Un'ultima soave figura di donna ci appare amica e confortatrice presso
Giacomo Leopardi ne gli estremi dolorosi anni de la vita di lui:
Paolina Ranieri, sorella di Antonio, del quale l'amicizia pel poeta
fu a lungo considerata come uno dei più belli ed eroici esempi di
umano affetto. Il Ranieri vecchio fece torto a sè medesimo con quel
disgraziato libro che fu il _Sodalizio_, libro di cui egli stesso, ne
gli ultimi anni, parve sentire rincrescimento, perchè cercò di ritirare
dai librai tutte le copie che potè trovarne.
A difendere il morto poeta molti sorsero, commossi da la pietà
reverente pel grande infelice, e questa pietà portò forse a qualche
esagerazione; certo però si può ormai affermare che in quel legame
da cui i due amici furon stretti, non tutto il vantaggio era dal lato
del Leopardi, non tutta la generosità da quello del Ranieri; e che il
patriota napoletano ne l'età senile non godette una perfetta sanità
di mente. La bella figura d'amico, comparabile a quelle classiche de
l'antichità, rimase oscurata ne le ultime ricerche de gli studiosi[59]
ed un'ombra parve offuscare anche la gentile immagine di Paolina
Ranieri, che la storia letteraria ci mostra così strettamente congiunta
a quella dei due amici: dico _parve oscurare_, poichè in realtà nessuno
ebbe motivo di negare il disinteresse e la virtù di lei, nessuno anzi
osò muoverne nè pure un dubbio; persino il Ribella, così severo verso
Antonio, ha solo parole di lode per la sorella di lui, che dice d'animo
mite, gentile, corrivo a la pietà, affettuoso per gl'infelici.
Se Antonio — chi non voglia in lui, dal giovane generoso, ardente,
intelligente, dal patriota che per la causa di una patria adorata con
sacro culto, seppe soffrire esilio, persecuzioni, carcere, distinguere
in modo assoluto il vecchio accasciato da le sventure e dal male e
miseramente mutato ne l'animo come nel corpo — se Antonio desta un
senso di rammarico e quasi di pietà per non essersi saputo, o meglio
_potuto_ mostrare sempre, come ne gli anni giovanili, ugualmente degno
de l'amicizia d'un Leopardi, Paolina non risveglia che ammirazione,
anche quando le smisurate lodi del fratello per lei si vogliano
considerar soltanto come esagerazioni di una mente turbata: Paolina è
una di quelle purissime, candide creature dinanzi a le quali la povera
umanità ha diritto di sentirsi un momento orgogliosa di sè e di levar
la fronte verso le stelle.
*
* *
Francesco Ranieri e Luisa Conzo furono i genitori di Paolina, che
nacque il 26 marzo 1817 a Napoli in un palazzo di via Piliero e fu
battezzata in San Giacomo co' nomi di Paolina, Virginia, Nunzia,
Tudegarme. La famiglia era numerosissima, poichè contava dieci
figliuoli, di cui Antonio era il primo, dopo di lui eran nati tre
maschi, il maggiore fra i quali, Giuseppe, fu il più affezionato al
primogenito. Per quanto le cure del padre, de la madre, dei congiunti,
possano essere intelligenti, assennate, vi ha un'educazione che
difficilmente essi riescono a dare a un figliuolo rimasto unico:
quella fraterna; quanto apprendono l'un da l'altro i ragazzi, che
lezioni d'affettuosa pazienza, di compatimento gentile, di pietà, di
sacrificio! Di queste lezioni, Paolina, naturalmente buona, profittò
più che altri mai.
Francesco Ranieri, uomo operoso e di discreto ingegno, viveva
agiatamente, perchè a lo stipendio che gli fruttava il suo ufficio
altissimo ne le poste del Regno, veniva ad aggiungersi la rendita de
la dote de la moglie e di qualche capitale ch'egli possedeva. Più in
apparenza che in realtà era severo coi figliuoli, che amava di vero
affetto; mentre tenerissima, senza cercar di nasconderlo, era di loro
la madre, la quale ad un animo tutto affettuoso, univa l'operosità
ne la cura continua e vigilante de la casa e dei figli. Abitavano
a l'angolo de la piazza del Municipio, in via San Giacomo, e quivi
i figliuoli crebbero in un'infanzia e in un'adolescenza tranquilla.
Paolina però non venne risparmiata da la sventura: era ancora bimba,
quando, colpita da un ascesso al fianco, dovette sopportare una
dolorosa operazione, che il chirurgo Gaspare Pensa riuscì a compiere
con buon esito, benchè non potesse ridare a la fanciulla la salute
perfetta. Queste infantili sofferenze lasciarono un'impronta nel
carattere di lei, che serena, ilare sempre, era tuttavia pietosissima
d'ogni dolore; ogni dolore intendeva od intuiva, e di nulla piacevasi
come del recar sollievo ai malati.
Antonio, giovane e di carattere ardente, non sapeva sopportare il
durissimo giogo di Francesco I; aveva stretta amicizia con parecchi
liberali ed era intimo di Carlo Troya; per tutto questo dava assai
da pensare al padre, impiegato del governo napoletano e sinceramente
devoto a questo, sì che ad evitare impicci e dispiaceri più che
probabili, fu deciso in famiglia che il giovane andasse a studiare
a Roma. Partì un giorno a l'improvviso, mentre a pena albeggiava,
baciando, senza risvegliarla, la sorellina prediletta, che dormiva
tranquilla, ignara di tutto, e doveva poi chiedere con doloroso stupore
del suo Antonio. Di questa partenza la data più probabile è il 1826.
Da Roma il giovane passò a Firenze, dove appreso d'una grave malattia
di sua madre, chiese il passaporto, e stava per partire a la volta di
Napoli, quando ebbe notizia del proprio esilio.
La madre era veramente ammalatissima, nè le forze de la sua età ancor
florida opponevano sufficiente resistenza al male; sentendosi mancare,
ella chiamava sempre ad alta voce, dolorosamente il figlio lontano, non
consolata de la mancanza di lui, da le vigili amorose cure del marito
e de gli altri figliuoli, tutti stretti intorno al suo letto, agitati
da speranze vane e da timori sempre più gravi, sinchè la morte ridiede
loro quella sconsolata calma, in cui l'anima trova il solo conforto di
non averne nessuno. Il pensiero de la cara perduta rimase ne l'animo
de la giovanetta come un sacro ricordo, chè la provvida natura, benchè
talvolta crudelmente separi la madre da' suoi nati, permette almeno che
la purissima memoria rimanga santamente vigile e feconda di affetti,
di pensieri, di azioni buone nel cuore de gli orfani, i quali non sono
tali interamente quando hanno il tesoro di quel ricordo.
