ANTONIETTA TOMMASINI.

Una brigata di piccoli folletti fa il chiasso in una modesta stanzetta;

le boccucce rosse si aprono a risate gioconde, a grida festose, gli

occhietti scintillano fra i riccioli scomposti, i giuochi stanno per

divenire sfrenati e sgarbati: ma una porta s'apre e una giovanetta

compare, una giovanetta bella che nel viso rotondetto e ne la fronte

serena ha ancora qualche cosa d'infantile anche lei, ma che pure ne

la grazia seria de' suoi quindici anni è già donna compiutamente; al

rimprovero che leggono ne' suoi occhi puri e profondi, al cenno de

la sua mano alzata a una scherzosa minaccia, i frugoli si quietano,

a braccia aperte le si gettano addosso, promettendo, prima ancor che

richiesti, d'esser molto buoni, e la fanciulla, togliendosi in collo il

più piccino, si dispone a dirigere ella stessa i giuochi e un pochino

anche a prendervi parte.

Tale ci appare adolescente l'Antonietta Ferroni: simile a la bionda

Carlotta del _Werther_ ella fu sin da l'infanzia piuttosto una madre

che una sorella pei fratellini, chè la famiglia Ferroni, civile,

educatissima, ma non ricca, la madre vedova esigevano quest'aiuto e

questa precoce saggezza. Ed Antonietta cedeva di buon grado al dovere

punto ingrato per lei, nata ad essere la viva fiamma d'un focolare

intimo e che aveva già quel cuore materno per cui il sacrificio è

gioia.

Seconda di cinque figli, era nata nel 1780 a Parma: e, piccola massaia,

a pena potè, fu la direttrice de la casa; le cure domestiche innanzi

tutto, poi a tempo avanzato, quasi come una distrazione, lo studio,

occupavano le sue liete giornate, e non era raro il caso di vedere

il grazioso visetto chino su di un libro ai riflessi rossastri del

focolare di cucina. Iacopo Sozzi, suo primo maestro, le aveva appreso

a preferire, tra tutti, i grandi scrittori e a gustarne con intimo

diletto le severe bellezze: l'alta e pura antichità l'attraeva come

la patria dei grandi ideali ch'ella già vagheggiava, e a quella

serenità semplice e sublime pareva accordarsi la schietta purezza del

suo pensiero, non abituato a molli fantasticherie, ma pur avvinto dal

fascino de l'arte. La vita tutta operosa, le aveva lasciato ben poco

tempo pei pericolosi sogni giovanili; non la fantasia, ma il cuore e

la ragione predominavano in lei, perciò ella predilesse quegli studi

filosofici e morali che si propongono uno scopo di più vicina e pratica

utilità.

Bella, graziosa, saggia, benchè vivesse ritiratissima, fu chiesta

in isposa da molti; ne la scelta ch'ella fece, diciottenne a pena,

rivelò il suo senno e l'altezza del suo spirito, poichè quegli ch'ella

preferì era un giovine di condizione umile, ma di grandissimo ingegno,

un futuro uomo celebre, ancora quasi perfettamente ignoto, un cuore

generoso accoppiato a uno spirito severo, Giacomo Tommasini, che

tutto assorto ne la scienza, non poteva prometterle allora altro che

le dolcezze d'un affetto sincero; non agi, nè vita gaia. Egli aveva

allora trent'anni; a ventuno si era laureato in medicina, ottenendo ben

presto la cattedra di fisiologia e patologia ne l'Università di Parma,

dove le sue ammirate _Lezioni critiche_ cominciarono a dargli fama.

Non meno che come medico fu presto stimato come uomo; quando nel 1802

il ducato di Parma venne in mano ai Francesi, il Tommasini fu membro

del consiglio di Sanità Pubblica, poi ispettore de le carceri, indi

uno dei dodici rappresentanti de la città e segretario nel Consiglio

Generale del dipartimento del Taro. Malgrado questi uffici onorifici

del marito, i primi anni che seguirono le nozze, compiute nel 1798,

furon tristi per l'Antonietta: Luigi suo fratello, giovane robusto e

coraggioso, tenente ne la milizia d'Italia, venne ferito a Mantova, e

il dolore da lei provatone fu tale che ne perì il primo figliuolo già

presso a nascerle; ebbe ammalata una sorella, più tardi in pericolo

la sua figliuoletta Adelaide, vide infine morire sua madre. A tante

pene, benchè fortemente sopportate, era necessario un sollievo che

distraesse lo spirito; aggiungi che, quantunque il Tommasini l'amasse

teneramente, a lei parve di dover curare ancora e assai la propria

istruzione per divenir degna di lui non pel cuore soltanto, ma ancora

per l'intelletto; e si sentì come rapita da lo studio, tanto che ne

le occupazioni non lievi che le dava la nuova casa ricca d'affetto

e d'ogni intima soavità, ma ancora economicamente povera, ella si

rimproverava le ore passate in trastulli vani ne la sua prima età, e

gli studi che non aveva fatti e i libri che non avea letti, parendole

ne la sua modestia di non poter mai riparare al tempo che certo non

aveva perduto, ma di cui non era stata abbastanza avara.

Quando ella divenne madre, questo desiderio d'apprendere si fece, se

possibile, ancor più vivo, al pensiero che le cognizioni sue avrebbero

potuto essere un tesoro pei figliuoli, i quali da le labbra materne

ricevendo quelle prime idee che spesso son guida di tutta la vita,

difficilmente dimenticano poi le impressioni de l'infanzia. A questo

proposito ella ricordava il detto di quella Spartana, cui una donna

ateniese aveva chiesto per qual ragione gli Spartani amassero tanto

le loro mogli: «Perchè sappiamo dare utili cittadini alla patria.»

L'Antonietta fu una madre vera: ai figliuoli diede più che il sangue,

l'anima propria, e con quell'esclusivo affetto che, se si vuol chiamare

materno egoismo, è tuttavia egoismo sublime e sentimento de' più alti

che conosca l'umana natura, tutto da allora in poi vide con occhi di

madre, traverso la tenerezza pe' suoi figliuoli, in tutto cercò per

essi non già un bene meschinamente materiale, bensì quella felicità,

che deriva da la virtù e che può accompagnarsi perfino a la sventura,

se l'animo è così gagliardamente temprato da non vivere di sè e per

sè, ma da far sue le gioie di tutti gli umani e da saper trovare nel

sacrificio quella dolcezza santamente e serenamente mesta, che non ha

pari.

Dal marito soprattutto era venuto a la Tommasini l'esempio de l'amor

patrio, che si accese vivissimo in lei; e, studiando e leggendo senza

punto trascurare la figliuoletta Adelaide, primo de' suoi pensieri, e

la casa, che l'amore del marito le rendeva sacra come un tempio e dolce

come un nido, ella ripensava che il valore de le donne è sicuro indizio

di tempi virtuosi e che con l'educazione femminile va del pari la

felicità de le nazioni; ripensava a le austere matrone romane, esempio

d'immacolata virtù e spesso illustri ne le scienze e ne le arti; e se

si doleva d'esser nata donna, gli era solo pei tempi infelici, in cui

l'educazione femminile era poco o punto curata. Quando le capitava di

poter leggere qualche opera insigne di una penna femminile, provava

i più vivi affetti di ammirazione e di riconoscenza; sui libri di

Madame de Stäel meditava lungamente, rallegrandosi, quasi d'un bene

che fosse anche suo, de l'ingegno, de la filosofia, de la coltura di

quell'illustre donna. Leggeva molto, ma senza accogliere servilmente

le opinioni de gli autori, fossero pure famosissimi, e quando il suo

giudizio era contrario al loro, chiedeva parere al marito, ne l'acume

del quale avea gran fiducia. Così, allorchè nel Verri lesse il piacere

non esser altro che la negazione del dolore, ricordandosi un consiglio

del Tommasini, consiglio divenuto per lei una regola de la vita, quello

cioè di osservare i fatti e non far deduzioni che da essi, le parve

per propria esperienza di dover giudicare diversamente, e chiese per

lettera l'avviso del marito. Preferiva la filosofia, come quella che

maggiormente si addiceva al suo spirito sereno e calmo, assetato di

verità e guidato sempre da la ragione; ma non restava indifferente

a l'armonia dei versi e tanto più se un concetto profondo e un

intendimento civile si accoppiavano a la finezza de l'arte.

