosa meditazione, l'accento d'una pietà intensa quanto

l'amore; tali specialmente i versi in cui il poeta, quando ascolta

taluno recar cattive nuove de l'ammalata, si studia di farsele apparire

meno gravi; tali anche quelli in cui va dubitando ch'ella (al par

di lui al tempo de l'_Appressamento della morte_) tema di morire; e

perduta poi ogni speranza di vederla salva, cerca vanamente intorno a

sè un soccorso che la rattenga in vita.

Qualche sentenza («Nostra famiglia alla natura è giuoco») fa già

presagire in lui il desolato poeta ch'egli dovrà divenire, ed è ancor

vivo il presentimento de la sua propria morte, e il triste timore,

ancor più doloroso di quel presentimento, che il tempo, l'esempio, il

mondo possano a lui stesso togliere il suo più grande, anzi l'unico

tesoro, l'anima sua.

Ella, _che è tanto bianca_, non verrà macchiata da la mota del mondo:

muore bella e pura, muore innocente: nè se tale non fosse egli avrebbe

saputo amarla, poichè fugge la stessa bellezza che gli è tanto cara, se

ad essa non vien compagna la virtù.

Qui non vi ha nel poeta l'adorazione de la bellezza plastica, ma un

soave, malinconico vagheggiamento di un'anima giovane, pura, di cui le

sventure lo fanno ripensare con minor amarezza al dolore proprio e con

fraterna simpatia a la sorte avvenire di lei. Egli si sente grande, ma

nel suo pensiero vede lei così semplice, così vera figlia de la natura,

che gli appare divina: vorrebbe tenderle le braccia e sorreggerla, ella

apre le ali candide e s'innalza ne l'azzurro. È debole, malata, ne'

begli occhi vi è una tristezza profonda, chi sa che cosa sente, che

cosa sogna? Egli, bevendo quasi i pensieri che crede veder riflessi

in quel puro sguardo, si eleva a le più alte regioni de l'anima. La

stessa Fattorini è la gentile immagine del _Sogno_; rivedendola morta,

il poeta le parla teneramente del suo affetto, vuol sapere da lo

spirito quello che da la persona non seppe: s'ella ebbe pietà di lui,

e gode di una malinconica gioia e si esalta, sentendo ch'ella gli fu

compassionevole ed affettuosa. Ancorchè ella lo avesse amato, come nota

il Mestica, la povera giovanetta doveva tremare a l'idea che il conte

Monaldo potesse saperne qualche cosa.

Nel _Sogno_ vediamo piuttosto l'abile imitatore del Petrarca che il

vero artista. Non vi mancano versi originali e belli: tale è l'immagine

de la donna, che con atto materno pone, sospirando, la mano sul capo

del giovane; tale il ricordo di quel flore di gioventù, appassito

nel pieno rigoglio. Ritornano vari pensieri de l'_Appressamento della

morte_: così quello de lo sconforto che apporta la prossima fine ai

giovani i quali hanno ancora intatte le loro speranze:

All'immatura sapienza il cieco

Dolor prevale. . . . . . . . .

E quel paragonare la sua giovanezza a la vecchiaia, da cui poco

discorda, richiama parecchie frasi de l'_Epistolario_, e fra le altre

quella con cui Giacomo afferma d'aver sempre condotto una vita _quale

non si richiederebbe da un cappuccino di settant'anni_; il che è

prova de la sincerità del suo affetto, anche in questo componimento

d'imitazione.

Qualche tratto rivela lo scetticismo sempre maggiore, quantunque ne

l'insieme questo e gli altri idilli abbian un'intonazione piuttosto

triste che scettica. Ed un'ultima osservazione ricorre qui opportuna:

se, come si può considerar sicuro, la donna del _Sogno_ è la Fattorini,

abbiamo qui la prova che il Leopardi ebbe per lei un vero, benchè

calmo affetto, piuttosto che una fantastica simpatia, poichè la dolce

apparizione dice al poeta:

. . . . già ruppe il fato

La fe' che mi giurasti;

sia pure che questa fede fosse stata giurata solo ne l'intimo, essa

denota un amore reale.

Un anno a presso, nel 1819, rievocando il ricordo de la soave fanciulla

perduta, il poeta scriveva la canzonetta _Per morte di donna amata_,

dove, quantunque il motivo sia petrarchesco, vi ha tanta grazia e tanta

dolcezza di inspirazione e così squisita musicalità, e dove il poeta

ritrova l'immagine de la _candida fanciulla_ in una _betulla candida_,

separata da le altre.

Le soavi strofette imitate da Carlo Pepoli diedero al Bellini

l'inspirazione de la stupenda melodia dei _Puritani_:

Qui la voce sua soave,

melodia che doveva commuovere dolcemente il grande Recanatese, amante

de la musica e soprattutto di quella appassionata del Bellini.