Paolina fu istruita seriamente da maestri eccellenti, fra i quali
Giovanni Smit livornese, non oscuro letterato, e quel Costantino
Margaris, che per la Grecia natia aveva combattuto con valore e che,
venuto in Italia, conservava vivissimo l'affetto a la sua nazione; di
lui il Ranieri scrisse poi la vita. Il Puoti e il Troya, amici di casa
Ranieri e di casa Ferrigni (ne la quale Paolina stette parecchio tempo,
dopo la morte de la madre, presso la sorella Enrichetta), furono larghi
di consigli a la giovine. Ella coltivava gli studi con piacere, pur
preferendo ad essi le cure de la casa, cui la madre l'aveva abituata,
e non isdegnando nè pur le più umili: era bella, di carattere amabile
e, quantunque assai pietosa d'animo e riflessiva e seria per abitudine,
serena e sorridente. La sua non fu nè allora, nè mai la bontà arcigna e
pedantesca, che fa sentir a tutti il peso de la propria superiorità; nè
la purezza sua di donna fu mai quella
Virtù da istrice,
che, stuzzicato,
si raggomitola
di punte armato,
come argutamente la caratterizzava il Giusti; la virtù che si chiude al
contagio del mondo nel lazzeretto di sè stessa. Buona, rimase semplice,
quasi col suo sorriso amabilissimo volesse farsi perdonale quella
nobiltà di sentimento, che è l'aristocrazia de l'animo; onestissima,
cercò le gioviali compagnie; rimase, pur non amando, sempre degna
d'amore.
Nel 1831 Antonio era stato richiamato, e volontieri avrebbe fatto
ritorno a Napoli, se non avesse temuto di non poterne più uscire; di
che persuaso il padre stesso, che pur da prima desiderava vivamente di
riabbracciarlo, finì col cedere a lasciarlo lontano; ritornò invece ai
primi di ottobre del 1832 e rimase a Napoli fino a l'aprile del 1833.
Fra lui e il Leopardi si era già stretta a Firenze una viva amicizia;
insieme erano stati parecchi mesi a Roma, fra il 1831 e il 1832;
causa di questo viaggio l'amore del Ranieri per la Maddalena Pelzet
Signorini, attrice fiorentina, si è detto, non so con quanta verità.
Ritornato a Firenze, e ricaduto ne le reti di Aspasia, che doveva tanto
farlo soffrire, il Leopardi si trovò privo anche de l'amico, che giunto
a Napoli corse a la villa dov'era allora la sua famiglia e rimase
piacevolmente meravigliato dinanzi a l'aspetto grazioso e serio di
Paolina, ch'egli ricordava bimba, quando fermandosi a la porta del suo
studio stava guardandolo, e, interrogata che facesse, rispondeva, quasi
ancor balbettando: — Ti guardo studiare. Nel lieto pranzo che riunì
tutti i suoi, Paolina, felice del ritorno di quel fratello tanto caro,
rimaneva tuttavia preoccupata, vedendo in lui qualche cosa di mesto;
chiestogli, a pena furon soli, che l'affliggesse, e saputo ch'egli avea
lasciato a Firenze un grande poeta ammalato, cui solo intelligenti e
amorose cure potevan prolungare la vita, ella, che di quel poeta aveva
letto, non senza lacrime, le _Canzoni_ ristampate a Napoli in una
strenna da Carlo Mele, amico di casa Ranieri, gli propose di andar a
riprendere l'amico e condurlo fra loro: «Ed io ti prometto di fargli
da suora di carità»; così, secondo narra Antonio, disse la giovinetta;
ma se pur la critica, che dubita di tante cose, esita a credere anche
che queste precisamente fossero le parole de la fanciulla, del fatto
non può dubitare; e certo il fatto non le smentisce, poichè Paolina fu
veramente _la suora di carità_ di Giacomo Leopardi.
L'epistolario leopardiano ci rivela come il grande Recanatese si
decidesse ad andare a Napoli solo per l'amichevole insistenza del
Ranieri e persuaso di non restar che poco in quella città; aveva
bisogno di distrarsi, l'animo suo era oppresso più che mai: «Io non
penso più alla salute, perchè di salute e di malattia non m'importa
più nulla; del resto, specialmente quanto all'applicare, sto presso a
poco al solito, cangiato molto nel morale, non nel fisico.»[60] Non
si cura de la gloria che chiama un fumo e che gli fa nausea, e del
guadagno ancora, di cui pure ha necessità per vivere, gl'importa poco.
Una funebre stanchezza si rivela in tutta la lettera del 3 luglio
1832 al padre: chiede un assegno, ma con una malinconia profonda,
una invincibile indifferenza verso di sè e un disperato desiderio di
morire. A la sovrumana gioia che gli veniva dal pensiero amoroso, stato
tutto per lui, unico pregio, unica ragione de l'esistenza e che gli
aveva fatto apparire per un momento la vita più gentile de la morte,
innalzandolo a lo stupendo incanto di una nuova immensità, di un
paradiso ignorato, era succeduto, insieme a la triste stanchezza, che
derivava dal languire de la speranza, mentre la terra gli pareva ormai
inabitabile senza quella nova, sola, infinita felicità che gli figurava
il suo pensiero, l'angoscioso timore de la grave procella presentita
e che gli faceva invidiare con ardenti sospiri il sempiterno obblio
de la gente morta. Poi giunto l'epilogo doloroso de la sua passione,
tutti quei sentimenti s'eran perduti ne la tragica disperazione, in cui
egli sentiva morto per sempre il suo cuore, spenta non che la speme, il
desiderio di cari inganni; dettava allora i terribili versi in cui dice
al proprio cuore:
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che ascoso, a comun danno impera,
E l'infinita vanità del tutto.
Persuaso da l'amico ad allontanarsi da la donna che l'aveva fatto tanto
soffrire, egli accettò di andare a Napoli (1º ottobre del 1833) e di
vivere con lui, pur provvedendo co' suoi mezzi, per quanto scarsi, ai
pochi bisogni de la sua modestissima vita. Non acconsentì il vecchio
Ranieri di aver in casa sua ospite il figlio con l'amico, di cui egli
aveva in abborrimento le opinioni irreligiose; e, benchè non ne resti
prova alcuna, mi pare altresì che Giacomo, fiero e sdegnoso, anche nei
suoi economici disagi e ne le misere condizioni del suo corpo malato,
non avrebbe consentito ad esser di peso al padre d'Antonio. Perciò
Costantino Margaris, amicissimo di tutta la famiglia, cercò e trovò pei
due sodali, che vi scesero a pena giunti, un quartierino su la loggia
di Berio, vicino a Toledo, di dove presto, perchè quell'aria era troppo
bassa pel Leopardi, passarono in via Santa Maria Ogni Bene.
*
* *
Paolina Ranieri quando conobbe il Leopardi aveva diciassette anni
e riuscì simpatica a lui come a tutti quelli che la conoscevano.
Ella premurosa provvide tosto con la sua sagacità di donnina precoce
che l'appartamento nel palazzo Cammarota fosse in modo conveniente
arredato con le masserizie dal vecchio Ranieri concesse al figlio; e
punto sdegnosa de l'umile prosa che è la vita d'ogni giorno, badò di
procacciare al fratello e a l'amico di lui tutte le piccole comodità
che pur valgono tanto. Commovente è la storia de la lunga lotta ch'ella
sostenne con se stessa e co' suoi prima di lasciare la casa del padre
per stabilirsi con Antonio e col Leopardi. Il vecchio Ranieri trovava
la cosa sconveniente, ma in fine la fermezza de la fanciulla trionfò.