La maravigliosa serenità omerica, quella forza eroica d'un popolo

giovane, cantata da un poeta giovane ne l'anima come un'alba

meravigliosa, rapivano la sua immaginazione, facevan battere il suo

cuore, ne evocavan tutto quello che di bello e d'alto v'avevan posto la

natura, l'esperienza, il pensiero. Ella non era una dotta, una Gaetana

Agnesi, una Cassandra Fedele, era una semplice anima che, cercando i

libri, trovava un refugio ne le più pure regioni de l'arte. Somigliava

l'Iliade _al sole raggiante a mezzo il cielo di tutta la maestà_, e

l'Odissea _al raggio della luna che splende fra le piante di tacito

boschetto in una bella sera d'estate_. Tanto caro le era Dante che

spesso luoghi, cose, persone, le ricordavano e le facevano ripetere

qualche terzina de la Divina Commedia. Un rovescio d'acqua continuato,

che pareva sommergere tutta la campagna intorno a la villa, ov'ella si

trovava solitaria, le richiamava su le labbra i versi:

Io sono al terzo cerchio della piova

Eterna, maledetta, fredda e greve,

Regola e qualità mai non l'è nuova.

Il ripugnante spettacolo de l'indifferenza ne le cose pubbliche, le

ricordava i dannati danteschi, che _non hanno speranza di morte_:

E la lor cieca vita è tanto bassa

Che invidiosi son d'ogni altra sorte.

Tra i poeti suoi contemporanei prediligeva il Parini, pel _Giorno_,

che giudicava _modello di utile poesia, tipo unico al mondo d'una

satira illustre, la quale mentre loda fa sentire risibile l'orgogliosa

prepotenza_. Ed invero a quell'anima fiera ed onesta rispondeva bene

l'anima di lei, che, come il buono e rigido Brianzuolo, sdegnava l'ozio

e la mollezza, come lui sentiva profondo lo sdegno per l'effeminatezza,

l'ignavia e la codardia, e desiderava a la patria una stirpe di forti,

capaci di rivendicarne la libertà e la gloria. Anche l'_Invito a

Lesbia_ del Mascheroni e l'_Arminio_ del Pindemonte, le parevano gran

belle cose; il primo pel profondo contenuto ne l'artistica forma, il

secondo per la potenza patetica e tragica. La sua mente aperta si

piaceva in ogni genere di studi, e quelli astronomici, cui l'aveva

iniziata il Tommasini, dandole un libro del Cagnoli, le facean dire

che nel sollevarci a la contemplazione de gli astri noi ci sentiamo

maggiori di noi medesimi, perchè il nostro intelletto non vi gode

soltanto una dolce libertà, ma vi esercita una specie d'impero, quello

de l'uomo, che incatenato a la dimora angusta de la terra, di fronte

a l'infinito mistero del creato, si svincola da tutti i legami de la

materia, lanciandosi ardito col pensiero traverso i mondi che rifulgono

sul suo capo ne l'immensità de la notte, e schiavo de la sua zolla,

è capace pure di dominarla e di sfuggirne. Sempre pensosa non di sè

soltanto, ma di tutti, ella chiedeva perchè quel che il Cagnoli aveva

fatto per l'astronomia, altri dotti non facessero per le altre scienze,

aprendo i tesori de la natura e del sapere umano anche a coloro che

non si danno di proposito a gli studi, anche a le donne, che potrebbero

giovarsene ne l'educare i figliuoli: questo de l'educazione era sempre

il suo grande pensiero e come i fiumi al mare, così tutte le sue

considerazioni finivano ad esso.

Il sommo interesse suo era per la scienza che ha l'uomo per oggetto.

Ve l'attraeva il suo amore di madre non meno che il suo amore di

patria, e a questa scienza diede il meglio de l'ingegno, a questa

s'inspirarono interamente od in parte tutti i suoi lavori, in questa

ella portò la luce di sagacia ch'era ne l'anima sua e l'intuizione

che solo l'affetto dà a l'intelligenza femminile. A le amiche di

Bologna (fra le quali vi era la chiara scrittrice Caterina Franceschi)

dov'ella dimorò parecchio, quando il marito vi era professore ne

l'Università, volle offrire in dono il suo volumetto di _Pensieri di

argomento morale e letterario_[48] che Michele Colombo giudicava un

lavoro da riputarsi molto, utilissimo e dilettevole per la nitidezza,

l'eleganza, la vivezza e la grazia, un lavoro pel quale a la colta

e valente donna l'Italia tutta doveva saper grado. Nel periodico _La

donna e la famiglia_ il Bernardi pubblicava un articolo critico[49] in

cui dice d'aver sott'occhio un esemplare de l'aureo libretto, portante

questa dedica di mano de l'Antonietta: _A' miei cari figli nel giorno

del mio nome_, esemplare appartenuto a la Maestri e che gli suggerisce

alcune buone considerazioni, chiuse con l'augurio di una ristampa

dei _Pensieri_, cui venisse aggiunto ciò che su gli stessi argomenti

scrissero la figlia e la nipote de l'autrice.

A le amiche di Bologna l'Antonietta volle offrire il suo libro,

quella città essendole cara perchè aveva onorato il Tommasini, perchè

vi aveva avuto essa medesima molte prove di benevolenza e perchè vi

aveva conosciuto molti uomini insigni, ammirati i capolavori de la

scuola bolognese e goduto i piaceri più cari ad uno spirito, che ama

d'istruirsi. In quei pensieri ella ambiva di lasciare ai figliuoli

un ritratto de l'animo suo e d'insegnar loro, senza darsi alcun'aria

d'importanza, con semplicità materna, come «in tempi avversi ai

buoni studi ed all'esercizio delle civili virtù, si possano nutrire

sentimenti degni dell'umana ragione e serbare amore a quella Terra,

la quale non ha pure un angolo, che non sia sacro e non ricordi il

nome di qualche eroe.» Ancora volle insegnar loro come sempre un

po' di dolcezza, pari a la scintilla dentro la selce, si trovi in

tutte le cose umane, e come chi sappia penetrarne l'intimo e vivere

non soltanto de la vita materiale, ma ancora di quella del pensiero

e del sentimento, possa goder piaceri che il volgo ignora. Questi

_Pensieri_ sono d'argomento svariatissimo ed hanno una profondità più

reale che apparente, poichè per la forma schiettissima si direbbero

(e taluni sono in realtà) brani di lettere o di conversazione, cara

semplicità che guadagnava a la signora gentile tutte le simpatie,

la faceva apparir donna, anche mentr'ella si rivelava filosofo, e

_restar amabile_, come scrisse il Giordani, anche _allorchè parve

degna d'invidia_. Al solito, in questo libro predominano gli argomenti

educativi e le considerazioni pedagogiche, parecchie de le quali

le furon suggerite da la lettura de l'opuscolo di Kant intorno a

l'educazione. Confuta alcuni pensieri del grande filosofo o ne dà

quell'interpretazione che a lei pare più logica: soprattutto le piace

in lui il concetto non dover il fanciullo essere allevato per la

corrotta società presente, ma per quella società migliore, che potrà

esser frutto di una buona educazione nazionale, la quale dipende

sovrattutto da l'iniziativa privata. Era dolcissimo a la donna gentile

il pensare che il bene fatto ai figliuoli diveniva bene de la patria e

de l'umanità e che in tal modo anche una umile donna può cooperare al

bene universale e divenir il primo anello d'una catena di benevolenza,

di virtù, di carità, stringente fra loro gli uomini. La Tommasini

si duole de le crudeltà, cui si abituano i fanciulli coi popolari

divertimenti emiliani de la mezza quaresima, spettacoli che le riescono

sommamente incresciosi poichè ella sente che la vecchiezza, in quelli

derisa, deve avere a gli occhi dei giovani qualche cosa di sacro;