De la Cassi, non molti anni dopo averla amata, il poeta rivedendola

a Pesaro, scriveva con un'indifferenza, non forse scevra d'ironia,

d'averla trovata più grassa e florida che mai; ma il ricordo de la

Fattorini doveva rimanergli invece come cosa sacra ne l'anima, affetto

che il tempo ravvivava e ingentiliva, tanto più che l'immagine bella

de la Teresa richiamava a lo spirito di lui la giovanezza e le care

illusioni, sole vere gioie de la sua vita.

Nei _Detti Memorabili di Filippo Ottonieri_ egli ripensava certo a

la tessitrice, quando scriveva che il perdere una cara persona per

via di qualche accidente repentino è meno doloroso che il vedersela

distruggere a poco a poco da una lenta malattia da cui, prima ancora

che spenta, sia mutata di corpo e d'anima; cosa senza fine amara,

poichè violentemente ci cancella dal pensiero tutti gl'inganni de

l'amore e fa perdere la diletta intieramente, chè l'immagine stessa

di lei non arreca più conforto, bensì tristezza. E pure dieci anni

ancora dopo la morte di Teresa, egli la vedeva nitida e fulgente nel

suo pensiero, e ne fissò il profilo come in un quadro incantevole

nei versi de la Canzone _A Silvia_, scritta a Pisa in un periodo di

quiete tranquilla, feconda di sogni e di poetici ricordi. Silvia

è sorella di certe dolci femminili figure virgiliane ed omeriche,

ma è tutt'altro che una reminiscenza classica, è un ritratto di

una realtà, d'un'evidenza meravigliosa. La giovanetta da gli occhi

ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa, percorre con la mano veloce

la tela e, immaginando un vago avvenire, riempie del suo canto le

quiete stanze e le vie d'intorno, mentre, come la Laura petrarchesca

sotto la pioggia di fiori cadente da l'albero, umile continua intenta

l'opera femminile, sotto la diffusa luce del maggio, il riso del cielo

sereno. Col rimpianto de la fanciulla perduta, il poeta risente più

amaro lo sconforto dei soavi perduti pensieri, de le morte speranze;

nel cantare Silvia egli risente in sè _quel suo cuore d'una volta_.

Non dimenticò mai la bruna popolana, e, se il canto di una tessitrice

solitaria sempre lo commosse, gli è certo che in ogni solinga laboriosa

fanciulla, egli rivedeva col pensiero l'immagine adombrata de la

candida Teresa.

*

* *

Ne la prima gioventù esteriormente monotona e fredda, ma alta e quasi

eroica nel pensiero e ne l'affetto, le prime immagini di donne reali

che il Leopardi contemplò con amore, furon quelle che davano vita

dinanzi a lui a le belle figure rimastegli fisse ne l'animo dopo le

sue profonde e appassionate letture dei classici: la Cassi doveva

parergli una dea de l'Olimpo greco, la Fattorini somigliava a la Circe

di Virgilio, che canta e lavora. Quanto fu scritto intorno a la donna

e a l'amore, e particolarmente da gli antichi, più consuoni a lui per

semplicità e nobiltà di sentimento, lo attraeva, quasi gli permettesse

uno sguardo almeno in quel mondo femminile ignorato, ch'era tutto il

suo sogno. La Crestomazia da lui raccolta più tardi, quantunque intesa

a dare specialmente ai giovani esempi letterari da imitarsi, rivela

questa tendenza del suo spirito pel gran numero di componimenti amorosi

che vi sono accolti.

Il Leopardi (1823) si compiacque di tradurre la satira di Simonide

_Sopra le donne_; ed egli che tante donne aveva guardato con disdegno

e disgusto, pur mantenendo intatta ne l'anima l'ideale imagine

d'un'eletta, doveva consentire col Greco nel disprezzo de le sciocche

e de le vane e ne l'alta ammirazione di quella che _all'ape è

somiglievole_, ne l'invidia di quel _beato_, che l'ottiene e vede con

lei _prosperare la mortal vita_. Ricordo ancora com'egli volgarizzasse,

facendola precedere da un suo discorso originale, l'orazione di

Gemisto Pletone in morte de l'imperatrice Elena Paleologina. La donna

immaginata gli appariva sempre sotto forme maestose e belle; fosse la

madre, conducente i figli, come ad un'ara, a le tombe de gli eroi,

e accennante le belle orme del sangue versato per la patria; fosse

la donna romanamente forte, che elegge i figli piuttosto miseri che

codardi; fosse la giovanetta sposa greca, che cinge il fido brando al

lato del suo caro o spande le nere chiome sul corpo esangue e ignudo di

lui, riedente su lo scudo conservato; o Virginia bellissima e pura, che

volentieri dà la vita per la patria.