Da prima ella fu solo una cara compagna di qualche ora pel Leopardi,
ma quand'egli col Ranieri andò il 4 maggio 1835 ad abitare in un
quartierino al Vico Pero, nº 3, presso Capo di Monte e mercè di lei vi
si fu in breve ben accomodato, Antonio ottenne dal padre il permesso
di condurre seco le due sorelle Paolina e Teresa; quest'ultima però
stette poco insieme a loro, perchè la casa paterna avea bisogno d'una
donna, ed ella vi fu richiamata. Paolina invece si fissò coi due amici,
dirigendo la domestica economia e procurando specialmente al poeta,
sempre sofferente, quel sollievo che una modesta agiatezza ed un cuore
di donna devota possono dare. E non parlo solo de le cure materiali,
che pur hanno la loro importanza; intendo ancora del morale conforto.
La giovanetta massaia non era solo una infermiera e una direttrice de
la casa; era anche un'anima eletta, colta, abituata a guadagnarsi con
la grazia e lo spirito l'amicizia de gli uomini notevoli per ingegno e
dottrina, di cui la compagnia le era stata familiare sin da' suoi primi
anni ne la casa paterna. Rade volte, — diceva il Recanatese, — ci si
risolve ad amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima;
ed è vero; altrettanto vero è ancora che la virtù riceve da la bellezza
e da la grazia una luce che non le dà la fortuna, nè la gloria, un
fascino, cui pochi resistono. Nè di tali pochi era il Leopardi che,
fino ne l'accasciamento del suo doloroso scetticismo, serbò nel più
alto segreto de l'anima il culto di ogni morale grandezza, e cui la
bellezza pareva
. . . . . splendor vibrato
Da natura immortal su queste arene;
Di sovrumani fati,
Di fortunati regni e d'aurei mondi
Segno e sicura spene.
Il poeta paragonava Paolina a la propria sorella, di cui gli era caro
ch'ella portasse il nome. Abituato a l'amicizia ed a l'ammirazione di
molti uomini insigni (e fra quelli che lo frequentarono a Napoli si
possono ricordare il filologo tedesco Enrico Guglielmo Schultz, il
poeta Augusto Platen divenutogli assai intimo, il marchese Basilio
Puoti, ne la scuola del quale egli andava non di rado, Carlo Troya,
Giuseppe Ferrigni, Costantino Margaris, col quale assai di frequente
discuteva di cose greche), ritrovava una dolcezza diversa e ben più
cara ne l'affettuosissima e reverente intimità di Paolina. Come la
tenera Desdemona di Shakespeare, la bellissima giovanetta, cui la vita
e il mondo sorridevano, sentì più forte d'ogni attrattiva di mondani
piaceri, l'incanto de la pietà per un'anima grande e sventurata,
l'ardore del santo desiderio d'esserne la confortatrice; non meno
triste e tragica era la storia di questo grande che non fossero le
vicende ardue, le battaglie, i pericoli d'Otello; e come Desdemona,
Paolina ora pendeva intenta al racconto, ora era condotta altrove da
le cure casalinghe, ma sempre ritornava a bere con avido orecchio le
parole che le riempivano l'animo di pietà e di commozione; e come il
cupo eroe de la tragedia inglese, anche il poeta del dolore dovette
sentirsi vinto da quel sorriso di femminile pietà e stringere con tutta
l'anima la candida mano così nobilmente stesagli. Egli che prendeva ben
poco piacere de le cose che alla maggior parte de gli uomini soglion
esser care, più di ogni altro sentiva il bisogno, la sete d'affetto;
benchè _non procurasse e non affettasse di apparire diverso dalla
moltitudine in cosa alcuna_, era troppo veramente grande, perchè le
persone non volgari potessero confonderlo con quella moltitudine; e
non volgare era certo Paolina, che, sotto l'aspetto riposato e dolce,
quanto modesto di lui, riconobbe e apprezzò la nobiltà del sentire
e l'elevatezza de l'ingegno e si compiacque di essergli confidente
compagna. «Nei discorsi sempre si esercitò colle persone giovani e
belle più volontieri che cogli altri; quasi ingannando il desiderio
e compiacendosi d'essere stimato da coloro da cui molto maggiormente
avrebbe voluto essere amato,» scrisse il Leopardi di Socrate e certo
pensò di sè, come quell'antico ripugnante d'aspetto, eccellente
d'ingegno e ardentissimo di cuore. Egli sentiva che una donna di
venticinque o trent'anni ha più d'attrattive ed è più atta a destare
un amore ardente e appassionato, ma credeva ancora che niente possa
uguagliare quel non so che, quasi divino, che ha nel volto, ne le
movenze, ne le parole, una giovinetta dai sedici ai diciott'anni.
«Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto, allegra o malinconica,
capricciosa o grave, vivace o modesta, quel fiore purissimo, intatto,
freschissimo di gioventù; quella speranza vergine, incolume, che si
legge sul viso e negli atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e
per lei; quell'aria d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle
sventure, de' patimenti; quel fiore in somma, anche senza innamorarvi,
anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così
profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel
viso; ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci
l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli,
di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza
innamorarci, senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto.»[61]
Parecchi hanno supposto che il Leopardi fosse innamorato di Paolina
Ranieri, ma è una pura supposizione, di cui per prima parlò la
chiara signora Caterina Pigorini-Beri, che nel suo studio su Giacomo
Leopardi, premesso a le _Poesie e prose scelte ed annotate per le
giovanette_ (Firenze, Le Monnier, 1890, pag. 66 e segg.) afferma non
esser possibile che il Recanatese non amasse la dolce giovane di cui
_la devozione intrepida, intelligente, quasi sublime_ gli confortò
gli ultimi anni; ella crede che Paolina sia la donna del _Consalvo_
e del _Pensiero dominante_ e si duole che il Ranieri, il quale disse
tante cose che sarebbe stato bello passare in silenzio, abbia taciuto
di questo amore così puro e timido, il quale forse riconciliò con la
vita il poeta del dolore. Io non credo che Paolina sia la donna del
_Consalvo_ e del _Pensiero dominante_; troppe ragioni in contrario
sono state addotte e si potrebbero addurre: prima di tutte, la data
del Canto, che, senza dubbio, benchè corretto posteriormente, è opera
giovanile; certo però il sentimento che il Leopardi dovette provare per
Paolina Ranieri fu di affetto altissimo, in cui si raccoglieva tutto
il calore che le lunghe inenarrabili pene avevan lasciato ancora ne
l'animo di lui; parmi fosse affetto piuttosto di venerazione che di
passione terrena; se parlando di una donna giovanissima, bella e pura
in generale, egli diceva che noi vi scorgiamo qualche cosa di celeste
che ce la fa riguardare come di una sfera divina, superiore a la nostra
e cui non possiamo aspirare; a ben maggior ragione dovea parergli
sacra Paolina, che era per lui l'ospite generosa ben più che di doni
materiali, di cure affettuosissime, di conforto morale, l'amica, che
con tanta semplicità e con tanta modestia sacrificava i bellissimi fra
i suoi anni per curare un malato estraneo a la famiglia e vigilar il
focolare domestico de' due amici, il quale, malgrado il loro reciproco
affetto, sarebbe stato probabilmente ben freddo e monotono senza di
lei.