ricorda la venerazione de' Greci e de' Romani pei vecchi e vede con

dolce compiacenza il figliuolo suo ancor bambino salutar ogni vecchio

che gli avvenga d'incontrare. D'animo assai fervido, condanna, con

gli antichi, l'indifferenza, ricordando a questo proposito le severe

leggi di Solone e approvando che fosse infame, bandito e spogliato

de' beni colui, che non volesse interessarsi a le cose pubbliche. Con

isdegno ugualmente vivo condanna la calunnia che, come non rispetta i

più onesti, neppur lei rispettò sempre; e, abituata a ritornare col

pensiero nel mondo antico, a vivervi in ispirito con un diletto che

non le davano i tempi suoi, rammenta con entusiasmo, come ne l'antica

Sparta, quegli che era calunniato in assenza, trovava un difensore

in ogni persona presente; si duole de la facilità con cui la calunnia

vien creduta da taluni, perchè nei difetti altrui trovano una scusa ai

propri, da altri pel compiacimento di sentirsi migliori dei calunniati.

La figura de la Tommasini non è bella soltanto quando la vediamo fra

i libri che le son cari, ma è bellissima ancora quando ci appare nei

teneri colloqui con la figliuola ch'era la più cara amica del suo cuore

e cui diceva: «Tu sei così necessaria al mio essere, come l'aria che

respiro.» Bella, quando accompagna con gli occhi fin che può la sua

Adelaide, ne la verde campagna, o quando, seduta senza quasi rifiatare,

guarda le rondinelle che fanno il nido a le finestre del suo salotto

di campagna, quelle rondinelle ch'ella, accuratissima de la pulizia e

de l'ordine, non avrebbe mai avuto il coraggio di cacciare. Con quanta

dolcezza ella seguiva tutti i movimenti dei bruni uccelletti e pensava

al nido suo e a quello dove un giorno la sua Adelaide sarebbe stata

madre a sua volta! Bella quando, appena levata dal letto, aperta la

finestra, rimane con un ingenuo diletto a riguardar la neve, che ha

coperto tutto d'intorno, e osserva le piante, che si sono inclinate

al suolo e quelle che si levano orgogliose, un suo caro salice ancor

più malinconico del solito; in quella tristezza ella trova qualche

cosa che le dà una sensazione piacevole, e giudica sia il pensiero del

riposo, che prepara in secreto una nuova, florida vegetazione. Ci piace

seguirla ne le sue passeggiate solitarie in riva al torrente, mentre

carezza con le candide mani le fronde dei cespugli, che si avanzano

sul suo sentiero, e guarda i colli, il cielo ridente, e ascolta il

mormorio de l'acqua fra i sassi, il canto de l'usignuolo nascosto fra

il verde, e poi siede a l'ombra di quelle piante ed apre la _Divina

Commedia_, piangendo su le divine pagine del Canto d'Ugolino; o quando

visita la cava del gesso nei colli bolognesi e sente svanire in sè

tutta la gaiezza de la bella gita e si fa pallida e triste dinanzi ai

miseri operai _giallastri nel volto e rugosi innanzi tempo_ e ai loro

figli da l'aspetto malaticcio che ne l'infanzia portan già i segni de

la vecchiaia; ella non regge a la pietà che ne prova e dà loro tutto

il danaro che ha con sè; ma non si sente confortata per questo, anzi

prova, ella sempre così contenta del suo stato, il rincrescimento di

non esser ricca, al pensiero di tutto il bene che potrebbe fare.

Intanto l'ingegno del Tommasini, meritamente riconosciuto, ed il suo

sapere diedero a la famiglia un'onesta agiatezza. Nel 1815 il governo

de le Legazioni pontificie chiamava il professore a sostituire il

defunto illustre Antonio Testa ne la cattedra di clinica medica e di

terapia speciale a l'Università di Bologna; ed il Tommasini nel suo

nuovo ufficio s'ebbe ben presto chiara fama non solo in Italia, ma in

tutta Europa; da ogni parte de la penisola i giovani accorrevano ad

ascoltare le sue lezioni, profonde per dottrina e belle per forma.

L'Antonietta, tolta da le prime strettezze, prese con vivo diletto

la direzione dei lavori per ornare di un giardino la sua villa. Ella

non amava le troppo culte aiuole dove i fiori disposti a disegno non

hanno più nulla de la loro naturale bellezza e paiono, stretti in

folla, cercar avidamente coi calici aperti e i petali cadenti un po'

d'aria, un libero raggio di sole; neppure amava le grotte artificiali,

le artificiali rovine, i tempietti, le false alture, le forzate

prospettive; preferiva la semplicità lontana da ogni studio e da ogni

ricercata simmetria, un bel rosaio da le diffuse fronde fra cui fan

capolino i bocciuoli fragranti e si aprono, con un riso di gaiezza,

le ricche corolle de le rose, a canto a un melagrano in fiore; lieti,

variopinti garofani ai piedi d'una vite; dovunque il verde, l'acqua,

le gradite alternative d'ombra e di sole. Preparando tale il suo

giardino, godeva, già in previsione, de le dolci ore che vi avrebbe

passate ne l'oblio di ogni amarezza, elevando a l'alto il suo pensiero,

conversando con lo spirito insieme ai cari defunti, di cui il ricordo

le era sempre ne l'anima, non come un terrore e un tormento, ma quale

conforto soave: sentendoli così vivi in sè e nel suo cuore da illudersi

di non averli interamente perduti. Uno dei suoi più vivi affetti

fu quello per la natura, ch'ella prediligeva non soltanto ne le sue

selve verdeggianti, nei vaghi e taciti sentieri dove a l'anima pensosa

parlano le siepi alte e fiorite, gli alati insetti, le svelte lucertole

striscianti fra l'erba, l'ape ronzante e la farfalla leggiera; nei

lontani profili dei monti, ne gli armenti dispersi a la pastura, ne le

delizie de le odorose solitudini; ma ancora ne la semplicità d'animo

dei contadini, che con ingenua affettuosità festeggiavano la buona

padrona e più che mai un dì ch'ella, riavutasi dopo una grave malattia,

tornava fra loro. Punto orgogliosa e convinta intimamente de la santità

di quel vincolo che dovrebbe legar fra loro poveri e ricchi, ella era

commossa e lieta, vedendo quei rozzi lavoratori affollarsi intorno a

lei, ancor pallida e debole, giunger le mani ringraziando il cielo

di averle ridata la salute, e narrarle con sincera enfasi il gran

timore che avevan avuto di perderla. Non isdegnava fermarsi a ragionar

con loro dei lavori campestri, lodare quel che le pareva ben fatto,

e giungeva a desiderare col Beccaria una onorificenza speciale pel

contadino benemerito de' suoi campi.

Le scene orride la dilettavano quanto le amene. Dal ponte de la Sesta

sul torrente Parma contemplava il pittoresco orrore del paesaggio

montuoso e si sentiva scossa dinanzi a la sublimità di quello

spettacolo unico, che descriveva poi così al marito: «Fui costretta a

fermarmi per contemplare tutto l'orrido di quel luogo: monti dirupati,

selve di antiche piante, che non lasciano passaggio a la luce; massi

di una immensa grossezza, che stanno per rovinare giù nel torrente, il

quale rumoreggia da lungi, e ti passa sotto ai piedi bianco di spuma, e

quasi irritato co' monti, che lo stringono e contrastano al suo rapido

corso. Sai tu, mio consorte, che mi ha consolata il vedere questo

torrente, che dà o riceve nome da la nostra città! Pensando che le sue

acque bagnano le mura di Parma, dove tu sei, mi pareva di vedere in

esse una via di comunicazione fra le nostre anime.»