Con tali immagini ne l'animo è naturale ch'egli sdegnasse le

Recanatesi, le quali a la lor volta non lo curavano punto e forse

lo schernivano; è naturale ch'egli le trovasse poco più, o un poco

meno ricche di quel che la natura avea dato loro, e che la società

del suo paese lo facesse dar indietro a prima giunta. Egli, come il

suo _passero solitario_, non curava nè sollazzo, nè riso, nè amore;

sfuggiva la gioventù riversantesi la festa ne le vie per mirare ed

esser mirata, e godeva d'uscire ne la rimota campagna e contemplar

mestamente il sole al tramonto. Amore era già lungi dal suo petto

così caldo un giorno, _anzi rovente_; pure incontrando pei campi una

vaga fanciulla, ascoltando ne la placida quiete di una notte estiva

il canto d'una giovanetta intenta al lavoro ne le stanze romite, il

suo cuore si muoveva a palpitare. Il ricordo di Teresa gli rendeva

cara, come immagine vivente de la perduta, un'altra povera e gentile

tessitrice, tisica anch'essa, anch'essa dimorante vicina a lui, che

poteva vederla da le finestre di casa sua ed ascoltarne la voce, la

Maria Belardinelli, una bionda, candida, soave e signorile nei modi

essa pure, in cui altri volle riconoscere la Nerina de le _Ricordanze_.

L'episodio di Nerina che rivive nei ricordi del poeta molti anni più

tardi, è un idillio gentile: gli risorge dinanzi la fanciulla da gli

occhi giovanilmente soavi, appoggiata a la finestra in colloquio al

giovanetto suo vicino, che impallidisce ancora, ricordando la voce

di cui ogni lontano accento lo faceva tremare. L'immagine de la morta

gli si ripresenta come figura principale d'ogni lieto quadro ch'egli

vede, e divien per lui il simbolo de la giovinezza e de la speranza. Se

pure Silvia e Nerina non sono la stessa persona (e la questione molto

discussa non è forse ancora decisamente risolta), son fuse ne l'anima

del poeta in una soavissima idea d'amore, di giovanezza e di sventura.

Silvia e Nerina sono la donna ch'egli amò con l'anima senza alcun

materiale desiderio, la donna che sola gli pareva degna _di un fuoco

intaminato e puro_: giovane, onesta, bella, altera e dolce insieme, la

donna che in elette forme accogliesse un'anima simile a quella ch'egli

sentiva in sè, la donna ne la quale per lui si convergevano tutti i

raggi de la bellezza e de la felicità umana: essa la primavera, essa

la gioventù, essa la speranza, essa l'amore, essa la morte. Tutta la

spiritualità del poeta si rivela in questi suoi versi d'amore: la

graziosa giovanetta che gli ha sorriso un giorno, ha fatto battere

il suo cuore d'un palpito che non si estinse più interamente, perchè

la bella immagine femminile divenne per lui un alto ideale, l'amore

stesso fatto persona, a lo sparire del quale tutto sparisce e si

oscura; la tomba de la giovane racchiude tutto quel che di desiderabile

ha il mondo, e il fantasma che di tratto in tratto risorge da quella

tomba ha ancora tanta vita e tanta luce che nulla è degno di essergli

paragonato. La bella stagione sempre rinnovava nel Leopardi col

desiderio de la vita, dei diletti del cuore, de la contemplazione de

la bellezza, l'immagine di Silvia e di Nerina, ed egli non ebbe mai un

giorno lieto o solo tranquillo, in cui, col ricordo caro fra tutti de

la giovinezza, non si ravvivasse quella memoria sacra per lui; ancora

a Napoli, quando col Ranieri saliva a piedi a passeggiare su i colli

e udiva il canto de le tessitrici intente al telaio, egli ristava ad

ascoltare muto, commosso.

Dopo la tentata fuga, caduto in un periodo di torpore in cui nè pur le

pene morali venivan più a _consolarlo_, condannato a l'ozio da i suoi

mali, lacerato da la noia, come da un dolor gravissimo, gli pareva

di non intender più nè pure i nomi d'amicizia e d'amore, e solo lo

scuoteva la pietà di qualche cuore gentile. Era già formato in lui

quel concetto che inspirò poi tutta l'opera sua: non havvi felicità su

la terra, non havvi gioia, non consolazione reale, ma conforto unico

rimastoci è la giovanile speranza, o meglio quell'illusione che nasce

da l'inesperienza de l'uomo e che si personifica ne la giovinetta

ingenua e sognante, destinata a una morte precoce. Una emanazione di

questi sogni mi pare tutto il gruppo de gl'Idilli in cui domina una

tristezza pura e serena, come di tacito plenilunio (salvo gli accenti

disperati e cupi de _La sera del dì di festa_): domina il sentimento

de la natura e vi ha l'anima stessa del poeta ne l'anima de le cose,

le quali, tuttochè di una realtà evidente, hanno un'alta idealità

d'espressione; tale quel _Passero solitario_ che su la vetta de la

torre antica va cantando a la campagna, finchè non muore il giorno e

l'armonia erra per la valle esultante ne la primavera, quel passero

che, mentre gli altri augelli contenti fanno a gara insieme mille

giri per il libero cielo, festeggiando la loro gioventù, pensoso e in

disparte mira il tutto, nè gl'importa di spassi e d'allegria, canta,

e passa così il più bel fiore de l'anno e de la sua vita, quantunque

ricordi il

La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi · 第 21 / 27 题