Paolina dovea sembrargli una creatura venuta dal lontano mondo de'
suoi sogni per ridargli la visione di esso e la dolcezza, ricordo d'una
patria ideale perduta, speranza e conforto insieme. Se ce la figuriamo
diciassettenne a pena, quando lo conobbe, ventiduenne quand'egli morì,
bella, colta, graziosa, con un affetto che la sua estrema gioventù
non consente di chiamar materno, ma che pure de la materna tenerezza
ha l'abnegazione e la soavità, e che la sua divina purezza non ci
lascia chiamar d'amante, benchè forse solo l'amore possa spiegare
certi eroismi sublimi, se ce la figuriamo sorridente e pensosa, seduta
ne le lunghe serate, ne le giornate lunghissime, presso la poltrona
del malato, ne la semioscurità che talora gli era necessaria, o ne la
diffusa luce dei meriggi d'estate da cui talora egli voleva inondata
la sua camera, parlargli con semplice grazia, leggergli, dissipare
con un sorriso, con una stretta di mano, con un amichevole sguardo di
rimprovero la sua cupa tristezza, la sua tormentosa inquietudine, ella
ci apparirà la più _vera_ donna che Giacomo Leopardi abbia conosciuta,
la sorella di Silvia, la compagna di Nerina.
Pare che lo stesso dottor Mannella avesse parlato del pericolo che
poteva correre la fanciulla in quei primi anni de la sua giovinezza,
vivendo sempre vicina ad un uomo così gravemente infermo qual era il
Leopardi, ma quel pericolo ella non curò punto, anzi esso non giunse
mai a turbare un momento la serenità del suo spirito. E Giacomo sentì
allora che _pietosa al mondo dei terreni affanni_ non era la morte
soltanto e che un altro _virgineo seno_ poteva dargli conforto.
Quel potente e terribile pensiero che l'aveva avuto in sua balìa e gli
aveva dati tanti tormenti, consorte terribile dei suoi lugubri giorni,
diveniva un grande austero compagno, ora ch'egli poteva comunicarlo ad
anime degne d'intenderlo; e a quegl'intimi colloqui, di cui tanto è da
dolersi non abbia il Ranieri lasciato ricordo alcuno, doveva rivolgersi
il poeta vogliosamente _dal secco ed aspro mondano conversare_, come il
suo pellegrino, fra i nudi sassi de la via montuosa, volge bramoso gli
occhi
A un campo verde che lontan sorrida.
Il professor Odoardo Valio, dopo aver parlato dei vari amori di
Giacomo Leopardi per la Fattorini, la Basvecchi, la Belardinelli,
la Malvezzi ed Aspasia soggiunge: «Nessuno di siffatti amori riescì
ad appagarlo appieno, nessuno a trasfondergli un verace conforto,
nessuno a conciliarlo un po' con la vita. Invece tutto ciò raggiunse la
Ranieri, il fascino della quale addirittura lo soggiogava, perchè era
un incontro di vergine amore e di vergine pietà insieme, di amore in
lui per lei, e di pietà in lei per lui; ond'ella, a differenza di tutte
le altre, ebbe il merito supremo di far risplendere, ancora una volta,
un raggio di speranza in quello spirito desolato. E la bella figura
muliebre nel carme mirabile del _Consalvo_ è appunto quella di Paolina
Ranieri.»[62] Ho già detto che se Paolina sia l'Elvira del _Consalvo_
è cosa da lasciarsi per lo meno in dubbio, ma certo è che ella fu
pel Leopardi la più dolce e generosa fra le amiche, quel che la donna
gentile, la soave Mocenni, pel Foscolo, anzi assai più; e che se il
grande Recanatese tanto fiero, altero e talvolta anche strano, visse di
buon grado lunghi anni presso i Ranieri, oltre l'amicizia di Antonio,
doveva attrarlo la delicata premura e il nobile affetto di Paolina,
in cui gli pareva di ritrovare la sorella che aveva tanto amato ne la
sua prima giovanezza e di cui il ricordo serbò carissimo per tutta la
vita, benchè temesse ch'ella, al par di Carlo, non fosse rimasta sempre
ugualmente tenera in quel loro fraterno legame.
Certo Antonio nel suo _Sodalizio_ esagerò grandemente, o almeno pose
sotto una falsa e antipatica luce i sacrifizi sostenuti da lui e da
la sorella pel Leopardi, ma non v'ha dubbio che sacrifizi dovettero
essere e gravi. Tutto avrebbe giustificato, in Paolina specialmente,
desideri ed aspirazioni ben diverse da la vita ch'ella conduceva; ed
accresce pregio al sacrifizio la spontaneità con cui fu compiuto, la
grazia serena in cui il Leopardi non poteva mai scorgere un'ombra di
rimprovero o solo di rimpianto. Non è però da tacersi che se da un
lato il poeta per le sue infermità, talora per l'umor malinconico, che
però abitualmente non si scorgeva in lui, se non come un atteggiamento
pensoso e grave, non discaro, e per talune strane abitudini o voglie
di malato, poteva riuscir gravoso a gli ospiti (quantunque Giuseppe
Ranieri affermasse che egli era _mite, buono, modestissimo ne' suoi
desideri, di nessuna pretesa, affabilissimo poi quasi sempre, arguto
nel conversare_)[63] la sua amicizia e la sua conversazione dovevano
essere un non lieve compenso per i Ranieri; e lo riconobbe Antonio
stesso, anche mentre, con animo tutto mutato da l'antica amicizia,
scriveva il _Sodalizio_. Le serate troppo a lungo prolungate nel cuore
de la notte per leggere, studiare o ragionar con Giacomo riuscivano
materialmente una fatica e una pena, ma intellettualmente erano ben
altra cosa. Egli doveva tornar loro inoltre di morale conforto, come
egli medesimo trovava sollievo e dolcezza ne la loro compagnia e nel
loro affetto fra gl'inevitabili dispiaceri che spesso venivano ad
aggiungersi al suo vecchio e terribile carico di dolori. Soverchia
suscettibilità indusse molti anni dipoi il Ranieri a supporre
sconoscente l'amico verso di lui, mentre tutto ci fa credere gli fosse
teneramente grato; infatti di nessun contemporaneo disse quel che
di lui e designandolo propriamente col suo nome: «Un mio amico, anzi
compagno della mia vita, Antonio Ranieri, giovane che, se vive e se gli
uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch'egli ha dalla
natura, presto sarà significato abbastanza dal solo suo nome...;»[64] e
presentandolo al Visconti lo chiama: «giovane d'ingegno raro, di ottime
lettere italiane, latine e greche e di cuore bellissimo e grande.»