Un temporale veduto da l'alto di un monte ne la sottoposta vallata,

mentre in alto ride il sole, le fa provare un sentimento per cui

le par d'essere più che mortale, ma ne la gioia di questo diletto

le sopravvien tosto il pensiero dei danni che avranno a patire i

contadini de la valle e la pietà la commuove quanto l'ammirazione. In

tutto, com'ella ben diceva, il suo spirito sapeva trovare un riposto

piacere: un salice diveniva _una cosa viva_ per lei, chè al suo rezzo

rileggeva gl'Idilli di Gessner, e ripeteva il voto che il cielo le

serbasse sempre ne l'anima il gusto de le bellezze campestri e la

tenerezza verso gl'infelici, le due fonti de le sue più care dolcezze:

ne la natura ella trovava una pace pensosa, feconda d'alti pensieri e

d'emozioni elevate; ne l'amore per gli sventurati, l'oblio dei dolori

propri e un senso di carità soddisfatta che le rendeva sopportabile

ogni mancato suo desiderio. Vivissima era in lei la religione dei

sepolcri: una bigia pietra in mezzo ad un bosco di faggi bastava a

commuoverla, anzi la commuoveva più d'ogni superbo monumento; questo,

diceva, eccita la meraviglia, quella la pietà; dinanzi al primo l'arte

ci occupa l'attenzione, dinanzi al secondo l'animo è compreso da una

dolce malinconia.

A la patria la stringeva un affetto più vivo che non soglia essere

ne le donne, e perchè la sua mente era più aperta ed il cuore più

tenero (ma tenero solo secondo le leggi de la ragione) che non sieno

nel comune de le signore, e perchè ella amava troppo il marito per

non accoglierne tutti gli affetti. I loro più cari amici erano tutti

liberali e ne le conversazioni di casa Tommasini, se non si congiurava,

si augurava, certo spesso, la libertà de l'Italia.

L'Antonietta sdegnavasi de le accuse lanciate da gli stranieri contro

gl'Italiani; e a quella d'indolenza e d'ignavia rispondeva vantando con

nobile orgoglio le nostre industrie, i progressi de la medicina, quelli

de le scienze economiche e morali, con Melchiorre Gioia e i nomi, che

son di per sè stessi una gloria, del Romagnosi, del Galvani, del Volta,

di Lagrange, del Taverna. Nel 1829 il professore si stabilì nuovamente

a Parma, dove fu eletto protomedico de lo Stato e riassunse l'ufficio

d'insegnante ne l'Università; la sua prolusione ebbe ad argomento

l'_Amor di patria_. A Parma Antonietta vide la sua casa onorata dai

più insigni uomini che quella città contasse allora: Pietro Giordani,

che portò ai Tommasini un affetto pari a la stima, il famosissimo

incisore Paolo Toschi, Giuseppe Serventi, il professor Michele Leoni,

l'avvocato Ferdinando Maestri, che sposò l'Adelaide Tommasini. Con

questo matrimonio, da cui nacquero due bimbi, Clelia ed Emilio, la

buona Antonietta vide adempiuto il suo voto che la figlia trovasse un

compagno a lei somigliante ne l'animo; fidando ne la virtù di quella

sua cara, ripeteva con dolce compiacenza: «I suoi figli non piegheranno

a la viltà di questi tempi,» e ricordava forse allora i generosi versi

che un altro suo grande amico, Giacomo Leopardi, rivolgeva a la sorella

fidanzata:

O miseri o codardi

Figliuoli avrai. . . . . . . . . . . .

. . . . . Di fortuna amici

Non crescano i tuoi figli, e non di vile

Timor gioco o di speme: onde felici

Sarete detti nell'età futura.

*

* *

Fra gli scritti di Antonietta Tommasini due in ispecial modo provano un

bel cuore: _Intorno alla educazione domestica — Considerazioni_[50]; e

_I ricordi intorno a la vita di Giuseppe Serventi_[51].

Il suo libretto _Intorno a l'educazione domestica_ ebbe per proposito

principale di far conoscere l'opera de l'insigne pedagogista Giovanni

Locke. La Tommasini, che per la viva tenerezza inspiratale da' suoi

figliuoli e pel desiderio de la pubblica utilità, dava il meglio del

suo ingegno a gli studi pedagogici, i più insignificanti ed aridi fra

tutti se vi si dà uno spirito dogmatico e pedantesco, i più elevati e

i più degni, se coltivati da una mente aperta e da un cuore che aspiri

al vero bene, trovò ammirabile quell'opera, contenente gran copia di

buoni principii, facilmente applicabili, e volle farne l'estratto, che

le riuscì bello di chiarezza, d'eleganza di stile, in ogni sua parte;

di calore d'affetto in quanto di proprio ella vi mise. E di proprio

vi mise moltissimo, ricavando precetti e considerazioni da la propria

esperienza, commentando e talora anche combattendo con buone ragioni

le idee del Locke in quel che avevano o di non buono o di non adatto

ai tempi e ai luoghi pei quali la Tommasini scriveva. L'operetta è

da lei dedicata ai figli, cui ella dice di renderla, come cosa loro,

perchè essi furono il soggetto di quelle meditazioni e di quelle cure,

che maturarono le sue idee pedagogiche. Essi vi dovevano trovare la

storia de la propria educazione e quasi una prova de l'immenso affetto

che aveva vigilato su di essi fin da la loro prima infanzia e, come

una seconda Provvidenza, aveva inteso al loro meglio anche nei minimi

particolari de la vita.

Quest'opuscolo de la Tommasini piacque assai; il Leopardi, severissimo

giudice, lo lodava vivamente; il Giordani scriveva a l'autrice che,

quantunque sentisse ripugnanza insuperabile a profferire così biasimo

come lode, qui poteva francamente lodare, e innanzi tutto la scelta

de l'argomento, poichè, se molto si era già scritto de l'educazione,

questa rimaneva _stolta e barbara, piena di vizi, lontana da ogni

vero_. «Giacchè della educazione pubblica (almeno per gran tempo) è

disperato ogni bene, resta che ciascuno studi quanto gli è possibile

a migliorare la privata senza la quale potrebbe poco riuscire a

profitto la pubblica, benchè fosse men rea. Dio permetta che le vostre

buone intenzioni, e il desiderio di chiunque è ragionevole, abbiano

qualche effetto..... Nel vostro libretto mi è piaciuto molto un'altra

cosa, tanto più che oggi è fatta rarissima; ed è una sanità di idee

e nettezza di stile per la quale intendo quello che volete dire. Il

che non poco importa quando si vogliano dire cose vere ed utili.....

Desidero e amo sperare che alcun buon effetto non manchi di nascere

dalla vostra fatica; ciò che è la più vera lode e il più caro premio

d'ogni buon libro.»[52]

La Tommasini ne la sua operetta rivela la vigoria e la rettitudine de

la sua ragione non meno che l'indole sua tutta affetto e dolcezza e si

guadagna meritamente un posto fra le grandi educatrici italiane.

Studiare i bimbi con provvida sollecitudine e con quell'affetto che

lungi da l'accecare, rende chiaroveggenti a conoscere i difetti e a

correggerli, esperti ad aprire dolcemente a la vita le piccole anime,

e le menti infantili a la verità; capaci di essere insieme genitori

teneri ed educatori severi, di non perdere l'autorità, conservando in

tutta la sua pura e feconda grandezza l'intimità familiare, consci del

dovere di veder sempre nei nostri ragazzi dei figli ed insieme de gli

uomini, che debbono essere, per quanto è possibile, fatti partecipi di

tutte le gioie, i dolori, le vicende de la vita de la casa e di quella

de la patria, fermi nel proposito di dar loro il meglio soltanto de

l'anima nostra e de la nostra esistenza, perchè in essi si rispecchi la

vita nostra, ma scevra quant'è possibile de gli errori e de le sventure

che l'hanno turbata; persuasi di dover vedere in loro non, come gli

antichi, una proprietà, ma de gli esseri che non sono _noi_, se non per

l'amore che fonde ne la loro la nostra felicità, bensì sono _altri_,

ciascuno una esistenza, una vita, un'anima, un atomo de l'umanità;

questi che dovrebbero essere i criteri di tutti gli educatori, erano

in sostanza quelli di Antonietta Tommasini. L'opera sua di madre è il

più bel commento del suo sistema educativo. La figlia fu _la sua più

cara amica_, l'intima confidente di tutti i suoi pensieri; in un tempo

in cui ancora nei rapporti fra genitori e figli l'autorità prevaleva,

e allontanava questi da quelli, ella si strinse vicini i suoi due cari

ragazzi e volle serbarli obbedienti e rispettosi, non con un'autorità

imposta, ma col mostrarsi a loro in ogni giorno, in ogni momento, in

ogni occasione degna del loro rispetto. Per loro ella educava sè stessa

innanzi tutto, come avrebbe voluto istruirsi in ogni scienza e come in

molte cose s'istruì davvero. Ricercava avidamente i buoni libri che

potevano aiutarla in questo compito, ma s'indispettiva, vedendo come

nei volumi destinati a le donne e ai ragazzi non si trovi la scienza,

ma piuttosto e solo qualche indizio di essa; e desiderava che uomini

veramente grandi scrivessero pei bambini e pel popolo, persuasa che

essi saprebbero bene dar la sostanza, non l'apparenza, il succo vitale,

non le briciole pressochè inutili del sapere. Invero nulla di più falso

de l'idea che tutto basti quale lettura ai giovani, a le donne, al

popolo, i quali per essere educati avrebbero bisogno di cose, non di

parole, o di quelle insieme a queste, e che queste fossero le grandi,

nobili parole di cui germinano i grandi affetti e le generose azioni.

*

* *

I _Ricordi intorno a la vita di Giuseppe Serventi_ furono stampati

prima a Milano ne la _Strenna femminile italiana per l'anno 1838_,

poi in opuscolo a parte da Filippo Carmignani a Parma ne l'anno

stesso. Il Serventi, uomo di talento e di rara filantropia, divenuto

ricco e assai noto per la sua operosità, stimato ed amato per i

molti benefizi fatti a gli amici ed ai concittadini, era morto in

condizioni non liete, benchè, anche ne le sventure che a questo lo

ridussero, sventure e non colpe, avesse serbata intatta l'onestà

del suo nome e lasciato tanto da soddisfare ogni debito. L'onesto e

generoso Serventi era quasi dimenticato, anche da quelli cui aveva

fatto maggior bene, ma non lo dimenticò l'Antonietta Tommasini, che

gli era stata amica vera e che, venerandone la memoria, si sentiva

stretta a lui dal ricordo di un beneficio ch'ella si compiaceva di

palesar apertamente. Quando il Tommasini, giovane ancora e quasi

ignoto, scrisse la sua prima opera da cui attendeva il principio de la

propria fama, egli era troppo povero per pubblicarla e troppo altero

per chiedere aiuto a questo scopo. Giuseppe Serventi, saputa la cosa,

spontaneamente e con somma delicatezza si offrì di stampar l'opera a

proprie spese. «Nè questo fatto mi fu mai ripetuto, nè lo richiamo

mai senza sincerissima commozione di cuore,» scriveva l'Antonietta

Tommasini, che assai benefica anch'essa, aveva la rara virtù de la

riconoscenza, certo più rara ed altrettanto pregevole di quella del

beneficio. Ella volle generosamente ricordare le virtù del Serventi,

virtù, quantunque preziose, presso ad esser volte in dimenticanza. In

questo lavoro de la Tommasini, Michele Leoni ammira «il nobil coraggio

ond'Ella sdegnando il timido silenzio d'ogni altro, si levò sola a

svergognar la fortuna, de la miseria ne la quale si piacque abbassare

quel generoso, quel probo, dopo aver lui meritamente recato sì alto

nel credito e nell'ammirazione di tutti.» (Vedi _Prose di Michele

Leoni_, Parma, 1843, pag. 379.) De l'amico e benefattore ella tesse

la vita, ponendo bellamente in luce le cose più degne di lode, e il

bene che da lui venne a la città sua; con rara delicatezza rileva

fatti e abitudini, che potrebbero parer insignificanti a uno spirito

volgare, ma che formano quasi le sfumature del bel ritratto e dànno

luce a quegli ignorati misteri de l'anima in cui consiste gran parte

de la personalità. Queste sfumature squisite non ci fanno conoscere

soltanto Giuseppe Serventi, cuore mite e buono di filantropo, di padre

e di cittadino, ma altresì la Tommasini, che sa trovare tali note

delicate, come chi con una lucerna in mano c'illumina un ritratto

posto ne l'ombra, resta a sua volta rischiarato da un raggio di quella

lucerna; o come il ritrattista che ne la vigoria o ne la soavità de

le sue tinte, ne la espressione profonda o ne la semplice e rigida

riproduzione de le linee d'un viso ci dà qualche cosa di sè. Tali

tratti sono ad esempio il notare la semplicità de la vita di quell'uomo

altamente buono, il suo amore per le frutta dei campi, per le case

antiche, per tutto quello che riavvicina l'uomo a la natura, la

commozione con cui ne le belle notti di estate fissava il tranquillo

chiarore de la luna, e la cura con la quale ne la sua villa aveva

fatto costrurre sì acconcie porte, finestre e terrazze che il sole vi

potesse penetrare a qualunque ora del dì. Sappiamo dal Leoni che de

la Tommasini rimasero ancora la traduzione di parecchie lettere del

Franklin, buon numero di lettere originali manoscritte, i particolari

di _Un viaggio a Roma_, e le prime pagine di un romanzo storico, cui,

se faceva difetto la schietta semplicità, non mancavano virtuosi ed

utili intendimenti.

*

* *

A Bologna Giacomo Leopardi conobbe Antonietta Tommasini e insieme a

lei il professore, già famoso come clinico e come oratore e conosciuto

pei sentimenti patriottici, la figlia ed il genero. Ne l'epistolario

leopardiano troviamo per la prima volta il nome dei Tommasini ne la

lettera 16 gennaio 1826 al conte Papadopoli: «Quanto a Tommasini fa

quello che ti piace, ma tu sai da una parte che io spero poco nei

medici; dall'altra che io non posso pagare le visite di un Tommasini.»

Può darsi che il professore, sempre disinteressato, consentisse a dar,

senza idea di lucro, i suoi consigli al Leopardi e che di qui avesse

origine la loro conoscenza.

Non sappiamo a qual grado d'intimità questa giunse, certo intimità

grande, se le Tommasini quasi convissero col poeta, come egli scrisse.

Tornato a Recanati, Giacomo a l'Antonietta dichiarava vere purtroppo

le considerazioni generali sopra la triste condizione de gli uomini,

ch'ella aveva fatto in una sua lettera, si doleva d'aver perduto un

piacere, perdendo il _poter esser con lei_ e si consolava al pensiero

che di lui ella conservasse non discara memoria e con la fiducia di

posseder l'amicizia del suo celebre consorte.