Invero se talvolta il Leopardi ne l'Epistolario ha parole pungenti per
Napoli e i Napoletani, nulla fa credere ch'egli parli dei Ranieri, e
Antonio stesso sapeva che l'ospite fu talvolta giustamente irato contro
certi falsi amici, se egli medesimo, come notò il Piergili, racconta
nel _Sodalizio_ che Giacomo venutogli un giorno innanzi con un piccolo
bastone gli disse: Io vado fuori a bastonare qualcuno.
Nulla scrisse il poeta che apertamente ricordi la Ranieri, ma forse
a l'anima alta, gentile e pura, l'affetto per la nobile amica dettò
l'ultimo canto, quel canto dolcissimo fra tutti, fra tutti sublime,
che ogni poeta pensò, io credo, e nessuno scrisse, quel canto, cui
la parola non limita, nè scolora, nè intiepidisce; che solo l'artista
intende e solo sa e solo gode; ma se Paolina ne gli occhi stanchi, cui
nè pur arrideva più la dolcezza del sogno, vide un raggio de l'intima
luce ch'ella aveva avvivata, ella ebbe un compenso degno di lei.
Il corpo era disfatto e lo spirito abbattuto, ma il cuore del poeta
batteva ancora per gli affetti più gentili, e questo, gentilissimo, gli
richiamava i puri, ardenti desideri d'un tempo, i generosi entusiasmi,
le subite fiamme, fra le tristi negazioni e i sogghigni amari del suo
scetticismo.
Presso i Ranieri, il poeta visse modestamente, tranquillamente; sempre
affabile e semplice nei modi, sempre assorto ne l'intima vita del suo
spirito, ma non punto disdegnoso con alcuno e caro a moltissimi che
gli manifestavano con mille gentilezze la simpatia e l'ammirazione. Dal
Ferrigni in particolare il Leopardi ricevette molte cortesie, spesso fu
ospite nel palco di lui al teatro del Fondo e ne la villa di Torre del
Greco.
«Mi ricordo,» narra il Dalbono in una lettera, «che una sera eravamo
in casa Ferrigni dove avevano condotto il conte Leopardi. Il Leopardi
a un divano e Carlo Troya vicino a lui su di una sedia. Parlavano di
geografia antica. Sapete che Troya era chiamato dagli amici _Carlone_,
perchè ci era _Carlino_, che era Carlo Mele. Io ero molto giovane
e ordinai una di quelle che si chiamano quadriglie e feci ballare
le ragazze che c'erano, e principalmente le figliuole del Ferrigni.
Io facevo da direttore che non ho mai ballato! Mi ricordo che la
più grandicella della Ferrigni era Argia, che poi diventò valente
nel dipingere ad olio; e allora era piccolissima. Ci era Paolina
(Ranieri) giovinetta, una _simpatia di prima forza_, e quella cara
Donn'Enrichetta, già moglie del Ferrigni. Ricordo ancora che fui
grandemente applaudito perchè il conte Leopardi si era divertito molto
a vedere il ballo di queste fanciulle e a udire le grida del direttore,
vostro servo, che si affannava a farle andar bene.... Quella sera in
casa Ferrigni ci era il meglio di quel tempo.»
Il Ferrigni, marito de l'Enrichetta Ranieri, giovò ai due amici
ottenendo dal vecchio Ranieri, che da prima non voleva saperne, un
assegno ad Antonio perchè vivesse fuori de la casa paterna; curava
anche gl'interessi del Leopardi, riscuotendo per lui i danari che gli
mandava la famiglia. Giuseppe Ranieri accompagnava spesso il Leopardi
ne le passeggiate ch'egli soleva fare quasi sempre verso il mezzodì,
perchè temeva gli fosse nociva l'aria de la sera; di solito andavano
dietro a Santa Teresa, poi nel largo de le Pigne e verso Foria. Fra
gli amici che frequentavano il Ranieri e il Leopardi, v'era ancora
Alessandro Poerio, ad essi molto affezionato.
Ne gli anni che passò a Napoli o ne la campagna napoletana il
Leopardi ebbe momenti di bella inspirazione, benchè il calore de la
sua giovanezza lo avesse abbandonato e i cari inganni, le immagini
splendide, che già gli avevano sorriso, non fossero più che una soave,
morente luce di tramonto su l'ultimo lembo d'un orizzonte già tutto
tenebroso. A quegli anni appartengono fra i suoi Canti (per non dire
del _Pensiero dominante_, di _Amore e Morte_, _A sè stesso_, _Aspasia_
probabilmente limati soltanto a Napoli), _Sopra un bassorilievo antico
sepolcrale_, _Sopra il ritratto di una bella donna_, _Palinodia al
marchese Gino Capponi_, _Imitazione_, _Scherzo_, il _Tramonto della
luna_, _la Ginestra_; cui sono da aggiungersi _I Paralipomeni della
Batracomiomachia_ ed alcune prose. Nel Canto _Sopra un bassorilievo
antico e sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di
partire, accomiatandosi dai suoi_, prevale lo sconsolato scetticismo,
che vede misera la prole umana, checchè speri, a qualsiasi età de la
vita si rivolga, _qualunque_ cosa ricerchi per suo conforto; ma vi ha
ancora, se non l'ardore giovanile, tutta l'affettuosità del poeta, che
dinanzi a l'immagine de la bellissima fanciulla chiamata da la morte
si commuove; non sa se debba chiamarla cara o sgradita al cielo, ma
sospira fra sè stesso; freme a l'idea di colui _che la morte sente de'
cari suoi_, e descrive con tenerezza desolata l'addio ad una diletta
persona con cui si è passati insieme molti anni, addio senza speranza
di ritorno e cui segue il triste abbandono.
Forse, descrivendo quest'addio de l'amico a l'amico, del fratello al
fratello, de l'amante a l'amore, egli ripensava ad Antonio ed a Paolina
con cui aveva speranza di passar _molti anni insieme_.
Anche il Canto _Sopra il Ritratto d'una bella donna scolpito nel
monumento sepolcrale della medesima_ ha concetti elevatissimi. Ne la
villetta fra Torre del Greco e Torre dell'Annunziata, dove il poeta
passò la primavera e l'autunno del 1836, egli scrisse _Il tramonto
della luna_, disperato rimpianto della giovanezza, che sola colorisce
di una luce d'aurora la vita mortale.