La Tommasini, che sospirava di posseder una patria, doveva aver assai

ammirato le prime Canzoni del Leopardi, così sinceramente inspirate

dal patrio entusiasmo e così calde d'alte aspirazioni al risorgimento

d'Italia; ella certo aveva sentito parlare a Bologna de l'ardore di cui

quei versi infiammavano tutti i liberali, e letto fors'anche la poesia

che monsignor Carlo Emanuele conte Muzzarelli indirizzava al Recanatese

nel _Caffè di Petronio_ (nº 51, 24 novembre 1825), celebrandolo per le

sue prime Canzoni e soprattutto per quella _All'Italia_:

O tu, che la tua patria in suono ardito

Togliesti all'ozio indegno,

Di un'anima non vile odi l'invito,

Di Te, di Ausonia degno

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma dì verrà, ned io lontan lo scerno,

Che dell'Italia i prodi

Torneranno all'Italia il serto eterno,

E non compre le lodi.

L'Antonietta ne la primavera del 1827 vide nel _Raccoglitore_ il

discorso leopardiano «In proposito d'un'orazione greca di Giorgio

Gemisto Pletone»; ella, sentendo vivamente l'ammirazione per tutti i

sacrifici e per tutte le virtù, che derivano da la carità del luogo

natio, e in particolare ammirando l'antica grandezza e la moderna

virtù greca, scriveva al Leopardi calde parole, cui egli, pur già

lontano da gli entusiasmi de la sua giovanezza, rispondeva ch'egli

pure riguardava i poveri Greci come fratelli e che se più avesse

potuto dire in quell'articolo, più avrebbe detto in loro favore, ma che

considerata l'impossibilità di parlar liberamente, gli pareva di averne

detto abbastanza. Infatti egli ne aveva parlato con sincero calore,

giudicando ammirabile la nazione greca «.... che per ispazio d'intorno

a ventiquattro secoli, senza alcuno intervallo, fu nella civiltà e

nelle lettere, il più del tempo, sovrana e senza pari al mondo, non

mai superata: conquistando, propagò l'una e le altre nell'Asia e

nell'Africa; conquistata, le comunicò agli altri popoli dell'Europa.»

Con pari ammirazione ricorda come per tredici secoli la Grecia mantenne

la civiltà e le lettere quasi incorrotte, per gli altri undici le

conservò, e fu spettacolo nuovo nel tempo de le crociate a le genti

civili, a le rozze, a le quasi selvatiche, e come a l'ultimo, vicina

a cadere sotto un giogo barbaro e a perdere il nome e per dir così la

vita, gittò a modo d'una fiamma che si spegne, maggior luce, e, caduta,

fu coi suoi profughi un'altra volta maestra a l'Europa.

Tali sensi dovevano piacere a la Tommasini, quanto la schietta lode

di lei piacque al Leopardi, il quale non sapeva meglio ringraziarnela

che augurandole nel nipotino un futuro emulo di Emilio romano, se

non ne le imprese militari, almeno ne l'amor di patria, ne la virtù

e ne la volontà di giovare a questa. La corrispondenza continuava non

assai frequente, ma certo assai affettuosa. Da Pisa il poeta dava a la

famiglia amica (a l'Adelaide) nuove de la sua salute e del benessere

che provava in quella gentile città, ricca di oggetti e spettacoli

bellissimi di natura ed arte, e romantica, pel misto di città grande

e di città piccola, di cittadino e di villereccio; con l'Antonietta si

scusava di non scrivere più spesso, asserendole che in lui la memoria

di lei non era meno viva, anzi non languiva mai, e come, bench'egli

non potesse fissar la mente in un pensiero serio per un solo minuto

senza sentirsi male, pensasse a lei in dispetto de lo stomaco e dei

nervi. Egli sentiva ancora in sè abbastanza calore per commuoversi

ai nobili sentimenti ch'ella esprimeva ne le sue lettere e ne' suoi

scritti: «Se tutte le donne pensassero e sentissero come voi — le

diceva — e procedessero conforme al loro pensare e al loro sentire, la

sorte dell'Italia già fin d'ora sarebbe diversa assai da quella che

è. Non è da sperarsi che tutte vi sieno uguali, ma è da sperarsi che

molte sieno indotte dal vostro esempio a rassomigliarvi.»[53] A nessuna

donna il Leopardi scrisse mai parole di tale ammirazione, chè, se per

altre egli si mostrò più ardente, fu però d'un sentimento diverso e

meno nobile. Una tradizione vuole che il Leopardi amasse d'amore la

Tommasini, ma non soltanto nulla lo conferma, bensì tutto pare negarlo:

l'età di lei, che aveva diciott'anni più del poeta e quarantacinque

quando lo conobbe, la sua serietà, e lo stesso affetto che il Leopardi

le dimostra, affetto rispettosissimo d'amico devoto e riconoscente. «Il

mondo a quelle cose che altrimenti gli converrebbe ammirare, ride,»

scriveva il Recanatese; e questa nobile amicizia non da tutti saputa

intendere, più che mai ci fa parer vero il giudizio, che ne la vita

comune sia più necessario dissimulare la nobiltà de le opere che la

viltà, perchè questa essendo comune è facilmente perdonata; quella,

insolita, è presa per indizio di presunzione e desiderio di lode, lode

che pochi amano dare sinceramente.

Questa volta il Leopardi seppe mantenere l'amicizia guadagnatasi, anzi

stringerne i vincoli sempre più saldamente, affezionandosi a tutta la

famiglia Tommasini, cui confidava le proprie materiali sofferenze e le

pene morali, fino a sfogar con loro, egli d'ordinario riservatissimo,

la disperazione che talvolta lo faceva quasi uscir di sè stesso. E

quando a l'Adelaide egli confidava la gran voglia di terminare una

volta i suoi mali e di rendersi immobile per sempre, egli che ormai

non resisteva più senza gravissimi incomodi neanche ad un breve

viaggio, benchè assicurasse poi che avrebbe avuto pazienza sino a la

fine di quella sua _maledetta vita_,[54] l'Antonietta gli scriveva

_un'amorosissima lettera_, la quale lo fece pentire del dispiacere

datole e giurarle che l'amore infinito per gli amici e i parenti

l'avrebbe ritenuto sempre al mondo finchè il destino l'avesse voluto.

Poche pagine egli scrisse tanto affettuose come certi brani di lettera

a la Tommasini, e si noti ch'egli scriveva ne gli anni maturi, quando

il suo cuore era ben altrimenti freddo che ne la gioventù, quando in

lui un _io nuovo_ s'era sostituito a l'_io antico_, e così diverso da

fargli formare fra i suoi _castelli in aria_, il progetto dei _Colloqui

di quello ch'io fui con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore

all'esperienza della vita e dell'uomo sperimentato_ (vedi la lettera a

Pietro Colletta, Recanati, .... marzo 1829).

«Non vi posso esprimere, — scriveva Giacomo a l'Antonietta, — quanto

mi commuova l'affetto che mi dimostrano le vostre care parole. Io

non ho bisogno di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma

ho bisogno d'amore: potete immaginare quanto conto ne faccia, e in

quanto gran pregio io lo tenga, trovandolo così vivo e sincero in voi,

e nella vostra famiglia, i quali amerei di tutto cuore, quando anche

non ne fossi amato, perchè così meriterebbero le vostre virtù da per

sè sole.... Credetemi che io vi amo con tutta l'amicizia possibile e

che del resto, siccome si possono amare ad un tempo due patrie come

proprie, così io amo come proprie due famiglie in un tempo: la mia

e la famiglia Tommasini; la quale da ora innanzi, se così vi piace,

chiamerò parimente mia.[55]» Tanta premura dimostrava pel Leopardi

l'Antonietta, benchè angosciata ne l'anima da una grave malattia de

la figliuola, come se ad implorare dal cielo la guarigione di quella

sua cara, ella sentisse il bisogno di spandere caritatevolmente

la sua materna tenerezza anche sul grande infelice, che così pochi

affetti aveva in terra, ella pietosa di tutte le materiali e morali

miserie, ella, che stendeva la sua mano benefica a soccorrere gran

numero di poveri e consolava con le parole amorevoli tanti afflitti.

Poco a presso il Leopardi rivedeva la Tommasini a Firenze, dov'ella

si era recata con l'Adelaide per passare alcuni giorni con lui, che

non aveva potuto recarsi a Bologna a rivederle. In quei giorni esse

insistettero perchè Giacomo con loro ritornasse ne l'Emilia, e ve lo

avrebbero indotto finalmente, se non l'avesse vinto il suo timore di

viaggiare ne la stagione calda. Egli era in un periodo di tristezza che

gli faceva veder tutto nero: sciocchissime, ignorantissime e superbe

gli parevano le donne fiorentine, tale da stomacare giudicava il

disprezzo generalmente professato di ogni bello e di ogni letteratura;

non frequentava altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e quando

questa, e non era di rado, veniva a mancargli, egli si trovava come in

un deserto. La visita de la Tommasini gli diede un morale dolcissimo

conforto, tanto ch'egli chiamava quelli, i giorni più lieti che avesse

avuto in Firenze, e asseriva che non ne avrebbe mai perduto la memoria.

L'Antonietta era sempre turbata e travagliata dal pensiero de le pene

di quel grande e sempre desiderava di averlo vicino per poter più

efficacemente e con delicatezza venirgli in aiuto, ed anche perchè il

professor Tommasini assicurava che di taluni mali sarebbe riuscito con

le sue cure a liberarlo.

De la morte del fratello Luigi, Giacomo Leopardi, che soleva

rinchiudere in sè stesso tutte le sue pene, non parlò quasi a nessuno,

ma ne parlò a l'Antonietta, confessandole ch'egli si sarebbe vergognato

di vivere, se in quella sventura altro che una perfetta ed estrema

impossibilità, gli avesse impedito di andare a mescere le sue lagrime

con quelle de' suoi cari; questa, diceva, era la sola consolazione che

restasse a lui pure. Pareva che l'affetto dei Tommasini risvegliasse

in lui quello per la propria famiglia e gli facesse risentir più forte

la tenerezza pei suoi, che non fu mai spenta in lui; ma, tornato in

Recanati, quel conforto che si era ripromesso si mutò ben presto in

amarezza, anzi in disperazione, tale da fargli dire a l'Adelaide che

da quel luogo sarebbe _partito, scappato, fuggito_ subito che avesse

potuto, e assicurarla che la sua intenzione non era di star lì dove

non vedeva altri che i suoi di casa, e dove sarebbe morto di rabbia,

di noia e di malinconia, se di questi mali si morisse. Chiedeva

allora a que' buoni amici se a Parma si fosse potuto trovar per lui un

impiego letterario onorevole e non di troppa fatica, tale da potersi

accordare col suo stato di salute, e il professor Tommasini stesso

gli rispondeva, interessandosi a la cosa con sì gran cordialità da

meravigliare il poeta, che pure faceva assegnamento su l'amicizia

di lui fin dal tempo in cui l'avea conosciuto a Bologna. Si dava

allora la combinazione che lo scienziato famoso abbandonava Bologna

e quell'università per trasferirsi a Parma, dov'era stato nominato

protomedico; generosamente egli offriva al poeta d'andar a vivere

con lui, e lo faceva con modi così affettuosi e delicati che quegli

dichiarava di accettar l'offerta con la maggior gratitudine del mondo,

a condizione però che l'impiego si fosse prima potuto trovare; gli

confidava che la famiglia non era in grado di mantenerlo fuori di casa

e che a lui l'esistenza in Recanati riusciva intollerabile; veramente

gli sarebbe stato debitore de la vita, quando per mezzo suo avesse

potuto uscir da quella prigione. Malgrado tutte le premure possibili,

i Tommasini non riescivano a trovargli che una cattedra di storia

naturale, poco adatta per lui, e mal retribuita (quattro luigi al

mese), cattedra che tuttavia il Leopardi non rifiutava, tanto vivo era

il suo desiderio di togliersi da Recanati; ma gl'indugi intervenuti

fecero svanire il progetto, tanto più che intanto il Colletta veniva

generosamente in soccorso del Leopardi. L'Antonietta era ammalata e

d'ogni suo male quanto la famiglia soffrisse con lei si rileva dal suo

breve scritto, _La malattia_, in cui descrive uno svenimento improvviso

sopravvenutole dopo un lungo periodo d'infermità: «Mi trovava io in

questo stato, quando la povera mia figlia entra per domandarmi se

alcuna cosa mi bisogna, e prestarmi quegli uffizi, che le suggeriva

il suo cuore. Ella mi chiama più volte, ed io non rispondo: mi piglia

per mano, e mi trova fredda gelata. Prorompe nelle più alte strida, e

ripete, correndo qua e là disperatamente: Oh la mia mamma! oh la mia

mamma!..... Accorre il mio caro consorte, e cade semivivo sopra le

mie ginocchia. I baci e le lagrime di questi due infelici mi facevano

sentire ch'io non era morta del tutto.[56]»

A Recanati il Leopardi parlava co' suoi, e certo particolarmente

con Paolina, di quei buoni amici; anzi, come già aveva posto in

corrispondenza la sorella con Marianna Brighenti, così la volle far

entrare in relazione con l'Antonietta, che le mandò un esemplare

de' suoi _Pensieri d'argomento morale e letterario_ e che parecchie

volte le scrisse assai gentilmente, nè volle esser più trattata da la

Leopardi col Lei cerimonioso; e più le avrebbe scritto, se, o la posta

o la rigida sorveglianza de la contessa Adelaide, non avesse fatto

smarrire parecchie lettere che restarono quindi senza risposta.

La contessina Leopardi ebbe una desiderata lettera del Giordani per

mezzo de l'Antonietta Tommasini, che ammirava le modeste virtù de la

giovane, benchè non la conoscesse di persona; e sentiva il suo amore

accrescersi per quello di cui si vedeva oggetto e che le era in caro

modo dimostrato. «Conservatevi a me sempre amica come fate; chè ne

siete ricambiata con usura.»

Quando nel borgo natio dove, come in tutti i piccoli luoghi, regnavano

ambizioni piccine e avarizia e poca benevolenza, Giacomo Leopardi

vedeva tenute per favola, come i grandi vizi, le sincere e solide

virtù; e creduta appartenente ai poemi ed a le storie, non a la

vita, la vera amicizia; egli, così pessimista in tutto, con profonda

convinzione rilevava l'erroneità di questo giudizio ed affermava che,

se non Piladi o Piritoi, «buoni amici e cordiali, si trovano veramente

nel mondo e non sono rari.»[57]

A le tristi lettere del Leopardi, che non vedeva modo di uscir di

Recanati, poichè il padre non acconsentiva di mantenerlo fuori di

casa, le Tommasini ed il Maestri rispondevano con generose e delicate

offerte, ed egli ne li ringraziava col cuore _e quasi con lacrime_,

promettendo che in caso di necessità avrebbe accettato e dichiarando di

amarli quanto più poteva amare e d'esser loro grato quanto mai sapeva

essere. Tutti poi gli cercavano associati per l'edizione del Piatti,

chiedevano notizie di lui al Giordani, nè lo dimenticavano, venuto

anche per loro il tempo de la sventura. I rivolgimenti politici, che

richiamarono nel 1831 a Parma l'antico ordine di cose, furon causa di

grandi dispiaceri al professor Tommasini, che non aveva mai nascosto i

suoi sentimenti liberali e il suo caldo amore a la patria; anzi, corse

voce a quel tempo che egli in conseguenza di tali dispiaceri fosse

morto; fu invece gravemente ammalato, ma potè guarire perfettamente.