_La ginestra_, scritta ne lo stesso anno e ne lo stesso luogo,
è tragicamente terribile, pur apparendo calma e tranquilla nel
ragionamento: il poeta vi dipinge i cespi di quei gialli fiorellini
odorati su l'arida schiena _del formidabil monte sterminator Vesevo_;
la ginestra contenta de' deserti, che cresce fra le rovine di Roma,
come sui nudi pendii del Vesuvio
. . . . . . . . . . . . . di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d'afflitte fortune ognor compagna;
il fiore gentile che, quasi i danni altrui commiserando, manda al
cielo un profumo dolcissimo, conforto al deserto, gli ricordava forse
la pietà di Paolina Ranieri, anch'essa, come quel fiore, pietosa
de le sventure, anch'essa amante dei reietti dal mondo, gentile
nel consolarli; l'esempio de l'abnegazione di lei, di quel verace
affetto di carità e di generosa amicizia che la faceva sorella de gli
sventurati e particolarmente di lui, tanto infelice quanto grande,
può aver contribuito ad inspirargli quei versi de la _Ginestra_ che
sono moralmente fra i più elevati ch'egli abbia scritti, in cui chiama
nobile natura quella che si mostra grande e forte nel soffrire e non
aggiunge al fardello de le proprie miserie il peso più grave di ogni
altro, de gli odi e de le ire fraterne, e stima l'umanità congiunta e
ordinata per combattere le nemiche forze de la natura:
Tutti fra sè confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune.
Nè forse Paolina era lontana dal suo pensiero, quando tra le amare
derisioni dei _Paralipomeni_, egli ritrovava un raggio de l'antico
entusiasmo per cantare la virtù:
Bella virtù, qualor di te s'avvede,
Come per lieto avvenimento esulta
Lo spirto mio. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,
O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,
Sempre si prostra: e non pur vera e salda,
Ma immaginata ancor di te si scalda.
*
* *
Ne gli ultimi mesi di sua vita pare che il Leopardi non prevedesse
imminente la propria fine, almeno così afferma Antonio Ranieri, il
quale asserisce ancora aver talvolta il poeta detto a lui ed a Paolina,
che altri quarant'anni l'avrebbero avuto con loro. Pure vi hanno tratti
de le lettere leopardiane in cui il presagio de la morte è chiaro e
solenne; basti ricordare le gravi e meste parole de l'ultima lettera
al padre, che tanto ricorda quella di Torquato Tasso moribondo; forse
egli, come molti ammalati, passava alternativamente da le illusioni
a la coscienza del vero, fors'anco la speranza, la fiducia ch'egli
mostrava di giungere ad una tarda vecchiezza, era un delicato tratto
d'affetto verso gli ospiti amorosi, ch'egli non voleva affliggere di
soverchio; ciò spiegherebbe ancora come egli mostrasse di non intendere
quanto i medici napoletani gli dicevano chiaramente, più chiaramente
che il Ranieri non avesse voluto, e cioè di qual gravità fosse il suo
male.
Era il tempo de l'epidemia colerica, e mentre la carrozza attendeva
i due amici e Paolina che dovevano recarsi in villa, il Leopardi si
sentì male e desiderò il medico; ma, vedendo un po' turbato Antonio,
si alzò, sorrise e lo rassicurò, stringendogli la mano. Mentre il
Ranieri andava per il professor Mannella, Giacomo rimase con Paolina,
che l'assistette e volle fosse adagiato sul letto, da cui tre volte
egli si levò per rimettersi a mensa, sperando sempre di vincere il
male e forse di dar animo a la buona amica. Quando Antonio ritornò col
medico, il Leopardi era su la sponda del letto, appoggiato ad alcuni
guanciali ammonticchiati per sostenerlo; sorrise e parlò col Mannella
del proprio male e del desiderio di levarsi per andar in villa; ma il
dottore accortosi de la fine imminente, avvertì di mandar tosto per un
prete. Paolina era sempre a canto al moribondo, gli sosteneva il capo e
gli asciugava il sudore, e a lei, secondo narra il Viani d'aver sentito
da un amico di casa Ranieri, furon rivolte le ultime parole di Giacomo:
«Ci vedo più poco.... apri quella finestra, fammi vedere la luce»;
dopo le quali spirò senza acute sofferenze, in questo desiderio de la
luce ch'egli avea abborrita talora, come simbolo de la verità crudele e
nefasta.[65]
Il Chiarini, dopo aver notato che l'affetto, quand'è disinteressato
e puro, d'una donna per un poeta è una de le più nobili ricompense
serbate al genio, la più dolce per l'uomo che ha cuore, _il più
lusinghiero diploma di poesia_, come dice il Sainte Beuve, ricorda che
tal diploma ebbero Giorgio Byron, non già da Lady Carolina Lamb o da la
contessa Guiccioli, ma da la ignota giovanetta inglese, che vicina a
morire di consunzione gli scrisse per ringraziarlo del piacere che le
avevano procurato le sue poesie; Alfredo de Musset non da la Sand, ma
da la gentile madrina; ed Enrico Heine da la dolce sua Mouche. Questa
gloriosa e delicata corona ebbe anche Giacomo Leopardi, che più de gli
altri la meritava, perchè più soave e più profonda fece risuonar ne'
suoi versi la nota de la passione e del dolore, rimanendo scevro de
la licenziosità de gli altri; e l'ebbe da le candide mani di Paolina
Ranieri.
«Ogni nobile scrittore,» scrisse il Sainte Beuve, «raccatta su la sua
strada e si porta dietro i suoi nemici, i suoi invidiosi occulti,
esseri ignobili, accaniti contro di lui, che si attaccano a lui e
vivono di lui; è giusto che ci sieno al mondo alcune anime generose che
lo compensino di ciò: è giusto che egli abbia le sue gioie nascoste,
certe dolcezze di felicità riserbate a lui solo.»
*
* *
Morto il Leopardi, Antonio e Paolina tornarono ne la casa paterna,
forse per cercarvi un conforto o ad ogni modo perchè non v'era più
ragione che ne stessero lontani. Due anni a presso tutta la famiglia
mutò dimora e andò ad abitare nel palazzo De Flavis, di fronte a
quella casa Giura del vico Pero, che doveva ricordar ai fratelli il
caro defunto. Paolina ed Antonio, che non volevano lasciare il rione
di Santa Teresa, nel 1851 fecero di nuovo famiglia da sè, andando
ad abitare nel palazzo Mantone, dove più tardi Antonio comperò
l'appartamento nel quale dimorava.
Qual fosse l'animo di Paolina dopo la morte del Leopardi non sappiamo,
ma possiamo facilmente immaginarlo, se ripensiamo a l'affetto ch'ella
gli avea dimostrato. Antonio dice che fu lei ad avere il primo pensiero
del monumento che Michele Ruggiero eseguì e che rimane ne la chiesetta
di San Vitale, modesto sepolcro, ma tale da commuovere ogni animo
gentile, come il Leopardi si era già commosso presso a l'umile tomba di
Torquato Tasso in Sant'Onofrio.
«Là, — disse il Nencioni, — il suo cuore irrigidito si commosse — e il
poeta di Nerina e d'Aspasia _s'inginocchiò e pianse_ su le ceneri del
poeta di Erminia e di Armida.»
.... tomba fregiar d'uom ch'ebbe regno
Vuolsi e por gemme ove disdice alloro:
Qui basta il nome di quel divo ingegno
(ALFIERI.)
Il sepolcro del grande Recanatese è vicino a quello di Virgilio ed a
quello del Sannazzaro; ma egli non deve lamentarsene come gli pareva
che avesse avuto a pentirsi il Guidi d'aver desiderato d'esser sepolto
poco lungi dal cantore de la Gerusalemme; non ha da lamentarsene,
perchè quale che sia la gloria del divino Virgilio, non mancheranno a
le ceneri di lui, non meno grande del grande Latino e tanto infelice,
le lacrime di una reverente pietà e di una calda ammirazione.
Pur nella tomba che la tua soverchia
Declinò l'aurea stella
Ravvivatrice del figliuol d'Anchise.
Ti dorme accanto que' che un dì s'assise
Presso la riva, e fe' dall'onde fuori
Veramente apparir Ninfe e Pastori.
. . . . . . . . . . . . . . .
D'amor cantando in mille dolci guise.
Ahi sopra l'urne povere di fiori
Sol fa mesto lamento
Tra foglia e foglia il vento,
Nè paterno sospir vola ove giaci,
Nè sorella ti diè gli ultimi baci;
scrisse la Giuseppa Guacci Nobile, che cantò molto gentilmente del
Leopardi ne l'anno stesso de la morte di lui.
Secondo il Ranieri, grande parte ebbe Paolina nel preparare ed
ordinare l'edizione dei due volumi di Giacomo Leopardi, fatta da
Felice Le Monnier a Firenze; e se si vuole che Antonio abbia esagerato
ne l'attribuire a lei _tutto in quella laboriosissima edizione_, i
pensieri manifestati ne la Vita, la correzione de le bozze, le dispute
col revisore canonico Bini; non appare affatto repugnante a la verità
ch'ella, vissuta in tanta intimità col poeta ed intelligentissima,
potesse dare per quell'edizione qualche buon consiglio. Così certamente
non sarà tutto vero quel che Antonio afferma riguardo a lei, e cioè
di doverle il metodo d'intendere e di condurre la storia, i _Quattro
secoli_, applicazione di tal metodo; _La teorica del dolore_ e _Frate
Rocco_ e le _Vite di alcuni grandi italiani_ e le _Otto interpretazioni
dantesche_; e le _Avvertenze circa il modo da tenere per rendere la
Divina Commedia popolare_ e persino le _Memorie giuridiche_; ma si può
senza troppa credulità affermar tuttavia che Paolina, indivisibile dal
fratello, vivendo con lui e per lui soltanto, abbia potuto, anzi dovuto
interessarsi ai suoi lavori e dar qualche inspirazione specialmente a
quelli che son opera più d'affetto che di dottrina, come la _Ginevra_,
che fu scritta quando Paolina era giovanissima, poco più che sedicenne,
ma già abbastanza donna, perchè la causa dei poveri e de gli oppressi
dovesse commuoverla, soprattutto perchè il suo cuore, in cui i
sentimenti di una pietà materna erano innati, dovesse battere pei bimbi
derelitti.
In causa de la _Ginevra_ Antonio Ranieri fu messo in carcere e vi
rimase due mesi. «L'angelo mio mi fu sempre allato,» scrive; «mi
rappresentava ad ora ad ora la felicità del patire per quei poveri
bimbi derelitti; e mi fece di quella prigionia la più cara memoria
della mia vita.»[66] Narra ancora il Ranieri come il marchese Carlo
Torrigiani gli avesse chieste firme per una medaglia a Gian Pietro
Vieusseux; e, coniate poi le medaglie, gli chiedesse a chi doveva
mandarne. La lettera, letta da la polizia napoletana, fece credere
chi sa che, immaginare che si trattasse di medaglie a Mazzini o a
Garibaldi, ed Antonio fu di nuovo incarcerato. Paolina, che in villa
aveva visto arrestare il fratello, corse a Napoli e si raccomandò ad
alcuni alti amici che ottennero subito la secreta venisse mutata ne la
miglior sala de la questura, dove sorella e fratello rimasero fino al
mattino seguente in cui vennero liberati.
Paolina amava ascoltare le parole dei liberali, animarli a l'opera,
diffondere l'affetto patriottico e l'ardore di lotta, non sola
in questa nobile impresa, cui tante altre insigni Napoletane
parteciparono, ma non per questo men degna d'ammirazione. Il Ranieri
non volle prender parte ai moti politici del '48, perchè, appartenendo
come il suo amico Niccolini a la piccola schiera dei Ghibellini, non
prestava fede ad un rivolgimento iniziato in nome del papa; il governo
borbonico non potè quindi perseguitarlo e perciò la sua casa tra il
'20 e il '60 fu un centro del movimento liberale napoletano, movimento
cui Paolina prese parte con entusiasmo. Basilio Puoti, Carlo Pepoli,
G. P. Vieusseux, Atto Vannucci, G. B. Niccolini, Giuseppe Giusti le
furono amici, e le portò vivo affetto anche quella Lucia De Thomasis
di cui il Ranieri scrisse l'elogio, dedicandolo a la propria sorella
_che l'amò tanto_. In onore di Paolina, narra Antonio, il Giusti lesse
a veglia per la prima volta _Il Gingillino_, e tra le carte del Ranieri
si conserva l'autografo di questa poesia con una dedica affettuosissima
del poeta a la donna gentile. Quando nel 1860 i liberali, combattendo
contro i Borboni, cadevano eroicamente, Paolina non aveva altro
pensiero che quello di lenire le sofferenze dei feriti e dei moribondi,
cui preparava filaccie, fasciature, biancheria, mandava aranci e
limoni; li volle anche assistere di persona, dopo la battaglia di
Capua. Secondo narra lo stesso Antonio, un garibaldino disse a Paolina:
«Non soccorra quell'altro, che è un soldato del Borbone,» ed ella,
accorrendo pietosa a quel nemico, esclamò ad alta voce: «Qui non c'è
che fratelli.» Ne l'ottobre del '60 una deputazione di Napoletani si
recò da Vittorio Emanuele, che trovavasi con l'esercito ne le Marche
perchè valicando i confini de l'ex regno entrasse in Napoli; di quella
deputazione col Settembrini, il Dragonetti, il Bonghi ed altri insigni
fece parte anche Paolina. Durante la guerra del 1866 ella mandava pure
ai feriti tutti i soccorsi che poteva.
Vennero per lei giorni più tranquilli, quando ritornata in calma
l'Italia e divenuto ricco il fratello, che dopo la morte del Leopardi
si diede ad esercitare l'avvocatura e vi trovò fortuna, tutto pareva
arriderle, ma forse, benchè con rara abnegazione ella si fosse dedicata
tutta ad Antonio, rifiutando le invidiabili proposte di matrimonio che
le erano state fatte da uomini preclari (fra i quali, mi fu detto,
Giuseppe Giusti) talvolta, affettuosissima qual era, ella sentì il
rincrescimento di non aver una famiglia propria. Amò i poveri con
vivissimo affetto e trovò in essi, ne la loro riconoscenza ai suoi
benefizi, un soave conforto. Sempre dolce e pazientissima, sopportava,
senza quasi avvedersi del proprio sacrifizio, le stranezze divenute
con l'età sempre più frequenti nel carattere d'Antonio; e de la casa
di lui fece modestamente gli onori nei diciott'anni in cui egli fu
deputato di Napoli; mai si allontanò dal fratello, nè pur quand'egli
dovette frequentemente viaggiare per recarsi al Parlamento, benchè tali
viaggi per lungo tempo senza ferrovie, riuscissero assai disagevoli. A
Firenze, dove ella venne spesso con Antonio, seppe acquistarsi la stima
e l'amicizia d'uomini insigni: basti fra questi aver ricordato G. B.