L'Adelaide dava a Giacomo notizie de la carcerazione del Giordani in

Parma; il professor Tommasini lo rivedeva a Roma e l'avvocato Maestri a

Napoli. Benchè i mali del Leopardi aggravatisi con l'età gli facessero

trascurare la corrispondenza anche con quegli amici carissimi, egli non

smise mai interamente di scriver loro, e, un mese soltanto innanzi la

sua morte, mandava un'affettuosa lettera a l'Antonietta accompagnandole

un esemplare de la ristampa fatta a Napoli del bel libro di lei

_Sull'educazione domestica_, insieme a certi quaderni de la storia

di Ranieri, scrivendo in pari tempo a l'Adelaide dolente di saperla

malata. A l'Antonietta che gli domandava, anche a nome del Giordani,

qualche scritto da stampare, rispondeva ch'ella e il Giordani eran

padroni di tutte le cose sue stampate e non stampate; chiedeva poi,

nel caso che avesse dovuto scegliere egli medesimo, di qual genere

fosse la collezione che si voleva pubblicare; e questa sua compiacenza

al desiderio di lei ci dimostra in quale alta stima egli la tenesse

e quanta riconoscenza dovesse sentir per lei; poichè ognun sa che de'

suoi scritti egli era gelosissimo.

Così mentre tante altre svanirono, questa amicizia durava quanto la

vita del poeta, meno ardente di quella pel Giordani, meno entusiastica

di quella per la Malvezzi, ma ben più profonda e costante.

Quando potranno esser note le molte lettere de la Tommasini al

Leopardi, lettere che egli conservava caramente e di cui quindici

rimaste fra le carte legate dal Ranieri a la Biblioteca di Napoli

appartengono ora a lo Stato, apparirà ancor più chiara la delicatezza e

la profondità di questa amicizia.

Allorchè il Leopardi scriveva le sue più amare parole contro le donne,

si riferiva al sesso femminile in generale, lasciando comprendere che

ammetteva eccezioni e fra queste, in quel gruppo de le anime oneste

e sensitive, solitarie in disparte fra i tumulti de la vita, come le

nobili figure de gli antichi nel limbo dantesco, così vicine ai dannati

e pure tanto lontane da essi, fra queste certo egli poneva l'Antonietta

Tommasini.

*

* *

Poco sopravvisse al Leopardi la donna gentile, e furon anni dolorosi

per lei, che vide malatissima la figlia ed esaurì, curandola, le sue

deboli forze. Caduta malata di uno scirro canceroso a la mammella,

ne sopportò coraggiosamente l'estirpazione fatta dal chirurgo Rossi

e parve risanata, ma non riacquistò la sua dolce serenità abituale;

rimase rassegnatamente triste, quasi prevedendo prossimo il giorno in

cui avrebbe dovuto abbandonare la famiglia dilettissima.

Clelia Maestri, la nipotina che le era tanto cara, e per lo stretto

legame di sangue e perchè intelligente e buona, morì dopo una lenta

penosissima malattia. Inconsolabile di quella perdita Antonietta

ricadde ammalata de lo scirro rigermogliato in altra parte e causa

d'inenarrabili sofferenze; e le cure affettuosissime di tutta la

famiglia non valsero a salvarla; morì il 29 gennaio 1839 fra le braccia

del suo Emilio, consolata dal marito, che vanamente aveva tentato tutto

ciò che la scienza poteva consigliare per salvar quella sua diletta.

In una necrologia di lei pubblicata ne la _Gazzetta di Parma_ poi

ristampata in un volume[58], Michele Leoni, rimpiangendo con sincero

dolore la donna gentile, citava a proposito di essa i versi di Dante:

E le parole ch'uom di lei può dire

Hanno virtù di far pianger altrui.

Ne la chiesa ove le furono resi gli estremi onori, si leggevano queste

epigrafi dettate dal Giordani, che le era stato amicissimo e che

frequentando la sua casa per molti anni aveva avuto agio di conoscere

intimamente questa nobile donna italiana:

DIO RICEVA NELLA SUA PACE

IL LUNGO PATIRE E LA CONTINUA BENEFICENZA

DI ANTONIETTA TOMMASINI

PIETOSISSIMA AGLI ALTRUI DOLORI

PAZIENTISSIMA DE' SUOI

LE FU MASSIMO PIACERE E PRIMARIA VIRTÙ

LA BENEFICENZA

RESTÒ AMABILE

ANCHE ALLORA CHE PARVE DEGNA D'INVIDIA

NON VANITÀ MA UTIL COMUNE

CERCÒ NEGLI STUDI.

Lo stesso Giordani, pubblicando nel 1845 il terzo volume de le opere

di Giacomo Leopardi, quello che contiene gli _Studi filologici_ de

l'adolescenza, dedicava il suo proemio a Giacomo Tommasini e a Paolo

Toschi, che entrambi avevano tanto amato il grande Recanatese.

*

* *

Nel 1891 il Ministero dell'Istruzione dava il nome di _Antonietta

Tommasini_ a la Regia Scuola Normale Superiore Femminile di Parma e il

professor Abele Ferreri, allora direttore di quella scuola, per onorare

il nome de la chiara signora, dettava quest'epigrafe:

ANTONIETTA TOMMASINI FERRONI

NATA IN PARMA NEL 1780 — MORTA IL 29 GENNAIO 1839

MOGLIE AL PROTOMEDICO GIACOMO

DONNA D'ALTO ANIMO DI COLTO INGEGNO

_DI CUORE TEMPERATO AI PIÙ SANTI AFFETTI_

_DI RELIGIONE DI PATRIO AMORE DI CARITÀ NE' MISERI_

SPOSA E MADRE ESEMPLARE

SAGGIA SCRITTRICE

MERITÒ L'AMMIRAZIONE

DI CHIARISSIMI LETTERATI DE' SUOI TEMPI

LA LODE E L'AMORE

DEI CONCITTADINI.

Lo stesso Ferreri, chiudendo un discorso in cui esponeva brevemente le

vicende dell'istituto da lui diretto, lodava in Antonietta Tommasini

la chiara scrittrice, la donna ammirabilmente modesta e sollecita

di essere più che di parere, costante nel lavoro, perseverante nei

generosi propositi, amante de la patria e nobilmente premurosa nel

cercare il bene di tutti. A questo discorso, pubblicato a Parma nel

1892, se ne trova unito un altro del professor Giuseppe Beduzzi, degno

di esser ricordato soltanto perchè le notizie che contiene intorno a

la chiara Parmigiana gli furon date dal professor Gustavo Tommasini,

nipote di lei.

*

* *

I biografi di Giacomo Leopardi hanno troppo dimenticata Antonietta

Tommasini, su la quale parmi avesse dovuto bastare il numero de

le lettere che il grande poeta le scrisse (se ne hanno stampate

diciannove), ad attirare l'attenzione di coloro i quali ne la vita e

ne gli affetti di lui, ricercano l'immagine di quell'animo che dal

dolore e da l'amore ebbe inspirazioni sublimi. Ne la storia de le

sue amicizie, che furon molte, sincere e profonde, poichè egli era

tale da guadagnarsi il cuore di ognuno, cui commuovessero l'ingegno

unito a la modestia, gli altissimi affetti accoppiati ad altissime

sventure, merita un posto notevole la figura di Antonietta Tommasini.

Ne l'affetto di una donna per un grand'uomo — notò il Sainte-Beuve —

vi ha quasi sempre una prova de la parentela morale che li avvince; lo

scrittore fa risuonare armoniosamente una corda nascosta che forse,

non tocca da lui, sarebbe rimasta muta ne l'animo de l'amica; egli

dà una più alta vita spirituale, una più piena coscienza di sè a la

donna che, ravvisando nel cuore di lui molto del proprio, gli si sente

fraternamente unita; quest'alta affinità intima fu il legame tenace che

avvinse Antonietta Tommasini a Giacomo Leopardi.

La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi · 第 17 / 27 题