Niccolini.
Singolare fra le sue virtù fu la modestia: narra Antonio che un dì a
Firenze ella andava esponendogli certi suoi altissimi concetti su la
storia dei popoli, quando presso la Santissima Annunziata incontrarono
Gino Capponi, e benchè Antonio si studiasse senza affettazione di
vincere la consueta ritrosia de la sorella, non gli fu possibile farle
più uscire da le labbra una parola dei ragionamenti dianzi esposti
con tanta limpidità. Ma se, come già dissi, non si voglia considerare
autorità sufficiente la parola del Ranieri, oppresso dal dolore per la
perdita di quella cara, non è possibile porre in dubbio l'alta virtù
del suo cuore e mai, de le tante gentili manifestazioni di questa
virtù, niuno seppe cosa alcuna da lei.
Il Ranieri, che adorava la sua Paolina, rimase colpito da terrore
vedendola cader malata di uno scirro al petto, e invano tutto tentò
per salvarla, da le cure più affettuose, ai consigli dei medici più
illustri. Quand'egli la perdette (il 12 ottobre 1878) non fu dolore
il suo, ma disperazione, e tale che le lacrime non la calmavano, gli
amichevoli uffizi de le più care persone non riuscivano a dargli il
minimo conforto; ad una signora egli scriveva: «Tutto mi rammenta,
tutto mi commuove, tutto è per me lacrime, singhiozzi, convulsioni
inenarrabili, incomprensibili. Io spero che Iddio mi salverà presto da
un tale inaudito martirio.» E chiudendo il suo discorso su la morte
de la sorella diceva: «Non seppi, fra gli spasimi e gli strazi che
mi distruggono, trovare altro conforto, che deporre queste lacrime e
queste rozze e tumultuarie parole, nel vostro seno fraterno. Troppe
altre me ne resterebbe a dire: ma non ne avrò il tempo. Sopravvivere mi
è impossibile: ed ho una viva speranza, anzi un profondo presentimento,
che Iddio richiamandomi in breve ora a sè e ricongiungendomi all'angelo
suo e mio, s'inclinerà a liberarmi da un dolore sterminatamente più
grande di quel tanto che la natura mortale può sopportare.»
Antonio fece erigere a Paolina un sepolcro marmoreo nel campo santo ed
un grande bellissimo monumento ne la chiesa di Santa Chiara, dove sono
le tombe degli Angiò e dei Borboni. Il monumento, cui cooperò l'arte
del Morelli, del Solari, del Ruggiero e del De Marco, rappresenta
la Ranieri giacente, bella, ma con un'espressione di stanchezza e di
sofferenza ne la snella persona e nel volto gentile, appoggiato a la
mano; ha gli occhi socchiusi e tiene un libro ne la sinistra. Antonio
visitava spesso, e mai senza lacrime, quel monumento, e volle ricordata
la pia sorella anche ne la chiesetta popolare di Piedigrotta, vicina
al luogo ov'ella nel 1860 aveva assistito i feriti garibaldini de la
battaglia del Volturno; un medaglione di marmo vi rappresenta l'effigie
di Paolina.[67] Il ricordo di lei rimase incancellabile ne l'anima del
fratello e così doloroso da turbargli la salute ed in parte anche la
ragione.
Per onorare la memoria de la perduta egli fece leggere, a l'Accademia
di Archeologia, Belle Lettere ed Arti dal segretario Minervini, un
discorso che la ricorda e che se pure esagerato in qualche parte,
doveva aver gran fondamento di verità per poter venir letto in quel
serio consesso, dove gli accademici, quasi tutti napoletani, non
avrebbero potuto rimaner facilmente ingannati: essi, e se si vuole
anche per pietà del collega e per procurargli un conforto, adottarono
la fratellanza di Paolina, che considerarono degna di non perituro
ricordo per le sue virtù e per quanto lega il suo nome a la storia de
le lettere italiane ed a quella de la nostra politica unità.
L'Accademia de la Crusca, ringraziando il Ranieri che aveva fatto
donare a ciascun accademico le parole da lui dettate in morte de la
sorella, gli scriveva: «I dolori di Giacomo Leopardi non potranno
mai essere ricordati disgiuntamente dalle consolazioni onde furono
alleviati dalla sorella di Antonio Ranieri; e se in Giacomo ammiriamo
la mente, nella Paolina amiamo il cuore.» Il Ranieri rispondendo,
ricordava la devozione de la sorella per quel _sacrario del Verbum
italiano_, e gli studi che su la lingua di Toscana aveva fatto la
eletta donna. In un'altra Lezione tenuta ne la Società Reale il Ranieri
dava notizie di una scoperta linguistica attribuendola a la sorella,
vantando in lei un _intuito fulmineo, una viva luce di singolare
intelletto_. Intitolandole i suoi _Scritti vari_, Antonio scrive:
«No, angelo di Dio, fra te e me non v'è più Tempo. V'è solo l'eternità
perchè sola ci ricongiunge... La tua vita è stata un raggio celeste,
cui il Sommo Amore consentì che si fosse prolungato, alcun tempo, sulla
Terra. Dov'è, su questa Terra la cosa santa sulla quale quel santo
raggio non si sia ripercosso?»
Tutto il patrimonio (di 720,000 lire circa) lasciò il Ranieri al Monte
della Misericordia di Napoli, perchè con esso venisse formata una
_Confidenza_ o _Monte Paolina Ranieri_, avente per iscopo la fondazione
di un ospedale pei bimbi e le bimbe o per le sole fanciulle dai tre ai
dodici anni, ospedale che dovrà intitolarsi pure al nome di Paolina.
*
* *
Due anni dopo la morte de la sorella, Antonio Ranieri pubblicava i
_Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi_; io credo che se la sua
gentile Paolina fosse vissuta, i consigli di lei avrebbero potuto, quel
che non poterono le parole del fratello Giuseppe, dissuader l'autore
dal dare al pubblico il disgraziato libro, il quale non menoma punto
l'ammirazione, accrescendo la pietà pel poeta di Silvia e di Nerina,
ma offusca quel raro esempio d'amicizia che gl'Italiani erano ormai
abituati a venerare. Forse Antonio non avrebbe nè pure scritto quel
libro, mentre gli stava a fianco la pia, cui da la sovrana infelicità
del Leopardi non era venuto alcun senso di repugnanza, di egoistica
sofferenza propria, ma che sentì invece con l'ammirazione per quel
grande spirito, il bisogno gentile di alleviarne gl'immensi mali,
l'attrattiva che avvince la _donna vera_ a chi soffre.